Il corriere – The Mule

 

 

Primissima immagine. I fiori, poi la casa, quella di Gran Torino, con la bandiera americana. Caro vecchio Clint, conservatore e sempre all’avanguardia.

L’idea (basata sull’incredibile storia vera di Leo Sharp) è geniale, un vecchietto che fa “the mule”, il corriere della droga per un cartello messicano. Non esiste copertura migliore. Qualcuno infatti ci aveva già pensato negli anni Ottanta.

Nel film, diretto e interpretato da Eastwood con Alison Eastwod (figlia anche nella realtà), Bradley Cooper e Tessa Farmiga, il protagonista, il più che ottantenne Earl, rimasto solo e al verde, ha delle assonanze con il personaggio di Gran Torino, Walt Kowalski. Lo sceneggiatore è lo stesso: Nick Schenk, che attinge a piene mani da una storia vera pubblicata dal New York Times: un veterano della seconda guerra mondiale diventato uno spacciatore di droga e corriere per la famiglia Sinaloa.

Earl, come Kowalski, è razzista: i negri sono sempre negri, lo è in modo meno collerico, più rassegnato, con quella luccicanza che lo salva in questa America dalle promesse non mantenute. Il post Obama lo ha rovinato finanziariamente. Ha annientato il suo lavoro (le vendite online hanno fatto calare drasticamente gli ordini dei suoi magnifici gigli): la sua passione per i fiori gli ha lasciato una minaccia di pignoramento ed è troppo tardi per rimediare alle assenze, come padre e marito.

Clint Eastwood è un grande patriota. Lo sappiamo bene. Così attaccato al suo Paese, a quella bandiera che il veterano Kowalski ostenta con orgoglio in Gran Torino contro i “musi gialli” del vicinato. Da dichiarare apertamente il suo sostegno a Donald Trump, rotolandosi nell’impopolarità dell’opinione pubblica mondiale.

Ma ha anche un grande cuore, che gli ha permesso di raccontare con American Sniper (il suo più grande successo al box office: 350 milioni di dollari solo in America) la guerra in l’Iraq, senza venire meno ai suoi principi. Senza risparmiare vittime ma lasciando fuori lo spettacolo dei danni collaterali.

88 anni e 37 film diretti: nessuno è più versatile, coraggioso, testardo di lui. Quando mette in scena pagine atroci dimenticate (Lettere da Ivo Jima). I cowboy nello spazio, la passione folgorante tra un uomo e una donna (I ponti di Madison County). Lo Tsunami indagando l’Aldilà (Hereafter). Ricordando come Mandela vinse l’Apartheid con una partita (Invictus). Riscrivere la vicenda qualunque di un soldato eccellente e renderla universale (American Sniper). O l’incredibile Sully: l’ammaraggio del volo U.S. Airways 1549 sul gelido fiume newyorkese, in seguito al grippaggio di entrambi i motori causato dall’impatto con uno stormo di oche canadesi, il 15 gennaio 2009. Il comandante Chesley Sullenberger (Tom Hanks) alla cloche dell’Airbus A320, insieme al copilota Jeff Skiles (Aaron Eckhart), salvò le 155 persone a bordo.

Solo Eastwood può farci credere che nonostante tutto gli eroi siano tra di noi, spesso con un destino beffardo. In fondo all’anima è rimasto il cowboy di Sergio Leone, l’attore che ha osservato e imparato dagli altri.

Parallelamente lo stesso uomo, con la sua casa di produzione Malpaso, ha seguito un disegno personale, scrivendo la controstoria americana film dopo film (Brivido nella notte, esordio dietro la macchina da presa è dello stesso anno di Dirty Harry, ’71).

La lista è lunga: oltre 50 anni di cinema, più di 30 da regista, ogni volta un’opera diversa. Con gli stessi ideali di sempre. Risanare il Paese, che si tratti di criminali, terroristi, nemici di qualsiasi tipo e sostanza.

Come la droga, problema che attanaglia l’America, che le istituzioni non hanno saputo risolvere né fermare. Quando Earl riceve un’offerta, guidare attraverso il Missouri trasportando qualcosa che non sa, ma che gli farà guadagnare molti soldi, non ci pensa due volte.

Viaggio dopo viaggio, mette insieme un bel po’ di denaro, recupera le cose che ha perso, ma la curiosità cresce mentre canticchia macinando chilometri. Così la voglia di capire che cosa contengano quei misteriosi bagagli, sempre più pesanti. Lo scopre, ma non si ferma.

L’FBI è sulle tracce di questo misterioso corriere, Bradley Cooper è l’agente operativo. La laurea della nipote riavvicina Earl a quello che conta di più nella vita: la famiglia. In un incontro casuale lo dice anche a Cooper: le priorità non vanno mai dimenticate.

