Mia Martini – Io sono Mia

 

Tentando di ripercorrere il fortunato cammino di Principe libero, l’affresco sulla carriera di Fabrizio De André, RAI Fiction presenta per qualche giorno in sala con Nexo Digital, prima della messa in onda in prima serata su RAI Uno, Io sono Mia. Si tratta del racconto di un’altra pietra miliare della nostra canzone, in questo caso un’interprete, dalla voce straordinaria vittima di una vita sfortunata e del vergognoso accanimento di un ambiente, quello dello spettacolo, velenoso a dir poco. È incredibile, infatti, a distanza di una ventina d’anni e poco più, vedere nel film riproposta la “maledizione Mia Martini”, la voceria che etichettò la cantante come ‘porta sfortuna’ messa in giro da un discografico da lei rifiutato professionalmente a inizio carriera, almeno questa è la tesi del film, che inventa un personaggio di fantasia come primo manovratore della macchina del fango che la porterà al ritiro dalle scene. Medievale e vergognoso riflusso di cattiveria a complicare una vita già non semplice, partendo da un carattere fragile e candido, di una purezza bisognosa dell’amore assoluto, che Mimì Berte (il suo vero nome) inseguì fino alla morte prematura.

Sbarcò a vent’anni a Roma, insieme alla madre e alle sorelle, fra cui Loredana Berté, anima vivace delle notti romane degli anni ’70 e caratterialmente molto diversa, estroversa e fracassona, rispetto alla delicatezza sognante di Mimì. Riccardo Donna, il regista, e Monica Rametta, sceneggiatrice, hanno scelto di concentrare il racconto della sua vita in 48 ore, durante il Festival di Sanremo del 1989. Per lei fu un ritorno pubblico, l’occasione della riscossa dopo cinque anni rinchiusa in un casale di campagna, a parte qualche esibizione in piccole feste di paese per pagare l’affitto.

Occasione per rievocare la sua vita in un’intervista con una giornalista, mentre la tensione per l’esibizione aumentava. Io sono Mia compie una scelta, immaginiamo in buona parte dovuta, particolare: quella di inserire varie situazioni e personaggi di finzione, insieme alla ricostruzione reale della vita della Martini, per la quale si è avvalsa della consulenza delle altre sorelle Berté. In particolare sul lato affettivo, viene identificato in un giovane Andrea, incontrato in Versilia, il grande amore che somiglia all’Ivano Fossati della realtà, amore cruciale nonché autore di alcune fra le sue più belle canzoni.

Vittima di una certa insistenza sul lato melodrammatico, approfondendo invece poco alcuni rapporti e snodi cruciali della sua vita, come il rapporto con la sorella, Io sono Mia riesce spesso a superare il rischio della scimmiottatura meccanica da ritratto televisivo, grazie a una cura formale superiore al solito e a una generosa interpretazione di Serena Rossi, convincente soprattutto nelle parti cantate. Emerge il ritratto di una donna dal carattere complicato, sincera e a suo modo pura, artista pronta a mettersi costantemente in gioco, a coinvolgere la sua vita privata spesso dolorosa e piena di paure per mantenere l’integrità e l’amore per la musica; sua vera, unica e definitiva ossessione amorosa.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

È il 1989. Quarantotto ore prima del Festival di Sanremo, l’anno del grande ritorno di Mia Martini. C’è chi sussurra alle spalle. Chi stringe un corno rosso in una mano. Chi sospira e chi cerca di aggrapparsi a tutto ciò che l’ha sempre mantenuto in vita: la musica. Si, perché Domenica Rita Adriana Bertè, chiamata dagli amici Mimì, non ha mai avuto paura di dire: “Se non canto muoio”, perché per lei la cosa più importante è sempre stata quella, la sua musica, la sua voce, il suo cantare. Ed è questo che l’ha mantenuta in vita fino alla fine, fino a quel tragico 14 Maggio 1995, dove è stata ritrovata priva di vita, nella sua casa/rifugio, ascoltando la sua musica.

