Opera senza autore

 

 

Dopo Le vite degli altri (vincitore dell’Oscar come miglior film straniero) Florian Henckel von Donnersmarck con Opera senza autore torna a commuovere il pubblico con una storia ambientata in Germania, un’opera complessa che ripercorre una fase difficile e complessa del paese attraverso una serie di vite che si incrociano.

Opera senza autore: sinossi

opera senza autoreAmbientato tra il 1937 tra Dresda, Berlino e Dusseldorf, il film segue il personaggio di Kurt, da quando è piccolo durante la guerra all’età adulta. Egli studia per diventare pittore, un’esperienza che lo porterà a conoscere Ellie, una studentessa di moda di cui si innamora. Contemporaneamente conosciamo il personaggio del professor Seeband, medico ginecologo e sostenitore del regime nazista e del programma di eugenetica da esso proposto, il quale disapprova l’unione tra i due innamorati. I due tuttavia, all’insaputa di entrambi, sono legati da un terribile omicidio compiuto da Seeband anni prima.

Opera senza autore: le nostre impressioni

Il film è ispirato alla vita di un artista realmente esistito, il pittore tedesco Gerhard Richter, cresciuto durante la Seconda Guerra mondiale e testimone dell’ascesa al potere dei comunisti nella Germania dell’Est. Come ha spiegato lo stesso regista a Venezia 75, il cuore pulsante del film è la forza degli artisti di tramutare i traumi personali in un atto creativo, in un’opera d’arte, uno slancio vitale che supera le atrocità che la Germania ha conosciuto.

opera senza autoreE’ proprio una di queste atrocità ad essere raccontata nella prima parte del film, un oscuro capitolo quasi mai menzionato e ricordato dalla cinematografia e dalla letteratura: la sterilizzazione e l’uccisione delle persone mentalmente disabili o portatrici di handicap nei campi di sterminio. Sterilizzazione e condanna a morte, di questo si occupa il paladino dell’eugenetica, il competente ginecologo professor Seeband, che con un semplice segno della sua penna sulla cartella clinica dei pazienti è in grado di decidere il loro triste destino. Egli è un personaggio che di professione dovrebbe tutelare la vita, far sì che essa trionfi e venga alla luce, ma aderisce ad un programma politico spietato e sanguinario che va contro tale principio fondamentale della sua professione: interrompe il ciclo della vita, accecato da ideali oscuri conduce la propria ricerca della purezza senza scrupoli, anche nel momento in cui quest’opera si ritorce contro di lui.

Dall’altro lato troviamo il suo contraltare, Kurt, un pittore che cerca la propria identità artistica, una persona cui è stato insegnato che non bisogna mai distogliere lo sguardo da ciò che accade, anche quando si tratta di qualcosa di doloroso, un artista che insegue un proprio principio di purezza: “tutto ciò che è vero è bello”. Ed egli assume questo principio di vita dal sapore keatsiano, essenziale, agli occhi degli altri un po’ ingenuo ma per questo non meno potente: “‘Beauty is truth, truth beauty’, – that is all / Ye know on earth, and all ye need to know”, così recitava l’Ode on a Grecian Urn del poeta inglese, ed è il fil rouge che accompagnerà Kurt verso la maturità artistica. Pur risuonando per un attimo folle agli occhi dei genitori non si vergogna ad esclamare di aver capito tutto, che ogni cosa è collegata alle altre e che per questo non ci sarà più bisogno di preoccuparsi. E’ lo slancio vitale che il film stesso cerca di trasmettere attraverso una storia che parla di orrore e bellezza, quella forza che spinge gli artisti a resistere ai traumi, alle tragedie, al dolore e a trasformarli in qualcosa di bello.

