La paranza dei bambini

 

Napoli 2018. Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò vogliono diventare ricchi alla svelta, comprare abiti firmati e motorini nuovi. In particolare Nicola, la cui madre gestisce una piccola tintoria non resiste alla tentazione di entrare a far parte di una ‘famiglia’ camorrista. Il furto di una pistola lo fa sentire più uomo anche nei confronti di Letizia che gli è entrata nel cuore al primo incontro. In poco tempo diventa il capo del suo gruppo. Nicola ha 15 anni.

La dedica con cui Roberto Saviano apre il romanzo omonimo da cui è tratto il film da lui cosceneggiato è: “Ai morti colpevoli. Alla loro innocenza”. Non si riferisce ovviamente ai camorristi che ha sempre combattuto a rischio della propria incolumità ma a quei ragazzini la cui innocenza viene compromessa dai modelli negativi che li circondano.

Saviano non poteva trovare migliore interprete di questa innocenza di Claudio Giovannesi la cui filmografia è tutta incentrata su quella dualità osservata con amore e con quella compassione priva di pietismo che risale all’etimologia del vocabolo latino: ‘patire con’. L’aver trovato poi nel giovane pasticcere Francesco Di Napoli lo sguardo giusto per reggere, anche nei primissimi piani, questa intenzione ha chiuso il cerchio.

Napoli è teatro della vicenda ma non è quella di Gomorra. Se la serie televisiva di straordinario successo planetario ha le caratteristiche del noir qui sono l’osservazione dei personaggi, il mutare della psicologia di Nicola ad essere al centro dell’attenzione. Lui, che ha assistito alla prevaricazione della richiesta del pizzo a sua madre, si ritrova ad andarlo a sua volta ad esigere in altro contesto salvo poi coltivare il pensiero di poter fare giustizia eliminandolo nelle aree che ritiene di controllare. Da quando ha un’arma pensa di poter ripristinare, attraverso quel possesso illegale, proprio giustizia e legalità nel suo mondo.

Voto: 4 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

La paranza dei bambiniè un dedalo di voci, influenze e personaggi, come i vicoli del Rione Sanità o dei Quartieri spagnoli dove è stato girato.
Dentro al film s’incrociano il romanzo di Saviano, e l’immaginario che lo scrittore napoletano ha inaugurato con Gomorra e le sue filiazioni; i fatti di la cronaca e il cinema di Claudio Giovannesi, uno che ha anche diretto due episodi di Gomorra- La serie; la conoscenza sottile di Napoli del Maurizio Braucci di L’intrusa; la protagonista di quel film Valentina Vannino, qui interprete dalla mamma del protagonista, che invece si chiama Francesco Di Napoli e nella realtà viene dal Rione Traiano.
Quello stesso Rione Traiano che è stato raccontato da Agostino Ferrente in Selfie, anche lui al Festival di Berlino, e che di La paranza dei bambini potrebbe essere considerato il controcanto.

A dispetto della complicazione di questo intreccio, che è comunque fecondo e non un limite, Claudio Giovannesi riesce a raccontare la sua storia, la storia di La paranza dei bambini, con una chiarezza e una linearità quasi minimaliste, e solo a tratti apparentemente vicine a quella che può sembrare una semplificazione di azioni e reazioni.
Giovannesi è bravo, lo sappiamo perlomeno dai tempi di Alì ha gli occhi azzurri. Sapeva benissimo quali fossero gli ostacoli e i pericoli che il testo di Saviano, e il tipo di storia che racconta, gli mettevano di fronte; e li ha evitati tutti, aggrappandosi alla forza dei volti che ha scelto, e alla sua capacità di muovere la macchina da presa, isolando così sentimenti che non sono mai sfacciati, urlati, sottolineati.

Pur rinunciando consapevolmente a un pizzico di quel verismo che gli viene naturale, il regista romano trova la capacità di stare dentro le cose, tra le persone, mescolandosi tra loro, senza mai essere invadente: né nei confronti della storia, né in quelli dello spettatore.
Si può così permettere di alternare momenti di riuscito intimismo, nel raccontare i rapporti di Nicola con madre, fratello e fidanzata, a scene più spettacolari che toccano inevitabilmente Gomorra – come quando i paranzini provano le loro armi, in un momento fin troppo stereotipato – o son figli di riferimenti altri (un titolo per tutti il Carlito’s Way delle feste in discoteca e dei sogni di fuga).
Fino a giungere a un finale dove l’emotività è ovattata ma potente, e che possiede l’epica crepuscolare di certo western, con Nicola e i suoi che cavalcano verso il loro destino, gli scooter al posto dei cavalli.