Io sono Mia, seguendo la scia di Fabrizio De André – Principe Libero, che ha debuttato proprio lo scorso anno arrivando prima in sala con Nexo Digital e poi in prima serata su Rai 1, in uscita in Italia solo per tre giorni (14, 15 e 16 Gennaio) rende omaggio alla grande artista portandola al cinema. Il film è un ritratto intimista di una donna con una grandissima umanità, tradita dal suo stesso mondo, ma che fino alla fine ha combattuto tenendo la testa alta, anche quando non ne poteva più degli altri, facendo l’unica cosa di cui non avrebbe mai potuto fare a meno: cantare.

Una lettera di scuse a Mimì

Il 1989 è stato l’anno in cui questa grande voce del panorama italiano, riconosciuta e amata in tutto il mondo, torna a solcare il palco dell’Ariston provando, con tutta se stessa, ad abbandonare l’ombra di angoscia, le ferite e la delusione, che gente appartenente a quello stesso palco le ha gettato contro, per invidia o forse per paura del coraggio e dell’emancipazione di una donna forte e scomoda, costringendola alla reclusione per quasi quindici anni.

Io Sono Mia 9

La vita di Mia Martini non è stata una vita facile. Riccardo Donna prova, riuscendoci, ad omaggiare questo personaggio complesso con una pellicola che sembra essere quasi una lettera di scuse nei confronti di Mimì per non aver fatto abbastanza, per non esserle stati più vicini e aver lasciato che una bugia, una parola sbagliata, la portasse lontana da quel mondo, che nei suoi pregi e difetti aveva sempre amato. Io sono Mia porta sul grande schermo e trasmette al pubblico il ritratto di un’artista, il profilo unico e inimitabile di una donna appassionata e tenace, ma al tempo stesso arrabbiata e delusa; una donna ferita ma che non ha mai voluto smettere davvero di combattere, una “piccola” e fragile donna che chiedeva due semplici cose: di essere amata e di essere ascoltata.

Io Sono Mia 5

Il ritratto di una piccola grande donna

Complessa, capricciosa, ribelle. Irriverente, caotica, immensa. Chi era davvero Mia Martini? Anzi, chi era Mimì? Quella ragazzina che cantava da bambina chiusa nella sua stanza con una spazzola in mano e un giradischi in funzione, lasciando le urla di un padre troppo burbero fuori dalla sua esistenza. Un padre con il quale Mimì si è sempre scontrata, un padre al quale ha chiesto scusa cento volte per quella canzone, quella prima canzone che ha iniziato a farla conoscere al mondo; un padre che, in fondo, ha amato con tutta se stessa, portando quelle sopracciglia così folte e distintive proprio per lui.

Io Sono Mia 1 Uptmxs0

Mimì è quella ragazza arrivata a Roma a soli vent’anni per rincorrere il suo sogno: cantare. C’è stato il jazz, poi la prima grande etichetta discografica, quella di Crocetta (nel film interpretato da Antonio Gerardi). Il primo singolo e il primo successo con “Piccolo Uomo”. I primi cambiamenti, dal lungo capello nero al biondo dalle sopracciglia fini. La scelta del nome, Mia come la sua attrice preferita, e Martini come il famoso cocktail. E dopo l’arrivo di Minuetto, il successo internazionale e la ricerca spasmodica di un grande amore. Tutto questo raccontato dalla stessa Martini, in quell’89, tra le strade di Sanremo, in un’intervista con una giornalista che non era venuta lì neanche per lei ma per Ray Charles, e che poi ha scoperto l’ennesima sfumatura di Mimì Bertè.

Sai, la gente è strana…

Io Sono Mia è l’ascesa e la discesa, ma anche la lenta risalita di un’artista incompresa. Una donna che, in fondo, ha anticipato i tempi sullo scenario di un’Italia degli anni ’70 e ’80, quando le donne stavano iniziando a conquistare la propria emancipazione. Mia Martini era il ritratto dell’indipendenza e della ribellione. Una donna tanto amata quanto, in fondo, disprezzata per tutto quello che rappresentava: un potere sempre più crescente e inarrestabile. Ed ecco come il film di Riccardo Donna fa luce sull’importanza delle parole, su quanto esse possano essere letali nello stroncare definitivamente la vita di una persona, esattamente come nel caso della Martini additata come una minaccia e allontana non solo dal campo musicale ma anche da quello sociale.

