Sofia

 

Vincitore del premio per la migliore sceneggiatura ad Un certain regard all’ultimo Festival di Cannes, Sofia è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI, con la seguente motivazione: “Nella temperie culturale sul ruolo della donna nel mondo islamico, Meryem Benm’Barek esordisce alla regia con un film che scava in profondità sul senso di un cinema che sia politico ed estetico allo stesso tempo, in grado di riflettere sul reale interrogandosi anche sui codici morali e su una società in cui l’ipocrisia è l’unico veicolo di relazione, là dove il ‘vero’ viene invece ripetutamente censurato e nascosto”.

 

Lena guarda Sofia.
Sofia evita gli sguardi. Di Lena, di tutti.
Quando alza il capo, spesso abbassa le palpebre. Spesso si volta. Sofia e Lena sono due cugine, vivono in Marocco ma appartengono a contesti sociali diversi: piccola-media e alta borghesia.
Eppure sarà proprio Sofia a portare Lena faccia a faccia con la cruda realtà della vita di una donna in Marocco. Sarà il disincanto interiore, la pura ragione pratica di Sofia a svelare a Lena la totale assenza di giustizia e morale in una società maschilista e dominata, come tante altre, da chi detiene il potere economico.

Sofia è il film dell’esordiente Meryem Benm’Barek, che si è aggiudicato il premio per la Migliore sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes ed è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI.

Un’opera prima, sì, ma del tutto compiuta, intensa e ragionata. Al Cinema Cappuccini la regista, presente in sala per l’anteprima in lingua originale sottotitolata (che bellezza!), spiega la cura impiegata perché il film non corresse alcun rischio di censura in Marocco. Perché è in Marocco che il film è girato, in vari quartieri di Casablanca, ed è a quella società e a quella cultura che si rivolge in prima battuta. «Volevo che i temi del film suscitassero un dibattito, non come spesso accade però, in Francia ma all’interno della società marocchina», afferma con chiarezza Meryem Benm’Barek. Così è stato. La stampa marocchina arabofona, più popolare, ha accolto e recensito il film comprendendone a fondo le complesse tematiche in gioco. La stampa francofona è stata più fredda. Se andare al cinema non è opportunità concessa a tutti, la regista racconta come il film sia stato presto piratato e dunque diffuso per strada per pochi spiccioli. «Non mi fa certo piacere che il film sia visto in questo modo, ma la mia intenzione era che lo vedesse un numero molto alto di persone e sono consapevole che non tutti possono permettersi il lusso di andare al cinema, senza contare che non ce ne sono molti e che, come dappertutto, i pochi rimasti stanno chiudendo in Marocco».

Per la regista al centro della pellicola ci sono i grandi temi: il potere, la condizione economico-finanziaria e le differenze di classe. Lena (Sarah Perles) e Sofia (Maha Alemi, attrice al suo debutto) sono due giovani donne che incarnano queste tematiche proponendo due formazioni e due caratterialità distinte. L’equilibrio che piano piano emerge nello sviluppo della storia tra le due personalità femminili è altrettanto centrale. Specializzanda in oncologia, Lena è una figura moderna che parla per lo più francese ed è cresciuta in un contesto privilegiato e raffinato. Sofia è schiva e introversa, ubbidiente e servizievole, cresciuta nel contesto della piccola-media borghesia marocchina, alterna il francese all’arabo, pare chiusa in un ruolo antico, di donna sottomessa e destinata alle faccende domestiche.