In fondo, nel dedalo di La paranza dei bambini, quella scelta di Giovannesi era la strada più logica da scegliere. Perché la storia che racconta in qualche modo è nota, e il suo finale inevitabile.
Tutto quel che il regista poteva e doveva fare, l’ha fatto: mescolare i registri e utilizzare la forza dei sentimenti mantenendo un equilibrio difficilissimo, per tenere viva la tensione e l’attenzione di chi guarda; per tirarlo a sé, sempre di più, ma senza strattonare mai.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

In Italia, oggi come oggi, sono pochi i registi capaci di girare ad altezza adolescente come Claudio Giovannesi. Dopo Fiore, presentato alla Quinzaine di Cannes nel 2016, porta in concorso al Festival di Berlino (unico titolo nostrano in corsa per l’Orso d’Oro, da domani in sala) La paranza dei bambini, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano (Feltrinelli Editore), che qui firma la sceneggiatura insieme a Maurizio Braucci e allo stesso regista.

Dal carcere giovanile del film precedente, ambientato a Roma, ci spostiamo nei quartieri di Napoli. Sei quindicenni – Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò – vogliono fare soldi, comprare vestiti firmati e motorini nuovi. Giocano con le armi e corrono in scooter alla conquista del potere nel Rione Sanità. Sono come fratelli, non temono la galera né la morte, e sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto, subito.

Il più determinato è Nicola (Francesco Di Napoli), che dapprima inizia a “faticare” (spaccio) per il boss Sarnataro (Aniello Arena) e poi, in pieno vuoto di potere, si allea con gli eredi emarginati di un capo ormai deceduto.

L’illusione che lo muove è quella di portare giustizia nel quartiere, inseguendo il bene attraverso il male. Ma è una vita in guerra, che pur nell’incoscienza di quell’età, lo costringerà a sacrificare gli affetti più cari, tanto le amicizie quanto l’amore.

Fuggendo qualsiasi spettacolarizzazione e allontanandosi dai parametri estetico-narrativi di confezioni stile Gomorra (la serie), Giovannesi – supportato e non poco anche dall’ottimo lavoro alle luci di Daniele Ciprì – sembra piuttosto orientarsi verso la tensione più trattenuta e non per questo meno avvincente del Gomorra realizzato da Garrone nel 2008.

Se lì il punto di vista si disperdeva, però, qui viene catalizzato nella figura di Nicola, antieroe con cui è facile empatizzare nei momenti di normalità (il rapporto con la mamma, con il fratello minore, con la ragazzina di cui s’invaghisce, interpretata da Viviana Aprea) e verso il quale è altrettanto facile dissociarsi negli altri casi (mosso da quell’inevitabile sete di potere che lo condurrà anche al primo omicidio, salvo poi ritrovarsi a piangere davanti uno specchio un attimo dopo).

Ecco, La paranza dei bambini è un film che in maniera molto intelligente riesce a smarcarsi dalla facile pornografia del camorra-movie per intraprendere un percorso indirizzato verso le profondità della fruizione, all’origine della perdita dell’innocenza: non c’è nessun miraggio di una vita “migliore” (se non una fugace e vagheggiata idea di trasferta spensierata al sole gioioso della salentina Gallipoli), né tantomeno alcun suggerimento su come potersi affrancare da quel tipo di esistenza, non c’è la tagliola di uno sguardo esterno giudicante, né personaggi vagamente “moralizzatori”.

Il perché dei quindicenni (straordinario il lavoro sul casting) si ritrovino a vivere un qui e ora di questo tipo non c’è bisogno di “spiegarlo”, di mostrarne le cause pregresse o gli sviluppi futuri: è tutto drammaticamente scritto nella realtà di un film che non ha alcuna intenzione, né necessità, di andare a ritoccare con chissà quale pirotecnico artificio i tanti, troppi spunti che arrivano dalle cronache quotidiane: a Giovannesi, a noi, interessa piuttosto intuire, percepire, introiettare quell’ineludibile ombrosità che aleggia sul viso di un adolescente, Nicola, primus inter pares scelto per restituire quella terribile dualità che solamente un’innocenza tradita (dal contesto, dagli eventi, dalla vita) può incarnare.

