Se la strada potesse parlare

 

Il sucesso e la vittoria dell’oscar come miglior film con Moonlight non ha spinto Barry Jenkins verso un cinema più commerciale, spingendolo invece ad affidarsi al maggiore ispiratore (nonostante sia morto trent’anni fa) del nuovo fermento artistico afroamericano, cinematografico ma non solo: l’intellettuale e molte altre cose James Baldwin,. Proprio un suo romanzo, Se la strada potesse parlare, ci porta nella Harlem dei primi anni ’70. Una frase di Baldwin all’inizio del film ci ricorda come Beale Street, New Orleans, sia la culla per ogni nero americano, avendo dato i natali a Louis Armstrong, al jazz e alla famiglia Baldwin stessa. “Ogni nero nato in America è nato a Beale Street, nei quartieri neri di qualche città americana, che sia Jackson, Mississippi o Harlem, New York. Questo romanzo tratta dell’impossibilità e della possibilità, l’assoluta necessità, di dare espressione a questa legacy“. Ancora una volta la legacy, l’eredità, intesa come lascito non materiale, ma culturale, spirituale.

Scritto in contemporanea a Moonlight, racconta le vicende di una giovane coppia, Tish e Fonny, presa dall’entusiasmo della conoscenza reciproca e dalla torrenziale forza dell’amore che nasce, la cui costruzione di una vita insieme, con tutte le difficoltà per chi aveva la pelle scura (anche) nella New York di quegli anni, viene sconvolta dall’arresto (ingiusto) di lui per lo stupro di una donna ispanica. L’aspetta il carcere, mentre lei farà di tutto per far emergere la verità mantenendo intatto il sentimento per un uomo che continua a vedere come il suo partner per la vita.

Già, ma quale vita? Di nuovo Jenkins insegue le marginalità di chi una vita non può sceglierla, ma subirla, con la novità questa volta di un legame forte come quello amoroso fra i due che mantiene viva la scintillaSe la strada potesse parlare è un viaggio drammatico, la gimcana piena di ostacoli che fanno rabbia a cui sono costretti due giovani che vogliono semplicemente costruirsela, questa vita, in cui nonostante tutto è proprio la consapevolezza di esserci l’uno per l’altra, aiutati anche dalle rispettive famiglie, a non far abbassare la testa o cedere alla tentazione dell’autocompatimento sterile. Fondendo l’anima sentimentale con quella di lotta di Baldwin, Jenkins regala una gamma cromatica sgargiante di colori per tenere accesa e custodire questa storia d’amore, rendendola emblematica della resistenza nera, non dandola vinta a un’America dalla sua fondazione ostile, ma rivendicando i legami affettivi, la cura e l’abbraccio l’uno dell’altro come reazione esemplare. Sono splendidi, con una luce negli occhi tenera, vitale e ostinata, i due giovani scelti dal regista: Stephan James (già il resistene per eccellenza dello sport afroamericano, Jesse Owens, in Race, con i suoi quattro ori olimpici nella Berlino nazista, al cospetto di Hitler) e l’esordiente KiKi Layne.

Se la strada potesse parlare è la cocciuta storia di chi mantiene speranza e ottimismo, disinnesca l’intolleranza con il sorriso, ma non senza reagire e pretendere giustizia. Un viaggio liricamente elegante, poetico, che si fa beffe della disperazione così iper realistica di una New York, grande mela col bruco strisciante di un razzismo ancora vivo. La strada continuano a percorrerla ostinatamente, Tish e Fonny, anche se l’inciampo è dietro l’angolo, fino a che mantengono il contatto visivo, e si perdono uno negli occhi dell’altro, con una coreografia morbida e colorata che contrasta con un fato beffardo e ingiusto. Perché, come dice James Baldwin, “Beale Street è una via rumorosa. Lasciamo al lettore trovare un significato nel percuotere della batteria”.

Voto: 3,5 / 5

di Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

Dopo l’Oscar insperato con Moolight, Barry Jenkins torna con Se La Strada Potesse Parlare, primo adattamento dell’omonimo romanzo scritto da James Baldwin. Ed è proprio allo scrittore che il film è dedicato, così come è dedicata l’apertura. Un brano del libro funge da sipario, prima di farci entrare nel mondo di Tish e Fonny, due ragazzi che si amano nella Harlem degli anni ’70. Un bacio che sa di un addio, struggente come il saluto che Fonny rivolge a Tish prima di entrare in carcere a causa di una falsa accusa di stupro. Si inizia così con una voce fuori campo, quella di Tish, che ci accompagna nella sua vita, improvvisamente ribaltata dall’inaspettato arrivo di una gravidanza. E intanto, c’è una verità da scoprire ad ogni costo.

