Wonder Park

 

June, dieci anni, è una bambina dalla fervida immaginazione: insieme all’inseparabile mamma, ha creato un modello in scala del parco di divertimentidei suoi sogni, gestito da animali immaginari come l’orso Boomer, lo scimpanzè Peanut, il porcospino Steve e i castori Gus & Cooper. Quando la mamma si ammala gravemente, June trascura il parco: una magia le permetterà di visitarlo… e salvarlo dalla cupezza della realtà.
Wonder Park è una produzione Nickelodeon, pensata dalla casa madre come il pilota di una serie televisiva. Coprodotto dalla Paramount, è stato diretto dall’ex-animatore Pixar Dylan Brown, la cui firma manca tuttavia dal film, dopo un licenziamento per molestie. Come se non bastasse, all’uscita il lungometraggio ha attirato gli strali della critica americana. In definitiva, è uno di quei casi in cui chi scrive deve affrontare un’opera già carica di chiavi di lettura riduttive ancora prima della visione. In realtà Wonder Park sorprende in positivo, pur mostrando dei difetti.

Prima di ogni altra cosa, Wonder Park è un lungometraggio degno della sala, grazie a un design ispirato, a una cura del dettaglio notevole e a un piacevole gusto per la composizione e i colori. Tecnicamente è un prodotto molto solido, lontano dai film in CGI “minori” che a volte approdano nel nostro circuito. Personaggi, animazioni e set sono stati appaltati agli Ilion Animation Studios di Madrid, già dietro alle buone realizzazioni tecniche di Planet 51 e Mortadello e Polpetta: uno studio camaleontico in grado di servire visioni dell’intrattenimento dell’infanzia variegate.
Nonostante sia stato ideato e scritto da Josh Appelbaum & André Nemec, autori dei ben diversi Mission Impossible Protocollo Fantasma e Tartarughe Ninja, il film ha il coraggio di battere un terreno vagamente pixariano. Il viaggio nel mondo immaginario, nonché il parallelismo tra la realtà anche dura e le sue ripercussioni sull’immaginario, ricorderanno facilmente Inside Out, ma Wonder Park è di lettura più semplice. Il dolore della mamma di June è sì più grave dei piccoli drammi visti in Inside Out, ma ha una risoluzione più rassicurante e più sorridente.

Dove Wonder Park perde colpi è forse nella gestione degli ingredienti scelti con evidente convinzione. Si preme molto il pedale sull’azione, cosicché la maggior parte delle sequenze è sbilanciata su quel fronte, a discapito di un coinvolgimento emotivo più profondo e pacato, anche quando il soggetto lo consentirebbe, avendone creato le premesse. Siamo in un parco di divertimenti, aspettarsi le montagne russe è legittimo, però gli stessi animali del parco finiscono contagiati da questo ritmo indiavolato, e la loro interazione con June viene limitata a favore di gag buffonesche un po’ dispersive. Ci sarà probabilmente più tempo per June di approfondire il suo rapporto con Boomer e gli altri nella serie tv. E’ forse in questa fretta espositiva di un vasto cast non ancora sfruttato a dovere che Wonder Park denuncia sul serio la sua radice televisiva.
Per il resto, pur nei suoi scompensi, è un prodotto costruito con una certa competenza tecnica, ed alcuni momenti legati al rapporto di June con la mamma colpiscono nel segno, come non troppo spesso gli epigoni delle grandi case di animazione riescono a fare.

Voto: 3 / 5

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

 

Ognuno di noi, da bambino, è stato capace di creare, con la propria immaginazione, un posto felice. Un luogo solo nostro capace di darci il giusto rifugio ogni volta che lo desideriamo. Per me ad esempio era una casa di legno costruita sull’albero più alto mai visto, di cui si vedeva il grande e possente tronco a difficilmente era possibile scorgerne la cima. Quel posto mi è stato accanto come un compagno fedele, ma crescendo, un giorno dopo l’altro l’ho abbandonato. Non ricordo neanche quando questo sia successo, ma è accaduto così velocemente da farlo finire nel dimenticatoio della mia immaginazione.

Wonder Park, film ideato da Robert Gordon, Josh Applebaum e Andrè Nemec, parla della stessa capacità fanciullesca di riuscire a creare luoghi magnifici utilizzando tutta la propria fantasia. June è una bambina di 8 anni con una speciale capacità inventiva, tanto forte da riuscire ad immaginare un intero parco giochi. All’interno di questo ci si può trovare ogni cosa, come un grande orso blu, un cinghiale rosa e una scimmia dotata di una penna magica e capace di creare con essa qualsiasi attrazione.

E fin qui abbiamo solo una mamma ed una figlia che si divertono a fantasticare con un parco chiamato Wonderland. Il film prende davvero piede quando la bambina, trovatasi ad affrontare le spiacevoli situazioni della vita vera, è costretta a crescere in pochissimo tempo e ad abbandonare il suo parco divertimenti.

E’ allora che accade l’incredibile, il parco diventa reale ed essendo caduto in disgrazia a causa del suo abbandono ha di nuovo bisogno di lei per ritornare alla vecchia gloria.