Una gravidanza clandestina, che la stessa Sofia ha negato a se stessa per nove mesi, determina un processo di crescita repentino e disincantato sia in Sofia che in Lena. Per le leggi marocchine (articolo 490 del codice penale) tutte le persone di sesso opposto che abbiano una relazione sessuale fuori dal matrimonio sono punibile con il carcere, fino a un anno. In preda alle doglie e di fronte alla rotture delle acque, come medico Lena è portata agire secondo un’etica superiore, legata al giuramento di Ippocrate opportunamente aggiornato, insomma a soccorrere Sofia portandola in ospedale. Senza documenti personali e senza un marito però entrare in un ospedale marocchino è impossibile – c’è molta sorveglianza. Così Lena sfrutta le sue conoscenze e porta Sofia nell’ospedale dove si sta formando. Insieme, Lena e Sofia, rintracceranno anche il presunto padre e la famiglia di Sofia seppur sconvolta e chiusa in un silenzio di rabbia sarà partecipe del tentativo di recuperare l’onore macchiato della famiglia. Nessun gesto né parola d’affetto sarà espressa nei confronti di Sofia, se non da Lena.L’unica cosa importante è sanare la faccenda in fretta ed evitare uno scandalo, specie in vista di un accordo economico molto favorevole per la famiglia di Sofia – il padre (Faouzi Bensaïdi) sta chiudendo un grosso affare rispetto a un’attività agricola di tipo industriale come si evince da un pranzo di famiglia all’inizio del film.

L’insistita attenzione della telecamera sulle due giovani donne è tale per cui la loro evoluzione si può vivere in tempo reale, nonostante la vicenda narrativa si estenda su più giornate. La vera verità sulla gravidanza di Sofia non emergerà che molto avanti nel film e la trama non arriverà a un senso di conclusione se non all’ultimo quadro, aggiungendo altre sfacettature non fattuali ma emotive su come si risponde alle forzature a cui la vita ci sottopone.

Potremmo dire un po’ banalmente che la lotta di classe continua a creare vittime e produrre sfruttatori e mostri che abusano del proprio potere e in generale di chi è più vulnerabile. Potremmo dire che questo film racconta di come il destino di chi ha denaro è reso più facile, più gradevole, più sereno perché capace di trovare accordi commerciali anche sui valori umani, corrompendo l’integrità professionale e il valore di qualsiasi istituzione. Personalmente trovo questi grandi temi importanti ma collaterali a un racconto di formazione al femminile che propone due donne con i loro diversi strumenti, affettivamente private di ogni conforto, tentare di risolvere la propria condizione. Mi pare che la vicenda di Lena e Sofia potrebbe tranquillamente succedere in tanti angoli della presunta emancipata geografia europea, tanto più in Italia dove i violenti rigurgiti di feroce maschilismo non sono mai stati veramente cancellati tra violenza domestica, abusi, congressi e movimenti in nome di un’unica idea retrograda di famiglia. Tornando al film, si è al cospetto, di fronte a Lena e Sofia, di due modi di vivere e ragionare, di due modi di sognare e guardare al futuro individuale. Ognuna ha un suo personalissimo disincanto, non rinuncia però a tracciare un percorso, seppur ideale, che possa portare a piccoli momenti di felicità, nonostante tutto.

L’amarezza che prova Lena è forse fisicamente e socialmente irrilevante ma il suo sguardo sorpreso di fronte agli imprevisti racconta di un ingenuità verso i fatti della vita concreta, che proprio il contesto privilegiato le hanno acquistato a sua insaputa. Lena guarda Sofia e continuamente ci fa pensare e se fosse stata Lena nei panni di Sofia? Semplice la madre (Lubna Azabal) – a sua volta reduce da un compresso precoce per una vita agiata senza amore – avrebbe comprato il silenzio di un ginecologo e magari l’avrebbe portata in Francia insieme alla neonata. La gravidanza stessa però non sarebbe capitata a Lena che – non sappiamo ma si evince da qualche dialogo – ma propabilmente ha già avuto le sue personali esperienze sessuali fuori dal matrimonio e si può permettere economicamente e culturalmente la pillola o altra forma anticoncezionale.

L’evoluzione culturale, la maturità come cittadina di Lena è frutto del suo percorso di studi, di una vita moderna in cui ha potuto godere i benefici dell’emancipazione femminile cresciuta sui sacrifici di chi è venuto prima: la madre di Lena, sposatasi solo per assicurarsi un futuro agiato per sé e la figlia. Le altre donne della vicenda, le altre madri, compresa Zineb, madre di Sofia (Nadia Niazisono conniventi con la cultura maschilista. Nessuna di loro prova tenerezza per la nuova nata, né qualche forma di pietas per Sofia. Tutte sono solo preoccupate di mantenere l’ordine e, come si dice da noi, quieto vivere (odiosa formula che implica mettere a tacere ogni conflitto e forma di protesta). Nessuno chiede mai a Sofia come sta. Solo Lena.