Dopo aver raccontato il problema dell’omofobia in Moolight, Jenkins ci parla di amore e razzismo grazie alla trasposizione del suo autore preferito, come ci rivela durante la conferenza stampa. Così come accade nel libro, Se La Strada Potesse Parlare si muove principlamente su due binari paralleli, dove uno non invade l’altro. Anzi, coesistono alla perfezione nonostante un’essenza profondamente antitetica. Da un lato l’odio, dall’altro l’amore. Grazie all’utilizzo di numerosi flashback, Jenkins ci raccontal’amore puro e protettivo che c’è tra Tish e Fonny, in pieno contrasto con un presente poco confortevole. Un gioco di antitesi che si palesa già da subito, durante la sequenza in cui le due famiglie si incontrano per la lieta novella.

Lieta per tutti tranne che per la bigotta madre di Fonny, la quale, supportata dalle sue due figlie, inizia a creare una situazione di profondo disagio per tutti. Tish in primis e il padre di Fonny in secundis che andrà in escandescenze dopo che gli insulti rivolti alla povera Tish diverrano sempre meno velati. Sale la tensione secondo dopo secondo fin quando a metà c’è una brusca interruzione. Un flashback, uno dei tanti, che ci mostra la tenerezza dei due fidanzati. E se da un lato riesce a spezzare l’iniziale tensione, dall’altro amplifica la parte finale della sequenza. Proprio qesta è la peculiarità di Se la strada potesse parlare, soprattutto a livello narrativo: mostrare un contrasto perenne tra le due emozioni diverse per definizione.

Se La Strada Potesse Parlare

E sullo sfondo, c’è la tenacia di Tish e della sua famiglia che si fa in quattro per poter salvare Fonny da un’ingiusta pena. Cosa non facile per una famiglia afroamericana nell’America degli anni ’70. Il microcosmo di Fonny e Tish entra di diritto in un discorso più ampio e collettivo legato alla denuncia sociale, dove tutt’ora vige l’esclusione. Anche a distanza di anni. “È difficile essere neri o latinos nell’America di oggi, soprattutto con questo presidente“. Così afferma Jenkins durante la conferenza di Se La Strada Potesse Parlare. Una frase forte e che rispecchia un problema sociale ancora vivo oggi nel presente.

Sarebbe riduttivo parlare di Se la strada potesse parlare come un legal movie ma la sfumatura che la storia scritta da Baldwin gli conferisce è perfettamente funzionale alla denuncia di un tema molto caro, soprattutto a Jenkins: quello della denuncia. La regia asciutta, fatta di primissimi piani e guardi in camera, permette di empatizzare con i protagonisti e la tutta la vicenda. Così come la voce fuori campo e gli intermezzi didascalici che permettono una piena comprensione dell’improbabile accusa rivolta a Fonny. Il tutto senza mai scadere nel retorico o nel banale.

Se La Strada Potesse Parlare è un film intenso, profondo, grazie al quale Jenkins riesce ad inserire tematiche sociali direttamente proporzionali con la storia, in perfetto equilibrio. Niente si lascia sopraffare, la love story non sovrasta la volontà di denunciare. Tutto si muove in perfetta sincronia. Proprio come accadeva a Fonny e Tish.

Voto: 4 / 5

Lorenzo Pietroletti, da “lascimmiapensa.com”

 

 

“Non mi è mai piaciuta la parola artigiano. Non la capisco” dice a un certo punto Fonny, da dietro il vetro del carcere, all’amata Tish. Lui lavora il legno, realizza oggetti che sembrano sculture astratte. Immagina spazi. E tra questi anche la casa che abiterà insieme alla sua compagna, in quella che forse è una delle scene più belle di questo terzo film diretto da Barry Jenkins e tratto dal dolente romanzo di James Baldwin, If Beale Street could talk. Insomma Fonny non è un artigiano ma un artista. Come Jenkins, il cui cinema – magnificamente fotografato anche stavolta da James Laxton – divampa artisticamente, cerca la bellezza nel dolore e viceversa.
Siamo ad Harlem all’inizio degli anni ’70. Fonny ha ventidue anni, Tish diciannove. Si conoscono da bambini. Si amano. Provano a costruire qualcosa insieme, sopravvivendo ogni giorno alle leggi della strada e a quelle della discriminazione razziale. Poi arriva l’accusa di stupro, dettata da vizi procedurali e testimonianze sospette. Fonny finisce in galera e Tish dovrà partorire e forse crescere da sola il figlio che porta in grembo.

