Non ci resta che il crimine

 

E meno male che esiste Nicola Guaglianone, sceneggiatore fra i più desiderati del momento che si diletta nella sopraffina arte della contaminazione di generi e che, dopo essersi cimentato nel fumetto all’italiana e aver consapevolmente mescolato citazioni e riferimenti, sembra essersi specializzato in un recupero del fantastico più che del fantasy, come si vede da La Befana vien di notte e dall’ultima regia di Max BrunoNon ci resta che il crimine, che nel titolo omaggia la grandiosa commedia diretta e interpretata da Troisi e Benigni Non ci resta che piangere, forza infatti, grazie alla scrittura, i limiti di quel realismo che ormai ci sta fin troppo stretto sfruttando la formula di sicuro appeal del viaggio nel tempo. E il tempo, proprio come in Ready Player One di Steven Spielberg, sono gli anni ’80, spremuta di cultura pop che per il maestro USA passava attraverso le meraviglie dell’universo videoludico, oltre che del cinema, mentre qui è Alan Sorrenti che incontra i ClashRambo che va a braccetto con le figurine dei calciatori e con i ghiaccioli che costavano 100 lire e duravano 100 minuti o forse più.

Che poi la yuppie golden age il regista di Nessuno mi può giudicare l’abbia già raccontata (sceneggiando Notte prima degli esami) non fa niente, così come non stonano affatto né un recupero dei tipacci della Banda della Magliana né, nonostante il recente Notti Magiche di Paolo Virzì, una capatina in un’estate di Mondiali di Calcio. Perché in Non ci resta che il crimine, più che l’operazione nostalgia, importa la comicità che nasce dallo scontro di due epoche e mentalità, nello specifico dalle infinite possibilità che si dispiegano dinanzi a tre stupidotti che si cacciano in una serie di guai old fashion. La parte buffa, tuttavia, almeno all’inizio, paradossalmente tanto buffa non è, dal momento che a Marco Giallinitocca in sorte un personaggio non molto diverso dal solito, mentre Alessandro Gassmann, che ha la fisicità del maschio alpha, è uno scemo un po’ troppo scemo. Ma poi arriva il poliziesco/poliziottesco e allora le cose cambiano, a cominciare dalla messa in scena, con una fotografia cupa, scene movimentale, montaggio rapido, split screen, primi e primissimi piani e un cast che improvvisamente si sveltisce, calvalca l’azione nonostante l’extrasistole di Giuseppe e sembra davvero divertirsi, e divertendosi appassiona anche noi.

E’ in questo segmento centrale che scrittura e regia fanno i fuochi d’artificio, che le pistole sparano (o non sparano) e il passato e presente si incontrano con gustose conseguenze e che, soprattutto, Edoardo Leo ci restituisce una delle sue migliori interpretazioni, un villain non da cinecomic come il Mr. Johnny de La Befana vien di notte o lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot (entrambi sceneggiati da Guaglianone), ma un delinquente violento, collerico e impietoso come immaginiamo fosse Renatino De Pedis, un farabutto poco trendy e molto coatto che di certo non diventerà un modello da imitare o un mitico fuorilegge come il Dandy del film e della serie tratti da “Romanzo criminale”. Ed è proprio con l’ingresso in scena di questo personaggio che la comicità si risolleva, perché trae forza dalla contrapposizione fra il mondo malavitoso e l’ingenuità di MorenoSebastiano e Giuseppe, che si spaventano, fuggono e si adoperano per procurarsi montagne di denaro.

E però, fra momenti da pochade, echi di grande commedia all’italiana, rimandi a Ritorno al futuro, si fa strada, inevitabile ma non inesorabile, timido più che urlato e quindi pretenzioso, un paragone fra ieri e oggi, seguito dall’ovvia presa di coscienza che ieri si stava meglio, anzi decisamente meglio, nonostante le bande e le sparatorie. Si stava meglio perché eravamo tutti meno soli e guardavamo le partite insieme, per dirne una, e perché invece di nasconderci dietro pc e smartphone, ci dicevamo le cose in faccia o facevamo la fila fuori dalle cabine telefoniche, trepidando nell’attesa. Ebbene sì: Non ci resta che il crimine esalta un po’ i tempi andati, raccontandoceli come un’età di rinnovata innocenza attraversata dalla tenacia di Rocky o dallo scherzoso disimpegno di un Alberto Camerini, ma chi non ha vissuto gli Eighties forse se ne accorgerà di meno e si lascerà ammaliare dall’action comedy, dal romanesco di Giallini e da una memorabile scena di rapina in cui Leo e i tre uomini del 2019 si travestono dai Kiss che da sola vale la visione del film.

Senza dimenticare di curare scenografia e costumi e di suggerire un ipotetico sequel – o magari una trilogia – Non ci resta che il crimine ha un altro pregio che ci preme sottolineare: quello di offrire a Gianmarco Tognazzi, reduce dall’eccelsa performance in A casa tutti bene, un nuovo personaggio rotondo e sfaccettato, meno dolente del mucciniano Riccardo ma dotato di un più ampio arco drammatico. L’attore lo padroneggia con disinvoltura, passando dalla goffaggine all’eroismo senza mai perdere un briciolo di credibilità.

Voto: 3,5 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

La scelta di alcuni automobilisti di mettersi in viaggio nelle ore in cui si crede che le strade siano meno battute è stata ribattezzata “partenza intelligente”. Un fenomeno analogo accade da qualche anno nelle sale cinematografiche italiane: dopo l’invasione di commedie nostrane nel periodo natalizio, all’inizio del nuovo anno ne viene presentata un’altra a campo ormai libero. Al cinema la strategia sembra funzionare meglio che sulle strade, dove sono diventati tutti così intelligenti che solo gli stupidi riescono ormai a viaggiare tranquilli. Checco Zalone nel 2016 (Quo vado), Alessandro Siani nel 2017 (Mister Felicità) e Carlo Verdone nel 2018 (Benedetta follia) hanno infatti sbancato il botteghino. Questi “film intelligenti” hanno in comune il fatto di non esserlo. O meglio: di esserlo così tanto da accettare di passare per frivoli.

Non ci resta che il crimine posterIn questo filone s’inserisce perfettamente la proposta del 2019, Non ci resta che il crimine di Massimiliano Bruno (Beata Ignoranza). Già dal titolo può sembrare una rimasticatura del film con Massimo Troisi e Roberto Benigni. In effetti un po’ lo è, oltre a ricalcare ampiamente Ritorno al futuro per lo spunto di partenza. Ma proprio come chi assume una piccola dose di veleno scampa agli effetti letali dello stesso, il rischio di scadere nella parodia è scongiurato dalla presa a modello di film che a loro volta già lo erano, perché non si può fare la parodia della parodia. Al resto provvedono la classe e l’esperienza dei tre protagonisti alla pari, Alessandro GassmannGian Marco Tognazzi e Marco Giallini, nelle rispettive parti di Sebastiano, Giuseppe e Moreno, tre cialtroni romani che si mettono in testa di “fare soldi con la pala” come guide turistiche sui luoghi della Banda della Magliana.

Incontrano il vecchio amico Gianfranco (Massimiliano Bruno stesso), che è diventato miliardario con i big data ma è rimasto pedante. Allora lo fuggono, passando dal retro di un bar e trovandosi così catapultati nel 1982. Non riescono a tornare indietro per quella porta e perciò Moreno, che guarda caso aveva in tasca 500.000 lire comprate per pochi euro su internet come souvenir, propone ai due amici: “Ragazzi, conosciamo i risultati dei mondiali: possiamo fare i soldi con le scommesse clandestine”. Sulla strada verso questo geniale obiettivo si frappongono una spogliarellista (Ilenia Pastorelli), ma soprattutto il suo amante, nientemeno che “Renatino” (Edoardo Leo), al secolo Enrico De Pedis, il capo della banda della Magliana. I nostri conoscono le vicende del passato, ma finendo con l’influenzarle non sanno nemmeno loro cosa li aspetta.

Non ci resta che il crimine edoardo leoAnche al pubblico è difficile dire di preciso cosa lo aspetta perché, per quanto Non ci resta che il crimine sia un impasto d’imitazioni, finisce col risultare del tutto originale rispetto alle commedie cui siamo abituati. Di esse contiene la leggerezza e l’ironia, oltre all’inverosimiglianza di una storia che non può essere presa sul serio. In particolare, è il personaggio della Pastorelli a mantenere saldo il film su questo versante: pur essendo la donna del boss e mantenendo una certa ambiguità nell’agire, i suoi toni non virano mai su quelli della doppiezza della Nelly incarnata da Barbara Bouchet in Milano calibro 9, che pure richiama per bellezza, mestiere e amicizie pericolose. Pronta com’è nel mostrarsi oca e nel regalare primi piani di topless e lato B, assomiglia piuttosto alle insegnanti o alle infermiere dei film scollacciati anni Settanta, e in tempi di femminismo dilagante questo le vale un plauso ancora maggiore di quel che già si sarebbe meritato non solo per il corpo, ma anche per il talento.