La verità che ricerca Kurt non è quella storica, non è la realtà dei fatti accaduti, è qualcosa che trascende l’evidenza o la cruda realtà sociale che il realismo socialista vuole fargli rappresentare. Attraverso l’evoluzione della sua arte, attraverso l’amore di e per Ellie, attraverso la memoria e un occhio puro e privo di malvagità egli sarà in grado di inseguire il suo ideale di autenticità e di bellezza, due valori di cui il film stesso si fa portavoce con grande coraggio.

opera senza autoreSi tratta di un’opera dai contenuti complessi, controversi, in cui viene tessuta una trama di echi e rimandi che si infittisce con lo scorrere dei minuti e che viene arricchita da toccanti storie parallele che permettono di riflettere sulla portata vitale dell’arte, sulla potenza dei legami e dei sentimenti autentici, sulla forza silenziosamente sovversiva della bellezza. Ciononostante, Opera senza autore si presenta come un film incredibilmente armonico, scritto e diretto con grande maestria, quella che permette di rendere semplice un argomento molto difficile da gestire. Il ritmo narrativo è scandito da un’alternanza di climax e anticlimax, da momenti di suspense ad altri in cui la tensione scompare, da una colonna sonora incisiva e trascinante, da una fotografia che definisce le forme e risalta i dettagli, sia dei quadri, sia delle espressioni di un cast di grande spessore. Le interpretazioni degli attori sfondano lo schermo e ci trascinano in una storia che ci emoziona, ci fa trasalire e che ci commuove irrimediabilmente. Condensare una materia così spinosa in un’opera in cui ogni aspetto e ogni dettaglio, tecnico e contenutistico, sono inseriti in un insieme equilibrato e solido, ma al contempo accessibile e fruibile, agli occhi dei critici insensibili può risultare un’operazione fastidiosamente semplicistica. Eppure, a volte, sono proprio le cose più semplici ad essere quelle più impegnative da realizzare e quelle che più spesso, con la loro grazia, sono in grado di lasciare nello spettatore un senso di armonia disarmante.

Voto: 9 / 10

Bianca Friedman, da “intrattenimento.eu”

 

Nel dibattito che imperversa a proposito delle forme assunte dal cinema con l’avvento delle nuove tipologie di distribuzione si discute spesso su come i nuovi formati abbiano accelerato il processo di trasformazione che ha visto travasate nei prodotti destinati alla fruizione casalinga molte delle convenzioni utilizzate dai film realizzati per il grande schermo. A questo proposito è ancora una volta la Mostra del cinema a offrirci uno spunto su cui riflettere, inserendo nel concorso ufficiale uno di quei lungometraggi che di solito fanno storcere la bocca ai puristi, scontenti di ritrovarsi di fronte a una narrativa di facile consumo come quella proposta da “Opera senza autore” del regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck, passato alla storia per aver diretto “Le vite degli altri” e purtroppo “The Tourist“. Premesso che la visione di un’esistenza da romanzo appartiene di diritto all’esperienza dell’autore tedesco per averla vissuta in prima persona, dapprima nella fiabesca escalation con il quale il suo film d’esordio arrivò alla vittoria dell’Oscar (per il miglior film straniero 2007) e successivamente, per la possibilità di reclutare due star planetarie come Johnny Depp e Angelina Jolie, ciò che più importa qui è in che modo il dispositivo messo a punto dal regista contribuisca ad ampliare i punti di vista sull’argomento: a dimostrare cioè che l’osmosi in questione funzioni anche al contrario, ovvero che al cinema sia possibile ritrovare meccanismi e tecniche tipiche delle serie tv.

A far di “Opera senza autore” un esempio in tal senso non sono i centottantotto minuti della sua lunghezza, durata a cui si sono avvicinati molti dei titoli più autoriali (e autorevoli) del concorso ma, appunto, la serialità narrativa che presiede allo sviluppo della storia. Al contrario, la sua struttura temporale si presta non poco a questa tecnica per il fatto di abbracciare tre epoche diverse, passando dalla Germania nazista impegnata nel secondo conflitto bellico al periodo della cosiddetta Guerra Fredda, segnata dal frazionamento del paese in due stati, fino ad arrivare agli anni 60, con l’intento di seguire le vicissitudini di Kurt Barnert, la cui vita si divide tra l’amore per la moglie Ellie (la Paula Beer di “Frantz“), i contrasti con il dispotico suocero (il professor Seeband interpretato da Sebastian Koch) responsabile – a sua insaputa – della morte della zia, e soprattutto la tormentata ricerca di un’identità artistica. Come si intuisce l’originalità non è certo il tratto principale di “Opera senza autore”: a ben vedere, per struttura narrativa, sensibilità del protagonista e implicazioni che i cambiamenti storici hanno sul piano personale, il lavoro di Donnersmarck ricorda, da vicino “Heimat 2” del connazionale Edgar Reitz. La differenza sostanziale è però un’altra e cioè che assecondando la moda del momento, a risultare seriale è innanzitutto la fenomenologia dei personaggi, continuamente aggiornata al succedersi degli eventi.