Io Sono Mia 3

Io sono Mia, grazie soprattutto all’incredibile forza di Serena Rossi, riesce a restituirci l’essenza di Mia Martini, la memoria di una grande artista che, proprio 1989, cantava “Sai, la gente è strana, prima si odia e poi si ama” di fronte a quel pubblico che l’aveva rinnegata per così tanto tempo. Serena Rossi, come già lo scorso anno Luca Marinelli aveva fatto con Faber, non si ferma a darci una mera copia carbone dell’artista, inutile anche provarci. La Rossi si nutre dell’essenza stessa della Martini e ce ne da una sua interpretazione, mostrando però per lei un incredibile rispetto. L’attrice reinterpreta e canta le canzoni di una vita della Martini, stando attenta ai vari passaggi, ai cambiamenti della voce e alle intenzioni di alcune canzoni, mostrandosi fedele nei movimenti, da quelli più sciolti e sensuali degli inizi a quelli più rabbiosi e impauriti degli ultimi anni.

Io Sono Mia 7

Il riscatto di Mia Martini

Pur non spiccando nell’impianto scenico, in particolar modo riferito al tipo di immagine che si rifà ancora troppo allo stile della fiction, Io Sono Mia è comunque una pellicola dall’intenso valore emotivo ed emozionale. Non estremamente preciso e per forza di cose costretto a cambiare e ri-adattare alcuni personaggi e momenti della storia della Martini, il film riesce sempre ad essere rispettoso e fedele alla memoria di una donna finalmente riscattata. Una donna che deve essere ricordata per la sua voce, per la sua grandezza, e non per una stupida, ignorante e infima bugia.

Io Sono Mia 10

Un film che sa toccare le corde di chi lo guarda, ci mostra l’artista ma, soprattutto, ci fa scoprire una donna e le sue mille sfumature e complicazioni. Ci porta nell’intimità della sua vita, nel furore delle passioni e anche nella sofferenza, quel profondo dolore che sapeva nella sua musica, nell’intensità con cui cantava le sue ultime canzoni, aggrappandosi come un animale alla musica. Io sono Mia è fedele nella ricostruzione del tempo, delle atmosfere e degli scenari.

Io Sono Mia 6

In quella sua ultima fragilità e paura, Mia Martini ci ha insegnato la lezione più grande, quella di non ascoltare nessuno, di essere superiore e passare avanti, sempre a testa alta, senza mai smettere di credere fino in fondo nelle proprie passioni. Riccardo Donna, Serena Rossi e Monica Rametta, con questo film, ci ricordano di stare attenti, sempre, alle parole e di non lasciare solo chi ci sta vicino.

Gabriella Giliberti, da “movieplayer.it”

 

 

Mia Martini è stata senza ombra di dubbio, insieme a Mina, l’interprete più profonda e sfaccettata della musica leggera italiana. Una cantante rabbiosa e commossa, attraversata da un’esistenza piena di tormenti che ha portato in molti, per grettezza e probabilmente per invidia, a bollarla come una presenza iettatrice, come un gatto nero da scansare.

Questa fusione possente tra arte e vita ha reso la sua esperienza artistica uno dei tasselli fondamentali di quell’autobiografia nazionale e sentimentale che solo la musica, e in particolare certa musica popolare, può restituire e fissare nell’immaginario collettivo: per tutti Mia Martini è stata l’artista schietta e anti-conformista che ha legato il suo nome a brani memorabili come Piccolo uomoGli uomini non cambianoE non finisce il cielo e l’indimenticabile Minuetto, cucitale addosso su misura da Franco Califano e in assoluto il suo 45 giri più venduto, che la fece conoscere in tutta Europa fino ad accostarla, in Francia, a Edith Piaf.