E che resta, sottotraccia, ben impressa nell’animo dello spettatore anche parecchio tempo dopo l’ultimo frame del film. Senza scampo.

Voto: 4 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Tratto dal romanzo di Roberto Saviano e in concorso alla Berlinale, La paranza dei bambini è il quarto lungometraggio di finzione di Claudio Giovannesi. Un’opera matura, che riflette una volta di più sull’infanzia negata e sul desiderio adolescenziale di sfuggire alle regole della società.

I principi del rione Sanità

Napoli 2018. Sei quindicenni – Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò – vogliono fare soldi, comprare vestiti firmati e motorini nuovi. Giocano con le armi e corrono in scooter alla conquista del potere nel Rione Sanità. Con l’illusione di portare giustizia nel quartiere inseguono il bene attraverso il male. Sono come fratelli, non temono il carcere né la morte, e sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto, subito. Nell’incoscienza della loro età vivono in guerra e la vita criminale li porterà ad una scelta irreversibile: il sacrificio dell’amore e dell’amicizia.[sinossi]
Mentre na musica suona, t’affacc a stu balcone
Cantamm chella canzone, si bell comm’e Napule
Staij miezz a sta frase, tu si a chiu bella sposa
N’facci o mur cu quatt parole
Sta scritt l’ammore ca provo per te.
Tony Colombo, Ti aspetto all’altare.

La paranza dei bambini è il secondo romanzo di Roberto Saviano a ottenere una trasposizione cinematografica. Anche per questo, oltre che per l’ambientazione nella malavita partenopea, la mente corre veloce dalle parti di Gomorra di Matteo Garrone, con il quale il quarto lungometraggio di finzione di Claudio Giovannesi – unico italiano in concorso alla Berlinale – condivide anche la professionalità di Maurizio Braucci in fase di scrittura. Ma sarebbe davvero riduttivo, per non dire completamente errato, fermarsi a un apparentamento di questo tipo. Giovannesi non è Garrone, e i due sguardi non sono strettamente sovrapponibili. L’occhio sistemico di Garrone, la cui rappresentazione del microcosmo criminale – e del proletariato che vi afferisce, manovalanza destinata spesso e volentieri a una fine grama – diventa rigoroso scandaglio di un’identità sociale prima ancora che dell’umanità che vi fa parte, non si addice a Giovannesi, regista molto più impulsivo, partecipe della vita e delle disavventure dei protagonisti dei suoi film. Era così anche nel precedente Fiore, così come in Alì ha gli occhi azzurri e anche nell’esordio La casa sulle nuvole “vecchio” oramai di dieci anni: il regista romano entrava nella vita quotidiana dei personaggi, con la camera in grado di empatizzare da vicino con i loro sussulti emotivi. È così anche ne La paranza dei bambini che, come spiega un cartello ad anticipare i titoli di coda, non può essere considerato null’altro se non opera di pura creazione artistica, pur prendendo spunto da una tragica realtà, documentata – per restare nel campo dell’audiovisivo – anche da Michele Santoro nel didascalico ma interessante Robinù, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2016. Dopotutto lo stesso Saviano, al momento di scrivere il romanzo, aveva già affrontato la delicata questione delle bande giovanili nella lotta camorrista napoletana in forma giornalistica.