Ed ecco il Clint che conosciamo, con tutta la sua forza, etica, e ideali. Quando tutto va a rotoli bisogna prendere di petto le situazioni. Anche se significa perdere tutto.

Voto: 4 / 5

Marina Sanna, da “cinematografo.it”

 

Il film parte con le inquadrature di alcuni fiori, questo elemento nel film sarà fondamentale e tornerà molte volte nel corso dei 116′ minuti successivi. In questa ultima opera (la 37esima per precisione) di un regista leggendario e uno dei più grandi autori contemporanei e non, Clint Eastwood decide nuovamente a distanza di 10 anni di auto-dirigersi dopo uno dei suoi film più belli ovvero Gran Torino, e lo fa prendendo una sceneggiatura scritta dallo stesso autore dove lo vedeva protagonista. Eastwood lavora totalmente su se stesso e sul suo personaggio, Earl Stone , 90enne che dopo aver perso il suo fioraio e la casa decide involontariamente e non sapendolo di portare grandissimi carichi di cocaina da una zona ad un altra facendo come suggerisce il titolo  italiano Il Corriere o come dice il titolo americano “il mulo”.

In tutta la durata del film è onnipresente, e anche quando non è in scena si sente profondamente la sua presenza o si aspetta il suo ritorno (pensare che questo potrà forse essere davvero il suo testamento da attore e forse anche da regista ti fa scendere una lacrima sul volto). Earl é esattamente l’opposto del personaggio che aveva interpretato in Gran Torino, quest’uomo pur avendo in comune il fatto di essere un pessimo padre di famiglia , anche se in questo rispetto al precedente il rapporto con essa sarà molto meglio centrato e strutturato. Molto differente anche il suo modo di esprimersi, se nel precedessore il personaggio creava ilarità perché aveva un modo burbero e acido con tutti, in questo abbiamo dei momenti fantastici e divertenti, potrei fare degli esempi senza spoilerare troppo come : la distribuzione dei fiori paragonata al viagra, il suo rapporto con internet, con i messaggi sul telefono e con i spacciatori di cui all’ inizio avrà timore e con il passare delle “corse” riuscirà ad avere un rapporto stupendo e riuscirai ad empatizzare con tutti loro (tra cui spicca un magnifico Andy Garcia nel ruolo della vita).

Eastwood si aggiorna e offre al pubblico un film moderno che continua un ciclo iniziato da American Sniper, proseguito con Sully e Ore 15:17 Attacco al Treno, prende anche attori di richiamo come Michael Pena e Taissa Farmiga, e vecchie conoscenze che erano appunto già stati visti in opere precedenti del regista come Laurence Fishburne o Bradley Cooper , ed è proprio con lui che Clint ha un rapporto stupendo , e i dialoghi che si consumano sono da incorniciare . Si spera vivamente di poter rivedere nuovamente Bradley Cooper in un suo film, perché con lui esce davvero benissimo e dimostra di essere un attore con  stoffa da vendere.

E’ difficile comunque che gli attori con lui come regista recitino male , se poi la moglie del protagonista la interpreta una grande attrice come Dianne West allora i complimenti si sprecano , anche qui il loro rapporto è bellissimo , oltre che dolce è anche ironico e delicato tutti i momenti in cui la moglie e Earl stanno insieme , fino a culminare in una scena struggente sul letto sono enormi e valgono la carriera di un regista qualunque.
Potrei parlare ancora ore e ore di come Eastwood, a 88 anni suonati interpreti questo vecchio in maniera sublime sia da come lo fa respirare quando ha paura a quando cammina piano a gambe mezze aperte , ma voglio fargli i complimenti per aver messo in piedi un lavoro che sembra impossibile all’ età che ha, visto che tutto in questo film è davvero di qualità , dal montaggio , alla musica fino a passare alla fotografia (stavolta non curata dal suo sodale aiutante con cui collabora da 17 anni) ma comunque davvero ben curata nel compito che deve eseguire .

Chiudo citando 2 frasi che mi hanno molto colpito di questo stupendo film ovvero : “Sei solo sbocciato tardi” e “Volevo comprare tutto tranne il tempo”. A queste frasi posso solo che rispondere che , no Clint non sei affatto sbocciato tardi, e si, vorrei potertelo regalare io del tempo per poterci donare film ancora così belli.”