Era dunque impresa ardua quella del biopic Mia Martini – Io sono mia, prodotto da Rai Fiction e per la regia di Riccardo Donna. Una sfida che, nonostante il rischio del bignami sia sempre dietro l’angolo, può dirsi però complessivamente vinta. Perché la sincerità e la commozione dell’operazione sono indubbie, così come filologica, nonostante le esigenze di semplificazione e di sintesi, è l’adesione a un vissuto umano e artistico, privato e sentimentale.

Vediamo la vita di Domenica Berté, che prese il suo nome d’arte dall’attrice Mia Farrow e dal noto drink, scandita in flashback, a partire dal countdown delle ore che separarono Mia Martini dall’esibizione a Sanremo ’89 con l’indimenticabile Almeno tu nell’universo. Con dentro, naturalmente, tutto o quasi: le polveri e gli altari, i giornalisti e i manager, le dicerie e le passioni, dagli anni d’oro al declino e all’addio alle scene, dall’Olympia di Parigi alla sagra della pizza fritta (glissando, pudicamente, sulla tragica morte). Con addosso il dolore e l’energia di sempre, riversati in una voce dall’estensione sovrumana.

L’esistenza di Mimì, nomignolo confidenziale col quale è e rimane nota a molti, è trasposta in maniera accorta anno dopo anno, con la consulenza delle sorelle Loredana e Olivia a fare da garanzia. Non ci sono tuttavia Ivano Fossati, grande e tormentato amore della sua vita, e l’amico di lunga data Renato Zero, che hanno preferito non comparire e non concedere l’autorizzazione per essere rappresentati.

Mia Martini - Io sono mia

Un limite non da poco, aggirato attraverso il ricorso a due personaggi paralleli (un fotografo e un compagno di scorribande più simile a un giovane David Bowie), che però non inficia la spudoratezza accorata del prodotto e il suo intimo desiderio di riportare alla ribalta non solo una voce unica e irripetibile ma anche gli umanissimi tormenti che contribuirono a renderla così grande ed esposta all’empatia del grande pubblico.

Oltre alla Mia Martini fragile e abbandonata a se stessa, che amava Aretha Franklin ed Ella Fitzgerald, emerge infatti anche la bestia feritatramortita dal rapporto problematico col padre e con degli amori sempre gestiti a mani nude, con quella maledetta tendenza a donarsi completamente agli altri, senza alcuna distinzione di sorta tra gli ascoltatori della sua musica e coloro che le gravitavano intorno.

Un’arma a doppio taglio che la protagonista Serena Rossi si prende il coraggiosissimo rischio di incarnare, aderendo con umiltà e verosimiglianza alla mimica di Mia Martini e all’autarchia evocata dal titolo (se lo leggiamo con l’aggettivo possessivo al posto del nome proprio). Ma anche alle sigarette fumate una dopo l’altra, alla risata nervosa e alle smorfie che le abbruttivano il volto tanta era la forza delle sue interpretazioni (un aspetto di cui la cantante era perfettamente consapevole, e sul quale ironizzava spesso lei stessa).

Esattamente come il De André di Luca Marinelli di un anno fa, la sua interpretazione non è un’imitazione scivolosa ma una re-interpretazione dedita e affettuosa, in grado di sospendere l’incredulità a dispetto degli ovvi limiti vocali. Perché nonostante la Rossi sia un’ottima cantante, il timbro sporco e graffiante della Martini rimane un miraggio inarrivabile, e difficilmente poteva essere altrimenti.

Quello che viene fuori è un ritratto di tristezza e malinconia femminile a tutto tondo, scenograficamente curato, arricchito da ninnoli d’epoca e apparizioni fulminee (tra cui spicca l’ottimo Califano di Edoardo Pesce). Schietto come una confessione postuma e vibrante, con gli occhi lucidi e a cuore aperto, e corredato dal piacere di ritrovarsi intorno a un’emozione condivisa.

Davide Stanzione, da “bestmovie.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog