Green Book

 

New York City, 1962. Tony Vallelonga, detto Tony Lip, fa il buttafuori al Copacabana, ma il locale deve chiudere per due mesi a causa dei lavori di ristrutturazione. Tony ha moglie e due figli, e deve trovare il modo di sbarcare il lunario per quei due mesi. L’occasione buona si presenta nella forma del dottor Donald Shirley, un musicista che sta per partire per un tour di concerti con il suo trio attraverso gli Stati del Sud, dall’Iowa al Mississipi. Peccato che Shirley sia afroamericano, in un’epoca in cui la pelle nera non era benvenuta, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti. E che Tony, italoamericano cresciuto con l’idea che i neri siano animali, abbia sviluppato verso di loro una buona dose di razzismo.

Green Book è basato sulla storia vera di Shirley, un virtuoso della musica classica, e del suo autista temporaneo nel loro viaggio attraverso il pregiudizio razziale e le reciproche differenze.

Il musicista nero è istruito, parla molte lingue, veste come un damerino e non sopporta volgarità e bassezze, mentre Tony Lip è ignorante, parla con un pesante accento del Bronx costellato di espressioni pseudoitaliane, mangia sempre fast food con le mani e quelle mani le mena volentieri. Ma anche per questo Tony è l’uomo giusto per accompagnare il raffinato musicista di colore e risolvere a modo suo i tanti problemi che l’improbabile duo incontrerà lungo il cammino.

Sarebbe troppo facile etichettare Green Book come un A spasso con Daisy a parti invertite, e non farebbe giustizia ai molti livelli che questo film smaccatamente mainstream nasconde sotto la patina ultracool di un’America anni Sessanta in cui la musica, gli abiti e gli ambienti sono letteralmente da urlo. Ma alla regia c’è Peter Farrelly, metà del duo di fratelli che ha sdoganato il politically incorrect sul grande schermo con film come Tutti pazzi per Mary e Scemo & più scemo, e chi meglio di lui poteva attraversare gli stereotipi etnci e razziali senza negarli, costruendo una storia (scritta insieme a Brian Currie, anche produttore, e a Nick Vallelonga) che è per tre quarti commedia esilarante e per il restante quarto dramma ancora attuale?

Voto: 4 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Una strana coppia sfreccia per le strade tutte dritte e uguali del sud degli Stati Uniti. Uno davanti e uno dietro, il loro profilo a tratti partecipe, più spesso annoiato, ci accompagna in una cavalcata di alcune settimane ma anche di alcuni secoli all’interno del mondo più intollerante e razzista degli Stati Uniti. Oltretutto siamo agli inizi degli anni ’60 e il tizio che guida, l’autista, è un bianco, mentre il suo datore di lavoro, seduto composto e vestito con eleganza, è un nero. Incredibile, per molti che li guardano come fossero alieni, ma soprattutto un materiale cinematografico di prima grandezza.

Green Book racconta la storia realmente accaduta di un’amicizia nata per casoe consolidatasi lungo quelle strade di due persone che più diverse non si potrebbe. Tony è un buttafuori italo americano, Don un pianista di fama dal grande talento, pioniere fra gli afroamericani accettati nei circoli esclusivi della musica americana. Abita a New York, in un sontuoso appartamento, con tanto di trono, proprio sopra un tempio della musica come la Carnegie Hall, sempre solo se non fosse per un improbabile maggiordomo tuttofare indiano che sembra uscito da Hollywood Party. Tony, invece, è circondato da una famiglia numerosa, sempre riunita intorno a una tavola imbandita all’inverosimile di ogni ben di Dio, in puro stile Italian American New Jersey.