Voto: 8,5 / 10

Riccardo Cozzari, da “redcapes.it”

 

 

Earl Stone, floricoltore appassionato dell’Illinois, è specializzato nella cultura di un fiore effimero che vive solo un giorno. A quel fiore ha sacrificato la vita e la famiglia, che di lui adesso non vuole più saperne. Nel Midwest, piegato dalla deindustrializzazione, il commercio crolla e Earl è costretto a vendere la casa. Il solo bene che gli resta è il pick-up con cui ha raggiunto 41 stati su 50 senza mai prendere una contravvenzione. La sua attitudine alla guida attira l’attenzione di uno sconosciuto, che gli propone un lavoro redditizio. Un cartello poco convenzionale di narcotrafficanti messicani, comandati da un boss edonista e gourmand, vorrebbe trasportare dal Texas a Chicago grossi carichi di droga. Earl accetta senza fare domande, caricando in un garage e consegnando in un motel. La veneranda età lo rende insospettabile e irrilevabile per la DEA. Veterano di guerra convertito in ‘mulo’, Earl dimentica i principi di fiero difensore del Paese per qualche dollaro in più. Ma la strada è lunga.

Per Clint Eastwood la questione è il tempo che gli resta. Una questione pressante emersa dalle acque del Mystic River e risolta cinque anni dopo in Gran Torino. Walt Kowalski, misantropo irascibile e veterano della Guerra di Corea, sarà il suo ultimo ruolo. Clint Eastwood mette in scena la sua fine, fino alla prossima volta almeno. Perché undici anni dopo, l’autore che beneficia dell’eterna proroga degli dei del cinema, riprende la strada in un road-trip testamentario supplementare.

Ma Il corriere – The Mule è più di questo, più del nuovo ritratto di un vecchio eroe reazionario che monda i suoi peccati. Per Clint Eastwood non è più il tempo di scrivere la sua leggenda e di giocare col suo mito. Perfettamente cosciente di quello che suscita, si diverte ma resta secco e autentico dietro le rughe di un uomo che non ha più l’angoscia di invecchiare ma la paura di morire.

Quando appare sullo schermo il cuore si ferma perché Clint Eastwood è sempre maledettamente bello, col suo sguardo chiaro, il sorriso franco e quella silhouette torreggiante che non ha perso niente della sua eleganza ma che non può e non vuole nascondere il peso delle sue primavere, quella vulnerabilità che accompagna la vecchiaia. Al tempo che incalza, come gli scagnozzi del cartello messicano, l’autore risponde rallentando.

Il ritmo in The Mule, dopo la frenesia di American Sniper e le sperimentazioni di Ore 15:17 – Attacco al treno, è quello di un uomo cosciente che non gli rimane più molta strada da percorrere ma che non ha davvero nessuna fretta di arrivare a destinazione. A bordo di un Ford F-100 degli anni Settanta si gode il viaggio. The Mule è il secondo film ‘fordista’ di Eastwood dopo Gran Torino, titolo dedicato a un’altra luccicante muscle car della Ford. La fascinazione per il fordismo, peculiare metodo di produzione a catena, spiega forse la cadenza infernale con la quale il regista realizza i suoi film, trentotto dal 1971 e il trentanovesimo è già ‘in montaggio’ (Impossible Odds).

Voto: 4 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Clint Eastwoodha 88 anni. Il 31 maggio prossimo ne compirà 89. Non lo vedevamo al cinema da un po’, e quegli anni in più che ha addosso si vedono tutti.
È ancora più segaligno, un po’ più ingobbito, i movimenti sono più lenti e il ringhio del suo parlare è diventato più morbido, strascicato. Anche i suoi occhi, e il suo cinema, possono apparire velati: sono capaci, però, della stessa scintilla di sempre, sia nella rabbia che nel dolore.

Quella di Leo Sharp, che in Il corriere – The Mule è diventato Earl Stone (un nome da duro, un nome quasi western) era una storia che sembrava fatta apposta per il cinema di Eastwood, che da decenni ci ha abituato al racconto di eroi crepuscolari, disassati rispetto ai tempi che stanno vivendo, spesso sconfitti o destinati alla sconfitta, i cui sentimenti purissimi emergono miracolosi e pungenti come cactus nel deserto arido dei loro errori e delle loro solitudini.
Nel personaggio di Earl Stone, il vecchio Clint mette tutto sé stesso, e tutto il suo cinema, raccontandolo come un simpatico figlio di puttana che ha messo per tutta la vita il suo lavoro (e le convention, e i viaggi, e la vita salottiera) davanti alla sua famiglia, e che ne ha pagato caro il prezzo; di un anziano forse un po’ senile, per il quale “internet rovina tutto”, e tutti quelli più giovani di lui sprecano la loro esistenza curvi sui loro smartphone, e che si fa bello della sua scorrettezza politica, nei gesti e nel linguaggio.