Dando per scontata la centralità visiva e il monopolio narrativo dei personaggi, il regista riesce a fidelizzare il pubblico alle psicologie dei personaggi pur all’interno di un contenitore meno predisposto di altri a farglielo fare. Per riuscirci Donnersmarck rinuncia alla ricostruzione di costume optando per un’ambientazione fatta di interni borghesi e dove le cesure storiche non sono annunciate dalla messinscena del grande affresco epocale, quanto piuttosto dai riflessi di queste sul privato delle persone e sul modo in cui Kurt si rivolge alla materia artistica. E, ancora, mescolando elementi concreti, riferiti a fatti realmente accaduti, come fu lo stermino delle persone disabili effettuato dal Terzo Reich per guadagnare posti letto negli ospedali, ad altri di pura fantasia, come la corrispondenza tra il testamento spirituale della zia di Kurt e gli ideali che scandiscono l’ esistenza del ragazzo. Senza alcun intento realistico (come testimonia la scelta della fotografia iperreale di Caleb Deschanel) che non sia quello dei sentimenti messi in seno ai personaggi, capaci di regalarci una delle scene più struggenti e toccanti tra quelle viste alla Mostra, e qui ci riferiamo al drammatico congedo del professor Seeband nei riguardi della sua paziente, “Opera senza autore”, nell’alternanza di crudezza e romanticismo ripropone l’umanesimo cinematografico che era stato delle “Le vite degli altri”, confezionando un feuilleton destinato a piacere al grande pubblico.

Voto: 7,5 / 10

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

 

Dopo Eternity’s Gate di Schnabel, a Venezia si riflette ancora sul concetto di arte ne film di Florian Henckel von Donnersmarck Werk ohne Autor (Opere senza autore), presentato in concorso.

È la storia di Kurt, dalla sua infanzia, durante la Seconda Guerra mondiale, fino alla metà degli anni Sessanta. Trent’anni di vita, di traversie e di ricerca interiore ed espressiva, passando per i vari cambiamenti epocali che hanno caratterizzato quell’intenso e burrascoso periodo della storia del ventesimo secolo. Vengono attraversate tre epoche distinte della storia tedesca: il nazismo, l’occupazione sovietica post-guerra e la divisione tra le due Germanie.

Kurt,fin da bambino appassionato al disegno e alla pittura, diviene uno studente all’Accademia di Belle arti, dove si innamora di Ellie, studentessa del corso di moda. Il severo padre della ragazza, il professor Seeband, rinomato medico, specializzato in ginecologia e ostetricia, disapprova però l’amore sbocciato tra i due ragazzi e ordisce un orribile sistema per mettere fine alla loro relazione. Ma Kurt ed Ellie non possono minimamente immaginare quale terribile passato giace sepolto e minaccia nell’ombra la loro ricerca di serenità, ovvero un orrendo crimine di guerra compiuto dal professor Seeband, durante la messa in atto delle deliranti politiche di Hitler.

Parallelamente alla storia di Kurt e attraverso i suoi occhi si assiste al faticoso cammino dell’arte del ventesimo secolo, imbrigliata dalla politica, dall’ideologia e dalla follia della guerra; dalle avanguardie storiche del novecento, in particolare l’espressionismo tedesco, passando poi per le arti al servizio dei regimi, fino ad arrivare alla catartica liberazione delle idee e dell’espressività esplosa negli anni Sessanta.

