La favorita

 

La Favorita (titolo originale The Favourite) è forse il titolo più rischioso della carriera di Yorgos Lanthimos, perché se è vero che il geniale regista greco ha già una volta affrontato una grande sfida passando da pellicole elleniche a bassissimo budget a produzioni statunitensi in lingua inglese e con attori di fama, questa è (quasi) la sua prima volta senza i suoi collaboratori di sempre – quelli che hanno contribuito in modo decisivo a decretarne il successo.

La storia di La Favorita, presentato in concorso alla 75. Mostra del Cinema di Venezia e nelle nostre sale dal 24 gennaio, è ispirata a personaggi reali e vede come suo fulcro la decadente corte settecentesca di Anna Stuart (una clamorosa Olivia Colman), Regina di Gran Bretagna.
La sovrana vive distaccata dal mondo, sempre sospesa tra improvvisi entusiasmi e crisi di pianto, e tanto disinteressata dal Paese che guida da non sapere nemmeno se è in guerra. Al suo fianco, a fare da consigliera politica e confidente intima, vi è la Duchessa di Marlborough (Rachel Weisz): l’unica ad avere un rapporto privilegiato con l’eccentrica regnante; almeno finché un giorno non arriva a corte Abigail (Emma Stone), la cugina della duchessa nonché una cameriera scaltra, manipolatrice, e determinata a guadagnarsi le attenzioni della regina per migliorare la propria condizione sociale.

CON LA FAVORITA LANTHIMOS CAMBIA SCENEGGIATORE E CAMBIA STRADA

La prima lapalissiana differenza rispetto alla straordinaria filmografia pregressa di Yorgos Lanthimos è l’assenza della cifra surrealista. Infatti, sia nei suoi lavori in lingua greca (KinettaKynodontas e Alpeis) che in quelli statunitensi (The Lobster e Il Sacrificio del Cervo Sacro), il cineasta sembrava partire sempre da una premessa legata alla riscrittura immaginaria di convenzioni sociali, che si coloriva di metafisico per i titoli d’Oltreoceano. Stavolta niente di tutto questo: la componente surrealista della sua poetica viene meno, sostituita però da un’insistita sottolineatura del grottesco che pervadeva le corti settecentesche – e che di fatto instaura una dinamica non troppo diversa da quella dei primi film ellenici.

A decretare una tale marcatissima differenza vi è l’assenza di Efthymis Filippou, uno dei più geniali sceneggiatori oggi su piazza nonché braccio destro di Lanthimos dai tempi di Kynodontas, al cui posto troviamo Deborah Davies e Tony McNamara – un’esordiente e un signor nessuno. La collaborazione del regista greco con lo stesso gruppo creativo con cui aveva iniziato (compreso il direttore della fotografia Thimios Bakatakis) era perdurata fino a The Killing of a Sacred Deer, tanto che era difficile distinguere i contorni del cineasta da quelli del suo co-autore di fiducia (soprattuto perché Filippou, in altre pellicole come ad esempio Chevalier di Athina Tsangari, riproponeva gli stessi ingredienti degli script per Lanthimos).

UN LINGUAGGIO DI MACCHINA INCREDIBILE PER UNA STORIA ESILARANTE E AMARA

Con La Favorita possiamo iniziare ad avere le idee più chiare nel giudicare il Lanthimos regista, e se il copione – seppur profondamente diverso dai titoli precedenti – funziona magnificamente ed è caratterizzato da un’ironia pungente e pervasiva che non ha precedenti nella filmografia del greco; il linguaggio di camera dell’autore ateniese ripropone le stesse inarrivabili vette conseguite nell’opera precedente, con uno sguardo peculiarissimo e tecnicamente mostruoso fatto di scelte coraggiose e movimenti complessi, tra grandangolari estremi (reminiscenti degli specchi convessi nei dipinti cinquecenteschi dei Fiamminghi o del Parmigianino), prospettive ardite (perlopiù dal basso), composizione inusuale e carrellate che agganciano il soggetto per poi allontanarsene, come in un minuetto (le cui note accompagnano spesso le scene).

L’impeccabile fotografia digitale di Robbie Ryan si regge interamente sull’illuminazione naturale degli ampi finestroni che inondano di luce neutra gli ambienti o sui bassi kelvin della flebile luce delle candele, affidandosi a un mai fastidioso split toning (basse luci virate al blu e alte luci virate al giallo) per dare carattere all’insieme. Il montaggio di The Favourite è affidato a Yorgos Mavropsaridis, editor storico di Lanthimos di cui evidentemente il regista non ha saputo fare a meno, che dimostra un incredibile talento nel reinventarsi e nel proporre ritmi infinitamente più incalzanti rispetto al passato e un uso ardito della dissolvenza – che la farà da padrone in un finale che si staglia già nella storia del cinema.