Da un punto di vista di struttura drammaturgica, La paranza dei bambini appare in tutto e per tutto un romanzo di formazione. Con un’unica eccezione, una deviazione dal tracciato: non esistono educatori. Per meglio dire, non esistono educatori diretti. Quando il quindicenne Nicola osserva i due scagnozzi del boss della zona estorcere il pizzo alla madre, che gestisce una piccola lavanderia, non è alla ricerca di mentori, non ha bisogno di lezioni. Quelle gliele ha già impartite la vita, prima ancora che sapesse razionalizzarle nel cervello probabilmente. Anzi, gli educatori sono visti come un peso da togliersi il prima possibile di dosso: è così per il boss con cui Nicola e i suoi fedelissimi sodali iniziano a lavorare e che sostituiscono nel momento stesso in cui una retata della polizia durante un matrimonio fa piazza pulita dei camorristi, ma anche e forse soprattutto per colui che gli ha insegnato a tagliare i panetti di fumo da rivendere poi davanti alla piazza dell’università, addirittura freddato in casa da Nicola quando la decisione di “prendersi” il quartiere diventa più di una velleità.
L’elisione del concetto stesso di insegnante mette in evidenza la natura inevitabile, perfino empirica della struttura clanica e della sua perpetuazione. Nicola è figlio di una lavoratrice – madre single, del padre non c’è dato sapere nulla – e anche gli amici con cui è cresciuto nel quartiere non hanno parentele nella criminalità locale. Ma loro hanno sempre vissuto accanto e quindi dentro quella realtà. Riuscire a mettere piede in casa degli Striano, che hanno il padre pentito e lo zio morto ammazzato e per questo sono considerati dei reietti, relitti di un mondo passato, è considerato quasi come un rito d’iniziazione, un riconoscimento di stima, qualcosa di così incredibile da meritare un selfie. La ripetizione dello schema si basa su un’interpretazione dell’immagine che si ha di quella realtà. Si vede una foto di un boss con un suo scherrano? La si replica col cellulare. Si maneggia senza troppa convinzione un Kalashnikov? C’è un tutorial su Youtube che può venire in soccorso e risolvere la situazione. Non hanno bisogno di nulla, Nicola e i “suoi”, e per questo possono avere la libertà di mettere le mani sulla città, o almeno su una piccolissima parte della stessa, vale a dire il rione Sanità, che diede i natali a Totò.

Perché Napoli non è mai stata così frammezzata, ridotta a un cumulo di vicoli, vicoletti e piazzette. Il rione Sanità contro i Quartieri Spagnoli, o contro Scampia. Tutti divisi, come testimonia in modo lampante la bella sequenza in discoteca, replica in chiave giovanile e notturna dei tavoli del matrimonio tutti occupati da singoli esponenti della malavita cittadina. L’amore tra Nicola e la bella Letizia, conosciuta proprio in discoteca – meglio, sulla strada per la discoteca, quando Nicola ancora non aveva accesso ai luoghi del benessere – ha il vago sentore shakespeariano del tragico sentimento tra famiglie in lotta, solo che qui le famiglie sono state sostituite dal quartiere di nascita. Anche per questo Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop e gli altri vivono come un diritto quello di “riprendersi” il quartiere: gli usurpatori non sono neanche del rione. Giovannesi tratteggia quest’impeto infantile – si va, come già scritto, dai quindici anni a scendere – con uno sguardo dolcissimo e dolente, facendo straripare la puberale umoralità attraverso le corse in motorino, ma allo stesso tempo ingabbiando questi ragazzini in una società in cui solo l’evidenza della ricchezza marca la differenza di classe, e la rispettabilità della persona. Orologi d’oro, infissi d’oro, statue leonine d’oro, contrabbassi porta liquori, letti imperiali. Il sogno dell’emancipazione dalla sudditanza passa attraverso la possibilità economica. Nicola e Letizia non sono mai stati al San Carlo, non hanno mai sentito l’opera, e la prima cosa che li colpisce è l’eleganza del luogo, il tessuto morbido che riveste la balconata. Parte integrante di una contro-società che fa del non detto e non dichiarato il proprio cavallo di battaglia, i protagonisti de La paranza dei bambini trovano solo nel palesamento delle proprie potenzialità la forza necessaria per agire. Senza darlo a vedere, e con una dolcezza di sguardo a tratti spiazzante, Claudio Giovannesi tratteggia per quasi due ore una preparazione alla guerra. Una guerra che dovrà ancora venire, e che sarà spietata, e che sarà senza speranza. Renderà Nicola e gli altri – straordinari tutti i giovani interpreti – uomini, nell’accezione peggiore che si può attribuire a questo termine. Icone, santini pronti per altri bambini, in un ciclo infinito.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

 

Nicola (Francesco Di Napoli) è il leader carismatico di una paranza di ragazzini del centro storico di Napoli. Insieme a Tyson (Ar Tem), Biscottino (Alfredo Turitto), Lollipop (Ciro Pellecchia), Briatò (Mattia Piano Del Balzo), O’Russ (Ciro Vecchione) cercheranno di entrare nel “Sistema” della città che conta, riuscendo a fare alleanze strategiche con quel che resta dei grandi clan criminali partenopei.