Certa semplicità di sceneggiatura, in questo film, non è solo essenzialità classica, linearità di racconto, ma forse anche un po’ di faciloneria. E certi aspetti del personaggio di Earl, fin troppo insistiti – come il suo abbaiare contro la modernità, o la sua mancanza di filtri –  iniziano a suonare quasi come una caricatura, più o meno volontaria, di quella stessa icona eastwoodiana che lo sostiene e lo muove, e gli regala gravitas e dignità. Smitizzandola per portarla avanti.
Non siamo più, allora, dalle parti di Gran Torino.
Si potrebbe quasi dire che nel passaggio dallo storico coupé di quel film, al mastodontico e accessoriatissimo pick up Lincoln Mark LT (col quale peraltro Earl sostituire un vecchio Ford F-100, grazie aii soldi derivati dal traffico di droga), c’è tutto quello che serve capire sugli ultimi dieci anni di cinema di Eastwood.

Eppure, anche nella sua forzata rielaborazione del grande mito americano del viaggio on the road, anche nel modo un po’ dissennato con cui il copione, a un certo punto, si dimentica completamente delle motivazioni di Earl per assecondarne e ricalcarne le soste erratiche e le bizzarrie, Il corriere e Eastwoodriescono a far balenare la scintilla; a colpire nel segno con precisione e profondità, quando Clint mette Earl alle strette e di fronte al peso delle sue scelte.
Perché Clint Eastwood ha 88 anni, e a 88 anni – ma in fondo anche prima, molto prima – è giusto che la tua ossessione sia il tempo, quello passato e quello che ti resta, e quello del momento che vivi e che vuoi goderti.
Il tempo, quell’unica cosa che Earl Stone, e nessuno di noi, ha mai potuto comprare, e che è il vero lusso dei nostri tempi fatti – anche – di internet e cellulari.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Clint Eastwood è tornato, e mira dritto al cuore.

A 10 anni da Gran Torino Clint Eastwood torna regista ma anche protagonista assoluto del suo nuovo film: Il corriere – The mule. Per alcuni è addirittura il miglior Eastwood degli ultimi 25 anni; e mentre riprende il centro della scena, con ineffabile colpo da maestro, l’uomo che è una leggenda vivente del cinema si fa beffe di ogni aspettativa, abbandona l’aura e si mostra come non è mai stato: esile, vulnerabile, consumato dalla vecchiaia e dal fallimento.

Dopo una trilogia che celebra l’eroismo dell’uomo comune (American Sniper, Sully, Ore 15:17 Attacco al treno), Clint Eastwood cambia registro, inverte la rotta e mira direttamente al cuore con il ritratto struggente di un misfit: un vecchio che alla soglia dei 90 ha perso praticamente tutto. Fin dalla prima inquadratura, dell’icona Western,Il Texano dagli occhi di ghiaccio e l’Ispettore Callaghan, non resta che un corpo scarnificato e schiacciato dal peso delle sconfitte. Eppure, quel volto così segnato sa ancora offrire un sguardo malizioso, un sorriso gentile. In poche inquadrature, siamo già caduti innamorati de Il corriere e di Earl Stone: nuovo indimenticabile protagonista della filmografia di Clint Eastwood.

Il corriere - The mule

Al centro de Il corriere c’è la storia di Earl Stone: un uomo che è stato un piccolo imprenditore di successo, e ha trascorso la sua intera esistenza in viaggio per gli Stati Uniti. I fiori che coltivava e la sua azienda erano la sua unica priorità: per questo ha trascurato la famiglia, al punto che la sua ex moglie (Dianne Wiest) e sua figlia Iris (Allison Eastwood, una delle vere figlie di Clint) non tollerano più la sua presenza. L’unica ancora disposta a credere in Earl è sua nipote Ginny (Taissa Farmiga). Quando promette di coprire le spese del suo matrimonio, il vecchio Earl sa di raccontare l’ennesima bugia.

Almeno, finché il caso non gli offre una strana occasione: diventare un corriere dei cartelli messicani.

Con questo piccolo ma sostanziale plot-twist, dalla commedia dolce-amara Il corriere di Clint Eastwood si trasforma nel più insolito dei road-movie. Eastwood paga così il suo omaggio a un genere di riferimento della cinematografia USA. L’America, i motel e le strade diventano protagonisti silenziosi, mentre la nuova carriera di Earl procede serenamente, al suono delle migliori hit di Frank Sinatra. Nel mondo rappresentato ne Il corriere, il denaro è l’unica chance di riscattarsi agli occhi della famiglia. Grazie al Boss del narcotraffico Laton (Andy Garcia), Earl Stone sembra trovare davvero una via d’uscita. Ma riuscirà un insospettabile, anziano floricoltore a sfuggire agli agenti della Dea (Brandley Cooper e Michael Peña)?