Harlem è lo stesso quartiere in cui nacque e crebbe James Baldwin, che scrisse questo romanzo nel 1974. Esule in terra francese per gran parte della sua vita, Baldwin – protagonista del bellissimo documentario I’m Not Your Negro di Raoul Peck – è sempre stato narratore e saggista lucidissimo sulle condizioni sociali, politiche e culturali della comunità nera in America. Ma è stato anche un intellettuale adottato dall’Europa (la Francia in particolar modo). E qui risiede una correlazione forse non trascurabile con la visione cinematografica di Jenkins, che probabilmente è, con Wes Anderson, il cineasta americano più “europeo” e stilisticamente rètro della sua generazione.

Di fatto Se la strada potesse parlare conferma il regista di Moonlight come il principale faro autoriale della nuova generazione del cinema blackSe Spike Lee è stato per anni il lume tutelare e la voce polemica rivoluzionaria e i Singleton, Fuqua, Gary Gray i talentuosi “artigiani” (parola utile ma sempre strana quando viene applicata al cinema) con cui consolidare una posizione e piazzare dei classici (Boyz ‘n the HoodTraining DayStraight Outta Compton), con il regista di Moonlight si arriva a una dichiarata legittimità arty. Il suo è un cinema politico ed elegante. Un upgrade che impasta l’impegno civile con i cromatismi di un Wong Kar-wai, cineasta amatissimo e qui una volta ancora citato, riletto, assaporato. Questo formalismo porta con sé un sospetto di calcolo estetizzante difficile da allontanare. E Jenkins, certo, corre il rischio di anelare a un cinema accademico in ritardo sui tempi del contemporaneo. Ma se il fine ultimo è ritagliarsi particelle di desiderio cristallizate nel tempo, completare l’alfabetizzazione di una comunità e portare alla propria gente (dei ghetti americani… dei ghetti di tutto il mondo!) il melodramma viscontiano che stava aspettando da anni e che non ha mai avuto, allora ben vengano le carrellate, i primi piani, i riflessi e le lacrime di Se la strada potesse parlare. Sono pulsazioni che lasciano tracce. E le emozioni scorrono nelle vene delle immagini.

Carlo Valeri, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

La strada di una città è testimone involontaria e inanimata della bellezza che circonda il mondo: la nascita di un’amicizia, il fiorire di un amore, la ricerca incessante di un luogo da poter chiamare casa, la realizzazione di sogni che credevamo impossibili e che lentamente prendono forma grazie al nostro coraggio.

Al tempo stesso, però, la strada è anche testimone della bruttezza e dello squallore che aleggia nel mondo: stupri, atti di violenza e razzismo, crimini che restano impuniti ed altri dei quali vengono ritenuti ingiustamente colpevoli persone che con quel lato così oscuro ed orribile della vita non hanno nulla a che fare.

Il quartiere di Harlem, Manhattan, è crocevia tanto affascinante quanto pericoloso in cui si fondono i sogni e le speranze della diciannovenne Tish e del suo fidanzato Alonzo, detto Tonny. Uniti da sempre, i due ragazzi sognano un futuro insieme.

In quello stesso luogo, però, convergono anche tutte le dinamiche razziali di un’America ancora vittima della sua incapacità di accettazione e comprensione, chiusa nella sua presunzione e inghiottita nella sua aleatoria supremazia bianca. Proprio questo odio incondizionato nei confronti degli afroamericani porta Fonny ad essere arrestato con l’accusa di stupro, crimine che in realtà non ha mai commesso: l’unica colpa del giovane aspirante scultore è quella di essere nato con la pelle “nera” in un mondo che fatica – ancora oggi – ad accettare il diverso.

Fonny viene incarcerato proprio quando Tish scopre di essere incinta. Senza più l’amore della sua vita al suo fianco, la ragazza dovrà affrontare un’inaspettata gravidanza da sola, supportata dalla sua famiglia e dalla sua forza interiore, senza mai perdere la speranza di poter finalmente vivere la vita che ha sempre sognato.