Il film “Gomorra” di Matteo Garrone ha dato vita nel 2008 a un filone fortunato che è culminato con la serie omonima Sky, giunta alla sua terza stagione. Per questa ragione, “La paranza dei bambini”, romanzo di Roberto Saviano, che diventa film con il suo contributo alla sceneggiatura, poteva essere un salto nel buio. Invece, complice la regia di Giovannesi, autore del delicatissimo “Fiore”, il risultato è piuttosto sorprendente.

La paranza dei bambini: un romanzo di crescita che racconta una generazione senza speranza

Del brand “Gomorra” restano i vicoli scuri e le case pacchiane stile Savastano. Quello che è nuovo è la mancanza di eroismo che suo malgrado caratterizzava i personaggi della serie e del film di Garrone. I protagonisti de “La paranza dei bambini” sono i pesci piccolissimi, destinati a soccombere ancor prima di diventare adulti.

Il regista mostra come Nicola e i suoi amici a soli quindici anni siano in fondo solo una facile preda del consumismo. Entrano nel sistema per compare abiti e scarpe griffate e per fare colpo sulle ragazzine, senza sapere il pericolo che corrono. I vicoli del rione Sanità, fotografati ad arte da Ciprì, sono il loro palcoscenico. É un mondo tutto al maschile quello del film di Giovannesi, ci sono poche donne nell’universo dei “paranzini”. Le uniche, Letizia la fidanzatina di Nicola e sua madre, sono comparse di uno scenario di cartone, totalmente inconsapevoli di ciò che le circonda. Lo è anche il piccolo Cristian, il fratellino del protagonista.

Quest’opera è lontana anni luce dalla saga di “Gomorra”, diventata in fondo solo un action movie made in Napoli. Soprattutto nel finale diventa un urlo silenzioso di dolore per una generazione destinata a morire senza neanche sapere il perché. Il regista ha puntato poco sull’azione e molto sull’aspetto psicologico dei personaggi, uno più indovinato dell’altro.

Napoli è sì importante per la narrazione, ma diventa un cuore di tenebra contemporaneo. Il cast è tutto formato da non professionisti e Francesco Di Napoli ha un visino angelico perfetto per il suo ruolo, al pari della deliziosa Viviana Aprea (Letizia).

“La paranza dei bambini” è un ottimo film, che potrebbe ambire a un meritato premio a Berlino.

Ivana Faranda, da “ecodelcinema.com”

 

 

I padroni della città. Cosa c’entra La paranza dei bambini con Il profeta? Niente, appunto. C’è però un sentimento comune: la progressiva appropriazione del luogo. Nel finale del film di Audiard, Malik esce dal carcere ed è seguito da una scorta degna di un potente boss. Lui si gira e fa come segno alle auto di mantenersi a una certa distanza. In La paranza dei bambini ci sono due momenti che segnano come iragazzi si siano impossessato del quartiere. Il primo è nella scena dei motorini che girano per il quartiere dopo un omicidio che, in qualche modo, li ha promossi leader. L’altro in quella della discoteca. Dove dall’alto salutano e guardano gli altri che ballano in pista.

Tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, La paranza dei bambini ribalta la visione di Gomorra. Di cui lo stesso Giovannesiha diretto due episodi della seconda stagione. Più che la rappresentazione della criminalità, contano prima di tutto i volti. Quello principalmente di Nicola, ma anche degli altri quindicenni del suo gruppo (Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ e Briatò) che sogna una vita diversa. Che vuole comprarsi abbigliamento di marca e portare giustizia nel quartiere. Con lo scooter e le pistole vanno alla conquista del Rione Sanità. Vivono in una specie di continua guerra. Dove devono guardarsi continuamente alle spalle.