Come se il messaggio fosse: la nuova generazione è sola ed è con i soli suoi strumenti chiamata a salvarsi in un mondo che chi è venuto prima restituisce ingiusto e immorale.

Il film esce ufficialmente nelle sale in Italia giovedì 14 marzo 2019.

Da non perdere.

Laura Santini, da “mentelocale.it”

 

 

L’esordio nel lungometraggio della regista marocchina Meryem Benm’Barek convince, poiché la giovane cineasta (1984) dimostra di avere non solo capacità di messa in scena – il suo stile si sviluppa su un’estetica che sembra nascere dalla fusione degli sguardi del cinema dei fratelli Dardenne e di Asghar Farhadi -, ma, soprattutto, riesce a inquadrare in profondità la situazione che descrive, senza incagliarsi nella trappola della “contraddizione secondaria”: il dramma vissuto dalla protagonista, Sofia (la non attrice ma calzantissima Maha Alemi) è, di primo acchito, senz’altro ascrivibile alla questione di genere, laddove le donne nel paese nordafricano sono ancora, almeno sul piano giuridico, prive degli stessi diritti degli uomini, e l’ignobile articolo 490 del codice penale marocchino, che prevede la reclusione fino a un anno per chi intrattiene relazioni sessuali al di fuori del matrimonio, rende la loro posizione ancor più angusta.

Ma, come dicevamo, Benm’Barek prima dà corpo al vissuto psicologico dei protagonisti – Sofia scopre di essere incinta e vive tutto il tragico peso di trovarsi “fuorilegge” -, successivamente allarga la prospettiva di osservazione facendo emergere le differenze economico-sociali che danno corpo al conflitto reale che cova sotto traccia e che, davvero, fa la differenza (non quella di genere, per l’appunto, che è la più superficiale, ma quella di classe, ben più significativa). Le famiglie dei due giovani coinvolti nel “fattaccio” cercano in tutti i modi di evitare lo scandalo allestendo un matrimonio fittizio, ma un colpo di scena finale – che non sveliamo per non rovinare la fruizione del film – rovescia le carte in tavola, rivelando quanto il dato economico sia decisivo e influisca sulle azioni che si succedono nel corso degli ottantacinque minuti di visione.

Come giustamente ha sottolineato la stessa Benm’Barek, a proposito della sua opera prima: “È un ritratto del Marocco di oggi. Non volevo fare un film che parlasse solo della condizione della donna, soprattutto perché questa è spesso raccontata come una vittima della società patriarcale, ma non penso sia possibile parlare della situazione femminile senza raccontare la società in sé. Sono convinta che il ruolo della donna si definisca all’interno del contesto socio-economico generale, ed è questo che Sofia racconta”.

Ed è per ciò – lo scrivente si permette di aggiungere – che Sofia assume connotati universali, laddove richiama questioni che, sebbene scandite dalle dovute differenze, sono operative anche negli stati occidentali, e non solo circoscrivibili alla storia e alla cultura di un paese specifico come il Marocco.

Sofia, già premiato allo scorso Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard per la miglior sceneggiatura e designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, arriverà nelle nostre sale a partire dal 14 Marzo grazie a Cine Club Distribuzione di Paolo Minuto che, ancora una volta, ha dimostrato di possedere una linea editoriale illuminata, proponendo coraggiosamente un cinema di valore che risolleva non poco il tenore piuttosto basso della programmazione del nostro circuito. Inoltre, è stata davvero azzeccata la decisione di non doppiare il film in italiano, poiché il contrasto tra il francese e l’arabo (le due lingue parlate dai protagonisti) risulta decisivo per connotare lo scontro e le differenze messe in campo. Se ne consiglia, dunque, caldamente la visione.