Florian Henckel von Donnersmarck realizza un affresco potente, intrigante, velato di mistero e portatore di un messaggio crudele, raccontando tre decenni della storia tedesca attraverso personaggi chiave, costretti continuamente a adattarsi e a trasformarsi per sopravvivere agli ineluttabili cambiamenti imposti dalla guerra e dalla successiva occupazione da parte dei vincitori. Il regista aveva già sapientemente affrontato un periodo della sua Germania, con lo struggente e indimenticabile Le vite degli altri (2006), ambientato durante gli anni del Muro di Berlino, ma qui va ancora più indietro, addentrandosi nella oscura ascesa del nazismo, pur mantenendo un’ampia parte della vicenda il quel contesto storico a lui caro e congeniale narrativamente.

Von Donnersmarck affronta il tema del controllo genetico della razza ariana, mostrando in maniera spietata come anche sui cittadini tedeschi fosse operata una spietata selezione, in base allo stato di salute, mentale o alle tare genetiche. Ed è agghiacciante vedere come una giovane ragazza ritenuta schizofrenica viene prima sterilizzata e poi soppressa, per impedire alla razza perfetta di acquisire eventuali eredità sgradite. Il film si muove attorno a questo doloroso abominio, caricando le spalle del giovane protagonista, il bravissimo Tom Schilling, di un pesante fardello e di un intricato enigma che dovrà sbrogliare dolorosamente, al fianco della sua compagna, interpretata dalla convincente Paula Beer, parallelamente alla sua spasmodica e dolorosa ricerca come artista. Per spiegare il tormentato percorso di Karl, Florian Henckel von Donnersmarck si appropria di una frase di Elia Kazan: “Il talento dei geni è la crosta sulle ferite ricevute nella loro infanzia. Ciò significa che gli esseri umani hanno una capacità quasi alchemica di trasformare un trauma in qualcosa di glorioso.”

Il discorso operato attorno all’arte e alle sue trasformazioni è forse l’elemento più originale dell’opera di Florian Henckel von Donnersmarck. Si inizia con un’esposizione a Dresda sulla pittura degenerata, dove sono esposti e derisi i capolavori di Grotz, Dix, Kandisky, Picasso e tanti altri, passando poi per la pittura utilizzata a mero consumo dell’ideologia, prima nazista e poi comunista, che diviene così freddo mestiere, per arrivare alla necessaria rottura liberatoria e alla ricerca libera, istintiva, lontana dalla tecnica e da qualsiasi finalizzazione. Si giunge fino a quell’opera senza autore che darà una risposta e un punto di arrivo al cammino faticoso e irto di insidie percorso dal protagonista.

Opera senza autore è una storia potente, struggente, crudele, a tratti scabrosa, che costringe a ricordare un passato apparentemente lontano, ma purtroppo ancora così attuale. Costringe a riflettere profondamente sul concetto di arte, di come questa dovrebbe essere totalmente libera, ma invece continuamente soggiogata dall’ottusità di chi ha l’ardire di imporsi sugli altri.

Stefano Bessoni, da “cinefilos.it”

 

 

 

Dresda, 1938. Kurt Barnert ha pochi anni e una passione segreta per la zia Elizabeth, una fanciulla sensibile con cui frequenta i musei, fa lunghe passeggiate e suona il piano. Prodigiosa ma fragile nella Germania nazista non c’è più spazio per le persone come lei. Ricoverata in un ospedale psichiatrico fa appello al cuore del Professor Carl Seeband perché non la sterilizzi ma il suo destino sarà più crudele e preludio di uno sterminio abominevole. Sopravvissuto al bombardamento di Dresda e cresciuto nel blocco dell’Est, Kurt ha un talento per il disegno e apprende gli studi classici imposti dal realismo socialista. Ma l’incontro con Ellie, figlia del ginecologo nazista che ha condannato sua zia, e il passaggio all’Ovest, cambieranno il suo destino artistico e riemergeranno il rimosso.

Liberamente ispirato alla vita di Gerhard Richter, artista tedesco nato a Dresda nel 1932, formatosi nella Germania sovietica e passato a Ovest per amore della pittura astratta, Opera senza autore ritrova Florian Henckel von Donnersmarck e il potenziale romanzesco del suo cinema.