Tony ha bisogno di soldi, le bocche da sfamare sono tante, e il locale in cui lavora è stato chiuso per alcuni mesi; Don, da parte sua, soldi ne ha tanti, così come bisogno di qualcuno che lo porti in giro e organizzi viaggi e pasti. Per farlo, Tony studierà disciplinatamente una guida tanto ignobile quanto dalle nostre parte poco conosciuta. La Negro Motorist Green Book, da cui il titolo. Pubblicata fino alla metà degli anni Sessanta, era una guida ai ristoranti e agli hotel che accettavano neri. In questo modo, in Green Book, diretto da un insospettabile come Peter Farrelly, si genera un corto circuito allora non inusuale, ma oggi decisamente sì. Il tenore di vita alto borghese è quello del nero Don, ma negli alberghi migliori può dormire solo il bianco Tony, capovolgimento rispetto al luogo comune che riguarda anche altri ambiti, come la passione di Tony per il pollo fritto e la musica black, non condivisa assolutamente da Don, che si deve prestare agli insistenti tentativi del suo autista di indottrinarlo sulle qualità canore di Aretha Franklin e le virtù delle cosce di pollo del Kentucky Fried Chicken.

Ma è giunto il momento di aprire il capitolo interpretazioni; sono infatti due fuoriclasse in grande spolvero a interpretare i due protagonisti: Viggo Mortensen, ingrassato più di venti chili e dall’accento adorabile, e Mahershala Ali, sempre più lanciato dopo l’oscar per MoonlightGreen Book è una delle vere sorprese della stagione, allo stesso tempo una commedia scritta mirabilmente e a tratti esilarante, un instant classic già pronto per le programmazioni natalizie, e un ritratto vivido sulla ricaduta quotidiana delle discriminazioni razziali di quegli anni. Una descrizione che suscita rabbia, un monito importante in un’epoca di risacca etica e dei diritti nell’America di Trump.

Privo della pesantezza di un certo cinema militante e didascalico, contiene in realtà una carica politica molto forte e capace di arrivare molto più efficacemente a destinazione. Si ride, ci si indigna, ci si commuove e si pensa anche a una storia che fino a pochi anni fa sembrava lontana e invece oggi suona molto recente.

Voto: 3,5 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Durante tutta la visione di Green Book l’impressione è che l’unico lavoro di scrittura fatto sul film sia stato quello di scambiare di posto i personaggi, mettendo un bianco alla guida stipendiato da un nero nel sedile di dietro, entrambi in viaggio per una serie di concerti di alto profilo in un territorio ad alto rischio come gli stati più razzisti nell’America di bassa tolleranza degli anni ‘60. Invece Green Book si rivela un pezzo di cinema americano classico che pur rifuggendo lo stesso oggetto della sua trama (la questione razziale), rievoca dal passato tecniche e scritture, per renderle il più attuali possibile con i suoi attori. E alla fine pur perdendo sul piano della riflessione razziale, vince ogni ritrosia sul piano umano.

Per aggiungere dubbi ad altri dubbi va detto che la parabola superficiale del film è anche ideologicamente discutibile. Green Book cerca disperatamente di piacere a tutti, anche a chi non possa dirsi davvero progressista, perché sposta la questione razziale sul territorio personale. È sempre la massa a essere discriminata, più raramente i singoli, e questo è un film sui singoli, su un uomo razzista che si ravvede lavorando a stretto contatto con un afroamericano eccezionale. L’eccezionalità è parte del dribbling ideologico. Perché Don Shirley è presentato come un nero bianco, lo stesso autista glielo rinfaccia quando afferma di non conoscere musicisti neri popolari come Little Richie. Di fatto in lui non c’è traccia di cultura nera, è un bianco con la pelle di un altro colore. La grande differenza tra i due è più sociale che altro.
Per giunta anche un ambito spinoso come l’omosessualità di Don Shirley è svicolata con abilità o meglio è un dettaglio che il film affronta esattamente con la noncuranza con la quale lo affronterebbe l’autista Tony Vallelonga: una repentina tolleranza data dalla conoscenza maturata associata a una voglia smodata di dimenticare quel particolare il più in fretta possibile.

A fronte di tutto questo però Green Book ha anche una forza che è impossibile non riconoscere, una che non sta di certo nelle scelte fatte né nell’impostazione ma è tutta nell’esecuzione.

