The Harvest – Il raccolto

 

A Bella Farnia, frazione di Sabaudia (Latina), risiede una cospicua comunità di sikh, prevalentemente occupati come braccianti nella filiera agricola locale (nell’Agro Pontino si calcola la loro presenza in circa 30mila unità). Il loro lavoro è sfruttato e sottopagato e la non conoscenza della lingua è uno svantaggio nella consapevolezza dei loro diritti, sistematicamente calpestati, ad opera di caporali locali e con la connivenza dei loro connazionali, in spregio delle tutele sindacali. Nel complesso di case che li accoglie vivono anche Gurwinder, bracciante agricolo e Hardeep, mediatrice culturale, padre punjabi e accento laziale, che lavora ogni giorno per accorciare le distanze tra indiani e italiani. A punteggiare la narrazione, gli interventi di Marco Omizzolo e Simone Andreotti, responsabile scientifico e vice presidente della cooperativa locale InMigrazione, motore del film.

Ha una vocazione fieramente, fortemente indipendente The Harvest (“raccolto”, inteso sia letteralmente come frutto della terra ma anche come esito di politiche inique di lavoro, o meglio, di leggi non rispettate).

Una produzione dal basso realizzata da SMK Videofactory, orientata al sociale e fondata dal regista Mariani (classe 1983) a Bologna. La formula è quella del crowdfunding, che ha coinvolto svariate realtà come FLAI (Federazione Lavoratori dell’Agro Industria) e ovviamente la cooperativa InMigrazione. Il risultato è un’opera in cui – come all’interno del “tempio”, il luogo in cui i sikh si ritrovano a pregare e a socializzare – tutti, dai realizzatori agli attori, hanno un uguale peso narrativo, in un’orizzontalità che ricalca quella dei campi sterminati e delle serre fruttuose dell'”oro del Pontino” e che porta un punto di vista inusuale e scomodo su un preciso contesto sociopolitico.

Le note di regia lo definiscono un “docu-musical”, ma si potrebbe definirlo documentario di fiction, a urgente vocazione di inchiesta, che racchiude al suo interno inserti da musical di Bollywood. Infatti l’idea originale del film è calare, all’interno di un ambito descritto da chi vi opera e vi vive, alcuni numeri musicali coreografati, (protagonisti, i cinque ballerini di Banghra Vibes, residenti tra Cremona e Mantova), efficacemente ripresi e montati, che di cromatico hanno solo i costumi, privi come sono dell’energia gioiosa tipica del genere. Uno stratagemma per non replicare il film di denuncia costruito solo su “teste parlanti” e testimonianze drammatiche.

Voto: 3 / 5

Raffaella Giancristofaro, da “mymovies.it”

 

C’eravamo soltanto io e la mia accompagnatrice a vedere The harvest, un film che sceglie una o meglio più formule registiche. La proiezionista è arrivata a un minuto dalla programmazione, probabilmente perché il giorno prima non c’era nessuno e avrà pensato Oggi nevica pure, chi verrà mai a vederlo? Presenti!
La formula di fondo che il regista Andrea Paco Mariani sceglie è il documentario, che registra le condizioni alle quali è costretta la comunità sikh nell’Agro Pontino, dove lavora sotto il caporalato. Il volto del protagonista si vede bene soltanto all’inizio quando in un estremo tentativo di mantenere la dignità il protagonista, un indiano dal turbante arancione, si fa bello spazzolando la lunga barba e si fascia la testa, un vero e proprio tutorial su come si indossa il foulard tipico. Poi il suo volto rimane per la maggior parte del tempo rivolto verso la terra che zappa per tutto il giorno sotto un sole nemico. Umilmente, secondo l’etimo latino, che spinge in basso. Si zappa anche per 14/16 ore di fila, a meno che non si voglia cedere il proprio posto a qualche altro sventurato. Per reggere la fatica della raccolta manuale degli ortaggi, la semina e la piantumazione per 12 ore al giorno filate sotto il sole, e anche gli insulti del padrone, i suoi ricatti, la sua arroganza, la ricompensa che tale non è, i più vessati vanno avanti assumendo metanfetamine, contravvenendo ai dettami del sikhismo, ma stando bene attento a non entrare in contatto con la bottiglia. Va meglio alla protagonista femminile del film, che fa la mediatrice culturale, e che ha superato tutte le insidie dell’emigrazione attraverso suo padre che, non appena arrivato in Italia, ha “dimorato” a lungo sulle panchine della capitale.
Con questo freddo, sotto i portici vicino a casa mia, un senzatetto dorme tutte le sere al gelo di questo febbraio. Ho chiamato e diffuso i numeri di assistenza per l’emergenza freddo, ma non mi risponde nessuno. Lo cerco preoccupata tutte le sere. Un po’ di anni fa, con la croce rossa di Sesto San Giovanni, ho fatto il giro con l’unità di strada per portare beni di prima necessità e tazze di tè bollente ai senza dimora di Sesto e Milano. È stata una delle esperienze che più mi hanno segnata. Il primo incontro è stato con un giovanissimo alla prima sua notte all’addiaccio. Non c’è stato verso di convincerlo a tornare a casa, ma già si lamentava per aver preso delle verruche sulle dita. Invece, ricordo che l’ultima persona che ho incontrato era un ragazzo molto giovane che rivendicava animosamente i suoi studi di Filosofia. Quando gli abbiamo proposto di venire con noi che lo avremmo portato al dormitorio, mi ha risposto: “ vuoi mettere con il dormire sotto le stelle?”. Il suo compagno di giaciglio aveva le gambe devastate dai buchi delle siringhe che si erano infettati per essere marciti in maleodoranti e dolorose pustole. Una ragazza non voleva né vestiti, né cibi e bevande, soltanto dei trucchi perché doveva prostituirsi con gli altri clochard per guadagnare pochi euro, elemosinati dai suoi “compagni”. C’era un freddo pungente e il giorno dopo avevo la febbre alta, mentre leggevo sul giornale che un senza dimora era deceduto nella notte. Chissà se lo avevamo incontrato?
Ma la ragazza di The harvest è ormai completamente integrata perché conosce l’italiano che parla perfettamente con una evidente flessione romana. Conoscere la lingua, spiega ai suoi studenti, permette di non farsi fregare dagli altri, dai caporali, dai padroni, da scorrettezze contrattuali.
Oltre alla formula documentaria, il film sviluppa la formula del musical bollywoodiano: in abiti coloratissimi tradizionali, che ho desiderato per tutta la durata del film, hanno luogo coreografie danzanti che si materializzano nei momenti in cui l’uomo dal turbante arancione, ha tregua dal lavoro. Finché scende la sera foscoliana e si torna a casa (si torna?).

Michela Piccione, da “alimentarmente.it”

 

 

 

Gurwinder viene dal Punjab, da anni lavora come bracciate nelle terre dell’Agro Pontino. Da quando è arrivato in Italia, vive con il resto della famiglia sikh nella provincia di Latina. Anche Hardeep è indiana, ma parla con accento romano, e si impegna come mediatrice culturale.

Lei, nata e cresciuta in Italia, cerca il riscatto dai ricordi di una famiglia emigrata in un’altra epoca, lui è costretto contro le norme del suo stesso credo ad assumere  sostanze dopanti per reggere i pesanti ritmi di lavoro e mandare i soldi in India. Le sue giornate nei campi possono durare fino a 14 ore in cambio di pochi euro

Sono loro i protagonisti di The Haevest di Andrea Paco Mariani, un docu-musical che per la prima volta unisce il linguaggio del documentario alle coreografie delle danze punjabi, raccontando l’umiliazione dei lavoratori sfruttati dai caporali.

