Momenti di trascurabile felicità

 

“E’ come un’illogica allegria, di cui non so il motivo, non so che cosa sia” – cantava Giorgio Gaber nel lontano 1992, descrivendo, nel brano “Illogica allegria”, un’immotivata e insieme quieta felicità che gli riscaldava il cuore mentre percorreva placidamente l’autostrada alle prime luci del mattino. La stessa sensazione, che trascolora ora in un godimento infantile ora in una subitanea estatica euforia, pervade il narratore di “Momenti di trascurabile felicità”, che in un flusso di coscienza lungo 125 pagine e diviso in paragrafi e paragrafetti elenca attimi e ragioni di una gioia che è “trascurabile” perché connessa all’apparentemente insignificante, a quelle abitudini maniacali e a quei gol imprevedibilmente segnati che non fanno di noi degli eroi ma dei Peter Pan, dei maghi del procrastinare, a tratti perfino degli egoisti e dei vigliacchi.

Diciamocelo, insieme a “Momenti di trascurabile infelicità”, che è invece un diario delle noie, dei contrattempi e dei fastidi, l’opera di Francesco Piccolo è il libro che tutti avremmo voluto scrivere ma che non sapremmo mai scrivere, perché rendere il “banale” (se non il normale) straordinario attraverso una scrittura semplice ma arguta e soprattutto intrisa di leggiadra ironia è un’impresa quasi impossibile, almeno quanto pensare di trasformare aforismi e brevi tranche de vie così indissolubilmente legati alla città di Roma in un film che racconta una storia con un’ambientazione diversa. E invece, a dispetto di tutto e di tutti, Daniele Luchetti e lo stesso Piccolo ci sono riusciti, e il film, felicemente, è una creatura altra rispetto ai pensieri sparsi pubblicati nel 2010, perché c’è un protagonista di nome Paolo che non ha sempre lo stesso sguardo di Piccolo, visto che è più indolente, un po’ mediocre, decisamente anaffettivo e più pigro, sebbene simpatico. E proprio perché è simpatico, identificarsi con lui è semplicissimo, anche perché a sprecare tempo siamo tutti bravi e perché tutti ci barcameniamo, quotidianamente, fra piccoli inganni.

E però, ciò che garantisce la piena adesione alla vicenda è la scelta da parte di regista e sceneggiatore di soffermarsi su una piccola finestra fra la vita e la morte, 92 minuti in più durante i quali, per un disguido avvenuto nell’aldilà, Paolo potrà congedarsi dagli affetti e dalle sciocchezzuole della sua vita, a cominciare dalla partita che potrebbe portare il Palermo in serie A. Scegliendo il surreale o il fantasy (ma un fantasy in stile Il paradiso può attendere), Francesco Piccolo e Luchetti riescono a rendere urgenti e significative le parole e le azioni dei personaggi, mentre un Renato Carpentieri un po’ angelo e un po’ contabile di un Paradiso che somiglia alle poste, tiene il tempo e controlla l’operato del nostro e si conferma attore sublime. Cominciano così per il nostro antieroe gli obbligatori commiati, e il passato si alterna al presente. E si fa strada la fiaba, la descrizione di un mondo colorato e ideale in cui Palermo è una città dove la Mafia non uccide né d’inverno né d’estate, anzi proprio non c’è, anche se c’è Pif, che è perfetto per il ruolo, e che parla (fra sé e con lo spettatore) forse un po’ troppo. E spiega un po’ troppo, mentre è prima il Paolo di oggi e poi quello di di ieri e poi ancora quello di oggi, vestito sempre nello stesso modo anche quando è bambino.

Proprio perché così incentrato sul suo protagonista, una volta esaurita la parte del ritorno in Terra, Momenti di trascurabile felicità a un certo punto perde il ritmo, in particolare quando la cesura fra i momenti andati e l’ora e 32 di tempo supplementare diventa meno nitida, e si fa ridondante, e probabilmente accade perché, nonostante un’inquietudine di fondo legata all’ineluttabilità della morte, manca quello struggimento che accompagna alcune pagine dei libri, quelle che parlano d’amore, di mille baci dati davanti ad una porta. Ma poi i baci fanno la loro comparsa nel film e sono quelli fra Paolo e Agata quando si conoscono e si innamorano, e Agata è un personaggio bellissimo, una donna non isterica, ma solida, materna e mai drammatica al 100% che porta poesia in Momenti di trascurabile felicità, che ha gli occhioni e la dolcezza di Thony, che ama nonostante tutto e che Luchetti e la costumista Marta Maffucci hanno vestito un po’ come le nostre mamme negli anni ’60 e ’70, epoca in cui la vita era più facile “e si potevano mangiare anche le fragole”.