Quella maniera umanista di trattare le pagine nere della storia tedesca e di assumere la dimensione di una favola universale sul totalitarismo. La presenza di Sebastian Koch, drammaturgo sorvegliato in Le vite degli altri e nazista clemente nel Black Book di Verhoeven, ha l’effetto di rinforzare questa idea di cinema à l’ancienne, diretto con audacia e finezza hitchcockiane.

Dopo aver affrontato le ombre della Repubblica democratica tedesca (Le vite degli altri), l’autore attraversa le stagioni di un uomo attraverso le stagioni del suo Paese (nazismo, Guerra fredda, anni Sessanta). Ancora una volta si tratta di un film politico, di quelli che rivisitano la storia della propria nazione senza tabù e testimoniando lo stato adulto della sua società. Alla maniera della sua ispirazione, il film pratica simultaneamente due registri, realismo e astrazione, muovendo da Est a Ovest e affermando il posto della pittura nell’arte contemporanea.

Voto: 3 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

È il fascino del racconto a catturare l’attenzione di von Donnersmarck, già autore di Le vite degli altriOpera senza autore è un film di oltre tre ore durante le quali il regista tedesco ha modo di distendere la sua narrazione, fare trascorrere il tempo e gli anni per creare un’atmosfera alla Heimat per i suoi personaggi che, nel prima e nel dopo della Seconda guerra mondiale, dentro alle spire del nazismo, vivranno la loro difficile vicenda umana. Si parte da Elisabeth che ama l’arte e la vive in modo originale e trasmette questa passione al nipote Kurt. Il nazismo distruggerà le vite e i carnefici, a volte, la fanno franca. Elisabeth morirà gasata perché la sua vita sarà considerata inutile, ma vivrà nel futuro grazie all’amore che nutriva per Kurt.
Il piacere del racconto, dicevamo, quello che, come da sempre accade, lega lo spettatore ai personaggi e se von Donnersmarck non è particolarmente inventivo, particolarmente geniale, in compenso il suo romanzo dal sapore popolare funziona anche nel rivelare, con una certa lucidità e con efficacia precisa che è direttamente percepibile, le ferite ancora non perfettamente rimarginate dopo l’infuriare della guerra e della dittatura degli anni precedenti.

Nel film di von Donnersmark si ritrovano i temi di una Germania che ancora a distanza di tempo deve completamente metabolizzare i postumi lunghi di quella feroce dittatura nazista e poi di una occupazione successiva, altrettanto dura e difficile, come quella che ha dato vita alla DDR nella quale si svolge tutta la prima parte del film. Uno sforzo questo che gli va comunque doverosamente riconosciuto.
Opera senza autore è un film che racconta di Kurt e della sua ricerca artistica che diventi pura espressione personale e che si faccia, al contempo, ricerca di quella verità da rivelarsi solo attraverso il percorso dell’invenzione artistica. Si tratta di concetti comuni e condivisibili che diventano, nella storia del film, il vademecum artistico di Kurt che solo dopo vani tentativi troverà gli strumenti per restituire verità al proprio lavoro.
Ma ciò che rileva, e von Donnersmarck lo sa bene, non è tanto il “prodotto artistico”, non è questo a generare la rivelazione della verità, quanto, piuttosto il percorso che è sempre fatto di sofferenza, che l’autore deve attraversare per raggiungere il vero. Il regista lavora esplicitamente su questi concetti e li mette ben stesi alla luce del sole. Forse è proprio questo il punto critico del suo film. Manca quel mistero che non va spiegato, quel rapporto con ciò che non deve essere detto, con quel lato oscuro della sofferenza dovuta all’arte che non può essere definito e diventare canone e regola generale.

Un cinema che oggi sembra fuori tempo quello che ci propone Opera senza autore che nel suo lungo sviluppo, in fondo, vuole anche raccontare il percorso di una intera nazione del dolore di un popolo dopo il crollo del nazismo, affidando alla componente romantica il compito di ricucire queste ferite e restituire ad una dimensione più umana e sicuramente più alta, il suo protagonista Kurt. Un personaggio che lentamente assume le vesti e il carattere di un uomo che appartiene ad una incipiente modernità. Opera senza autore diventa così una storia che fa della sua variegata composizione, un tratto distintivo e il suo fluviale racconto è fatto di guerra e dolori, arte e amori, paura e desiderio di rinascita, nei quali ritroviamo i temi eterni di ogni narrazione. Esplicito tanto da apparire televisivo e dove come si diceva tutto è spiegato, Opera senza autore è però un film che nasce da una istintiva sincerità, da un desiderio autentico di raccontare i personaggi, le vicende e di entrare, ancora una volta, nel cuore ferito di una nazione che ha avuto un ruolo centrale negli equilibri politici del novecento e continua ad averli ancora in questo secolo. Certo il suo film più conosciuto, con quel premio Oscar che conquistò, Le vite degli altri, resta su un altro livello di ricerca di una verità attraverso una certa invenzione del mistero svelato. Qui di misterioso non c’è molto, mancano le ombre che possano dare chiaroscuro, suscitando quel ricordo successivo che spinga ad una nuova analisi. Ma in fondo il film raggiunge il suo scopo, traducendo nella sua fluviale esistenza, l’anima tormentata e romantica della Germania che da sempre ha ricercato nell’arte l’espressione più vicina a quella sottile e proficua inquietudine che sembra costituire un essenziale e non trascurabile tratto identificativo.

Tonino De Pace, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Chiusa la parentesi del malriuscito The Tourist, il brillante premio Oscar (per Le vite degli altriFlorian Henckel von Donnersmarck torna all’apice della sua creatività con un nuovo impegnato lavoro, Opera senza autore (Werk Ohne Autor). Si tratta di un titolo alquanto complesso, lungo tre scorrevolissime ore, nel quale il regista tedesco tenta una ricostruzione della sua nazione sospesa tra storia e arte.

Riassumere in breve la complessa trama del film sarebbe superfluo. Quindi, ci limiteremo a riportare semplicemente la sinossi ufficiale:

Cresciuto dalla bellissima e amorevole zia Elisabeth, Kurt Barnet rivela già dalla sua più tenera infanzia un potenziale talento artistico. Divenuto adulto, inseguirà con passione il suo sogno grazie ad una scuola all’avanguardia nella Germania federale e all’amore della giovane Ellie. Ma l’ostilità del suocero lo costringerà a mettere momentaneamente da parte il suo futuro artistico.

L’infanzia nella Germania nazista, l’incontro con l’amore, il ritorno all’arte e nel mezzo una galleria di personaggi secondari. Ci sono davvero diversi aspetti interessanti nell’opera di von Donnersmarck, ciascuno dei quali potrebbe facilmente ispirare un approfondimento a sé stante.

Ma perché il rapporto tra Storia e Arte interessa così tanto il regista? Perché l’Arte dovrebbe riflettere l’identità di chi la crea. Questa è la risposta – se vogliamo un po’ banale (ma pur sempre sacrosanta verità) – che viene data nel corso del film. Eppure non è un passo così semplice, e, se si sceglie una rappresentazione più meccanica e artificiosa, ne risulta tutta una serie di lavori belli da vedere ma giudicati privi di spessore (appunto “senza autore”) dai raffinati critici del settore.

Attraverso la vicenda biografica del suo personaggio, von Donnersmarck cerca di portare alla luce le complessità che si celano dietro alla creazione artistica e al rifiuto di un accostamento troppo marcato con quanto viene prodotto.

Ci sono diversi personaggi a cui appassionarsi nel film di von Donnersmarck, sebbene si avverta un po’ una sensazione di incompletezza, probabilmente a causa di un racconto che procede talvolta per ellissi. In effetti, pur vantando un risultato entusiasmante, sembra quasi che siano state “risucchiate” parti importanti del discorso intrapreso dal regista. Eppure non mancano affatto alcune interessanti trovate formali, ma non sembra essere questo l’aspetto più rilevante dell’opera. Von Donnersmarck agisce soprattutto sulla narrazione inscenando perfino un gioco di potenti contrappassi (che riguardano soprattutto il personaggio interpretato da Sebastian Koch). La resa visiva non brilla certo per originalità, ma risulta drammaturgicamente coerente e regala senza dubbio alcune scene degne di nota.