Il regista Premio Oscar Barry Jenkins torna alla regia dopo il successo di Moonlight adattando per la prima volta il romanzo di James Baldwin del 1947 dal titolo “If Beale Street Could Talk“. Il risultato è un lavoro meticoloso che stilisticamente ricorda molto l’opera precedente di Jenkins, con i suoi movimenti di macchina eleganti e i suoi primissimi piani sui volti dei protagonisti.

Come già accaduto nel racconto di formazione di Chiron, anche questa volta procediamo seguendo in punta di piedi una toccante storia d’amore senza tempo raccontata attraverso gli occhi carichi di speranza della dolcissima Tish, l’esordiente Kiki Layne in una prima prova d’attrice assolutamente folgorante.

Barry Jenkins, con il suo consueto sguardo (tanto invadente quanto attento) vicino alla storia e ai personaggi – mai come questa volta tratteggiati in maniera esemplare -, torna a raccontarci uno spaccato doloroso della vita americana in una New York in grado di regalare sogni e speranze, e al tempo stesso di privare l’essere umano di ogni possibilità.

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Alternando passato e presente, quindi portandoci avanti e indietro nella bellissima e tumultuosa storia d’amore tra Tish e Alonzo – dalla nascita del loro amore al rapporto contrastato tra le famiglie dei due, fino agli eventi che hanno condotto all’incarcerazione del ragazzo e oltre -, Jenkins mette in scena con quella delicatezza e intimità tipiche del suo stile narrativo un bellissimo omaggio non solo alle parole nate dalla penna di Baldwin, ma anche ad un’intera comunità che, non solo ieri ma ancora oggi, continua a lottare contro un mondo inclemente e pieno di pregiudizi.

In Se la Strada Potesse Parlare ogni cosa è fluida, armoniosa, illuminata. Barry Jenkins apre tante piccole finestre temporali su un mondo pieno d’amore ma contaminato dall’odio e dalla supremazia razziale, mostrando – attraverso la forza dell’amore, l’appoggio incondizionato della famiglia e il miracolo della nascita – come l’uomo sia in grado, nonostante tutto, di resistere alle prove della vita.

Stefano Terracina, da “moviestruckers.com”

 

 

Negli anni Settanta, nel quariere di Harlem, la diciannovenne Tish aspetta un bambino dall’amore della sua vita, il fidanzato Fonny. Ma dovrà dirglielo attraverso un vetro, perché Fonny è stato incarcerato per un crimine che non ha commesso. C’è un poliziotto bianco di mezzo e far vincere la verità appare un’impresa sempre più difficile e costosa. Ma Tish non si arrende e la sua famiglia è con lei.

Dopo aver vinto l’Oscar con Moonlight, Barry Jenkins porta sullo schermo uno dei libri più noti e apprezzati di James Baldwin, “If Beale Street Could Talk”.

Un romanzo scritto dopo gli assassinii di Malcolm X e Martin Luther King e dunque intriso di tutta la disillusione e la rabbia che quel momento storico poteva ispirare nella comunità afroamericana e non solo, eppure un romanzo pieno di amore. Jenkins sullo schermo prova a fare lo stesso, mescolando due piani temporali vicini tra loro ma lontani per temperatura emotiva, per raccontare tanto la passione giovanile e la voglia di futuro quanto l’ingiustizia di far parte di una parte di popolazione spinta in ogni modo a vivere nella paura.

Jenkins ricorre moltissimo all’uso del primo e del primissimo piano, per tutti i suoi personaggi e non solo per le scene che contemplano i due protagonisti. In alcuni casi, come per la madre di Fonny o l’amico uscito devastato dal carcere, il primo piano racconta qualcosa che va oltre le parole, in un’area di inconoscibilità psicologica, di trauma, ma il più delle volte, quell’estrema prossimità racconta la sincerità del personaggio, la trasparenza della sua anima, l’amore nel suo sguardo. Così, anche se non tutto nel film ha lo stesso livello di intensità, siamo catturati dalla richiesta di attenzione che ci fa la regia, oltre che dalle particolari, lunghe sequenze di dialogo, nelle quali la musica gioca un ruolo fondamentale.