Comincia con il furto dell’albero di Natale. Episodio realmente accaduto. Poi La paranza dei bambini sembra vissuto tutto attraverso le percezioni dei protagonisti. Un po’ come Fiore e soprattutto Alì agli occhi azzurri. Dove le tracce noir di quel film, qui sono ulteriormente amplificate. Il cinema di Giovannesi continua ad avere un’immediatezza sorprendente nel filmare i volti. Di entrare nelle teste dei giovani protagonisti. Di far avvertire le pulsioni, i desideri, le paure. E soprattutto, ancora una volta, la perdita dell’innocenza. Se in Fiore sembrava prevalere un sentimento ‘pasoliniano’, qui invece emerge quell’impeto nei confronti della famiglia e dell’amore che ci fa associare, ora, così, per puro istinto, il cinema di Giovannesi a quello di James Gray. La storia d’amore tra Nicola e Letizia sembra replicare quella passione quasi senza futuro di Joaquin Phoenix e Gwyneth Paltrow di Two Lovers. Dove l’impeto sentimentale tra i due ragazzi sembra replicare quello di Fiore. Va tutto oltre la scrittura. Vengono prima di tutto il desiderio. Gli sguardi. Francesco Di Napoli con lo stesso devastante impatto di Daphne Scoccia nel film precedente. In un cinema, a differenza di Gray, spesso senza padri. Dove quello di Letizia è l’unica figura di riferimento, l’unico potenziale ostacolo della loro storia d’amore. Ma c’è anche il rapporto con la madre, Che viene come protetta da Nicola. E c’è una spinta fulminante. Un abbraccio tra loro due. Con i soldi in mano. Pieno di disperazione. Ma anche pieno d’amore.

Ma anche nelle scene in discoteca sembrano esserci quegli impeti dei nuovi ‘padroni della notte’. Bottiglie di champagne, tavoli da 500 euro, le sniffate di cocaina. E poi l’attrazione degli oggetti. Il colore dei soldi. E le pistole incrociate. Che disegnano, come per istinto, ancora le precise geometrie del genere

In La paranza dei bambini c’è una continuità con il cinema precedente di Giovannesi. Ma anche una persistente evoluzione.Con i luoghi ancora molto presenti. Che respirano. Plasmati ancora dalla fotografia di Daniele Ciprì che collabora con il regista da Alì ha gli occhi azzurri che fa avvertire tutte le continue variazioni di luce. Dove possono presentarsi ancora improvvisi bagliori nel buio. Come i palloncini rossi che sembrano riflessi sui volti di Nicola e Letizia. O anche la scena del fuoco. Ma il respiro di Napoli è continuamente addosso nel rumore degli spari (quasi in sintonia con i fuochi d’artificio). In quelli del traffico. Nei vicoli. Nelle fughe a piedi. O negli inseguimenti in motorino. E ad ogni azione corrisponde una reazione. O anche contemporaneamente. Le lacrime di Nicola dopo un omicidio mostra come La paranza dei bambini non possa essere associato anche a quell’ottimo cinema partenopeo sulla criminalità e sugli adolescenti. Non solo Gomorra. Ma anche Capuano. Tra Vito e gli altri Pianese Nunzio, 14 anni a maggio. C’è sempre qualcosa nel cinema di Giovannesi che olterepassa il realismo. E qui lo fa con una spinta che gli è sempre appartenuta. E ormai scatta quasi automaticamente. Come il finale. Esempio perfetto di come staccare, finire al momento giusto. Né un secondo prima. Né uno dopo.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Raccontare per l’ennesima volta una storia sulla camorra, soprattutto come in questo caso dove i protagonisti sono dei bambini, non era facile. Proprio per questo motivo, questo compito è stato preso in mano da Claudio Giovannesi, regista già esperto sulla tematica della criminalità, ma soprattutto della giovinezza grazie ai suoi due film precedenti, ovvero Alì ha gli occhi azzurri FioreFin dalla prima sequenza, nella quale troviamo i nostri protagonisti e un’ altra gang, intenti nell’abbattimento di un albero di Natale, capiamo perfettamente che quello che stiamo per vedere non sarà una storia semplice, ma anzi ci troveremo davanti qualcosa di molto più complesso di quel che sembra.

La Paranza Dei Bambini è tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, che qui insieme al regista e a Maurizio Braucci ha anche scritto la sceneggiatura. Per Saviano non è la prima esperienza cinematografica, dal momento che, come tutti sanno dal suo primo libro Gomorra sono stati tratti l’omonimo film diretto da Matteo Garrone e la serie tv di Sky che quest anno arriverà alla sua quarta stagione, mentre sempre quest anno arriverà anche la serie tratta dal suo secondo romanzo ovvero ZeroZeroZero che è stata diretta da Stefano Sollima.  Se si conosce duque il personaggio di Saviano, e ciò che scrive, ci si potrà immaginare quale tipo di direzione potrà prenderà il film, mentre invece qui Giovannesi più che un film sulla criminalità crea una storia d’amore. In essa si mescolano l’amicizia, il dramma famigliare e la noia che questi protagonisti sconfiggeranno compiendo pessime scelte e iniziando a diventare l’opposto di ciò che erano prima.