Non ci resta che il crimine ilenia pastorelliSul versante maschile la prova più difficile toccava a Edoardo Leo, per il fatto di dover interpretare l’unico personaggio realmente esistito. Anche in questo caso, la commedia vuole che il suo Renatino non abbia soltanto la ferocia di quello vero, che pure è riuscito a infondergli (specie nella scena con “Il Sorcio”), ma pure alcune sfumature fantasiose come l’estrema gelosia o una certa bonarietà nel trattare gli ostaggi. Ciò non toglie che il film sia anche un omaggio ai poliziotteschi violenti degli anni Settanta, grazie alla scelta di caratteristi con facce patibolari, alle sparatorie e alle scene d’azione. Da ultimo, è presente quel culto del viaggiare nel tempo che allieta i palati dediti alla fantascienza ma al tempo stesso, poichè il viaggio va a ritroso, anche i nostalgici e gli appassionati di vicende storiche. Un’operazione tentata con minor resa da Paolo Virzì, al cui film questo è curiosamente accomunato per l’ambientazione nell’estate di un campionato del mondo di calcio.

Non ci resta che il crimine è insomma un’opera non solo di genere, ma di generi, al quale si adatta più di ogni altra la definizione di “satira“, in particolare nel suo significato etimologico di varietà e di miscuglio. Il poeta latino Quintiliano affermava con fierezza “Satura quidem tota nostra est”, per rimarcare l’invenzione del genere da parte degli antichi romani. Con Non ci resta che il crimine se ne sono dimostrati degni eredi quelli moderni, il regista e i cinque protagonisti, che sono stati bravi a riempire quest’opera dello spirito della città da cui provengono senza per questo scadere nella volgarità e nel pressapochismo. Sotto questo aspetto, non bisogna sottovalutare il fatto che quasi tutti loro abbiano fatto ingresso nel mondo dello spettacolo dalla porta del teatro. A riprova di quanto studio e quanto mestiere siano necessari per riuscire a realizzare un film frivolo in maniera intelligente. Perché come dice Woody Allen, il vantaggio di essere intelligenti è che si può fingere di essere cretini, mentre il contrario è impossibile.

Giovanni Mottola, da “ilcineocchio.it”

 

 

Si muore dalle risate nel nuovo film di Massimiliano Bruno

In sala il 10 gennaio arriva “Non ci resta che il crimine” il nuovo film di Massimiliano Bruno. Una pellicola di genere dove fantascienza, commedia e gangster movie si fondono per una ricetta tutta italiana; uno sguardo che, probabilmente, creerà un modo diverso di fare cinema.

Per Sebastiano, Moreno e Giuseppe – rispettivamente Alessandro GassmanMarco Giallini eGianmarco Tognazzi – l’arte dell’arrangiarsi è uno stile di vita, tanto da inventare modi sempre più creativi per “fare i soldi con la pala”. Nel pieno centro di Roma, dotati di Ray-Ban Carrera, parrucca, jeans a zampa, giubbotti di pelle e pistole “made in china”, decidono di organizzare un “Tour Criminale” alla scoperta dei luoghi bazzicati dalla banda della Magliana. Uno scherzo del destino li catapulterà nei gloriosi giorni del Mondiale di Spagna, ritrovandosi faccia a faccia con Renatino – il capo della banda – che all’epoca gestiva le scommesse clandestine sul calcio. Questa sembra essere una ghiotta opportunità che permetterà loro di lasciarsi alle spalle la mediocrità delle loro vite, pensando di poter sfruttare le loro conoscenze sul futuro per poter fare un po’ di soldi.

I tre divertenti protagonisti sembrano fare le veci de “il buono, il brutto e il cattivo” e molte battute del film sembrano proprio sottolineare questi aspetti nella loro caratterizzazione. Sebastiano viene più volte definito lo “scemo buono”, quello che si adegua allo status quo cercando di “tirare avanti” al meglio; nei momenti in cui Giuseppe è senza parrucca viene sottolineato quanto sia brutto; mentre Moreno con la tua tempra da carogna solitaria è il cattivo dei tre. L’82 farà crescere, paradossalmente, la loro versione adulta più di quella bambina. I tre si evolvono rendendosi conto di quanto importante sia la loro amicizia che si rafforzerà durante le vicissitudini, un po’ alla “non ci resta che piangere” di Troisi e Benigni. Un percorso che spingerà Sebastiano a non accontentarsi più, mentre Giuseppe imparerà ad ascoltare la sua voce interiore e infine Moreno verrà a patti con i suoi stessi errori.