Voto: 3 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

Negli anni ’70, nel quartiere di Harlem, la diciannovenne Tish aspetta un bambino dal suo grande amore Fonny. Il problema, però, è che Fonny è stato arrestato: complice un cattivo poliziotto bianco, il ragazzo è dietro alle sbarre per un presunto stupro che non ha commesso. Il rapporto fra i ragazzi è costretto procedere con un vetro a dividerli. Barry Jenkins porta sullo schermo l’adattamento del romanzo di James Baldwin, Se la strada potesse parlare. Dopo Moonlight, vincitore del premio Oscar nel 2017, il regista torna a raccontare una storia di deboli minoranze e grandi amori, avvalendosi di un impatto visivo potente e magnetico. Stavolta è l’amore ai tempi del razzismo che deve vincere.

Se la strada potesse parlare

Se la strada potesse parlare è un’opera d’orgoglio Afro-Americano. Il film conferma il talento di un autore che vede le cose in maniera unica, difficile da trovare altrove, sebbene il film non riesca a mantenere la stessa presa emotiva per tutto il corso della storia. Così come in Moonlight, Jenkins utilizza continui primissimi piani frontali, raccordi di sguardi intensi, musiche enfatiche e drammatiche che si alzano a valorizzarli. E poi musica soul a fare la giusta atmosfera. Uno stile interessante, che rischia tuttavia di risultare un po’ forzato e prevedibile poiché ripetuto continuamente. È chiaro che dietro agli sguardi – e ottime interpretazioni, in primis quella di  Regina King nei panni della madre di Tish – si nasconda un trauma incancellabile e intrinseco nella vita dei personaggi. Un’informazione presente fin dalla nascita nell’inconscio dei neri, dei poveri, nati e cresciuti in quel contesto storico. Questi occhi raccontano anche la purezza dell’amore, dell’ingenuità di chi lo vive. Tish e Fonny, a modo loro, hanno già vinto per questo. Tecnicamente, però, il potere li vede sconfitti; il sistema legislativo, la possibilità di decidere il proprio destino e gli strumenti per lottare non sono in mano loro. Sono vittime di un trucco. Questa è la retorica, la morale legittimamente espressa da Barry Jenkins.

Anche se stavolta non parliamo di un film diviso in tre macro-sequenze, resta evidente come l’autore ami raccontare le storie suddividendole in frammenti e salti temporali. Questa mancanza di continuità porta a un racconto condito da alti e bassi: non sempre risulta efficace. Il regista ci invita a concentrarci sui dettagli, alcuni fondamentali,  e altri che solo restano accennati e dal messaggio poco chiaro. La passione per la scultura di Fonny, ad esempio. Da immagini incredibilmente poetiche e momenti di grande tensione drammatica – e qui c’è la qualità di scrittura, oltre che di regia – si passa a fasi di stanca la cui poesia, sempre presente, non può bastare a giustificare abbassamenti di ritmo di un certo livello. Dopo Moonlight, che riesce invece a non inciampare mai – nonostante anche lì a volte stia veramente al limite – Se la strada potesse parlare alterna momenti estremamente coinvolgenti ad altri con meno mordente. Il messaggio d’amore che contrasta il razzismo, tuttavia, è quanto di più potente ed efficace si possa desiderare di questi tempi. Non può lasciare indifferenti.

Tiziano Angelo, da “ciakclub.it”

 

 

Anche se uno non è americano e non frequenta l’industria hollywoodiana può comunque immaginare cosa voglia dire per un regista di quelle parti sbucare dal nulla e aggiudicarsi l’Oscar di miglior film dell’anno, tra le varie categorie forse la più prestigiosa, di certo la più ambita dai Mogul delle grandi case di produzione. Come in molti ricorderanno tale scenario si è concretizzato nel 2016 quando Barry Jenkins, si è visto consegnare la statuetta in questione al termine di una premiazione a dir poco rocambolesca in cui per un errore degli organizzatori il premio in un primo momento era andato al favoritissimo “La La Land“. A parte l’aneddoto, certamente singolare, tutto questo è importante per non dimenticare la particolarità del contesto in cui nasce “Se le strade potessero parlare”, come sempre capita in questi casi, chiamato a onorare il prestigioso riconoscimento con un’opera all’altezza del nuovo lignaggio e d’altro canto responsabile di riportare con i piedi a terra ma senza grossi traumi il sorprendente vincitore.