Si potrebbe dire che questo sia un film più che di formazione, sia infatti di deformazione. Un film nel quale questi nove giovani ragazzi, pur di diventare qualcuno e farsi rispettare dal prossimo, smetteranno di essere loro stessi. Come nella maggior parte di questo tipo di film, i protagonisti sono tutti dei non professionisti. Il protagonista, interpretato magistralmente da Francesco Di Napoli, dimostra una capacità attoriale fantastica capace di variare a seconda dei diversi momenti e registri che si susseguono nella pellicola. Bellissimi sono i momenti tra lui e la sua fidanzata, interpretata in modo eccellente da Viviana Aprea, o quelli con la sua famiglia, composta da fratello e madre. La bellezza di questo personaggio arriva al pubblico in tante sequenze che spaziano da momenti divertenti a momenti di assoluto dramma, come quello in cui si traveste da donna, per poi passare ad una scena di pianto dopo aver compiuto un omicidio che distrugge tutta l’allegria che si era creata in quegli istanti. Molto belle le piccole parti riservate al protagonista di Reality, Aniello Arena e a Renato Carpentieri, unici veri attori di tutto il cast.

Giovannesi riesce a creare, a differenza di Gomorra, un film che riesce quasi a far ridere. Un film interessante anche per il carattere sociologico di questi ragazzi, che non riescono ingenuamente a comprendere come i social siano tutto sommato la vita reale e non una bolla sicura in cui potersi mostrare alla faccia delle forze dell’ordine. Ciò rende loro degli inesperti, ed è questo c conti fatti il filo conduttore di tutta la trama. Sono ancora dei bambini che cercano di ostentare ciò che non sono, non rendendosi conto delle conseguenze inevitabili e del danno che permarrà sempre nella loro vita.

Voto: 8,2 / 10

Riccardo Cozzari, da “redcapes.it”

 

 

Notoriamente la “paranza” è una particolare imbarcazione utilizzata per la pesca a strascico, con grandi reti che portano su qualsiasi cosa sia in mare. Nel gergo camorristico, però, la “paranza” è la bassa manovalanza, i “pesci piccoli” che agiscono dietro ordini, come esecutori. Da questa suggestiva figura è nato nel 2016 il romanzo di Roberto Saviano La paranza dei bambini che, come dice il titolo stesso, inquadra il ruolo di criminali minorenni nell’ambiente camorristico. Oggi quel romanzo diventa un film, presentato in concorso alla 69esima edizione del Festival di Berlino, e a dirigerlo è il romano Claudio Giovannesi, che contribuisce anche alla sceneggiatura insieme allo stesso Saviano e Maurizio Braucci.

Come è facile aspettarsi, La paranza dei bambini nasce in grembo al successo internazionale di Gomorra – La serie, anch’essa tratta da Saviano e di cui Giovannesi ha diretto alcuni degli episodi più riusciti della seconda stagione. Le tematiche sono le medesime, i personaggi e gli eventi in parte ricordano la serie (in particolare la storyline di Sangue Blu nella terza stagione), anche la crudezza, ma La paranza dei bambini ha quel realismo, quel senso di amarezza, quello sguardo vertiginoso nel baratro che a Gomorra – volutamente – manca. Perché Giovannesi cerca una via del tutto personale che inquadri la drammaticissima vicenda delle baby-gang di Napoli da un punto di vista interno, con gli occhi di un adolescente, gli stessi adolescenti che bruciano la propria giovinezza giocando a fare i criminali. Non conoscono altro linguaggio che la violenza, che diventa la normalità, la strada verso l’inclusione, il modo più facile per realizzare i sogni di qualsiasi adolescente, dai vestiti firmati allo scooter nuovo fino al tavolo vip in discoteca, dal quale fare colpo sulle ragazze.