E’ un film a cui bisogna abbandonarsi Momenti di trascurabile felicità, nuotando, proprio come per i libri che lo hanno ispirato, nel tranquillo mare della leggerezza, un mare non increspato e ostile come l’Oceano, ma come il Mediterraneo d’estate, illuminato da un sole arancione. Non è facile fare un cinema della leggerezza e non è semplice alternare i piani temporali e trasformare un pugno di aforismi in sequenze cinematografiche. In questo Piccolo e Luchetti hanno dimostrato coraggio, e se alla fine qualcosa nell’intreccio non quadra, poco importa. La cronaca della corsa contro il tempo di Paolo prima di andarsene per sempre parla di noi, noi che parcheggiamo in seconda fila infischiandocene se qualcuno resta bloccato e che non sopportiamo le attese in un negozio. Parla di noi anche quando mentiamo spudoratamente su cose insignificanti e soprattutto quando non ci rassegniamo a essere individui che commettono continuamente errori. Ecco, perché è così che funziona: si sbaglia ma guai a proclamarsi impefetti. Momenti prova a insegnarci a farlo, e anche questo non è poco.

Voto: 4 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Paolo conduce una vita tranquilla a Palermo con moglie e due figli, lavorando come ingegnere. Ad aggiungere pepe alle sue giornate non sono le relazioni extraconiugali che si concede di tanto in tanto, o le sedute al bar con gli amici a fare il tifo per la squadra rosa e nera, ma alcuni istanti di pura gioia, come attraversare in motorino un incrocio urbano nel momento esatto in cui tutti i semafori sono rossi. Peccato che arrivi la volta in cui Paolo “manca” il momento di una frazione di secondo, e viene investito in pieno da un’auto ritrovandosi catapultato in Cielo, nello stanzone adibito allo smistamento delle anime. Da qui comincerà quella rivalutazione della sua intera vita che lo metterà di fronte alla sua medietà e alle sue mancanze.

Francesco Piccolo, coadiuvato da Daniele Luchetti, ha scelto di attingere a due suoi libricini di grande successo editoriale, “Momenti di trascurabile felicità” e “Momenti di trascurabile infelicità”, e di dare loro una struttura narrativa del tutto assente dalla collezione di brevi notazioni che costituiva l’ossatura (disarticolata) dei libricini.

È un atto di coraggio che si rivela premiante, perché Piccolo ha saputo estrarre l’anima e lo spirito dalla parola scritta, costruendo una storia leggera e profonda, elegante nella forma e poetica nei contenuti.

C’è un deus ex machina virtuale dell’intera operazione, ed è quel Nanni Moretti di cui Piccolo è frequente sceneggiatore e Luchetti è stato allievo: la storia di Paolo riesce a farci sentire “una minoranza di due”, ovvero unisce in spirito il protagonista ad ogni singolo spettatore disposto a riconoscersi nelle sue umane debolezze e nella sua visione particolare (ma umanamente universale). E la non-recitazione, nonché la dizione straniata e straniante, di Pif sono qui altrettanto efficaci della presenza di Moretti nei suoi film: una presenza stralunata e incongrua, soggetta a fissazioni e paranoie, sfuggente eppure sempre al centro della scena. In più il personaggio di Paolo (e l’interpretazione di Pif) aggiungono una nota di tenerezza e di bonaria indolenza “siciliana” che ben dispongono il pubblico all’accettazione del suo infantilismo dichiarato. Il resto del cast aggiunge freschezza (Thony nel ruolo delizioso della moglie, Angelica Alleruzzo e Francesco Giammanco in quelli dei figli) e solida professionalità (l’imprescindibile Renato Carpentieri, angelo custode di Paolo).