In conclusione La Favorita è un titolo entusiasmante, divertentissimo, spietato e girato con tutto l’incontenibile talento di Lanthimos – per quanto si collochi in una posizione difficilmente paragonabile con la sua filmografia pregressa. Interpreti d’eccellenza (su tutte un’indimenticabile Colman) per una storia di donne che non teme di ritrarre anche la fredda spietatezza della manipolazione, e che relega gli uomini in secondo piano, trasformando di fatto anch’essi in figure femminili. Un lavoro che ci auguriamo – a partire da Venezia – abbia il più felice dei percorsi nella stagione dei premi e che, nonostante possa sembrare ai più distratti una svolta dell’ultimo minuto, viene da lontano (annunciato nel 2015, nasce in realtà nove anni fa, ai tempi del successo festivaliero internazionale di Dogtooth). E poi, la citazione esilarante e amarissima di The Lobster varrebbe da sola il prezzo del biglietto.

Luca Ciccioni, da “anonimacinefili.it”

 

Sorpresa. Yorgos Lanthimos – che comunque rimane sempre lui, per carità – scende dalla sua carrozza da intellettuale e, proprio come avviene alla Abigal di Emma Stone all’inizio del film, si sporca le mani. Col fango e la merda, e con il sesso, e il cibo, e il vomito, e il vino, e il trucco dei visi imbellettati degli uomini della corte della Regina Anna, e con tutta quella materia viva e calda che finalmente dona corpo, sangue, consistenza e calore al suo cinema.

Non che le protagoniste di La favorita siano poi tanto diverse da quelli dei suoi film precedenti: perché sempre di crudeltà alla fine si parla, e di cinismo, nella lotta tra Abigail, giovine nobildonna decaduta, e la più navigata Lady Marlborough di Rachel Weisz per conquistare i favori di una regina insicura, nevrotica, malata, bulimica, isterica, problematica e lesbica.
I favori, e quindi il Potere, che da sempre è una delle cose che interessano al greco, laddove il Potere è controllo, sopraffazione, egoismo, soddisfazione delle pulsioni, prestigio e denaro. E Amore, che paradossalmente (ma nemmeno troppo) è uno dei temi centrali del film.

Alla crudeltà e al cinismo, però, questa volta Lanthimos ha coniugato anche l’ironia, e il sarcasmo, e così sporcato e alleggerito il suo cinema elegante e tagliente decolla, diverte, travolge. E quindi la battaglia tra due donne intelligentissime e determinatissime, prive di scupoli e con tanto pelo sullo stomaco, diventa una gara quasi esaltante fatta di malizia e perversione, con quel tanto di melodramma che la cornice storica e i fatti reali possono garantire, e che equilibra e stabilizza la formula del regista.

Un po’ come se Le relazioni pericolose avesse incontrato il Marie Antoinette di Sofia Coppola (ma senza le Converse), con due rivali come non se ne vedevano dai tempi di La morte ti fa bella (ma senza magia), e con lo sguardo caustico e affilato di un regista che disseziona ed espone senza falsi pudori, e che questa volta muove la sua macchina da presa in maniera quasi barocca, a far da contraltare a certi toni grotteschi, allo stile decadente del XVIII secolo.
Mentre Olivia Colman regna sul film con polso e autorevolezza ben diverse da quelle del suo personaggio, ma con la stessa presenza/assenza.

Voto: 4 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

Ci voleva l’Inghilterra del XVIII secolo per ritrovare Yorgos Lanthimos. Al terzo tentativo con un film in lingua anglosassone il regista greco fa finalmente centro. Non abbiamo mai fatto mistero, da queste parti, di quanto i precedenti The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro pur indubbiamente accattivanti e suggestivi venissero però fagocitati dallo stesso, smodato narcisistico talento del suo autore.

Stavolta, invece, Lanthimos riesce a farsi in qualche modo da parte (mai del tutto, per carità, e quell’abuso di grandangoli e ralenti è lì a dimostrarlo), lasciando che la storia e le sue tre incredibili protagoniste prendano il sopravvento su ogni cosa.

Primi anni del ‘700. L’Inghilterra è in guerra contro la Francia. Ciò nonostante, le corse delle anatre e il consumo di ananas vanno per la maggiore. Una fragile regina Anna (Olivia Colman) siede sul trono mentre l’amica intima Lady Sarah Churchill (Rachel Weisz) governa il paese in sua vece e, al tempo stesso, si prende cura della cattiva salute e del temperamento volubile della sovrana.

Quando l’affascinante Abigail Masham (Emma Stone) arriva a corte, si fa benvolere da Sarah, che la prende sotto la sua ala protettiva. Per Abigail è l’occasione di tornare alle radici aristocratiche da cui discende. Mentre gli impegni politici legati alla guerra richiedono a Sarah un maggiore dispendio di tempo, Abigail si insinua nella breccia lasciata aperta, diventando la confidente della sovrana.

Grazie all’amicizia sempre più stretta con Anna, Abigail ha la possibilità di realizzare tutte le sue ambizioni e non permetterà a niente e a nessuno di intralciarle la strada.

Sostenuto da una sceneggiatura al limite della perfezione firmata da Deborah Davis e Tony McNamara, il film – il primo che Lanthimos dirige senza averne firmato lo script – è un irresistibile affresco degli intrighi di corte dal punto di vista tutto femminile. Abituati ad entrare (cinematograficamente) in questi ambienti sempre in punta di piedi, ci ritroviamo invece al cospetto di una sovrana volubile e seminferma per causa della gotta, affettuosa con i suoi 17 coniglietti (tanti quanti i figli nati morti o persi prima del parto) e disperatamente in cerca di affetto.