Luca Biscontini, da “taxidrivers.it”

 

 

In un momento in cui parlare della condizione della donna anche nel nostro paese è diventato un obbligo imprescindibile, così come la necessità di difendere diritti conquistati in decenni di battaglie e oggi rimessi in discussione, un film come Sofia – esordio della regista marocchina Meryem Benm’Barek, premiato per la miglior sceneggiatura a Cannes nella sezione Un Certain Régard – aggiunge un tassello importante all’indagine sullo stato delle cose in materia, in un paese islamico considerato per altro tra i più moderni.

L’autrice mette in scena un dramma consumato in 24 ore e iniziato a tavola, dove una famiglia marocchina della classe media, in attesa di spiccare il salto verso la ricchezza, ospita il futuro socio del capofamiglia in un’azienda agricola. L’atmosfera è allegra e conviviale, ma quando Sofia, l’ombrosa figlia adolescente, si sente male in cucina, la cugina Lena, più grande di lei e futuro medico, si accorge che la ragazza sta per partorire e che il suo è un tipico caso di negazione della gravidanza. Con una scusa la accompagna in farmacia e poi da un medico amico in ospedale, dove Sofia dà alla luce una bambina e viene mandata via subito dopo. La legge marocchina, infatti, proibisce i rapporti tra persone non sposate con la reclusione e adesso Sofia dovrà indicare il padre del bambino e contrarre matrimonio per non essere punita.

La prima parte del film è così veloce da indurre lo spettatore a chiedere se non si tratti di un’esagerazione: ma quante volte abbiamo sentito parlare di ragazze che hanno partorito all’improvviso e del cui stato neanche i famigliari più stretti si erano accorti? In questi casi perfino il corpo si comporta come se niente fosse, l’aumento di peso è minimo e spesso nemmeno il ciclo si interrompe. Si tratta di un evento raro ma reale, che si verifica in una percentuale da 1 a 3 su 1000 gravidanze. L’espediente della cugina che si rende immediatamente conto di quanto sta avvenendo e prende in mano la situazione è forse un po’ forzato, ma è l’éscamotage drammaturgico che serve alla regista per dare il via a una storia le cui implicazioni ha ben chiare in testa e che coinvolgono non solo la condizione femminile, ma i rapporti di classe e un rovesciamento di potere dall’interno all’esterno del nucleo famigliare.

Per tradizione le donne, penalizzate nella vita pubblica, si rifanno con un ruolo dominante in famiglia. Sono loro a decidere, in nome di interessi sociali e di difesa della reputazione, cosa è necessario fare, e a prendere le relative decisioni. Gli uomini restano fuori dal quadro (sempre, come nel caso del marito francese della zia di Sofia, che non si vede mai, o di fatto, come nel caso del padre), in apparenza incapaci sia di indignarsi che di soffrire, e lasciano che siano le donne, molto più abituate di loro a confrontarsi con questo potere, a risolvere tutto per il meglio. Alla fine la più realista è proprio la giovane Sofia, che si trasforma in involontario carnefice di un innocente (che non può rifiutare la sua offerta di matrimonio riparatore), perpetuando un equivoco a cui le donne della famiglia, che rappresentano la situazione femminile nella società marocchina, si sono sempre adeguate: non ci si sposa per amore ma per stare meglio, per mantenere un certo status sociale e per difendere l’onore della propria famiglia, che nessuno deve mettere in discussione.

La grande bugia raccontata al mondo diventa occasione per nozze sfarzose, con tutti i crismi della tradizione, che trasmettono solo la tristezza infinita di un inganno fatale. La sposa deve ridere, sempre, fino a non sentire più i muscoli della bocca. Poco importa se lo sposo sul baldacchino al suo fianco ha l’aria di un condannato a morte e si sottrae ai suoi ripetuti tentativi di conquista. La morale, pubblica e privata, è salva. Sofia racconta con una mirabile capacità di sintesi e in modo chiarissimo una società rigidamente divisa in classi, in cui anche il corpo della donna è utilizzato come merce di scambio: per un lavoro migliore, una posizione più ambita, un riscatto dalla mediocrità. L’abilità principale dell’autrice sta nel non permetterci di scegliere da che parte stare, arrivando perfino a non renderci simpatica Sofia: è vero che quello che le accade è orribile ma quello che lei fa lo è altrettanto e lei ci viene dipinta come una adolescente viziata e senza qualità, che non aspira a migliorarsi.