Un duro lavoro di semina, fatto giorno dopo giorno, tra permessi di soggiono da rinnovare e buste paghe fasulle. Da quando Gurwinder ha deciso di ribellarsi e rivendicare i suoi diritti, dopo essere entrato in contatto con la coop. In Migrazione, per lui trovare lavoro nelle aziende agricole pontine è sempre più difficile. Ma nonostante le quotidiane ritorsioni, continua a denunciare e chiedere giustizia per lavoratori e lavoratrici.

Dal 3 dicembre The Harvest è fruibile su di OpenDDB, la prima rete distributiva di produzioni indipendenti in Europa. Il docu musical è stato presentato lo scorso marzo da Wu Ming 1, al secolo Roberto Bui, scrittore, al VAG16 di Bologna.

È un film che parla di braccianti, di lavoratori avventizi dell’agricoltura, in nero, precari, soggetti al caporalato nell’ agro pontino“, spiega    “All’inizio vedi che portano il turbante ed è importante tematizzare il fatto che sono lavoratori indiani, per la maggior parte sikh, ok…?  Ma dopo un po’ che guardavo, vedevo dei dopo un po’ sono lavoratori, sono lavoratori e basta,braccianti in lotta per condizioni di lavoro migliori. Questi agricoltori stanno ripetendo, senza saperlo, stanno riproponendo cose che qui da noi, hanno fatto fra la fine dell’800 e gli anni ’60 -’70 del ventesimo secolo i braccianti italiani autoctoni: la prima autorganizzazione di classe, senza ancora organizzazioni vere e proprie. Vedrete che qui vengono utilizzati i templi sikh come vere e proprie case del popolo, luoghi dove lo sciopero si organizza, dove si fanno i preparativi, dove proprio vengono preparate le campagne”-

Ma cosa c’è dietro questo agroalimentare? Che sfruttamento c’è dietro questa industria? Per Wu Ming 1, uno spiraglio ci viene aperto da questo film. “Questo film tra l’altro racconta qualcosa che non è affatto inusuale, in Italia se guardiamo sia la logistica, sia l’agricoltura e altri settore. Le lotte più interessanti le stanno facendo gli immigrati, insieme a italiani il più delle volte, ma c’è una composizione sociale che è prevalentemente immigrata e questa è una cosa che dobbiamo tenere a mente perché a sinistra, perfino in aree di movimento, si sono affacciati negli ultimi tempi discorsi anti-immigrati, basati su stereotipi e addirittura su decontestualizzazioni di frasi di Marx e Engels sull’esercito industriale di riserva, sul fatto che gli immigrati abbassano i salari, i diritti e le condizioni di lavoro di tutti gli altri quando invece nelle lotte di lavoro che portano avanti, ottengono cose anche per i loro colleghi italiani. Quindi bisogna stare molto attenti ed è una boccata di aria fresca vedere film come questo“.

Monica Straniero, da “thespot.news”

 

“Il racconto della vita della comunità sikh vittima di caporalato che vive nelle campagne dell’Agro Pontino e la denuncia dell’uso di sostanza dopanti a cui sono costretti i lavoratori attraverso un genere inedito: il docu-musical”, che “unisce il linguaggio del documentario alle coreografie delle danze punjabi, raccontando l’umiliazione dei lavoratori sfruttati dai datori di lavoro e dai caporali”. E’ “The Harvest”, la nuova scommessa di Smk Videofactory, associazione di produzione indipendente attiva in città dal 2009.

Il film è diretto da Andrea Paco Mariani, la colonna sonora originale è scritta da Claudio Cadei e interpretata da Stephen Hogan. Ha già all’attivo la menzione speciale dello HumanDoc festival di Varsavia e la partecipazioone al Delhi International Film festival. Arriva nei cinema “grazie a Distribuzioni dal Basso/OpenDDB, il portale che sostiene la circolazione di opere creative di autori indipendenti in tutta Europa”, spiega la factory, e come già i precedenti lavori nasce da una campagna di crowdfunding: “La coproduzione popolare è il modello di sostenibilità che abbiamo scelto da anni”.  Si parte stasera a Bologna con la prima nazionale in Cineteca: le proiezioni sono già sold out, ma il film è di nuovo in programmazione martedì 23 gennaio alle 19.00 e 21.30 al Cinema Teatro Galliera di via Matteotti. Poi da febbraio inizierà il tour in molte città italiane.