Olivia Colman – che i più attenti già avranno avuto modo di conoscere (e amare) nella serie Broadchurch– veste i panni di una regina in attesa di rivederla nella terza stagione di The Crown. Ma tra Elisabetta e Anna, almeno la caratterizzazione non lascerebbe spazio a eventuali dubbi, c’è un abisso: l’attrice riesce ad attraversarlo senza problema alcuno, concedendosi ad una prova capace di suscitare ilarità e disgusto, tenerezza e rabbia.

Che poi, a ben vedere, sono gli elementi attraverso i quali le due manipolatrici Sarah e Abigail – straordinarie anche Rachel Weisz e Emma Stone – si danno battaglia dall’inizio alla fine del film.

Ecco, The Favourite è l’apoteosi del gioco di ruolo (che Lanthimos aveva già saputo raccontare, ovviamente in altri termini, in quel mezzo capolavoro che era Alps), la pugnalata alle spalle dopo il sorriso cordiale, la caduta in una pozza di fango letamato quale trampolino per ritrovarsi poi tra le lenzuola della figura più potente dell’intera Gran Bretagna.

Tutto sommato, ci dicono Lanthimos e il suo film, stiamo osservando una storia ambientata oltre 300 anni fa, ma a parte i costumi e l’assenza di qualche ritrovato dettato dal progresso (l’elettricità, l’acqua corrente, lo smartphone) quello che accade tra le donne e gli uomini, di potere e non, è rimasto immutato.

È solamente una messa in scena continua per accaparrarsi il gradino più alto di una scala che ti tiene separato dal guado. A meno che, hai visto mai, non faccia la sua comparsa qualcosa di simile al sentimento. Che poi, anche lì, si troverà il modo di sopprimerne la portata catastrofica.

Candidato a 10 premi Oscar: miglior film, regia, attrice protagonista (Colman), attrice non protagonista (Weisz e Stone), sceneggiatura, montaggio, fotografia, costumi, scenografia.

Voto: 3,5 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Quando si ha a che fare con Yorgos Lanthimos si deve mettere in conto una buona dose di eccentricità e provocazioni. A tracciare un solco tra lui e gli altri c’è, però, il fatto che nel cinema dell’autore greco questi pungoli non rimangono semplici aneddoti, ma sono il segnale di una sostanza che si relaziona alle cose umane, traguardate nei loro aspetti più indicibili e scabrosi. Si badi bene, qui non ci si riferisce solo ai contenuti dei film che, di per sé, costituiscono uno degli elementi vincenti del pacchetto, ma anche al modo in cui essi sono fatti. Se prendiamo come paragone il suo nuovo film, “The Favourite”, ambientato nella corte della monarchia inglese di inizio Settecento, e lo confrontiamo con la maggior parte dei lungometraggi aventi come sfondo il medesimo soggetto, a spiccare non è certo il degrado morale e la decadenza dei reali inglesi e dei loro accoliti. Si può, anzi, dire che il tema degli intrighi di corte, con la consueta alternanza di alleanze e tradimenti, spesso è bastato per giustificare la messa in opera di questo genere di film. In effetti, anche quella di Lanthimos non differisce per nulla da tale schema, avendo come protagonista la rivalità tra Lady Sarah Churchill, (Rachel Weisz, attrice feticcio del regista) favorita della regina Anna e fautrice per interposta persona della guerra a oltranza contro la Francia, e Abigail Masham (Emma Stone), nobildonna caduta in disgrazia e per questo determinata a risalire la china, scalzando la rivale dai privilegi che si è conquistata. Come si può immaginare anche in “The Favourite” cattiverie e colpi bassi si sprecano: basti pensare a quelli messi in atto dalla spregiudicata Abigail per conquistarsi il diritto di giacere nel talamo della regina, soddisfacendone gli appetiti sessuali, come pure alle trame cospiratrici del politico Robert Harley (Nicholas Hoult) acerrimo nemico di Lady Sarah e disposto a tutto per toglierla di mezzo e prenderne il posto accanto alla sovrana.

Le convenzionalità di genere, però, finiscono qui, poiché per Lanthimos la ricostruzione di costume e le consuetudini della vita aristocratica non sono il fine bensì il punto di partenza, o meglio, una delle possibili prospettive dalle quali continuare a declinare la poetica sui rapporti di forza all’interno di strutture regolate da gerarchie e consuetudini strettamente fissate. Se, in altre occasioni, l’osservazione del regista aveva trovato il proprio campo d’applicazione all’interno dell’istituto familiare, con “The Favourite” a essere sotto la lente d’ingrandimento ne è una sorta di variabile allargata, che tiene conto non solo dei legami biologici ma anche delle relazioni acquisite per altre vie, nelle quali il rapporto tra servi e padroni non è solo figurato ma reale, nella misura in cui nel corso della vicenda lo mettono in pratica la regina con la sua protetta e a sua volta Lady Sarah con la disinvolta cugina e ancora quest’ultima con la fragile sovrana. Nelle mani di Lanthimos, questo triangolo diventa un moltiplicatore di casistiche umane create dal continuo riposizionamento dei ruoli (di vittima e carnefice) a cui vengono sottoposti gli incontenibili personaggi.
Ma tutto ciò non sarebbe sufficiente a giustificare la fama del regista, che al gusto estetico e allo sguardo da entomologo aggiunge la capacità di creare immagini cariche di senso rispetto al pensiero di cui si fa promotore.