Voto: 3,5 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

 

Di nuovo il cinema italiano si interroga sulla morte, e di nuovo un film ci parla delle nostre difficoltà riguardo al concetto di lutto, inteso come separazione o addio, un evento ineluttabile al quale sembra impossibile esser davvero preparati, per quanto lo si possa affrontare con diverse modalità. Decisamente apprezzabile quella scelta da Daniele Luchetti nel nuovo Momenti di trascurabile felicità, racconto (liberamente tratto dai libri di Francesco Piccolo) dalle note mélange con cui sorridere e immalinconirsi, riflettere e immedesimarsi.

Un film nel quale il tono conta davvero molto. Potremmo dire tutto, se non fosse fare un torto ai tanti che han collaborato a renderlo – caso raro, per fortuna non unico – un esempio di commedia più tragica che romantica dagli ottimi momenti, per scrittura e interpretazioni. “Sentimentale” potremmo sintetizzare, ché la vicenda dominata dal morituro Pif e i suoi ricordi ha nella prova emozionante di Thony, la moglie, la freccia migliore al proprio arco.

La sua Agata è una donna tenera, spiritosa, caustica, normale, della quale saremmo pronti a innamorarci subito. Una donna come tante, certo, ma non al cinema. Non in quello che pensa di dover trasformare tutti in eroi ed eroine, mentre è restando se stessi che si riesce a costruire ponti. Come quello che l’attrice e cantante palermitana vista in Tutti i santi giorni di Paolo Virzì lancia verso il pubblico, ‘traducendo’ e avvicinando il Pif più classico. E ammorbidendo e contrappuntando il suo insistito elenco di piccole idiosincrasie, fastidi, riflessioni, paradossi, con i quali tutti ci scontriamo e sui quali spesso si gioca tanto da averli fatti diventare dei cliché, delle frasi fatte.

Come accennato, è lui il ‘capo’ di una famiglia con la quale risulta particolarmente piacevole trascorrere un’ora e mezzo (anche non l’ultima, come succede a lui). Un merito da dividere sicuramente con i due giovanissimi interpreti dei figli: Angelica Alleruzzo e Francesco Giammanco, trasformati sullo schermo nell’integerrima Aurora e nel riuscitissimo Filippo. I gioielli di questo Warren Beatty de noantri, paradossalmente sereno nell’affrontare le proprie mancanze e debolezze, vigliaccherie e rimorsi…

Un esempio nel quale è facile riconoscersi, e grazie al quale imparare a perdonarsi. Luchetti e Pif insistono molto su questo aspetto, sull’accettazione della nostra fallibilità, al punto da allargare il concetto persino alla morte, resa umana dal povero Renato Carpentieri. Usiamo meglio il nostro tempo, accettiamo i nostri – e gli altrui – limiti, rassegniamoci al fatto di essere il risultato degli errori commessi, perché si finisce di commetterne solo quando finisce il tempo a disposizione per farlo. Una lezione che Lorenzo il Magnifico ci regalò ai tempi della Canzona di bacco e che qui troviamo declinata in maniera intelligente, fino alla fine. Nella quale, invece di cercare soluzioni astruse e inutilmente liriche o di affidarsi a dogmatismi anacronistici e lontani dal moderno complicato, si opta per una conclusione originale e in linea con il resto del racconto e dei personaggi.

di Mattia Pasquini, da “film.it”

 

 

È la quotidianità che ci torna in mente negli istanti più inaspettati. Non quella volta in cui abbiamo fatto il grande salto, né di quella giornata in cui ci siamo sentiti degli eroi. Come quando ci ritroviamo ad un passo dalla morte. È il pensiero comune: credere che in quell’attimo saranno i momenti più significativi della tua vita a passarti davanti agli occhi. Così non è stato per il personaggio di Paolo e, probabilmente, non sarebbe così neanche per noi. In quell’incrocio che lui attraversava ogni giorno, in quei pochi secondi che lo separavano dalla morte, Paolo perderà la vita, ma ripenserà a tutto ciò che è andata formandola, in un inseguire il passato, creare ipotesi di futuro, rivivere, rimpiangere.