Non ci resta che il crimine - Immagine 1

Ma non sarebbe un gangster movie senza il cattivo e la sua donna: Renatino, interpretato da Edoardo Leo, e Sabrina, i cui panni sono svestiti da Ilenia Pastorelli. Lui perfettamente calato nella parte, fa esplodere rabbia e gelosia nei momenti più opportuni, creando un cattivo che riesce a far sorridere sia per la sua credibilità sia per paradossi che spezzeranno il ritmo delle sue azioni. Lei è una perfetta Fujiko, una femme fatale che con il corpo riesce a manipolare gli uomini a proprio piacimento, ma che cambierà comprendendo quanto potere abbia e quando non debba dipendere da un uomo per poterlo esercitare.

La storia non scende nello storico o nel bibliografico. Non vi è neanche l’ombra di una tale pretesa. I fatti citati vengono romanzati se non addirittura modificati dalla presenza stessa dei tre protagonisti. Il continuo spazio-temporale viene completamente sovvertito da ogni singola variabile introdotta dai vari attanti in campo aprendosi a numerose possibilità.

Costumi, musiche, fotografia e inquadrature sono tecnicamente studiati, con meticolosa attenzione, per poter restituire un preciso clima al pubblico. La ristrettezza del campo sulle espressioni degli attori influisce al film un sapore tipico del cinema di una volta. Attenta, inoltre, è stata l’analisi fatta su ogni singolo personaggio, sul loro modo di porsi, o sui vestiti che indossano; confezionando delle maschere sartoriali sulle loro personalità. Le citazioni e i vari richiami alla cultura pop e rock conferiscono alla pellicola la capacità di catapultare anche chi non ha vissuto gli Anni ’80 in quello stesso ambiente.

Aida Picone, da “gamesurf.tiscali.it”

 

Parte in sordina il nuovo film di Massimiliano Bruno e per i primi dieci minuti pensi che sia la solita commedia italiana poco originale. Fortunatamente però quasi subito si passa dal presente agli anni ottanta e precisamente al 1982 nei giorni dei gloriosi Mondiali di Spagna e all’epoca della Banda della Magliana e tutto cambia. Davanti ai vecchi motorini come il Boxer, ai ghiaccioli tricolore, alle figurine di Paolo Rossi e di Figueroa e alle atmosfere vintage l’iniziale scetticismo scompare e accompagnati da un cast nazionale degno di nota composto dai tre protagonisti Alessandro Gassmann, Marco Giallini e Gianmarco Tognazzi, dall’antagonista Edoardo Leo nei panni del boss Renatino De Pedis e dalla sua sexy amante interpretata da Ilenia Pastorelli si ride e ci si diverte. 

La nostalgia è presente già nel titolo che rende omaggio a Non ci resta che piangere (1984), film che vedeva la coppia Troisi e Benigni catapultata improvvisamente nel 1492. Ma non è l’unica pellicola degli anni ottanta alla quale fa riferimento perché il tuffo nel passato di questi tre amici squattrinati ricorda tanto la commedia cult fantascientifica Ritorno al futuro (1985) di Robert Zemeckis. E per andare ancora più indietro nel tempo e precisamente negli anni settanta i polizieschi all’italiana, anche detti “poliziotteschi”, film che prendevano spunto da fatti di cronaca nera per svilupparli poi in modo enfatico. E proprio in questa chiave va letto Non ci resta che il crimine. Il riferimento alla Banda della Magliana è un mero spunto con alcuna velleità di essere realistico o di emulare in qualche modo il film e la nota omonima serie tv Romanzo Criminale, progetto nato anni fa dalla penna di Giancarlo De Cataldo.

E’ una commedia non incasellabile che unisce generi e riferimenti differenti e che conquista per il suo essere insolita nel panorama cinematografico italiano. Una action movie che ha un tocco all’americana (non a caso tra gli sceneggiatori c’è Nicola Guaglianone che anche nel recente La Befana vien di notte ha contaminato generi diversi “di proprietà solitamente americana”) caratterizzata da uno spiccato umorismo, da un buon ritmo, da una bella fotografia, da bravi attori e da un velo di nostalgia che ti fa pensare: è vero le cose buone come una volta non le fanno più, ma anche nel 2018 ci possono essere delle eccezioni. 

Voto: 3 / 5

Giulia Lucchini, da “cinematografo.it”
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