Non fanno miglior figura le donne ricche e realizzate: impotente, furiosa ma alla fine rassegnata Lena, il personaggio femminile in fondo empaticamente più riuscito del film, sconfitta la madre che ha sposato il benessere col marito francese e le racconta alla vigilia delle nozze della cugina il proprio matrimonio. Restano i forti legami femminili, tra madre e figlia, ma l’impressione è quella di un carcere in cui le donne, punite da una legge ingiusta e insensata, si rinchiudono con le proprie mani ogni giorno. Per un’opera prima riuscire a suscitare tante interessanti riflessioni è un risultato non da poco, che ci induce a passar sopra al sospetto di una storia a tesi abilmente scritta a tavolino, che (e qui parliamo a titolo personale) raffredda la temperatura emotiva del film, riducendo la nostra capacità di coinvolgimento totale nella storia.

Voto: 3 / 5

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

Hanno scelto la data dell’8 marzo per presentare in Italia “Sofia”, film della regista marocchina Meryem Benm’ Barek, presentato all’ultimo festival di Cannes nella sezione “Un certain regard”, dove ha vinto il premio per la sceneggiatura, molto applaudito nei festival di mezzo mondo, designato adesso dai critici italiani come Migliore opera dell’anno. Patrocinato da Amnesty, distribuito dalla catena dei cineclub, dopo alcune presentazioni in giro per il nostro paese, sarà in sala dal 14 marzo, contando sul passa-parola del pubblico. La regista che vive tra il Belgio, la Francia e il Marocco, è una ragazza con occhi e pelle chiara più simile a una nord europea che a una marocchina, una ragazza senza intellettualismi ma capace di uno sguardo intenso e profondo sul suo paese che sa osservare con la giusta distanza.

Meryem BENM’BAREK al Festival di Cannes

Sofia è il nome della protagonista: una giovane donna di una famiglia piccolo borghese che non si è accorta di essere incinta in una estrema negazione della sua gravidanza. In Marocco, l’articolo 490 del codice penale punisce, con una pena che va da un mese a un anno di reclusione, le relazioni sessuali fuori dal matrimonio. Ciò nonostante, ogni giorno, 150 donne partoriscono bambini “illegittimi”: alcune li abbandonano, altre ricorrono a nozze riparatrici, altre ancora li crescono da sole. Il problema di Sofia è cosa fare di questa bambina appena nata contro la sua volontà. Ad aiutarla in questo difficile percorso sarà la cugina Lena, studentessa di medicina, figlia della sorella di sua madre e di un francese assai ricco che non si vede mai, ma che ha una grossa influenza sulle fortune dell’ intera famiglia.

Già in questa decisione di mettere al confronto due giovani donne marocchine, diverse per educazione, abitudini e ceto  sociale c’è per intero il senso del film che traccia una sorta di radiografia del Marocco contemporaneo, dove i poveri sono ancora troppo poveri, i ricchi godono di privilegi ingiusti quanto innumerevoli, i piccolo borghesi annaspano in cerca dell’occasione che potrebbe modificare la loro sorte. La città che fa da sfondo a questo breve racconto familiare, che si svolge nell’arco di pochi giorni, dal momento dell’inatteso e avventuroso parto a quello di un sofferto matrimonio di interesse, è Casablanca: la più moderna e popolosa città del Marocco, affacciata sull’Atlantico. La regista la attraversa interamente, passando dai quartieri fatiscenti dell’antico centro, con le loro viuzze tortuose, a quelli borghesi dei vialoni caratteristici del periodo coloniale, fino alle sontuose ville con piscina a picco sul mare dove vivono quelli che i soldi li hanno fatti, lecitamente o meno lecitamente.

All’apparenza potrebbe sembrare un film femminista, ma “Sofia” non lo è, o almeno non lo è nella maniera tradizionale, pur denunciando la condizione delle donne tuttora vincolate da leggi antiquate imposte dalla monarchia sovrana e da una religiosità islamica che appare più formale che sostanziale. È la famiglia quella che determina il destino delle donne, come pure quello degli uomini. “Il patriarcato fa male a entrambi”, sostiene la regista “perchè obbliga a ruoli definiti, fissati da regole sociali che ignorano il diritto alla auto-determinazione insito in ogni persona”. La verità è messa al bando, l’ipocrisia regna sovrana. Che dirà la gente di una ragazza diventata madre senza un marito? Come si può salvare la faccia di fronte a questa sventura? A quali sotterfugi è meglio ricorrere perchè all’apparenza ogni cosa torni in ordine e al giusto posto? Gli uomini in Marocco, ma certo non soltanto in Marocco, occupano lo spazio pubblico in tutte le sue forme, racconta questa storia, ma sono le donne a governare la famiglia ricorrendo a una sottile violenza mai esplicitata con le parole. Resta l’amaro in bocca alla fine, ma “Sofia”parla di fatti reali con una profonda sincerità.

Simonetta Robiony, da “cheliberta.it”

 

 

Una ragazza di Casablanca resta incinta, e cominciano le grandi manovre per costringere il presunto padre alle nozze riparatrici che evitino a entrambi la condanna prevista dalla legge (un anno di reclusione a chi fa sesso fuori dal matrimonio). Sembra il solito benché meritorio film denuncia su donne conculcate in società patriarcal-maschiliste-sessiste. Invece Sofia si trasforma ben presto in una narrazione più complessa, in un’agghiacciante storia di inganni, manipolazioni, menzogne dove nessuno è innocente. In un crescendo di segreti e rivelazioni alla Farhadi, il gran maestro iraniano di Una separazioneSofia ha ricevuto il premio per la migliore sceneggiatura lo sorso anno a Cannes/Un certain regard. Da non perdere. 
Da una regista marocchima un piccolo film, assai acuto e per niente scontato, che è stato una delle sorprese di Cannes 71. Giustamente premiato dalla giuria di Un certain regard, la sezione seconda del festival dov’era in programma, per la sceneggiatura. Sceneggiatura che è incontestabilmente è il punto di forza – anche le giurie qualche volta ci prendono – di Sofia. Un film che sarà visivamente e stilisticamente abbastanza medio e senza guizzi, ma certo assai efficace nel raccontarci e dipanare davanti ai nostri occhi una storia spiazzante. Una di quelle trame di vite qualunque dove si celano segreti inconfessati e dove tutti ingannano tutti, e vittime e sopraffatori, soccombenti e vincitori si scambiano le parti: quelle trame complesse e ambigue di cui l’iraniano Asghar Farhadi è il maestro.
A leggere la sinossi servita sul sito di Cannes 2018 Sofia non prometteva niente, se non il solito racconto appassionato ma inesorabilmente didascalico e di denuncia, e ancora meno promettono le parole apposte a inizio film ove si ricorda come in Marocco (che peraltro ha la legge di famiglia più avanzata – o meno arretrata – del mondo arabo) i rapporti sessuali al di fuori dal matrimonio siano puniti fino a un anno di reclusione. Ecco, ci si dice trattenemdo a stento uno sbadiglio di noia, il solito nobile e necessario ma prevedibile film sulla condizione femminile disagiata in contesti patriarcal-maschilisti. Invece Sofia grazie a Dio dopo una partenza che sembra confermare in pieno il cliché imbocca altre strade più tortuose e drammaturgicamente interessanti.
Sofia, 20 anni, di una famiglia medioborghese di Casablanca, non sposata, non fidanzata, rimane incinta. Se ne accorge solo la cugina medico, che cerca naturamente di proteggerla e tenere nascosta la gravidanza. Ma quando Sofia dovrà correre in ospedale a partorire, la verità salterà fuori. E allora comincia la caccia al padre. Perché è necessario, vitale, che lui e Sofia si sposino al più presto per non rischiare entrambi una condanna penale, e le famiglie l’onta. Il film procede davvero in un crescendo intricatissimo alla Farhadi svelando verità nascoste e menzogne, cortocircuitando e opponendo borghesia e proletariato come nel classico Una separazione del regista iraniano. Pur collocandosi dalla parte della sua protagonista, Sofia non tace contraddizioni, manipolazioni e inganni mostrando una verità plurale, mai a una sola direzione. Un tagliente e disincantato film che mostra come la scarsità di mezzi a disposizione non sia un impedimento al buon cinema. A patto naturalmente che si abbiano idee e cose da dire, e uno sguardo differente sul mondo.