Sono semplicemente questi: Momenti di trascurabile felicità. Ed è traendo liberamente spunto dall’omonimo libro di Francesco Piccolo, insieme all’opera dello stesso autore Momenti di trascurabile infelicità, che Daniele Luchetti porta sullo schermo la vita di un uomo meravigliosamente medio. Nei pensieri, nelle azioni, nelle relazioni. Medio che non acquista neanche per un secondo un’accezione dispregiativa, ma caratterizza un protagonista che scoprirà l’importanza della sua esistenza quadrata, delle sue scelte sicure e quelle meno coerenti. E, nella sua normalità, gli sbagli a cui è destinato l’umano, in cui a volte è inevitabile discendere. Decisioni, sentimenti, inadeguatezze. Un campionario di errori e misteri alla base della nostra normalità, in cui rischiamo, come solo l’uomo sa fare, di perdere quel poco tempo che abbiamo.Momenti di trascurabile felicità cinematographe

Giunto, dunque, alla sua ora decisiva, Paolo (Pif) scopre che, alla fine, bere le tanto acclamate centrifughe non può poi aiutare più di tanto. Arrivato, infatti, in paradiso e accolto allo sportello da un angelo/impiegato (Renato Carpentieri), scopre che anche il luogo dei cieli può commettere un imprecisione e che l’ora della sua dipartita non era quella esatta. Paolo ha ancora un’ora e trentadue minuti da poter spendere sulla Terra – il potere delle centrifughe con lo zenzero -, occasione per un bilancio di ciò che sono stati i suoi anni e per cercare di analizzare cosa è stata per lui la vita, tra il matrimonio con la paziente Agata (Thony), le scappatelle senza avvenire e lo sbilanciato rapporto con i figli.

L’esistenza del protagonista Paolo è chiara come uno specchio d’acqua. Il riflesso di cosa potrebbe esserci di più ricorrente al mondo e che il personaggio di Pif incarna con una esemplarità per nulla ridondante. Ma se è così facile rileggere in Paolo i tratti distintiivi di qualsiasi uomo, donna, persona comune, è così elementare ritrovare in lui persino noi stessi. Una linearità d’animo e di gesti che non viene però rispettata nella costruzione filmica di Momenti di trascurabile felicità, in una messa a punto di sviluppi che non rispettano – come i loro protagonisti – la consuetudine, ma si frammentano per diventare quei pensieri e quelle memorie che hanno condizionato la crescita di Paolo, la sua formazione come uomo, fidanzato, marito, amante, genitore.

Un montaggio, curato da Claudio Di Mauro, che sa rendere il film un flusso vitale, una mente che divaga non necessariamente alla ricerca di un punto ben preciso, ma ripercorre la casualità di fronte a cui veniamo posti. Circostanze che balenano nella mente di Paolo e vengono così riproposte allo spettatore, fuggevoli, ma anche fondamentali nella loro più scontata banalità. Lunghe sequenze o immediate inquadrature, scene e fotogrammi che divengono ombre, in un percorso composto dalle più piccole, trascurabili felicità.Momenti di trascurabile felicità cinematographe

E se alla sceneggiatura scritta assieme al medesimo Piccolo, Daniele Luchetti si esprime nei riguardi di una platea che può ritrovarsi nel protagonista, è alla regia che riserva un’accuratezza tutta improntata sull’intimità, sull’insinuarsi nel rapporto di Paolo con la propria fidanzata poi moglie e ne coglie la passionalità prima, anche nella sua forte componente carnale. Luchetti abbraccia i protagonisti e se ne prende cura accarezzandoli con la macchina da presa nelle loro confidenze, nel conoscersi, amarsi, anche respingersi. Un saper stare tanto fuori nella superficialità dell’esistenza del protagonista quanto all’interno della sua più rilevante riservatezza. Essere insieme occhio esterno e investigatore dei legami fondamentali di un’esistenza che sta per finire, in uno sfiorare quel tocco che diventa ultimo collegamento con la realtà terrena, da un intrecciarsi di braccia con la propria figlia a quei baci che vengono strappati dallo scadere dell’ora e trentadue minuti.

In una malinconia sostenuta, che aleggia sull’intero film e ne definisce la sfumature, Momenti di trascurabile felicità è reminiscenza quanto vita vera, tracce che ricostruiscono un uomo e decostruiscono una pellicola tra sfera affettiva e storie abitudinarie. Ricordi, che vanno scomponendosi, per poi tornare e dare fattezza ad un film.

Voto: 3,3 / 5

Martina Barone, da “cinematographe.it”

 

 

 

Momenti di Trascurabile Felicità è il nuovo film diretto da Daniele Luchetti che, dopo Io Sono Tempestasceglie di tornare sul grande schermo adattando due romanzi scritti dallo sceneggiatore Francesco Piccolo (Momenti di Trascurabile Felicità – come il titolo del film – e Momenti di Trascurabile Infelicità). Un’operazione rischiosa in partenza, ma che si è rivelata a tutti gli effetti come un azzardo vincente aperto a suggestive sperimentazioni e contaminazioni.

Il film, in uscita il 14 marzo grazie a 01 Distribution, vede protagonista la coppia costituita da Pif e dalla cantante Thony nei rispettivi panni di Paolo e Agata; a fianco ai due, siciliani DOC, troviamo un attore raffinato e impeccabile come Renato Carpentieri che qui si cala negli improbabili panni di un impiegato… paradisiaco.

Cosa fareste se vi restasse da vivere solo 1 ora e 32 minuti? Vi basterebbe per fare i conti con i punti salienti della vostra vita, per celebrare le piccole banalità quotidiane che in un momento simile assumono contorni completamente diversi, lette sotto una nuova luce? Tante domande affollano la mente di Paolo (Pif), morto improvvisamente dopo un incidente e giunto al capolinea definitivo della propria esistenza secondo i conteggi del Paradiso. Ma se qualcuno avesse, involontariamente, commesso un errore? A Paolo viene così concessa un’ultima buona occasione per stare insieme ai due figli, agli amici e alla moglie Agata (Thony), passando in rassegna la propria vita.

momenti di trascurabile felicità

Momenti di Trascurabile Felicità (qui il trailer ufficiale) è una commedia dotata di un pregio meraviglioso, soprattutto di questi tempi: in un periodo in cui si rincorre ininterrottamente il clamore mediatico ad ogni costo, oppure si gareggia su chi “fa la voce più grossa” e più rumore possibile, la dramedy agrodolce firmata da Luchetti è delicata, leggera, caratterizzata da un tocco gentile e da toni sommessi.

Partendo da una premessa narrativa che strizza l’occhio al “Lubitsch Touch” de Il Cielo Può AttendereLuchetti e Piccolo ne firmano un involontario adattamento italiano, che finisce per trasformarsi in un affresco brulicante di vita in bilico tra quotidianità e struggente malinconia, identificandosi come un’elegia delle piccole cose.

Per 93 minuti lo spettatore assiste al racconto personale, interiorizzato e soggettivo del protagonista Paolo; ne segue i passaggi logici, i ragionamenti bislacchi, le domande surreali; vede attraverso gli occhi dell’uomo gli errori commessi da quest’ultimo senza però mai giudicarlo, anzi finendo per identificarsi completamente con questo personaggio “umano, troppo umano” proprio perché fragile, tenero, irresponsabile, normale.

momenti di trascurabile felicità

Nonostante la difficoltà – a detta dello stesso regista e dello sceneggiatore – di adattare per il grande schermo due romanzi che in apparenza non raccontano nessuna storia, Momenti di Trascurabile Felicità nella propria semplicità lineare cerca di raccontare “la storia di tutte le storie”, quella di un’esistenza qualunque che si trasforma nel riflesso delle nostre stesse esperienze di vita.

Dopo aver creato una premessa così dirompente nei primi minuti del set up del film, ciò che accade in seguito può apparire come una sequenza concatenata d’episodi di vita vissuta, una serie di errori collezionati e reiterati nel corso degli anni, una sorta di “eterno giorno della marmotta” nel quale si rivivono banalità varie ed eventuali fino all’epilogo. Ma la vera forza della commedia è nei non detti, nella riflessione malinconica che incrina il sorriso per la durata del lungometraggio facendo sorgere in ogni spettatore la domanda: “E se accadesse anche a me?

Momenti di Trascurabile Felicità riesce anche a costruire due mondi distanti, distinti e ben definiti nei quali far accadere le peripezie dei personaggi: al Paradiso intriso di burocrazia e logiche da impiegati di Stato, fa da controcanto una Palermo struggente e calda, malinconia terra abitata da una saudade lontana e inspiegabile ben evocata dalle presenze, perfettamente in parte, di Pif e Thony.

Ludovica Ottaviani, da “moviestruckers.com”

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