Sono migliaia i lavoratori migranti che sostengono oggi la decantata eccellenza italiana della produzione agroalimentare. The Harvest (ovvero, il raccolto) denuncia questa realtà intrecciando due storie: una è quella di Gurwinder, che “viene dal Punjab, da anni lavora come bracciante nell’Agro Pontino, da quando è arrivato in Italia  vive insieme al resto della comunità sikh in provincia di Latina”. Poi c’è Hardeep: “E’ indiana, ma parla con accento romano, e si impegna come mediatrice culturale. Lei, nata e cresciuta in Italia, cerca il riscatto dai ricordi di una famiglia emigrata in un’altra epoca, lui è costretto, contro il suo stesso credo, ad assumere metanfetamine e sostanze dopanti per reggere i pesanti ritmi di lavoro e mandare i soldi in India”.

Due storie narrate nel tempo di una giornata “dalle prime ore di luce in cui inizia il lavoro in campagna alla preghiera serale presso il tempio della comunità. Un duro lavoro di semina, fatto giorno dopo giorno, il cui meritato raccolto, tra permessi di soggiorno da rinnovare e buste paga fasulle, sembra essere ancora lontano”.

da “zic.it”

 

 

Hardeep Kaur, 30 anni, italiana di seconda generazione, nata e cresciuta a Cori (LT), figlia di genitori indiani arrivati in Italia nel 1979, è la protagonista femminile di The Harvest (il raccolto) docu-musical di inchiesta e denuncia a sfondo sociale, realizzato dalla casa di produzione bolognese SMK Videofactory, attraverso il crowdfunding, in collaborazione con la Cooperativa InMigrazione, la regia di Andrea Paco Mariani e distribuito da Distribuzioni dal Basso/OpenDDB.

Si tratta del primo video racconto della vita delle comunità Sikh dell’Agro Pontino e del loro rapporto con il mondo del lavoro, dove gli uomini soprattutto vengono impiegati come braccianti agricoli. Agli ordinari episodi di sfruttamento, vessazione e umiliazione – caporalato, cottimo, basso salario, violenza fisica e verbale – si aggiunge il dilagante fenomeno dell’uso di sostanze dopanti per sostenere i faticosi ritmi imposti nei campi.

La questione è affrontata in una forma artistica innovativa, di ricerca musicale e cinematografica, che coniuga lo stile del documentario con quello della fiction e del musical, per descrivere, senza toni retorici o didascalici, una realtà brutale, che tende a nascondersi nelle pieghe della quotidianità in tutta la penisola. Le interviste sul territorio, a lavoratori e operatori del settore, sono accompagnate dalle coreografie del bhangra e delle altre musiche e danze tradizionali punjabi.

The Harvest è anche un esperimento narrativo in cui il cast interpreta se stesso. Hardeep Kaur è realmente una mediatrice culturale per indiani per conto di FLAI CGIL Latina. La sua storia si intreccia con quella di Gurwinder Singh, venuto dall’India a lavorare nelle aziende agricole pontine per pochi euro al giorno. Marco Omizzolo, sociologo e giornalista, ricercatore e attivista, è invece colui che porta all’attenzione pubblica le testimonianze di questo esercito silenzioso.

Il film, girato nei comuni di Latina, Sabaudia e Nettuno, tra Gennaio e Settembre 2017, è già stato premiato allo HumanDoc Film Festival di Varsavia, al Delhi International Film Festival, all’International Documentary Filmfestival Amsterdam. Dopo il sold out delle prime nazionali di Brescia e Bologna, inizierà il tour nelle sale italiane a Febbraio.

da “pressenza.com”

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