Il corriere - The mule

Clint Eastwood domina il film con la classe di un maestro, che sa volgere l’ironia della commedia in una sequenza che ti spezza il cuore. La struttura della comedy attraversa thriller, poliziesco e dramma familiare, mentre il film resta imprevedibile: minimale nella forma, profondo nella rappresentazione dei sentimenti umani. The Mule – Il Corriere potrebbe essere l’ultimo lungometraggio nella carriera di Clint Eastwood, prossimo a varcare la soglia degli 89 anni. Da questo punto di vista, non esistono affermazioni chiare e inequivocabili. Nel dubbio, Il Corriere si presta a diventare un perfetto film-testamento: ritratto ironico e disperato di quell’America che, per Clint Eastwood, resterà sempre la Terra delle opportunità.

Marta Zoe Poretti, da “lascimmiapensa.com”

 

 

Con buona pace di qualche schematismo narrativo, una forza del passato deflagra sul grande schermo in Il corriere – The Mule, è il suo autore-attore Clint Eastwood. Non resta che decidere se lasciarsi sedurre o meno, ancora una volta.

Ecce homo

Earl Stone ha 90 anni, è un uomo solo ed è al verde, in seguito al fallimento della sua società. Quando gli viene offerto un lavoro che richiede semplicemente la guida di un’auto, accetta senza remore ma, a sua insaputa, Earl è appena diventato un corriere della droga per un cartello messicano. Svolge bene il suo nuovo lavoro, talmente bene che il suo carico aumenta esponenzialmente, e gli viene assegnato un responsabile. Questi non è l’unico a tenere d’occhio Earl: il misterioso nuovo ‘corriere’ della droga è finito anche nel mirino di un agente della DEA. [sinossi]

«Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore». I celebri versi di Pasolini, tratti da una delle poesie più belle e potenti della nostra letteratura, si adattano con sorprendente perfezione al nuovo film di e con Clin Eastwood Il corriere – The Mule, dove l’autore-attore torna ancora una volta a raccontare l’America dal punto di vista di un “reduce”, di una guerra certo, nel dettaglio quella di Corea (lo era anche in Gran Torino [1]), ma anche di una proto-storia ancestrale, di una cultura, di una società, di un cinema, morti da tempo e, in senso lato, anche di un “sogno americano” nato morto.

Indipendentemente dagli anni accumulati sulle spalle, un reduce è di fatto sempre un sopravvissuto. E questa è probabilmente una delle chiavi di lettura principali per comprendere e apprezzare il personaggio di Earl Stone (Eastwood): un residuo del passato in un presente a lui difficile da decifrare, di fronte al quale schiera i suoi stoici valori – legati magari a un linguaggio oggi politicamente scorretto (sì, dice ancora “negri”) – mentre attiva poi il suo indomito spirito di adattamento. Floricoltore dell’Illinois, Earl Stone (si tratta di un personaggio realmente esistito) ha trascorso la vita tra una convention e l’altra, riservando poca attenzione alla famiglia nel corso delle brevi soste domestiche. La moglie (Dianne Wiest), ora da lui divorziata, non perde occasione di rimproveragli le sue mancanze, mentre la figlia (Alison Eastwood) non gli rivolge più la parola. Solo la nipote Ginny (Taissa Farmiga) lo difende ancora, restando il suo unico legame familiare ancora in piedi. Quando perde la casa, la serra e il suo lavoro alla veneranda età di 90 anni, Earl, che è sempre stato un alacre e prudente guidatore, accetta di fare una serie di viaggi in Texas, per i quali viene sempre più profumatamente pagato. Trasporta droga, naturalmente, e a un certo punto lo scopre anche, ma con quel denaro riesce a comprarsi un nuovo pick up, restaurare il ritrovo locale dei veterani, pagare il buffet di matrimonio della nipote e in ultima istanza a farsi riammettere in famiglia, a recuperare gli affetti perduti.

Croce e delizia del sogno americano il denaro anche in Il corriere – The Mule è il motore e il fine ultimo di un riscatto che da individuale e sociale si fa anche affettivo. È chiaro da subito che le ambiguità non mancano in questa epopea di anziani Robin Hood di frontiera, ma anche l’espiazione, come nei migliori racconti di formazione, è dietro l’angolo. E ha le fattezze di un ambizioso agente della DEA in cerca di arresti che gli facciano svoltare la carriera, incarnato da Bradley Cooper (che torna ad essere diretto da Eastwood dopo American Sniper).

Impossibile non notare la somiglianza di Il corriere – The Mule con il recente The Old Man and the Gun di David Lowery, in comune i due film hanno il plot basico, il percorso on the road governato dal crimine e la presenza di un’anziana star (qui Eastwood e lì Robert Redford), ma se il film di Lowery poteva permettersi di celebrarla, il regista-interprete Eastwood evita sapientemente di autoincensarsi, conservando il suo abituale stile sobrio e schietto.