Peter Farrelly, con l’esperienza di commedia scorretta che si ritrova gira un film correttissimo nel quale l’umorismo scoppia potente ed è sempre tenuto al guinzaglio con dovere, in cui i due attori guidano la messa in scena, la indirizzano e sono in grado di aggiungere senso. Mahershala Ali è scelto benissimo (in Moonlight quasi stonava la sua eleganza e sobrietà, qui invece è perfetta) e anima bene l’uomo imbrigliato nelle regole sociali, timoroso di sembrare un nero e voglioso di legittimazione. Ma è in particolare Viggo Mortensen a risaltare (anche per via di un ruolo più sotto il riflettore). Da solo aggiunge al film dettagli che non stanno nella sceneggiatura ma risiedono solo nelle sue espressioni. Da nessuna parte è detto o indicato che il suo Tony sia addirittura fiero di Don Shirley come fosse un figlio, eppure quando lo guarda esibirsi non leggiamo solo la maturazione del rispetto, ma anche una certa fierezza di essere proprio lui il suo autista. Ed è farina di Mortensen.

La parabola più che usuale di questa strana coppia tocca tutti i punti necessari per non sorprendere nessuno e soddisfare tutti, è un viaggio in cui piccole umiliazioni sono sanate dall’amicizia e dal rispetto maturato da un uomo ignorante ma di buon cuore, partito razzista e tornato amico di un nero nella notte di Natale. È un film da Hollywood degli anni ‘50 o inizio ‘80, materiale che non si gira più nelle cui pieghe però sta l’umanità di cui è capace il cinema americano mainstream, anche quando ha paura di turbare animi.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Quanto può essere labile il confine tra razzismo e accettazione? Quanto sottile è la differenza tra l’accettare le persone che hanno un colore della pelle diverso dal nostro e il riconoscergli i nostri stessi diritti? Quante sfaccettature ha il razzismo? È quel che scoprono Tony Vallelonga, detto Tony Lip, buttafuori italo americano, e Don Shirley, pianista afroamericano, che in “Green Book” si trovano a dover affrontare insieme un viaggio che li porterà nel più profondo sud degli Stati Uniti, muniti di una copia del “The Negro Motorist Green Book“.

L’anno è il 1962: il riconoscimento dei diritti civili alle persone di colore non è ancora una realtà negli USA, l’uguaglianza è solo una favola, e gli stati più meridionali ne sono la piena e lampante dimostrazione. “Green Book” racconta la vera storia di quella che all’apparenza potrebbe essere la coppia peggio assortita che si possa immaginare: Donald Shirley, eccellente pianista, distaccato, acculturato, raffinato, e Tony Lip, buttafuori e ‘spara stronzate’, un po’ rozzo, sempre con la sigaretta al lato della bocca. Entrambi hanno perplessità nei confronti dell’altro, e il regista Peter Farrelly ci mostra fin da subito le differenze tra i loro modi di pensare, di vivere, tra i loro due mondi così diversi che però coesistono all’interno di una stessa realtà, e si trovano a contaminarsi a vicenda.

A mano a mano che i due si addentrano nel profondo sud, si ritrovano a contatto con la triste realtà di una società che finge di accettare le persone afroamericane, che le invita alle feste per fregiarsi della presenza di un musicista tanto famoso, che le ritiene degne di onorare gli ospiti con le loro esibizioni, ma che gli nega il semplice diritto di vivere, mangiare, andare in bagno insieme a tutti i ‘bianchi’.

“Green Book” è un film, un viaggio, una scoperta, che trascina lo spettatore sul sedile accanto a Don Shirley, per vedere con i propri occhi cosa si nasconde dietro il malcelato razzismo americano.

Green Book: un film che colpisce allo stomaco

Green Book immagine

“Green Book” è un film che ti sa prendere allo stomaco: sia per il gran ridere, sia per la profondità e l’eterna (triste) attualità di quel che racconta.

Potrebbe sembrare solo un altro film sulla discriminazione della comunità afroamericana, e in effetti è quello il suo tema principale: eppure la sceneggiatura ci racconta la storia in un modo tutto suo, non assumendo mai i toni drammatici e pedanti di chi vuole impartire una lezione; è, piuttosto, una narrazione che coinvolge lo spettatore, lo fa immedesimare nei due protagonisti, lo fa indignare per le ingiustizie che devono subire, lo fa ridere (ma ridere sul serio) e lo fa riflettere senza imporsi; la morale del film è intrisa in ogni suo aspetto, in ogni parola, in ogni scena, senza il bisogno che una voce fuori campo venga a spiegarla a chi guarda. E ci si rende conto che mentre scorrono i titoli di coda, tra una battuta e una risata, “Green Book” ci ha restituito qualcosa di più di due ore di svago: ci ha regalato un insegnamento e una piccola fetta di umanità e fiducia nell’uomo (anche perchè, va ricordato, si parla di una storia vera).

Merito della riuscita eccellente del film è anche di Viggo Mortsensen e  Mahershala Ali, che restituiscono splendidamente due personaggi con tutti i loro pregiudizi, i loro timori, le loro convinzioni e, soprattutto, la loro amicizia che, nonostante le difficoltà, si instaura sempre più forte e solida superando le barriere dei pregiudizi: se il messaggio riesce ad arrivare forte è chiaro è merito dei due attori che permettono allo spettatore di vivere la storia come in prima persona, immedesimandosi in Tony e Don.

“Green Book”  e il coraggio del cambiamento

“Green Book” è uno di quei film che ognuno si merita di guardare almeno una volta: la trama, scontata ma non banale, scivola in un equilibrio perfetto tra tutte le sue componenti, dalla più comica alla più drammatica, gli attori si muovono a loro agio sullo schermo e si mostrano credibili e carismatici, e per due ore lo spettatore può  staccarsi dalla sua quotidianità godendosi uno spettacolo davvero piacevole che lascia dentro molto più di quanto non si creda e non ci si aspetti da una commedia.

Forse l’unica nota che agli occhi di noi italiani potrebbe risultare un po’ stonata è la recita del belpaesano in America, un po’ stereotipato, che si esibisce in gesti che sono diventati dei ‘meme’ su qualsiasi social, che mangia la pizza piegandola a metà e comunica nella (stentata) lingua natìa; eppure è un aspetto che non disturba mai nel corso della visione, e anzi strappa anche un sorriso, fondendosi nell’armonia di un film perfettamente riuscito.

Peter Farrelly ci racconta una storia bella e ben fatta, il cui valore è accresciuto senza dubbio dal suo non essere una mera invenzione ma un fatto reale, una vicenda e un’amicizia che hanno realmente segnato la pelle di due persone e che si è riproposta in chissà quante altre situazioni e con quanti altri soggetti. Le azioni di Don e Tony, per piccole che siano, sono fili che si intrecciano a una storia più grande, che parla dell’importanza del comportamento di ognuno di noi per apportare un cambiamento nel mondo; e “Green Book” è uno di quei film che ti lasciano il sorriso e una certezza: “Ci vuole coraggio per cambiare l’animo delle persone”. E chissà che questo film, un pochino, non ci sia riuscito.

Giada Aversa, da “ecodelcinema.com”

 

 

Che cos’è il Negro Motorist Green Book? Un manuale, un vademecum per una vacanza “senza pensieri”. Per persone di colore. Negli anni Sessanta elencava gli alberghi e i locali dove ci si poteva rilassare senza entrare in contatto con i bianchi. Era indispensabile, specialmente per gli automobilisti che sceglievano di andare nel profondo Sud degli Stati Uniti: l’America razzista, che ancora oggi rifiuta il diverso, quella del Ku Klux Klan, di Charlottesville, contro cui Spike Lee non smetterà mai di scagliarsi.