Il cartone animato realizza il sogno di qualsiasi bambino, che vivendo la fantasia di June si ritrova a farne parte e a vedere quanto sia potente la forza creativa, capace di costruire mondi alternativi in cui tutto si risolve in armonia. Il film punta a dare un grande suggerimento che insegna ai più piccoli (ma anche agli adulti) a non perdere mai quel senso fanciullesco, quella capacità di invenzione coinvolgente che ci permette di portare colore nella nostra fantasia e di conseguenza nella nostra vita, ed accende tutto tramite la forza dell’immaginazione.

June è una bambina normale che sogna un mondo speciale, una dimensione onirica che riporta anche lo spettatore in quello stadio d’infanzia. Una scelta dei realizzatori sarà sicuramente stata quella di creare personaggi vicini alle nostre prime esperienze con il cinema, perché già presenti nelle nostre visioni da spettatori di tanti anni fa. Ed ecco che l’orso è quanto più somigliante possibile a Bear, l’orso della casa blu, così come Timon e Pumbaa e tanti altri personaggi. Wonder Park è un eterno gioco sull’immaginario infantile.

Francesca Pasculli, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

La vita è un luna park. Ci sono salite sconvolgenti da percorrere tutte d’un fiato, discese da capogiro e ruote della morte che possono essere affrontate solo dai cuori più coraggiosi. Ma per rendere speciale la propria esistenza, così come lo è una giornata passata tra macchinari rotanti e scivoli fatti di cannucce, conta saper mantenere sempre attiva la propria fantasia. È quello che dovrà apprendere la piccola June insieme a ogni visitatore del meravigliosamente meraviglioso Wonderland, nel nuovo film animato diretto da Dylan BrownWonder Park.

Wonder Park, da un soggetto degli sceneggiatori Josh Appelbaum e André Nemec assieme a Robert Gordon, catapulta il pubblico in un altrove dove è il potere dell’immaginazione a dominare l’impensabile. Un universo in cui è possibile affrontare le ombre che possono opprimere l’esistenza senza dover cedere al panico, trovando la forza di affrontarlo attraverso le proprie doti.Wonder Park cinematographe.it

È June stessa, la nostra protagonista, ad aver dato forma a Wonderland. Il tutto con l’aiuto della sua mamma, co-architetto del parco giochi più ingegnoso – e in miniatura – del mondo e costretta, a causa di una malattia, a doverlo affidare totalmente nelle mani della bambina. E, nel periodo che la donna dovrà trascorrere lontana da casa, per June sarà sempre più difficile continuare a intrattenersi con le invenzioni più bizzarre ed elaborate, fino a quando, ritrovatasi realmente in un Wonderland malmesso e soggiogato da peluche di scimmiette zombie, non farà tutto il necessario per riportarlo alla normalità.

Avere delle idee splendidose: è questo a rendere unica June e ciò che il film di Dylan Brown mette in mostra. Ed è proprio dalla mente della giovane protagonista che l’animazione va prendendo forma, creando un luogo di spasso in cui desiderare di trascorrere il proprio tempo e talmente abbondante d’immaginazione da diventare il posto in cui tutti hanno il piacere di perdersi. Così colorato, così abbondante, così pieno di personaggi eccezionali eppure destinato a spegnersi disastrosamente con il sopraggiungere del dolore, nuvola minacciosa per qualsiasi estro di creatività.

Wonder Park espande l’universo solo pensato dalla bambina per renderlo specchio di una storia che non tralascia la sua parte giocosa, ma le affianca con efficacia l’elaborazione dell’inquietudine che, unita all’intrepidezza dell’infanzia, diventa rappresentazione dell’interiorità della protagonista. Il parco giochi si fa analogia con cui riflettere sullo stato d’animo turbato della piccola June, usata per intraprendere un discorso sui periodi bui e sottolineandone la maniera più valida per venirne fuori. Una massima racchiusa nell’esortazione – e, soprattutto, nell’affetto – della madre della bambina, il lasciare sempre accesa quella lucina che è dentro di noi.Wonder Park cinematographe.it

In un racconto che mescola il presentarsi della paura e la fantasticheria con cui potersene tirare fuori, Wonder Park bilancia le dosi di allegria e malinconia che vanno contemporaneamente a comporlo, esaltando quel fermento che rende June la ragazzina più inventiva del suo quartiere e che la trasporterà proprio nella realtà da lei ideata. Affrontare il timore con il più classico degli espedienti – la favola -, arricchendolo con la frenesia che un parco divertimenti merita e che rende il film un agglomerato di sali e scendi, lancia, vola e ripeti.

Con tante sequenze mirabolanti, il film restituisce l’ambiente di Wonderland e l’energia che bisogna sempre saper mantenere, riproposta nell’opera animata in ogni sua scena più rocambolesca. Paura di perdere e paura di perdersi, ma imparare anche a mantenere sempre viva la nostra luce.

Martina Barone, da “cinematographe.it”

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