Per nulla intimidito Jenkins in un certo senso alza il tiro delle proprie ambizioni portando per la prima volta sul grande schermo un romanzo di James Baldwin, figura di riferimento della letteratura americana celebrata da Raoul Peck nel doc “I’m not Your Negro” e distintasi, a partire dagli anni settanta, per l’impegno speso nel denunciare i soprusi e l’intolleranza di cui furono oggetto i membri della comunità afro americana. A partire da questa scelta “Se le strada potesse parlare” si costruisce un’identità autonoma rispetto al lavoro precedente, pur presentando soluzioni formali abbastanza simili. Anche in questo caso infatti l’universalità della storia non è solo un fatto di contenuto: la predilezione per un numero limitato di figure umane presenti all’interno dell’inquadratura, la volontà di circoscrivere gli avvenimenti in una spazio fisico ristretto e le mancate aperture della mdp sul paesaggio circostante danno corso a una rappresentazione più ideale che reale dell’esistenza,. In tale direzione, va letta ad esempio la presenza di un personaggio archetipo qual è il poliziotto che incastra Fonny per un delitto mai commesso, manifestazione del male del tutto svincolata da riferimenti tangibili che non sia l’urgenza di rappresentare il mood di un’epoca di ingiustizie e persecuzioni.

Ma come si diceva qualche riga fa le peculiarità di “Se la strada potesse parlare” stanno altrove e per esempio nell’autoreferenzialità alla storia della comunità afro-americana delle cui sorti Tish e Fonny (protagonisti della vicenda insieme a Sharon e Joseph, genitori di lei,) giovani e innamorati costituiscono per la drammatica svolta della loro relazione il campione sul quale misurare la negazione di un riscatto che diventa metafora di quello negato al consesso a cui i due appartengono. Così, se in “Moonlight” la lotta per la “causa” e la militanza dei “fratelli” erano assenti mentre le iniquità del sistema e la segregazione sociale incrociavano i destini dei personaggi in maniera indiretta, più che altro nel degrado materiale e spirituale del paesaggio e degli uomini, alla stessa maniera la Harlem degli anni settanta nulla ha a che fare con la Miami dei nostri giorni così come il senso di famiglia e l’amore per l’arte che si respira nel quartiere nero dove vivono Tish e Fonny dista anni luce dal senso di alienazione e dalla cultura gangsta rap del ghetto in cui si barcamenano Kevin e Chiron. D’altronde, mentre questi ultimi sono figli dell’America proletaria e diseredata, Tish e Fanny insieme alle loro famiglie sono parte integrante di un universo proto borghese che nonostante tutto gli permette di coltivare (fino al momento della drammatica svolta) progetti e amore senza la rabbia e la violenza che invece faceva da sottofondo alle esistenze dei primi due.

Ed è forse questo punto più di altri a determinare la continuità poetica del cinema di Jenkins che pone al centro della questione il superamento delle barriere morali, fisiche, sociali che separano gli individui dal raggiungimento dell’amore e della felicità, qui sintetizzate dalle sbarre della cella dove Fonny aspetta il giorno in cui tornerà libero. Jenkins la rappresenta con una messinscena sofisticata e complessa che utilizza il tempo sia come elemento narrativo, nel tentativo di creare una drammaturgia del ricordi attraverso i continui scarti tra passato e presente, sia come flusso interiore, capace di dare conto delle emozioni dei personaggi visualizzandole nel ricorso a sistematiche dilatazioni temporali che hanno il compito di sottolineare stati d’animo e sentimenti. In questa dimensione tutta interna della storia vanno letti i contrasti di luce impiegati per dare conto del tormento e della precarietà affettiva dei due innamorati, frutto della fotografia di James Laxton, così come i colori caldi e materici utilizzati dal regista per esaltare le passione che attraversa il film. Ma non basta perché “Se le strada potesse parlare” è soprattutto un film di attori e di corpi, tutti bravi (ma con una menzione speciale per l’esordiente Kim Layne nella parte di Tish e della “madre” Regina King) e fotogenici a cui Jenkins si rivolge con una devozione forse eccessiva che lo porta a soffermarsi oltre il dovuto sulla bellezza dei volti e sulla levigatezza delle figure. Girato sul crinale che divide l’attenzione maniacale da un esteriorità che in qualche passaggio rischia di prendere il sopravvento sull’urgenza dei temi, “Se le strada potesse parlare” è meno riuscito del suo predecessore ma ancora più coraggioso per la fiducia che assegna al cinema di fare breccia nei cuori delle persone.

Voto: 6,5 / 10

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

 

 

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