Con sguardo disincantato e nessun intento moralistico tantomeno sociologico, La paranza dei bambini racconta la vita di Nicola, quindicenne del Rione Sanità di Napoli, e dei suoi amici coetanei Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ e Briatò. Un gruppo di ragazzini che vivono alla giornata, le cui famiglie sono vittime del pizzo e sognano di fare la bella vita. Con l’idea di portare la giustizia del quartiere, Nicola si unisce al clan camorristico che controlla Sanità e porta con se i suoi amici, ma l’incoscienza della gioventù e il trasporto esponenziale della vita criminale li porta a un drammatico punto di non ritorno.

Il film si apre con uno degli eventi ormai più folcloristici della piccola criminalità napoletana, il furto dell’albero di Natale che ogni anno tradizionalmente avviene nella galleria Umberto I, dove le baby-gang si contendono il “prezioso” addobbo come sfida per la supremazia sul territorio. Già da questo folgorante incipit, che culmina con o’fucarazzo ‘e Sant’Antuono, inquadriamo la faida che interessa i quartieri di Napoli e le fazioni che sono in gioco, il Rione Sanità e i Quartieri Spagnoli, che si contraddistinguono come piccole roccaforti nel cuore della città nelle quali vige una legge esclusiva, quella del quartiere appunto. In questo scenario brutale, barbaro, quasi teriomorfo, si muove una quotidianità popolare che sa, subisce, si adegua; e poi ci sono loro, i “bambini”, che sognano un futuro migliore per le proprie famiglie, però non è la legge a poterlo garantire, ma una forma di illegalità più accettabile, dalla parte della gente.

Per i giovani protagonisti de La paranza dei bambini ogni cosa è filtrata dalla particolare lente deformata del contesto in cui vivono, in cui la moralità ha dei valori ad hoc e sembra quasi di sottostare alle regole di un videogame in cui se si muore si ricomincia dal checkpoint più vicino, tanta è l’irresponsabilità e l’incoscienza delle azioni terrificanti che si è portati a compiere.

Per dar volto e voce ai giovani protagonisti de La paranza dei bambini, Giovannesi e il suo team hanno optato per un gruppo di sconosciuti, ragazzi scelti direttamente dalla strada, dalle scuole dei quartieri. Giovanissimi a cui è stato chiesto di essere naturali, di improvvisare e a cui le pagine della sceneggiatura venivano date un poco alla volta, così che potessero scoprire gli eventi e le sorti dei loro personaggi così come li scopre lo spettatore in sala. Proprio per preservare questa sensazione di incertezza e per far crescere gli attori insieme ai propri personaggi, il film è stato girato in modo cronologico, così come lo vediamo.

Il risultato è stupefacente. Gli attori sono bravissimi: non solo Francesco Di Napoli che da corpo al protagonista Nicola – viso quasi angelico, in perfetto contrasto con quello che il personaggio farà nel corso del film – ma anche i comprimari Ar TemAlfredo TurittoPasquale MarottaViviana ApreaCarmine PizzoValentina Vannino (che avevamo già visto in L’intrusa), Ciro PellecchiaCiro Vecchione e Mattia Piano Del Balzo. Volti reali, recitazione spontanea.

Poi il film ha un ritmo pazzesco, quasi una corsa verso un burrone, sembra che la narrazione sia scandita dalle fughe in scooter che caratterizzano gli spostamenti che i protagonisti compiono tra i vicoli dei quartieri e dei rioni. Inoltre, il film decide di mostrare Napoli dal suo interno evitando sia gli scorci turistici che hanno contraddistinto tanto cinema popolare, sia le zone più degradate e periferiche che invece hanno fatto da sfondo alla su citata Gomorra – La serieLa paranza dei bambini si ambienta nel Rione Sanità e nei Quartieri Spagnoli, così Giovannesi ci mostra i vicoli, i bassi, le piazzette, i mercati e il massimo a cui si concede è una fugace incursione nel caratteristico Cimitero delle Fontanelle.

Con La paranza dei bambini abbiamo l’ennesima dimostrazione che il miglior cinema italiano oggigiorno proviene dal territorio campano, per ambientazioni e per talenti, in cui si è scoperto un vero ritorno al neoralismo, fatto di storie dure e amare, romantiche e criminali. Un cinema vero e intenso capace di portare alta la bandiera tricolore anche all’estero.

Roberto Giacomelli, da “darksidecinema.it”

 

 

 

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