Voto tra il 7 e l’8

Luigi Locatelli, da “nuovocinemalocatelli.com”

 

 

Legge e desiderio sono i due lembi di terra ferma che abbracciano il Mediterraneo, parafrasando il testo di presentazione della 24esima edizione del MedFilm Festival, due sponde capaci di contenere la volontà di dialogare, di interagire e di essere l’una la riva di approdo o di ripartenza per l’altra. Ma legge e desiderio sono anche le due polarità su cui è costruito Sofia, film che è stato presentato durante l’ultima edizione del Festival dedicato alla produzione cinematografica dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e che ha debuttato a Maggio sulla Croisette di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, portando anche a casa il premio alla Miglior Sceneggiatura.

Il film, diretto dalla giovane Meryem Benm’Barek, è un puzzle morale costruito su un ordito che dispiega innumerevoli traiettorie. Sofia è una ragazza di 20 anni che vive con la propria famiglia nella Casablanca di oggi. Durante un pranzo, Sofia ha violenti crampi allo stomaco. La cugina, studentessa di medicina, prova a visitarla di nascosto dai parenti. Ma la situazione è più complessa di quanto sembri perché, proprio in quel momento, a Sofia si rompono le acque. Nessuno era stato informato della sua gravidanza. Utilizzando come scusa l’improvvisa necessità di andare in farmacia, le due ragazze si recano in un ospedale per portare a compimento il parto. Con l’arrivo del neonato, le due cugine si mettono alla ricerca del padre del bimbo ed affrontano una serie di dilemmi etici che metteranno a dura prova le loro coscienze.

La macchina da presa tallona i personaggi e porta in scena un oscuro guado da attraversare. In Marocco, il sesso al di fuori del matrimonio è illegale, e secondo il codice penale può essere punito anche con un anno di reclusione. Quindi, avere un figlio senza essere sposate può comportare pesanti conseguenze. L’unica possibilità è ricucire lo strappo dell’errore e aderire nuovamente a schemi sociali e morali prestabiliti. Tuttavia, l’approdo alla terraferma non è privo di compromessi e di paradossi che rischiano di far precipitare la situazione in un buio ancora più denso rispetto al punto di partenza. Il viaggio che intraprende la protagonista schiuderà una serie di possibilità che riguardano l’autodeterminazione della donna, il peso dello sguardo sociale e lo spinoso ed universale problema del rapporto tra diritti individuali e mondo islamico.

Di volta in volta, Sofia e la famiglia dovranno prendere decisioni mediate dalla legge, ponendo in secondo piano le dinamiche del desiderio, vittima di questa circumnavigazione morale. Le falsità alimentano la crepa che viene a svilupparsi nel tessuto narrativo e che ricorda il cinema di Asghar Farhadi, tra gli autori di riferimento della Benm’Barek. Nei suoi 80 minuti, il film costruisce l’ordito narrativo con l’applicazione tipica di un allievo non troppo dotato ma particolarmente scrupoloso. Le figure umane portate in scena trovano un loro sviluppo in un contesto che si fa sempre più tragico, disperato e crudele. Tuttavia, nell’ipocrisia collettiva che rende l’essere umano simile ad un burattino a cui è data l’illusione di poter controllare il proprio destino ma che resta, comunque e in modo ineludibile, mosso dai fili del destino, trova spazio un ghigno che si prende gioco dell’istituzione matrimoniale e della società islamica. È in quel gesto di libertà che giace il segreto di uno sguardo e di un cinema che crede ancora nella possibilità della fuga.

Matteo Marescalco, da “pointblank.it”

 

 

 

 

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