Appesantito forse da troppe ambizioni, il risultato è sorprendente e di un gusto moderatamente intellettuale che riconferma – ancora una volta – l’autorialità di von Donnersmarck.

Claudio Rugiero, da “darksidecinema.it”

 

Il cinema tedesco non si stanca mai di ragionare sulla propria storia, dando lezioni di elaborazione delle proprie tante ferite che sarebbero utili per nazioni più distratte come la nostra. Si tratta di una buona notizia quando a farlo è il regista di uno dei gioielli tedeschi, in grado di ridare sprint al genere, come Le vite degli altri. Dopo la parentesi dimenticabile di The Tourist, il gigante Florian Henckel von Donnersmarck amplia ancora l’arco temporale in Opera senza autore portando in scena trent’anni cruciali per la storia del suo Paese, dagli anni 30 ai 60, dalla crociata contro le arti (moderne) degenerate del nazismo alla Seconda guerra mondiale, dalla Repubblica democratica tedesca alla sua vicina occidentale.

Se al centro de Le vite degli altri era l’udito di chi spiava la serenità domestica di chi tramava nell’ombra, qui lo spettacolo è visivo, seguendo lo sviluppo della carriera di un pittore di talento, prima bambino pieno di curiosità durante il nazismo, poi artista in cerca di gloria nei rigidi schemi ideologici della pittura della Germania est. Il suo passato e il suo presente sono segnati da due donne, prima da bambino una zia con qualche problema mentale non in linea con le inquietanti regole dell’eugenetica nazista, poi da adulto la sua giovane fidanzata e compagna d’accademia, il cui padre nasconde un segreto terribile.

Opera senza autore è un torrenziale racconto che lascia da parte l’epica di un mondo che propone cambiamenti sconvolgenti per concentrarsi su come questi influiscono sulla vita di poche persone, confermando il talento dell’autore tedesco per la narrazione, per un puro cinema che supera i generi, da seguire senza sguardi all’orologio o cadute d’attenzione. Un melodramma dai toni talvolta molto particolari, ma ispirato a eventi reali, e in particolare alla vita e ai drammi del pittore tedesco di Dresda Gerhard Richter. L’illusione e la realtà hanno segnato la sua produzione, così come quella de protagonista Kurt, interpretato dal giovane in ascesa Tom Schilling, alle prese con l’interrogativo sul senso stesso della creazione artistica, sui suoi limiti rispetto alla realtà e sulla possibilità di sanarne le storture. Non distogliere lo sguardo, suona il titolo internazionale in inglese del film, più aderente al senso stesso del film, al suo mettere in scena la difficoltà di fare i conti con un passato così tragico e ingombrante. Solo sfocandolo, forse, si può avere la prospettiva giusta, almeno così sembra suggerire Kurt/Gerhard Richter.

Come ne Le vite degli altri, il regista tedesco evita la militanza morale per mettere in scena eventi che non necessitano di troppe sottolineature, tanto sono evocative e segnanti. Qui vediamo per esempio scorrere sotto gli occhi di noi spettatori, e della famiglia protagonista, le immagini di uno degli eventi più terribili della Seconda guerra mondiale, compiuto però dagli alleati: il bombardamento di Dresda, rasa al suolo fra il 13 e il 15 febbraio 1945, con quasi tremila tonnellate di bombe lanciate sulla città, che distrussero 25 mila case su 28 mila.

Se Kurt e la sua fidanzata, la sempre contincente Paula Beer di Frantz, riescono a sostenere la parabola melò, una sorpresa è la giovane zia di inizio film, la splendida e brava Saskia Rosendahl, mentre la conferma è il (solito) carismatico Sebastian Koch, qui incarnazione mostruosa del potere, con le sue regole che si applicano con poca fatica a qualsiasi ideologia, anche se apparentemente molto lontana una dall’altra.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

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