Piuttosto è la sceneggiatura firmata da Nick Schenk, già autore di Gran Torino (2008) a far sorgere qualche dubbio, per via della sua natura a tratti strumentale che provoca pericolose oscillazioni del film tra “il classico senza tempo” e lo schematico. Concentrato nel voler ripetere il successo del precedente film, Schenk ne rimescola gli ingredienti, spostandone solo un po’ la direzione, incluse naturalmente le ambiguità di stampo razzista, che hanno accompagnato di fatto la carriera di Eastwood sin dai tempi dell’Ispettore Callaghan. Per cui ecco che Earl fa battute fuori luogo sulle lesbiche, definisce “negri” una coppia di afroamericani, di fatto però dà una mano ad entrambe le categorie umane incontrate, da galantuomo vecchio stile qual è. L’età che avanzata, d’altronde l’ha privato di ogni filtro, ma non della buona educazione. A salvare la situazione, evitando cadute di stile, ci pensa poi una discreta dose di autoironia, messa sul piatto dal personaggio di Eastwood per riequilibrare la situazione. Una scena, poi, appare particolarmente azzeccata, anche se ha semplicemente l’obiettivo di rivelarci quanto la polizia abbia pregiudizi razziali ben più saldi del vecchio Earl. Si tratta del momento in cui la squadra di agenti capitanata da Bradley Cooper ferma un uomo che per ragioni di fisiognomica pare proprio il perfetto sospetto di narcotraffico. Il poveretto, che non parla nemmeno spagnolo (la polizia gli si rivolge in questo idioma) sentenzia più volte che essere fermato dalla polizia «è la cosa più pericolosa» che potesse capitargli e, date anche le vicende nostrane (pensiamo al caso Cucchi), risulta difficile dargli torto.

Procede rapido, una volta on the road Il corriere – The Mule e intrattiene di gusto con momenti che occhieggiano alla commedia più pura (davvero spassosi i vari incontri di viaggio, così come le salaci battute del protagonista), ma decolla realmente solo quando al vecchio Earl viene affiancato un tirapiedi del boss del narcotraffico. È nel confronto reale e non più solo episodico con “l’altro” che il personaggio di Earl perde la sua maschera di “razzista per ragioni di anagrafe” e riesce a svelarsi da un punto di vista umano, proprio mentre sale anche la tensione del versante “poliziesco” in parallelo con il desiderio di rientro nell’alveo familiare.
Già, perché il fine ultimo dell’arco narrativo predisposto dal film è tutto qui: nell’inno ai valori familiari troppo a lungo messi da parte dal protagonista eppure, come in ogni film americano che si rispetti (nel cinema di Muccino, per dire, le cose non vanno così), sempre recuperabili. Peccato certo per quell’insistenza sui rimbrotti, alquanto ripetitivi, della ex moglie incarnata da Dianne Wiest e dell’astiosa figlia. Momenti che mettono in luce quanto la maggiore debolezza de Il corriere – The Mulerisieda proprio nella descrizione dei personaggi secondari, con il poliziotto rampante ma tonto (Cooper), il capo (Laurence Fishburne) capace solo di ripetere slogan senza mordente (vuole degli arresti, e subito!), il boss del narcotraffico (Andy Garcia) dedito al tiro al piattello e alle feste in piscina con ragazze in bikini. Si tratta di una galleria di ruoli appena sbozzati, incompiuti, quasi fossero stati progettati apposta per non poter in alcun modo oscurare il mostro sacro, il monumento vivente rappresentato da Clint Eastwood. E allora la vera domanda per lo spettatore resta solo questa: se sia sufficiente o meno la sua presenza, il suo ritorno sul grande schermo. Qui si gioca il livello di appagamento che il film può dare.

A differenza dei suoi fiori, il personaggio di Earl Stone non vive solo un giorno, ma ben 90 anni (e oltre), mentre Clint Eastwood è arrivato a 88 e questo dato incontrovertibile nel film si fa tangibile, quasi spaventoso. Il tempo, e dunque la morte, sono al lavoro davanti ai nostri occhi. La vera meraviglia in Il corriere – The Mule non proviene dalla riuscita o meno del film né dal suo presunto (ci auguriamo) status di opera-testamento, bensì dall’esistenza, fuori e dentro la scena, di una creatura testimoniale, incarnazione di un frammento di storia del suo paese, del cinema, americano e italiano, e in ultima istanza dalla sua disponibilità a mostrarci gli effetti del trascorrere degli anni sul suo volto e sul suo corpo. Non lo abbiamo coltivato noi, come i fiori di Earl, ma certo desideriamo, egoisticamente e proprio come i narcotrafficanti del film, che non si fermi, continui a viaggiare, che viva, ci intrattenga ancora, riecheggi epoche che non abbiamo vissuto, costi quel che costi.

Daria Pomponio, da “quinlan.it”

 

 

Clint Eastwood ha ottantotto anni ed è ancora un giovincello. Il corriere – The Mule lo dimostra, riportando dietro e davanti la macchina da presa la leggenda vivente, che aveva diviso con il suo precedente 15:17 – Attacco al treno, ricevendo ben più critiche negative di quello che, nell’onorare tre giovani americani, si sarebbe aspettato. Il tentativo di strutturare differenti piani di regia e farli confluire in un unico prodotto tra reportage, cinema del vero e effetti hollywoodiani viene abbandonato per far approdare nuovamente Eastwood su territori più conformi non solo al linguaggio cinematografico, ma che sono assai più vicini alla sua maniera di fare film. E con cui, impossibile dissentire, il cineasta sa portare a compimento pezzi di filmografia ancora molto legati alle grandi narrazioni classiche in cui è nato e vissuto.

Il corriere – The Mule è puro cinema alla Clint Eastwood, un classic movie istantaneo che trasuda da ogni angolo di ripresa, ogni sfumatura di montaggio il modo di approcciarsi all’arte filmica del mito statunitense. L’ispirazione viene direttamente dalla cronaca: Leo Sharp, veterano della seconda guerra mondiale, viene raccontato dal giornalista Sam Dolnick sul The New York Times, nell’articolo The Sinaloa Cartel’s 90-Year-Old Drug Mule. Lo adatta per il grande schermo Nick Schenk che, dopo la parentesi con David Dobkin nel 2014 per The Judge, torna da Clint Eastwood a seguito della fortunata collaborazione intrattenuta con Gran Torino nel 2008, altro tra i successi del Duemila del regista americano.Il corriere - The Mule cinematographe

Da Leo Sharp il protagonista diventa Earl Stone, è amante dei fiori e ne ammira lo sbocciare che dura un giorno e da cui ha inizio la fine della loro vita. È il tempo che contraddistingue l’esistenza dei boccioli e ad affascinare l’uomo, lo stesso che ha tolto alla sua famiglia nel corso degli anni per dedicarlo al proprio lavoro. Quando però il pignoramento gli toglie il suo pezzetto di terra e sente il bisogno di non deludere anche la nipote che gli ha sempre dato fiducia, per Earl arriverà il momento di affidarsi alla sua prudenza nella guida e rimediare così agli errori del passato, commettendo giusto qualche reato in veste di corriere per un cartello messicano.

“Potevo comprare tutto, tranne il tempo.”. Ed è di quello perso e quello impiegato nella nuova attività come criminale che vediamo trattare Il corriere – The Mule. Il tempo solcato dalle rughe, una per una quelle che segnano gli anni dell’attore, i suoi passetti strascicati, la pelle raggrinzita, ma mai sembrata così vitale. La vecchiai di Clint Eastwood acquista una vulnerabilità che il cineasta non sembrava in grado di poter mostrare, fragilissima nel corpo che si arrende ai fatti di vita – e di cinema – trascorsi, facendone nuovo punto di forza. E non c’è alcun particolare, in questo corriere della droga, che dall’interprete ci si sarebbe aspettato. Nessuna tensione nel volto, né alcun presunto vigore.

Earl Stone è un simpatico uomo di quartiere che ama la compagnia e stare al centro dell’attenzione. È il nonno che non sa mandare messaggi con il cellulare, che se la prende con internet e che ha vissuto talmente a lungo da non avere più filtri. Non che creda di averne poi mai avuti. È l’uomo comune, l’amabile signore che si ferma a cambiarti la ruota forata dell’auto a bordo strada, il James Stewart delle sale da ballo del quartiere. È la versione più gioiosa che si possa trovare nella cinematografia di Eastwood, che sfrutta fisicità e aderenza al racconto, dando maniera ad un altro personaggio di entrare nella lista dei migliori ruoli della sua carriera.Il corriere - The Mule cinematographe

Perché, in fondo, è proprio Il corriere – The Mule a rientrare tra i lavori più indicativi girati negli ultimi anni da Clint Eastwood. Un film che sceglie di usufruire dell’ambivalenza tra protagonista e contesto in cui è calato per renderla fonte principale con cui stabilire il tono dell’opera. Ironica, fino a far scoppiare la vera risata. Tenera, nel rivangare il valore della famiglia dato per scontato. Emozionante, poiché in grado di mostrare ancora una volta cosa può fare un maestro con una buona storia e dei buoni personaggi.

E se si vuole ricercare la rappresentazione più emblematica di questo Il corriere – Tue Mule, è nelle lunghe corse che Earl intraprende per raggiungere i luoghi di consegna, una macchina sull’asfalto con chili di cocaina nel bagagliaio e Ain’t that a kick in the head di Dean Martin che risuona dalla radio. Perché con Il corriere – The Mule Clint Eastwood si fa ancora correre dietro. E noi, felici, non possiamo fare altro che inseguirlo.

Voto: 4 / 5

Martina Barone, da “cinematographe.it”

 

 

“I fiori meritano tempo e impegno, nascono e muoiono nell’arco di un giorno” – dice Clint Eastwood, a proposito dell’hemerocallis, in un passo del suo film – ma la bellezza e l’emozione che donano non hanno età, come quest’opera magistrale, un vero testamento metaforico e morale di uno dei più grandi autori del cinema americano, che torna dietro e davanti la macchina da presa dopo ben 11 anni.

La messa in scena della storia vera di Leo Sharp, nel film Earl Stone, tratta dall’articolo di Sam Dolnick ” The Sinaloa cartel’s 90 – year- old drug mule” per il New York Times, che doveva inizialmente essere affidata a Ruben Fleischer, in realtà è fatta della stessa sostanza di Clint Eastwood, un sognatore che non si è mai arreso. Aderenza amplificata anche dalla sceneggiatura di Nick Schenk, tornato al suo fianco dopo “Gran Torino”.

Il protagonista, Earl Stone, è il suo riflesso, nella vita, nelle scelte e negli errori. Un uomo che, per coltivare il successo personale, ha sacrificato gli affetti familiari, il famoso orticoltore sempre in viaggio, che sa essere charmant,affascinare le signore con il gesto di un fiore, brillante, divertente, amante del piacere dei sensi, ma che in realtà tra le mura domestiche non ha mai saputo andare oltre al fallimento.

In piena crisi economica, prossimo alla bancarotta, coriaceo e cocciuto, e come unico bene un pick up quasi al collasso, Earl si rimette in gioco sulla forza della disperazione.
Grazie alla sua attitudine alla guida, irreprensibile e senza mai una multa, viene avvicinato da loschi figuri messicani e si ritrova, così, a fare il corriere per il cartello della droga, inizialmente senza avere idea del suo carico, poi… il viaggio diventa lungo, come la lista delle persone da aiutare.

Il corriere – The Mule: è il coraggio di continuare che conta

Il corriere - The Mule still

Un Clint Eastwood intenso, intriso di saggezza, divertente e commovente al tempo stesso, che torna ai suoi “luoghi” più cari, al suo intimo e si mette in discussione. Ecco apparire il veterano della guerra in Corea del “Gran Torino”, indurito dalle atrocità viste e vissute, un uomo burbero che dice sempre quello che pensa, senza filtri, anche se sconveniente, che mai ha accettato di piegarsi alla morale comune, al politicamente corretto.

Repubblicano nel pensiero, libertario e libertino nel cuore, scambia le lesbiche per uomini, chiama negro un afroamericano e considera i messicani “da fagioli rossi”, ma sovverte l’ordine apparente ed esalta le contraddizioni. Il vero criminale è un anziano americano bianco e irreprensibile, non il classico automobilista latino che, una volta fermato dalla polizia, cede al panico più profondo e così, in questa sequenza del film, riesce a chiedere scusa per il suo “razzismo” e a regolare i conti con gli abusi da troppo tempo perpetrati dal braccio violento della legge.

“Il corriere – The Mule” è un film dal ritmo disteso e rassicurante, come i lunghi viaggi on the road del corriere, con il suo inseparabile berretto, mentre canta a squarciagola brani tra country, soul e Sinatra, piacevoli note di romanticismo e spensieratezza.

I rimpianti di un anziano che non si arrende e prova a cambiare anche in tarda età, per riuscire a trovare uno squarcio di luce in una strada buia e tortuosa e dimostrare che il cambiamento è sempre possibile con il coraggio di costruire.
Non a caso Alison Eastwood interpreta Iris, una figlia segnata dalla negligenza di un padre, al quale alza il muro dell’incomunicabilità.

“Il corriere – The Mule” suggella il carattere e l’uomo, con la firma inconfondibile del cinema di Eastwood.

Emozionante e tangibile il confronto tra Eastwood e Bradley Cooper, nel film un agente della DEA che lo bracca per settimane, un passaggio di testimone simbolico dal vecchio al nuovo che avanza. Perchè solo a una cosa non ci si può opporre, il tempo “…potevo comprare tutto, tranne il tempo” dice Earl in un momento drammatico e anche se la strada è lunga e non hai fretta, qualcuno o qualcosa ti attenderà al varco, in un momento a noi ignoto.

E come diceva Abramo Lincoln “Alla fine, ciò che conta, non sono gli anni della tua vita, ma la vita che metti in quegli anni”.

Chiaretta Migliani Cavina, da “ecodelcinema.com”

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