Sulla scia di Sorrentino, a cui Lanthimos non è secondo per la costruzione di universi visivi autosufficienti, “The Favourite” reinventa gli spazi del potere, fotografandoli a lume di candela (come a suo tempo aveva fatto Stanley Kubrick con “Barry Lyndon”) e fendendoli con carrellate letali come quelle che trasformano i corridoi del palazzo in un pista da corsa dove far sfrecciare la regina in “carrozzella”. Fatta salva la tendenza a compiacersi della propria bravura, cosa che in certi passaggi non lo esenta dall’essere fin troppo prolisso, le immagini di Lanthimos suggeriscono relazioni (come quella in cui la ripresa dal basso che accomuna Sarah e Abigail è rivelatrice della medesima natura delle due donne), svelano caratteri (ci riferiamo alle scene relative alle sessioni di tiro, indicative della personalità proditoria e rapace delle agoni) certificano patologie (suggerite dalla deformazione visiva presente in alcune inquadrature). Detto che, se non fosse per la mancanza di stringatezza della seconda parte, “The Favourite” figurerebbe ai vertici della filmografia dell’autore, era dai tempi della “Marie Antoinette” di Sofia Coppola che non vedevamo un film in costume sbarazzino e sfrontato come quello in questione. Da non perdere.

Voto: 7,5 / 10

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

 

Al secondo giorno di Festival, Venezia 75 potrebbe aver già trovato la propria Coppia Volpi femminile grazie a La Favorita. A chi assegnarla? Lanciate il premio a caso, poiché una qualsiasi tra Olivia ColmanRachel Weisz ed Emma Stone meriterebbe di stringere a sé l’ambito premio a prescindere da ciò che questo concorso riserverà al pubblico.

La Favorita apre il proprio sipario sulla vestizione della regina Anna, interpretata da Colman, sotto lo sguardo attento della favorita Sarah, cui Weisz dà il volto. Mattone storico, potremmo pensare, ma bastano poche battute alla sceneggiatura di Deborah Davis e Tony McNamara per soffiare sulla polvere dei secoli e restituire freschezza a una trama articolata attorno a un nodo epocale – la guerra tra Regno Unito e Francia – tramutandola in un triangolo amoroso di rara godibilità.

Difficile, se non impossibile, ravvisare pecche in quello che è a oggi il film più spassoso e, al contempo, feroce di Lanthimos, acuto parallelo tra il conflitto che dilania l’Europa e le devastanti schermaglie interne alla corte della regina; orgoglioso del proprio fasto estetico, connubio del talento del DP Robbie Ryan – che mescola deformazioni grandangolari e fisheye a filologica illuminazione naturale – e di quello della costumista Sandy PowellLa Favorita appaga occhio, mente e cuore con i suoi dialoghi sagaci e le spettacolari performance delle protagoniste.

Lanthimos ha sempre ribadito come tutti i suoi film siano, a dispetto dei toni spesso tragici, delle commedie; nel caso della sua ultima, calligrafica opera, la precisazione andrebbe ribaltata: l’ironia dissacrante dello script nasconde, appena sotto la superficie, una stratificazione emozionale che affonda le proprie radici nel dramma straziante dello squilibrio mentale, della gelosia feroce e della brama di potere. Un potere che, mai come in questo caso, logora chi non ce l’ha senza però garantire soddisfazione a chi l’abbia conquistato.

The Favourite 1

Spesso, nel corso degli anni, a Venezia si sono susseguiti presunti grandi affreschi femminili, con tutto ciò che l’ottusa compartimentazione per generi reca con sé: questa volta siamo di fronte, caso più unico che raro, a una vera celebrazione della femminilità nella sua bellezza come nella sua bruttura, emancipatasi del tutto dalla gabbia della complementarità rispetto all’uomo.

Anna, Sarah e Abigail non hanno bisogno di uomini, se non come mero strumento – storicamente imposto – per raggiungere i propri scopi. Mentre i maschi vanno in guerra, le donne restano a corte e sparano, causticamente contrapposte a un corollario di ministri, lacché e politicanti più imbellettati di qualsiasi dama. Le stanze del potere diventano quindi un campo di battaglia che lascia a terra feriti – letterali e non – senza far trionfare davvero nessuno: il corpo piagato di Anna diviene involucro trasparente delle sue sofferenze interiori, del vuoto lasciato da troppi figli defunti e da un’insaziabile fame d’amore.