Si torna indietro nel tempo, al 1962, per interrogarsi sul presente. Siamo all’inizio del decennio: il Sessantotto è lontano, e l’uomo guarda la luna da migliaia di chilometri di distanza. Neil Amstrong (come ci racconta First Man – Il primo uomo) è appena arrivato alla Nasa, i fratelli Kennedy cercano di costruire un mondo nuovo, e la Guerra in Vietnam sta per entrare nel vivo.

In Green Book, gli Stati Uniti vengono descritti come un Paese ancorato alle vecchie tradizioni, ai retaggi di un’altra epoca. Louisiana, Mississippi, Georgia: qui sembrano aver dimenticato la dignità umana. Bianchi e neri non possono mangiare allo stesso tavolo, usare lo stesso bagno, bere un bicchiere nello stesso bar. Martin Luther King stava lottando per la parità, e sarebbe stato assassinato sei anni dopo. Il percorso per l’uguaglianza era ancora lungo.

Ma alcuni andavano già oltre le apparenze, come il buttafuori italoamericano Tony Lip e il pianista afroamericano Don Shirley. Dalla loro amicizia nasce Green Book. Sembra di rivedere A spasso con Daisy, con i ruoli invertiti. Al volante c’è Viggo Mortensen (al posto di Morgan Freeman), mentre il suo ricco datore di lavoro è Maershala Ali (nel classico del 1989 sul sedile posteriore c’era Jessica Tendy). L’artista e l’uomo di strada, gli opposti che si scontrano per poi attrarsi, e creare un legame forte.

Lip e Shirley si studiano, si conoscono, diventano migliori, in un on the road attraverso le ipocrisie e la discriminazione. Naturalmente non mancano i contrasti, legati alla loro educazione: da una parte le buone maniere, dall’altra la violenza come unica soluzione a ogni disputa. Ma, mentre il paesaggio fuori dal finestrino continua a mutare (deserto, boschi, città, paesi, campi e case di ricchi proprietari terrieri), i due imparano a comprendersi, a comunicare. “La strada è vita”, scriveva Jack Kerouac in On the Road.

Per i protagonisti non conta la meta, ma il viaggio, non solo “geografico”. Percorrono grandi distanze, per un paio mesi condividono ogni istante della giornata. Comprendono l’importanza del rispetto e della condivisione. Il regista Peter Farrelly (questa volta senza il fratello Bobby) abbandona i toni da commedia demenziale (Tutti pazzi per Mary, Lo spaccacuori, Scemo & + Scemo 2) per mettere in scena un racconto umano, pieno di sentimento, con una coppia di attori di grande talento. Un film che fa bene all’anima.

Candidato a 5 premi Oscar: miglior film, migliore attore protagonista (Mortensen), migliore attore non protagonista (Ali), miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio.

Voto: 3,5 / 5

Gian Luca Pisacane, da “cinematografo.it”

 

 

Il padre di Scemo e + Scemo, Tutti pazzi per Mary e Io, Me e Irene potrebbe volare agli Oscar, il 24 febbraio prossimo, grazie a Green Book, film presentato alla 13esima Festa del Cinema di Roma dopo aver vinto a sorpresa il Festival di Toronto, da sempre cartina di tornasole in salsa Academy.

Peter Farrelly, dopo 25 anni di cinema per la prima volta da solo in cabina di regia a causa di un lutto famigliare che ha colpito il fratello Bobby poco prima del via alle riprese, ha infatti realizzato il film di una vita, ispirato all’incredibile storia (vera) di un’amicizia tra un buttafuori italoamericano e un pianista afroamericano nell’America negli anni sessanta. Protagonista Tony Lip, padre dello sceneggiatore Nick Vallelonga straordinariamente interpretato dal camaleontico Viggo Mortensen, costretto a raccattare un qualsiasi stipendio per mantenere la propria numerosa famiglia dopo la chiusura del night club di New York in cui aveva lavorato per 12 anni.

