Il primo re

 

Romolo e Remo, letteralmente travolti dall’esondazione del Tevere, si ritrovano senza più terre né popolo, catturati dalle genti di Alba. Insieme ad altri prigionieri sono costretti a partecipare a duelli nel fango, dove lo sconfitto viene dato alle fiamme. Quando è il turno di Remo, Romolo si offre come suo avversario e i due collaborando con astuzia riescono a scatenare una rivolta, ma è solo l’inizio del loro viaggio insieme agli altri fuggitivi e a una vestale che porta un fuoco sacro. Sapendo di avere forze nemiche sulle proprie tracce decidono di sfidare la superstizione e si avventurano nella foresta, dove Remo dà prove di valore e conquista la leadership del gruppo, mentre Romolo può fare poco altro che riprendersi da una ferita. Quando a Remo viene letto il destino dalla vestale, lui decide di sfidare il volere degli dèi.

Epica barbara, mito di fondazione e tragedia classica con tanto di hybris, tutto questo fa di Il primo Re un vero e proprio antipeplum, stilisticamente brutale ma al tempo stesso attento alla natura incontaminata dell’alba della civiltà.

Il merito di Matteo Rovere va in buona parte condiviso con il magnifico lavoro di Daniele Ciprì alla fotografia con luce naturale, dove i raggi di sole filtrano tra le fronde della foresta e solo i fuochi tengono a bada le tenebre della notte. La regia cerca di ricostruire un’atmosfera tanto quanto un racconto eroico e tragico, dando eguale spazio ai più piccoli dettagli di riti magici e religiosi, dei costumi, delle primitive capanne e dell’ambiente naturale. Senza dimenticare lo spettacolo, presente fin dall’apertura con l’onda che travolge i due fratelli in un momento altamente drammatico e visivamente impressionante, dove il lavoro in computer graphic non ha cedimenti.

Allo stesso modo i numerosi scontri all’arma bianca e corpo a corpo non vanno per il sottile, gli stunt men non trattengono i colpi e la violenza è spaventosa e credibile, senza mai il bisogno di ricorrere al sangue digitale – che invece segnava i momenti meno felici di un film vicino a questo (ma più astratto) come Valhalla Rising.

Più che ai classici italiani del filone mitologico ed epico, Matteo Rovere guarda a modelli naturalistici come The New World di Terrence Malick, di cui evita però la voce over con le sue infinite domande: i protagonisti di Il primo Re ci sono proposti nelle loro semplici gesta, lasciando parlare le azioni e limitando al minimo anche i dialoghi, parlati in proto-latino e sottotitolati. Il lavoro di ricostruzione linguistica ha fatto avvicinare il film anche ad Apocalypto di Mel Gibson, ma la messa in scena è meno adrenalinica e si guarda piuttosto a Revenant – Redivivo di Alejandro González Iñárritu, di cui comunque Rovere evita saggiamente di riprendere gli eccessi onirici e lirici.

Voto: 4 / 5

Andrea Fornasiero, da “mymovies.it”

 

 

Il panorama cinematografico italiano è perlopiù disarmante, ostaggio com’è di un sistema che si trascina senza sussulti e senza particolari ambizioni e che si regge su un proliferare incontrollato di commediole perlopiù insignificanti (quando va bene) e di pigri drammi pseudo-autoriali. Succede solo raramente – molto raramente – che qualche autore abbia il coraggio di prendere una strada particolarmente rischiosa e, quasi mai, che il frutto di tali azzardi superi ogni più rosea aspettativa. Ebbene Il Primo Re, nuovo film di Matteo Rovere, non solo rappresenta una folle scommessa vinta, ma è una di quelle rarissime pellicole capaci di far fare un salto in avanti a tutto il nostro cinema, risvegliandolo dal suo stato semi-comatoso e dimostrando quanto straordinariamente fortunato possa essere il mix tra talento, originalità e intelligenza produttiva.

IL PRIMO RE: UN’EPICA CRUDA IN LATINO ARCAICO

Il Primo Re trae liberamente ispirazione dal mito fondativo di Roma e mette in scena i momenti più importanti della vita di Romolo e Remo con toni crudi ed epici, facendone una violenta storia di sopravvivenza intessuta di mistero e senso del destino, in cui i (pochi) dialoghi sono affidati al latino arcaico sottotitolato. Un’operazione che quand’è stata annunciata poteva ricordare l’approccio ‘filologico’ adottato da Mel Gibson per La Passione di Cristo e  Apocalypto, ma che in realtà rivela sin dalle primissime scene un’identità ben diversa.

Ciò che rimane di Romolo e Remo è una serie di testimonianze riportate con ricchezza di immagini simboliche da storiografi e autori dell’antichità classica, nonché una leggenda modulata sull’archetipo del fratricidio e del riscatto di una nobile discendenza. Una storia i cui contorni sono sostanzialmente sconosciuti al grande pubblico, e che quindi gli sceneggiatori Filippo Gravino, Francesca Manieri e Matteo Rovere si possono permettere di trattare con grande libertà, sacrificandone gli aspetti più popolari (dalla discendenza da Enea alla celebre lupa) a vantaggio della verosimiglianza, e costruendo il tutto a partire dalle solide motivazioni dei protagonisti, il cui rapporto diventa ben più profondo e complesso di quello tramandatoci nel corso dei millenni. La magistrale interpretazione di un Alessandro Borghi perfetto e le solidissime performance di Alessio Lapice e Tania Garribba sono fondamentali proprio nel rendere giustizia all’ottimo lavoro di scrittura dei personaggi.

UN GRANDE FILM D’AZIONE INTRISO DI VIOLENZA E BRUTALITÀ

Quello che stupisce di un’opera del genere è che Matteo Rovere (che già aveva fatto un buon lavoro con Veloce Come Il Vento) non solo riesce a non renderla noiosa e compiaciuta, ma addirittura ne fa un lavoro capace di tenere incollato lo spettatore allo schermo, confezionando un trionfo di azione che sembra una versione assai più sobria e cinematograficamente elegante dell’immaginario dello Snyder di 300 e che al contempo offre allo spettatore più consapevole una pluralità di livelli di lettura di rara ricchezza.

Il Primo Re trascina sin dalla primissima scena nel cuore dell’azione, con un’inondazione che sottolinea a livello simbolico l’importanza del fiume Tevere nella vita dei fratelli e il tema della natura ostile, e che altresì aggredisce il pubblico chiarendo immediatamente che non si troverà davanti un film lento e meditativo. Tra carrellate, camera a mano, dolly zoom e momenti ipercinetici – grazie anche all’eccellente montaggio di Gianni Vezzosi – si va costruendo subito un linguaggio che sarà fondamentale e curato quanto ogni altro aspetto della messinscena, dalle coreografie delle violentissime scene di battaglia agli eccellenti effetti pratici e visivi, passando per lo straordinario connubio di verosimiglianza storica e spettacolarità di costumi, scenografie, oggetti scenici, trucco, lingua e location. Solo la colonna sonora di Andrea Farri si discosterà dall’approccio d’insieme, azzardando l’anacronismo con tappeti synth analogici che comunque faranno il loro dovere.

il primo re

LA GRANDEZZA DELLA SCENEGGIATURA: IN FILIGRANA UN FILM DI STRAORDINARIA PORTATA INTELLETTUALE

Quel che più sorprende de Il Primo Re però non è tanto un certo gusto per la spettacolarità dal forte sapore statunitense, ma la ricchezza di una scrittura che non può nemmeno affidarsi ai dialoghi, giacché gli scambi parlati sono ridotti al minimo.

La storia della fondazione di una città non può non toccare i temi della ricerca della stanzialità, dell’individuazione di valori condivisi, e della nascita di convenzioni sociali e – quindi – di interessi comuni. Una storia di affermazione dell’uomo sul proprio ambiente che, sotto la lente di Rovere, diventa anche una parabola su una profonda trasformazione antropologica, nella quale individui impauriti e quasi senza alcun controllo su un mondo ostile prendono in mano le redini del proprio destino e diventano artefici della propria fortuna, rivendicando il proprio primato su ciò che li circonda. Da prede a predatori, da predatori a uomini.

Per giustificare una trasformazione tanto radicale serve ovviamente un fulcro narrativo, e il film lo individua nel sacro. Ne Il Primo Re la dimensione metafisica è rappresentata da un concetto sfumato, in cui l’idea astratta, imperscrutabile e ostile del divino (la triplice dea), la sua trasposizione simbolica (il fuoco) e la figura di un tramite (la sacerdotessa) si confondono e uniscono nel concetto lato di Dio; un dio venerando e temibile quanto quel femminino con cui si identifica. “Porta il dio, non saremo più soli” raccomanda Romolo a Remo aggrappandosi a qualcosa di più grande per affrontare il disagio esistenziale, eppure l’intuizione geniale è quella di fare del Dio l’unico vero villain della pellicola. In particolar modo dal vaticinio che annuncerà il fratricidio di uno dei protagonisti, la mano del destino diventerà una presenza invisibile e minacciosa, cui opporsi con ogni forza appellandosi a una primordiale volontà di potenza, e nella quale però consolarsi quando quella stessa spinta vanagloriosa avrà consumato le mal riposte ambizioni.

LA NASCITA DI ROMA È ANCHE LA NASCITA DELLA PIETAS

La Romanità si fondava – almeno nella sua epica – sul concetto di pietas, e cioè un concetto che non corrisponde alla pietà comunemente intesa (con cui viene spesso erroneamente confusa) ma a un sentimento di altruismo verso il prossimo e di devozione verso gli Dei e i doveri terreni e ultraterreni. La premessa fondamentale per una società sana, secondo gli antichi. La grandezza de Il Primo Re – che pur non tralascia l’animo imperialista ed espansionistico – è proprio di riuscire a inserire in filigrana un tema tanto complesso come l’origine della pietas romana, passando perdipiù attraverso l’evoluzione di questa a partire dal corrispondente greco, la eusebeia, che rispetto all’equivalente latino implicava una sfumatura legata al timore del potere divino (la radice SEB- rimanda tanto all’idea di ‘sacro’ quanto ai concetti di ‘pericolo’ e ‘fuga’).

Come Enea – le cui origini troiane erano un pretesto per nobilitare la grandezza di Roma e che qui non è mai citato – muoveva dall’Ellade ai lidi laziali, così concettualmente Romolo e Remo partono dalla paura e dalla diffidenza verso Dio per arrivare a volerlo proteggere a costo della vita,  codificando le regole dell’esistere comune. Una ricerca di qualcosa di più grande – dentro e fuori da sé – che porta a un percorso apparentemente tutt’altro che attraente per il grande pubblico, e che invece Rovere riesce a confezionare in una sorta di survival movie ricco di azione e con pochi fronzoli.

Il Primo Re è un lavoro tutto giocato sui contrasti, che siano annidati nella rivalità tra fratelli, nel tentativo di opporsi al proprio destino, nel rapporto conflittuale col divino e col femminino, nell’idea di schiavi che diventano schiavisti e di nemici che diventano concittadini. Soprattutto, Il Primo Re ha nella sua essenza più profonda il contrasto tra proto-peplum capace di appassionare chi si esalta a vedere spadate e viscere e cinema autoriale che tocca le radici profonde della nostra cultura.

Poco importa se qualche piccolezza tecnica è perfettibile (che sia una fotografia schiava dei limiti imposti dalle ombre e le alte-luci bruciate del bosco, una desaturazione troppo omogenea sulle varie frequenze dello spettro o qualche brutta scelta di camera che espone la finzione delle coreografie nello scontro finale): siamo davanti a un’opera incredibilmente coraggiosa e di straordinaria capacità e sensibilità, in cui esistono tutte le anime di cui il nostro cinema ha bisogno. Se prima di vedere il nuovo film di Rovere avevamo paura di ritrovare troppi riferimenti al gusto Hollywoodiano, ora possiamo dire con certezza che forse quest’opera ha qualcosa da insegnare all’estero, soprattutto in termini di sceneggiatura. Anche se il fondatore di Roma, paradossalmente, è forse il personaggio che ha l’arco evolutivo più statico.

Luca Ciccioni, da “anonimacinefili.it”

 

 

 

Il primo re è la versione di Matteo Rovere della storia di Romolo e Remo, e dunque della fondazione di Roma. Parlato in proto-latino, ambizioso nella scelta delle immagini, indeciso tra aspirazione autoriale e riverberi di genere, il film è limitato soprattutto da una sceneggiatura tesa alla continua semplificazione, e da una voglia di epica sempre castrata. Il senso della nascita di una nuova città può essere davvero ridotto alla triade tutta italiana Dio-Patria-Famiglia?

Ab urbe condĭta

Due fratelli, soli, nell’uno la forza dell’altro, in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi. Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda. [sinossi]

È stato il primo re Romolo o Remo? Parte da questa domanda, e arriva a questa domanda, il quarto lungometraggio diretto in un decennio da Matteo Rovere, che a trentasei anni sembra intenzionato a “prendere il potere”, e quindi Roma – intesa come epicentro di un sistema produttivo che cerca di convincersi giorno dopo giorno, anno dopo anno, di non avvertire al proprio interno alcuna crepa strutturale, e di non essere in crisi. Vuole prendersi la città/cinema, Rovere, come gli sbandati e reietti capitanati da Remo cercano di acquisire potere, magari scacciando una volta per tutte l’esercito organizzato da Alba Longa, la città dominante, l’egemone. Scriveva Cicerone, partendo da Platone: “Facillime autem ad res iniustas impellitur, ut quisque altissimo animo est”. In sostanza, più l’animo è altissimo, più è facile incorrere in azioni inique, ingiuste. L’ambizione è fonte di cattive azioni. Non è facile approssimarsi a un oggetto come Il primo re senza trovare appiglio in alcune ‘giustificazioni’ fin troppo ovvie: l’elefantiasi del progetto, la scelta di uscire dai canoni espressivi nazionali, la volontà di tornare a ragionare da vicino sulla storia stessa non solo dell’Italia – che da Roma, suo malgrado, discende – ma del suo cinema, dell’immaginario che ha prodotto e che non produce più. Sotto questo profilo non si può non riconoscere a Rovere uno smarcamento continuo, al di là dei risultati estetici ottenuti: il teen-movie slabbrato e malsano in Un gioco da ragazze, la commedia agrodolce con punte di intenso dramma ne Gli sfiorati, il film sportivo con Veloce come il vento, a oggi la sua regia più complessa e compiuta.

Il primo re guarda inevitabilmente alla gloriosa – e completamente dimenticata, quando non apertamente irrisa anche dalla critica attuale – epoca del peplum, che dagli albori del cinema (Gli ultimi giorni di Pompei di Arturo Ambrosio e Luigi Maggi, il fondativo Cabiria di Pastrone) si inerpicò fino alla fine degli anni Sessanta per poi scemare, e progressivamente scomparire dagli schermi. Era forse dall’interessante e sbrigativamente rimosso De reditu di Claudio Bondì, quindici anni fa, che il cinema italiano non tentava di ritrovare la via del peplum, dell’ambientazione latina classica. L’operazione di Rovere però prevede uno scarto ulteriore: non si torna infatti alla Roma repubblicana o imperiale, con il senato e le coorti, con gli intrighi di palazzo e le sofisticate interpretazioni legislative. Non vi è qui la decadenza del Caligola di Tinto Brass, né la follia paranoide di Nerone, né tantomeno l’anarchico coronato Eliogabalo narrato da Artaud. Rovere affronta direttamente la mitologia, il concetto di nascita di una nazione. Parte dalle origini. È qui che si rintraccia il primo elemento di discordanza strutturale del film. La scelta del proto-latino, unica lingua parlata, e di affidarsi a docenti di archeologia per rispettare la verità storica, cozza profondamente con la necessità allo stesso tempo di ragionare su un elemento – la fratellanza di Romolo e Remo – di per sé legato alla simbologia, al culto, alla perpetuazione di un rito. Questo ovviamente comporta la volontà di non affidarsi in nessun caso al soprannaturale, e di abbandonare perfino la componente del segno: via dalla narrazione dunque la nascita divina, via dalla narrazione lo svezzamento dai capezzoli della lupa, via dalla narrazione infine anche il duello a colpi di avvistamento di avvoltoi e perfino il superamento del pomerio.

L’approccio si fa dunque naturalistico, quasi etnografico. Lo dimostra la sorprendente sequenza iniziale, con i due fratelli travolti dalla piena del fiume e trascinati con violenza sott’acqua, tra scontri con gli scogli ed escoriazioni di vario genere. Riemersi sulle sponde del fiume vengono catturati insieme ad altri uomini dai guerrieri di Alba Longa, e costretti a combattere l’uno contro l’altro. Con uno stratagemma però i due riescono a sgominare gli avversari e a liberare gli altri prigionieri, portando con loro nella fuga – ma Romolo è gravemente ferito a un fianco, e privo di sensi – la vestale che protegge il fuoco sacro, il dio. A questo incipit fa seguito l’irruzione, in modo più forte e deciso, del genere, e Il primo re sembra guardare con insistenza dalle parti di Walter Hill, in particolare I guerrieri della notte e I guerrieri della palude silenziosa. La fuga è infatti una vera e propria anabasi, con il tentativo di raggiungere le sponde del Tevere per attraversarlo, e allo stesso tempo gli uomini (e la donna) si muovono in un terreno boschivo e paludoso, sulla carta attorniati da nemici. Se sotto il profilo atmosferico Rovere dimostra le proprie qualità registiche, a venire meno è però il senso dell’epica, del ritmo, la capacità di elevare una narrazione al di sopra della realtà per permetterle di divenire universale, e di contenere al proprio interno segni e simboli da decriptare. Il naturalismo diventa dunque esclusivamente descrittivo, con un intento quasi didattico che paradossalmente lo impoverisce, lo depaupera del suo effettivo potere discorsivo: anche l’occhieggiare al Mel Gibson di Apocalypto si riduce a un mero vagheggiamento autoriale, privo com’è Il primo re di una reale e stringente emotività.

Per quanto ben diretti, i combattimenti non bruciano di furore, e tengono a distanza lo spettatore, quasi che nel fango primigenio in cui si rotolano i corpi debba restare solo l’immagine, senza coinvolgimenti ulteriori. L’uso degli elementi diventa il primo approdo del linguaggio, e così è tramite l’acqua e il fuoco che gli uomini baccagliano e si rappacificano. A questa semplificazione estrema, quasi abbecedaria, del rapporto di forza tra esseri umani nel 750 a.C. o giù di lì fa da contraltare il desiderio di costruire un’evoluzione psicologica di Remo che è da un lato esageratamente rapida – dopotutto il film si svolge nell’arco di pochissimi giorni – e dall’altro tira in ballo concetti elevati come la negazione dell’esistenza di un dio e la necessità della creazione di un regno “ateo” per smarcarsi dalla sudditanza in cui gli uomini hanno sempre vissuto. Questo Remo anarcoide passa poi da centro nevralgico della narrazione a villain nel giro di brevissime sequenze del tutto prive di qualsivoglia approfondimento: perché mai Romolo dovrebbe uccidere il “guardiano” del villaggio che ha oramai conquistato e dove è trattato come un re? Solo perché gli dei attraverso la dottrina aruspicina gli hanno detto che un fratello ucciderà l’altro? E la sua verve eretica perché lo porta lontano dal villaggio, a vagare con i suoi fedeli – forse – sodali?
Giunto al punto culminante del discorso Rovere, accompagnato nella fase di scrittura da Francesca Manieri e Filippo Gravino, si limita a contrapporre il re buono al re cattivo, o per meglio dire impazzito per la cupidigia del potere. Una scelta di comodo, anche perché Romolo si dimostra la parte savia della famiglia solo ed esclusivamente per la sua volontà di continuare a preservare la cultura dominante, accettandone i dogmi religiosi, le abitudini sociali, le forme di potere. Da un’egemonia, sembra dire Il primo re, ci si può liberare solo dando vita a un’altra egemonia, ancora più ferale e spietata. Allora, e solo allora, potrà germinare il seme che porterà un piccolo villaggio di storte capanne a conquistare buona parte del mondo conosciuto. Il Remo interpretato da Alessandro Borghi è un eretico, ma Rovere vede in questo un segno di debolezza. Romolo ha diritto, perfino divino, di governare. E per questo il popolo è con lui. Perché lui porta avanti la triade sacra, e su cui si fonderanno tante storture nel corso del Tempo: il Dio, la Patria, e la Famiglia. Letto in quest’ottica Il primo re acquisisce una forma preoccupante, così come quella mappa che racconta l’evoluzione dell’impero e che sembra quasi guardare con nostalgia all’epoca in cui Roma, da sola, governava sull’Europa sottomettendo galli e germanici, ispanici e britanni. Riecheggiando, si spera involontariamente, visioni politiche contemporanee raggelanti.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

Se decidete di andare a vedere Il Primo Re, scordatevi i bicipiti oliati e i perfetti addominali obliqui di Brad Pitt in versione Achille rigorosamente etero di Troy, dimenticate i fatti storici alterati per esigenze di copione, e infine non pensate ai movimenti in ralenti di volti e arti colpiti da pugni e calci e a quel pizzico di “tamarraggine” delle sequenze d’azione in CGI di tanto cinema hollywoodiano. L’imperativo categorico a cui ha obbedito Matteo Rovere, nell’avvicinarsi alla storia della fondazione di Roma, è stato infatti “il realismo prima di tutto”: nel linguaggio, nei costumi, nelle location laziali (fra zone paludose, montagne rocciose e boschi mediterranei), nel fango con cui gli attori si sono sporcati e nell’interpretazione tanto dei sublimi protagonisti quanto dei non protagonisti, con le loro facce da gente vera segnate dalla fatica, talvolta da rughe profonde o da piccole deformità.

Che piaccia o no, che emozioni o no, perché non è detto che ci riesca, visto che fa leva su concetti elaborati che potrebbero anche non arrivare al cuore di spettatori intontiti dal cinema di puro intrattenimento, Il Primo Re è un film rivoluzionario. Lo è, innanzitutto, perché trova il coraggio di percorrere, con filologica precisione, un genere che da noi non gode di grande frequentazione. E poi ha il dono di ammaliare la nuova regia di Rovere, nel viaggio non frenetico e simbolico di un fratello ferito e un altro che si improvvisa capo-branco, ed è un racconto che ipnotizza, soprattutto nel suo soffermarsi sui rituali di una religione arcaica e potentissima e legata al fuoco, un fuoco che è calore, abbraccio femminile, ma anche ferocia, morte e carne martoriata.

La religione… ecco di cosa parla in particolare (ma non solo) Il Primo Re, di un Dio che, come spiega la frase di Somerset Maugham citata in apertura, è tale solo se non può essere compreso, un Dio che si identifica con il destino, contro cui Remo ha l’ardire di ribellarsi rivendicando il diritto di esercitare il libero arbitrio. Nella fattispecie è di un atto di hybris che racconta l’autore de Gli sfiorati, riandando ai tempi del mito e creando una serie di interessanti dialettiche, non ultima un’opposizione fra l’amore per il proprio gemello e il desiderio di pensare al bene comune, al gruppo, alla società. E proprio in quest’ultima volontà, rivendicata a fine corsa, sta tutta la modernità, l’attualità de Il Primo Re, che fa attenzione a non sbandierare il suo messaggio, preferendo affidarsi, scevro da ogni grandeur o campanilismo, all’intuito di chi saprà capire. Ecco perché la Roma che il film narra non è fin da principio caput mundi, ma un inizio di civiltà che nasce dal dolore, da uno strappo, da un’innaturale separazione fra esseri che sono venuti al mondo contemporaneamente e che, fin dalla bellissima sequenza iniziale di una colossale esondazione del Tevere, si cercano e si chiamano, e si afferrano sopra e sotto l’acqua.

E’ l’affetto fra Romolo e Remo, il loro indissolubile legame, la materia incandescente, l’anima del film di Rovere, che si conferma regista del rimettersi in discussione e della verità, e che dallo sgangherato antieroe Loris di Veloce come il vento passa tranquillamente a un villan che poi villain non è, se non nella sua sbagliata convinzione che il potere si eserciti efficacemente solo attraverso la paura. Certo, nel film, il carisma pende più dalla sua parte che non da quella di Romolo, che si risveglia dal suo torpore forse con un po’ di ritardo, dando l’impressione di non giustificare fino in fondo la sua presa di posizione, a meno che non la si consideri una rinascita dopo la sofferenza.

Sappiamo che costruire il mondo de Il Primo Re non è stato semplice per Matteo Rovere, che ha chiesto aiuto a storici e archeologi. Il suo più grande merito nella ricerca di autenticità, al di là della scelta di Daniele Ciprì come direttore della fotografia, è, secondo noi, quel latino arcaico che Alessandro Borghi Alessio Lapice (in primis) hanno imparato e introiettato, alternandolo a silenzi carichi di ansia, timore e violenza in cui a parlare e a raccontare conquiste e dilemmi è stata una fisicità non urlata ma solida, e occhi carichi ora di pietas ora di rabbia. Bisogna un po’ affezionarsi a quegli occhi belli, perché Il Primo Renon è un film da colpo di fulmine. E’ un sistema complesso, ha bisogno del suo tempo di posa. E’ come una digressione di Philip Roth che va letta pian piano o come una sinfonia di Rachmaninov da ascoltare con attenzione prima di coglierne tutto lo splendore. Occorre prendersi del tempo, insomma, aprirsi e… fare il salto. La speranza, come già detto, è che il pubblico sia pronto.

Voto: 3,5 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Il Primo Re è il titolo del nuovo, attesissimo, film diretto da Matteo Rovere: dopo il successo di Veloce Come il Vento e della trilogia di Smetto Quando Voglio (che lo ha visto in prima linea come produttore con la casa di produzione Groenlandia), il regista torna a riscrivere i codici del genere nel cinema italiano, aggiornandoli però ai nostri tempi moderni.

Protagonisti di questa versione, sospesa tra mito e brutale realtà, della fondazione di Roma ad opera dei gemelli Romolo e Remo sono gli attori Alessandro Borghi e Alessio Lapice: il primo è già una garanzia nonché uno dei volti più rappresentativi del nuovo cinema italiano, mentre l’altro ha avuto, grazie a questo film, l’occasione di farsi conoscere al grande pubblico.

Due fratelli, Romolo e Remo, soli e con la speranza di riporre nell’uno la forza dell’altro. In un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei e dal loro sangue nascerà una città, Roma, che diventerà il più grande impero conosciuto dalla Storia. Il loro, un legame fortissimo, è destinato invece a diventare leggenda.

Una produzione ambiziosa, opulenta, curata nei minimi dettagli e competitiva sul piano del mercato audiovisivo internazionale: ma Il Primo Re non è soltanto una perfetta macchina per l’intrattenimento del pubblico, è un prodotto complesso con un cuore che affonda nell’oscurità delle contraddizioni che animano i sentimenti umani.

Il film è una versione “avanti-Cristo” del più classico Cuore di Tenebra conradiano: una discesa lenta nel maelstrom agitato dell’oscurità, con una premessa drammatica radicata nell’archetipo, dal quale si dipana costruendo conflitti e contrasti, mettendo in scena lotte sanguinarie e rivalità ancestrali dal sapore biblico, veicolando l’attenzione degli spettatori su quell’eterno legame fratricida che rievoca Caino e Abele.

Dal lato tecnico, il film è un’impeccabile ricostruzione di un periodo “mitico” spesso volutamente dimenticato dalla storia ufficiale e dalla pop culture: prima che Roma diventasse Roma Caput Mundi, c’erano solo valli e selvagge foreste sinistre intorno al Tevere, luoghi popolati da tribù autoctone pronte a tutto per rivendicare il proprio primato su quei territori.

La ricostruzione perfetta, curata fin nei minimi dettagli, è uno splendido esempio d’artigianato italiano capace di mostrare le potenzialità del nostro cinema, spesso relegato semplicemente agli angoli più fiacchi di un mercato saturo di commedie e certezze.

L’allestimento scenico ha permesso a Rovere e a tutte le maestranze coinvolte di riscrivere il genere, di superare i confini tradizionali del peplum creando dal nulla un mondo, dotato delle proprie regole tribali, dei propri usi e costumi e perfino di una lingua – definita proto-latino – che permette di condurre per mano lo spettatore in un mondo arcaico e, appunto, archetipico lontano dai cliché.

Ma Il Primo Re stupisce anche per la forza della sua scrittura: la natura scarna e quintessenziale dei dialoghi dà risalto al potere evocativo delle immagini, alla loro forza mistico-ipnotica, lasciando spazio a un linguaggio non verbale popolato di simbologie, allegorie, metafore e continui rimandi al passato e al mito.

il primo re

Gli attori, perfette evocazioni degli spettri di un tempo lontano, prestano corpi, gesti, sguardi e intensità ai loro ruoli, mostrando una teoria di personaggi che culminano nelle forze contrapposte che animano Romolo e Remo, i leggendari gemelli.

Romolo (Lapice), animato da un sacro fuoco mistico che lo rende vittima e carnefice allo stesso tempo; Remo (Borghi) che ruggisce rivendicando il proprio primato da paladino del libero arbitrio. Due riflessi distorti della stessa immagine, ovvero quella dell’essere umano che cerca, con shakespeariana streben, di compiere lo sforzo titanico d’interpretare i segni e la volontà della divinità, che continua a rimanere inconoscibile e incomprensibile agli occhi della ragione.

Con echi che oscillano tra il dramma eterno del Macbeth del Bardo e l’onirismo celato dietro la potenza visiva di Valhalla Rising, Il Primo Re fa immergere lo spettatore in un non-luogo sospeso nel tempo, dove umano e divino si rincorrono per vincere la partita dell’esistenza.

Ludovica Ottaviani, da “moviestruckers.com”

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