Allo stesso modo anche Abigail e Sarah subiscono traumi fisici e sfoggiano cicatrici che, come asserisce la seconda, sarebbero affascinanti se poste sulla pelle di un uomo; Lanthimos sembra sposare questo punto di vista, demolendo il cliché di una femminilità artefatta – le donne non indossano parrucche, al contrario degli uomini – ed esaltando la vitalità di una crepa su un muro dipinto, di un graffio su un volto struccato.

Tuttavia, al di sopra di ogni ragionata riflessione sui significati della curata messinscena, Lanthimos costruisce un’improbabile, magnifica storia d’amore che commuove senza banalità tra una risata e l’altra, spostando l’ago delle simpatie del pubblico da un opposto all’altro nel corso del film; non c’è affettazione melensa nelle sporadiche, inaspettate effusioni cui assistiamo, ma la dirompente carnalità di un corpo – quello di Anna – affamato di piaceri tangibili nel tentativo affannoso di sanare le proprie pene interiori.

Spassosa commedia, sarcastica riflessione sull’ambizione e malinconico dramma amoroso, La Favorita punta evidentemente agli Oscar senza però cedere ai compromessi che tale ambizione porta con sé; bello e terribile come le sue agguerrite eroine, si chiude su note amare e inquietanti che lasciano lo spettatore sospeso a metà tra sogno e incubo, vittoria e sconfitta. Così è la vita, così è il potere, così è l’amore.

Alessia Pelonzi, da “badtaste.it”

 

 

 

Inghilterra, 18esimo secolo. La regina Anna è una creatura fragile dalla salute precaria e il temperamento capriccioso. Facile alle lusinghe e sensibile ai piaceri della carne, si lascia pesantemente influenzare dalle persone a lei più vicine, anche in tema di politica internazionale. E il principale ascendente su di lei è esercitato da Lady Sarah, astuta nobildonna dal carattere di ferro con un’agenda politica ben precisa: portare avanti la guerra in corso contro la Francia per negoziare da un punto di forza – anche a costo di raddoppiare le tasse sui sudditi del Regno. Il più diretto rivale di Lady Sarah è l’ambizioso politico Robert Harley, che farebbe qualunque cosa pur di accaparrarsi i favori della regina. Ma non sarà lui a contendere a Lady Sarah il ruolo di Favorita: giunge infatti a corte Abigail Masham, lontana parente di Lady Sarah, molto più in basso nel sistema di caste inglese.

Quel che non manca ad Abigail però sono la bellezza e l’istinto di sopravvivenza, sviluppato in decenni di abusi e prepotenze subìte. Quale delle due donne riuscirà ad insediarsi per sempre come Favorita della regina?

Yorgos Lanthimos applica la sua visione nichilista ad un trio tutto al femminile e a una società teatro di sanguinosi conflitti di classe. E proprio perché il contesto e le tre protagoniste hanno motivi condivisibili per essere spietate, la storia esce dall’astrazione metafisica che aveva caratterizzato i lavori precedenti del regista.

La Favorita è calato in un contesto storico e politico ben preciso, e racconta senza troppe esagerazioni la condizione femminile come un percorso a ostacoli all’interno di un mondo patriarcale che lascia alle donne pochissimi spazi di manovra, e ancor minori difese. L’unica donna che conta, qui, è la regina, ma questo non la sottrae alle logiche del potere declinato al maschile, che si esprime al grado zero con l’ennesima guerra. Anna è una bambina mai cresciuta (e impossibilitata a veder crescere i suoi numerosi figli) capace di improvvise gentilezze e di altrettanto imprevedibile ferocia. Una creatura sola e malata al crocevia degli interessi degli altri, mascherati da ossequio o da affetto. Ma al contrario di ogni altro cittadino inglese, la regina può dire: “Si fa così perché lo dico io” – il che è il sogno di ogni bambino viziato, oltre che la più elementare espressione del potere assoluto. Per questo l’ironia che colora tutta la narrazione è maliziosa e puerile, incline al dispetto più ancora che al sopruso, e solleva (finalmente) la narrazione dal registro plumbeo di molto Lanthimos precedente.

Voto: 3,5 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Dimenticate le candidature agli Oscar, dimenticate The Lobster, guardate questo film senza pregiudizi e aspettative. È qualcosa di grande, grande perché persistente, tangibile, un’esperienza che resta quasi come se lo spettatore fosse uno degli sguatteri di palazzo, un valletto magari, che sbircia tra le vicende reali con occhio curioso.

Lanthimos aveva oggettivamente spaccato i culi con l’opera del 2015. Poi ha fatto un film che non ho visto, ma che già dal titolo (Il sacrificio del cervo sacro) non si pone propriamente come qualcosa di accessibile a tutti. Ora approda al grande pubblico, apre un pertugio nel mondo delle grandi produzioni. Che poi non è propriamente così, se si guarda al budget di quindici milioni, ma sono comunque tanta roba rispetto ai soli quattro di The Lobster. In ogni caso, sta volta distribuisce Fox, il film si trova più facilmente nei multisala, ha dieci candidature alla più grande seduta di “bocchini a vicenda” dell’annata cinematografica. Quindi sì, possiamo dire che Lanthimos sta arrivando al grande pubblico.

Questa cosa inizialmente può scoraggiare, e anche dopo la visione completa de La favorita lo spettatore più esigente e scontroso potrebbe dire che “non è più il Lanthimos di una volta”. Cazzate. Bisogna prima accettare un cambio di paradigma, di stile narrativo, di densità concettuale. Non siamo più dalle parti dei paradossi corrosivi e dei giochi dialogici stranianti, la comunicazione cinematografica si fa più lineare e piana (almeno in apparenza), lo spettatore viene accompagnato con mano, ma va bene così. Va bene così perché ci vorrebbero più “kolossal” in costume come questo, più “megaproduzioni” guidate con tale accortezza da una mente autoriale finissima come quella di Lanthimos.

Un regista che tiene in mano le sue carte con una sicurezza invidiabile, che dispensa con rara organicità dettagli, visioni, dialoghi, singole parole, cicatrici, macchie di sangue, porte aperte o chiuse, corridoi, informazioni sul passato dei protagonisti, giochi di punti di vista, scarti narrativi, reticenze e disvelamenti. Per questo il film persiste, perché è un po’ (un bel po’) di più di quello che si capta durante la visione spensierata.

La scelta della vicenda da raccontare è straordinaria, il vero colpo di genio di questa produzione. Non serve un futuro distopico per sondare le pochezze umane, è sufficiente scavare nella “nostra” storia passata per mettere a favore di riflettori tanti, infiniti meccanismi putrescenti, che lambiscono il potere tanto quanto l’arrivismo individuale, che mettono a nudo l’inevitabile miseria umana, l’impossibilità di raggiungere davvero un appagamento nella vita. In questo, la distopia di The Lobster prosegue, ancor più radicale, con un salto all’indietro di almeno tre secoli. Qui l’amore è ancor più problematico, perché esiste quasi solo come capriccio, o come atto di prevaricazione, come forma di ricatto, sempre invischiato nelle trame di potere.

Sesso e potere sono inscindibili, e il primo è ineludibile strumento del secondo, non viene quasi mai come moto spontaneo disinteressato e quando questo accade, c’è sempre qualcuno pronto a sfruttarlo per il suo tornaconto egoistico, politico o individuale che sia. In questo Sarah e Abigail sono due declinazioni della stesa rapacità. Chi ha potere, chi ha patrimonio, chi ha la fortuna di essere uomo libero non può far altro che sacrificarne una parte per placare le sue pulsioni carnali. Chi non ha nulla di tutto questo, può solo darsi (e quindi sacrificare una parte di sè) nel tentativo (in ultima analisi vano) di affrancarsi dalla sua condizione di subalternità.

Come si può capire, un film d’epoca che tratta però gli argomenti di oggi e di domani. E toglie quel velo di vittimismo e superiorità morale al mondo femminile che tanto va di moda ultimamente. Qui le donne hanno tutto o niente, hanno da perdere e da guadagnare. Sono vittime del poker, degli uomini e delle loro insoddisfazioni, dei loro traumi, delle loro smanie. Sono nel mondo, sono parte del mondo, nel bene e nel male, esattamente come gli uomini. Ognuna deve sacrificare un pezzo di sé (o di ciò che ha) per sopravvivere al mondo o a se stessa, ma senza schematizzazioni poco sensate tra il ruolo di carnefice e quello di vittima. Ognuno è in ogni momento vittima e carnefice.

Tutto questo supportato da tre attrici in stato di grazia, musiche sottilmente ossessive, gran dispiego di inquadrature le più varie, montaggio asciutto, costumi all’altezza del compito. Insomma, Lanthimos porta avanti il suo discorso ferocemente disincantato, ma lo camuffa in una forma più facile, godibile, stratificata. Per cui forse piacerà anche al pubblico più impreparato e casuale, complici sicuramente il carisma delle attrici e la spudoratezza dei dialoghi. Il non detto sottostante però è gravido di significati “politici” molto attuali (darsi al potere per ottenere qualcosa in cambio, vi dice niente?). Ma quanti ne coglieranno la chiave di lettura?

Voto: 8/10

Joe Strummer, da “debaser.it”

 

 

 

L’omaggio di Lanthimos al passato.

La categoria Musical e Commedia dei Golden Globes 2019 contava 2 strani rivali: Vice – L’uomo nell’ombra di Adam McKay e La Favorita di Yorgos Lanthimos. Queste 2 folgoranti commedie nere, per quanto lontane nello spazio e nel tempo, conservano qualcosa in comune: sfidano la più perversa immaginazione, ma sono storie di potere, e sono storie vere. Lanthimos e La Favorita avevano già conquistato Venezia 75, ottenendo il Gran Premio della Giuria e la Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Femminile, assegnata a Olivia Colman per la sua imponente Anna di Gran Bretagna. Lungo la strada, La Favorita ha dominato anche i British Independent Film Awards: ben 10 premi, tra cui Miglior Film, Miglior Regista, Migliore Sceneggiatura e migliori interpreti Olivia Colman e Rachel Weisz.

Ora, anche i Golden Globes 2019 hanno incoronato Olivia Colman Migliore Attrice di questa superba farsa grottesca. E con 10 nomination in tutte le categorie principali, La Favorita procede agli Oscar 2019 con passo marziale.

Più che “dramma da camera”, Lanthimos definisce La Favorita “una farsa da camera da letto”.

Al centro del triangolo d’amorosi sensi: Anna Stuarda (Olivia Colman), sovrana instabile e malatissima, ma abbastanza potente da unificare i regni di Scozia e Inghilterra, o proseguire la Guerra di successione spagnola: il più rovinoso conflitto nell’Europa del ‘700. Per la Regina Anna il rumore di fame, miseria e conflitti è al massimo un’eco lontana. Piuttosto, deve occuparsi del Parlamento, dove iniziano a delinearsi le opposte fazioni di Whigs e Tories. Senza dimenticare la vivace vita di Corte: un tripudio di intrighi, balli di gruppo, giochi con pistole, conigli e anatre al guinzaglio.

La Favorita

Il corpo mastodontico della sovrana, tormentato dalla gotta, minato da 17 gravidanze fallite, era da sempre oggetto delle cure di Lady Sarah ChurchillDuchessa di Malboroug (Rachel Weisz): amica fin dall’adolescenza, complice e amante dopo l’ascesa al trono. Era Lady Sarah a determinare ogni scelta della Regina. Almeno, fino all’arrivo della sventurata cugina Abigail (Emma Stone).

L’intraprendente Abigail, nobile decaduta ormai ridotta a sguattera, in breve tempo stravolge gli equilibri. Perduta a carte dal padre, giunta a corte dopo orribili avventure, saprà conquistare i favori e il corpo della Regina Anna: sempre bisognosa di nuove cure. La generosità di Lady Sarah non sarà ripagata: La Favorita diventa così una danza macabra e una guerra senza esclusione di colpi, dove i riferimenti storici superano ampiamente i limiti del teatro dell’assurdo.

Con La Favorita Yorgos Lanthimos realizza il suo primo film in costume: paradossalmente è anche il primo che presenti riferimenti reali.

Dal futuro distopico di The Lobster (2016) all’alterazione iper-realista de Il sacrificio del cervo sacro (2017), Alps (2011) e Dogtooth (2009), ogni singolo film di Lanthimos si configura come un universo parallelo, dove la crudeltà insita nella natura umana assume i contorni più estremi. Volgendo lo sguardo indietro al ‘700, in questa regale lotta alla sopravvivenza, l’impossibile accade: sulla scena risplende perfino un lampo di compassione.

La Favorita

La Favorita si consuma come una surreale partita a scacchi per 3 giocatrici, dove la Regina Anna, Abigail e Lady Sarah invertono incessantemente i ruoli di vittima e carnefice.

Allo spettatore il piacere di sperimentare tutte le facce della medaglia: l’onestà brutale di Sarah, la disonestà amorevole di Abigail, la bulimia disperata della donna che ha ricevuto il potere come una condanna. Tra i punti di riferimento de La Favorita, qualcuno é chiaro come il sole: Il re muore di Eugéne Ionesco sul versante teatrale, per il cinema Barry Lindon di Stanley Kubrick. Il riferimento a Barry Lindon non è puramente concettuale: Lanthimos infatti ha scelto di girare in 35 millimetri, eliminando ogni forma di illuminazione artificiale.

Nel 1975 Kubrick e la sua troupe realizzarono un’impresa senza precedenti: grazie agli obiettivi Zeiss Planar sviluppati per la NASA, montati sulle nuove cineprese Panasonic, girarono Barry Lindon con la sola illuminazione naturale.

Data l’ambientazione settecentesca, significava poter contare solo sulla luce delle candele. Per La Favorita Lanthimos applica la stessa formula magica. Una scelta che esaspera luci e ombre, rivelando tutta la miseria e la sofferenza dipinta sui volti dei grandi nobili, sovrastati dalle parrucche, martoriati dalla cipria e dal trucco: realizzato con prodotti tossici, pare causasse orribili danni dalla pelle, da coprire con altri strati di belletto.

Ma la vera svolta horror, nella parabola pre-illuminista de La Favorita, è affidata alle passioni che mutano forma, alla furia dei sentimenti e del cuore, che scontra chi non ne possiede alcuno. Così Lanthimos trasforma una farsa in maschera nel più umano dei suoi film: una charade sul potere, i peggiori istinti e le più scomode verità sulla natura femminile, per un’esperienza cinematografica che non somiglia a nessuna. In attesa della consacrazione agli Oscar, noi vi consigliamo di non perderla.

Marta Zoe Poretti, da “lascimmiapensa.com”

 

Dopo aver riscosso un numero davvero notevole di nomination ai Golden Globes, ai BAFTA e infine agli Oscar, dopo aver stupito la Mostra del cinema di Venezia dove è stato presentato, La favorita di Yorgos Lanthimos arriva finalmente anche nei cinema italiani. Ad interpretare il period drama del regista greco troviamo tre attrici dispiegare i loro grandi talenti, Olivia Colman, Rachel Weisz e Emma Stone, tutte nominate agli Oscar.

La favorita: sinossi

Emma Stone ne La favorita

Inghilterra, 1708. Durante la guerra contro la Francia, la Regina Anna (Olivia Colman) è sia indebolita da una salute compromessa sia poco interessata alle sorti e della politica del suo paese, le cui redini sono invece tenute dalle mani della fidata Sarah Churchill (Rachel Weisz), consigliera e amica intima della regina, che riesce a gestire abilmente i problemi di stato, compresa l’opposizione di Robert Harley (Nicholas Hoult), membro del Parlamento per i Tory e proprietario terriero contrario ai finanziamenti della guerra. Tutto a corte procede per il meglio fino all’arrivo di Abigail (Emma Stone), cugina di Sarah, nullatenente e diseredata in cerca di aiuto e di un’occupazione. Le due finiranno per contendersi duramente il tanto agognato favore della regina.

La favorita: le nostre impressioni

Un period drama può mettere in difficoltà anche gli artisti più bravi, può risultare involontariamente stucchevole, soprattutto se messo al vaglio dei mostri sacri del genere come Barry Lyndon o I segreti dei giardini di Compton House. Ma come insegnano proprio questi capisaldi della storia del cinema, il genere in questione può al contempo offrire delle grandissime potenzialità, che il regista di origini greche ha saputo cogliere, sfruttare e assemblare con grande maestria.

Rachel Weisz e Olivia Colman ne La favorita

Se davvero il period drama – come ha detto lo stesso Lanthimos – permette di creare una distanza necessaria per vedere e capire meglio la realtà, anche quella presente, il triangolo di relazioni femminili che viene dispiegato ne La favorita è profondamente eloquente. Epopea mordace dell’effetto farfalla, il film racconta, analizza e ripercorre con uno sguardo disilluso quei capricci di corte che possono avere delle profonde e drammatiche ripercussioni politiche. Un semplice capriccio, un cambio d’umore, un bisticcio di troppo sono sufficienti a mutare il corso degli eventi, a influenzare le scelte che potranno un domani comparire sui libri di storia, ad avere conseguenze sulle masse, così lontane dalla sontuosa reggia in cui i personaggi si aggirano, tramando velenosamente li uni contro gli altri.

Con lo sguardo cinico e freddo che caratterizza la sua filmografia, Lanthimos tuttavia abbandona i toni vistosamente tragici de Il sacrificio del cervo sacro, monumento artistico del drammatico e del perturbante, costruendo una trama tenuta ben salda da una tagliente ironia, quella tecnica retorica che lascia intendere un significato ben diverso da quello presente nel messaggio, che risulta essere il fil rouge dell’intero film. È questa la strategia discorsiva che ben si addice all’aristocrazia inglese rappresentata, distorta da inquadrature che ne deformano i contorni. È la strategia che dà forza all’intera, solida sceneggiatura. In una trama di doppi giochi, doppie verità, ipocrisie, malignità la favorita è chi è in grado di gestire gli equilibri terribilmente precari – politici, relazionali, discorsivi – e guadagnarsi le attenzioni di una persona che, per quanto volubile e fragile, ha la prima e ultima parola su tutto e su tutti, anche quando la parola le viene suggerita da terzi (o meglio, terze).

Nicholas Hoult ne La favorita

Burattini di una trama in cui loro stessi si ritrovano attorcigliati, guidati esclusivamente dalla brama di potere, sia esso quello politico o delle attenzioni affettive, i complessi e imprevedibili personaggi femminili sono interpretati con un magnetico assembramento di talenti attoriali. La compostezza dell’impeccabile accento britannico avvalora dei dialoghi fendenti ed esilaranti, in cui i tempi comici sono calibrati con grande eleganza, la stessa con cui le attrici cuciono su se stesse i loro ruoli. I personaggi della regina e delle due contendenti trainano lo spettatore, muovendosi all’interno di una scenografia meravigliosa, al ritmo di una colonna sonora di musica classica che costruisce una suspense che fa vibrare le nitide riprese ricche di particolari così come le dissolvenze incrociate, simboli di una verità sempre più sfuggente ed intangibile.

La favorita

valutazione globale – 8/10

Ironico, crudo e tecnicamente ammirevole

La favorita: giudizio in sintesi

Rachel Weisz e Olivia Colman ne La favorita

L’ultimo lavoro di Yorgos Lanthimos è una perla cinematografica che abbaglia con un’estetica impeccabile, con una colonna sonora trainante, con uno humor irresistibile, con delle interpretazioni strepitose e cangiantiLa favorita diverte lo spettatore con un’ironia che permette di costruire una realtà sfuggente, dai mille volti, quella del microcosmo della corte, che si trasforma gradualmente in un microcaos in grado di ripercuotersi sul mondo esterno. Lo sguardo critico e spietato del regista greco si insinua nelle stanze del palazzo, svelando i suoi segreti e portando alla luce la vera natura di personaggi, la loro avidità, i loro sentimenti, le loro fragilità. Né ritmo narrativo serrato, né le immagine marcatamente espressionistiche e ricche di dettagli lasciano spazio ad un calo di attenzione da parte dello spettatore, regalandogli un’occasione di intrattenimento e di amare riflessioni.

Bianca Friedman, da “intrattenimento.eu”

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