Burbero, sempliciotto, chiacchierone, ignorante e razzista, Tony accetta di lavorare per il pianista afroamericano Don Shirley, interpretato dal premio Oscar Mahershala Ali, accompagnandolo in tour in qualità di autista nel profondo sud degli Stati Uniti. Per otto settimane…

Un road movie a stelle e strisce per le strade dell’ignoranza, della discriminazione razziale, dell’accettazione. Green Book utilizza i toni della commedia, per una volta mai pecoreccia rispetto alla fortunata filmografia di Farrelly, con l’intento di scoperchiare quell’odio nei confronti del diverso che nell’America di oggi è tornato paurosamente a galla. Il titolo del film si rifà a delle guide per ‘automobilisti negri’ pubblicate in America negli anni ’60. Veri e propri ‘Lonely Planet’ contenenti strade, hotel, ristoranti e bar frequentabili da afroamericani. Prigioni dove non rischiare gli insulti, le botte, non solo ovvie ma persino ‘autorizzate’ se diretti altrove.

Ingrassato di 20 kg per interpretare nel migliore dei modi lo sboccato, affamato e irresistibile Tony, Mortensen riempie lo schermo con la sua imbruttita fisicità, con le mille facce buffe e rozze di un buttafuori che mangia schifezze in modo compulsivo, regalando perle in uno stentato italiano letteralmente ‘improvvisato’ sul set, come rivelato dall’ex protagonista de Il Signore degli Anelli in conferenza stampa (doppiaggio, ovviamente, che cancellerà ogni traccia).

Replicando contrasti e dinamiche alla Quasi Amici, Green Book guarda all’America di oggi attraverso l’America di ieri, quell’America in cui un afroamericano non poteva utilizzare i bagni dei bianchi, provarsi un abito in un negozio, cenare in un ristorante che non rientrasse in quella maledetta e vergognosa guida. Un’America di mezzo secolo fa.

Brillante e mai ricattatoria, la sceneggiatura firmata Brian Hayes Currie, Peter Farrelly e Nick Vallelonga ci regala due personaggi agli antipodi, sfumando perfettamente differenze e punti di contatto. Se il travolgente Tony di Mortensen era un annunciato trionfo interpretativo, anche il delicato Don di Mahershala Alicolpisce nel segno, grazie a fragilità e insicurezze faticosamente e coraggiosamente mascherate.

Il suo pianista è un genio profondamente acculturato, coccolato dai ricconi della Grande Mela bisognosi di un tornaconto artistico da poter sbandierare ma al tempo stesso rifiutato dalla comunità nera, perché profondamente ‘diverso’. Shirley è troppo poco nero, troppo poco bianco e troppo poco uomo, perché omosessuale. Un alieno precipitato sulla Terra che non ha timore del giudizio altrui, tanto da cavalcare con orgoglio una pericolosa tournée nel sud del Paese per provare a cambiare le cose. L’alchimia tra Mortensen e Ali è senza dubbio la colonna portante di un film che ha nell’elegante sceneggiatura, assolutamente originale, il suo punto di forza, con pregiudizi e preconcetti abbattuti a suon di lacrime e sorrisi.

Voto: 7,5 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

“Nel corso degli anni, quando le persone mi chiedevano se avessi mai fatto un film drammatico, la mia risposta è sempre stata: Sì, quando arriverà il momento. È l’universo che te lo porta. È come chiedere a qualcuno: Quando ti innamorerai? Quando arriva… arriva”.

E in quel caso, arriva sempre nel momento sbagliato. Lo stesso non si può dire del primo film drammatico di uno dei due fratelli Farrelly, Peter, conosciuti per le loro esilaranti commedie (Scemo e più scemoTutti pazzi per MaryLo spaccacuori).

È usanza abbastanza comune ritenere che sia più facile scrivere una storia che fa ridere rispetto ad una drammatica. Questo non è sempre vero, o meglio, non è vero per un certo tipo di commedie, e sicuramente non è vero per Green Book.

Viggo Mortensen e Mahershala Ali in una scena del film Green Book - Photo: courtesy of Eagle Pictures

Si ride tanto, il politically scorrect è sempre dietro l’angolo e la dose di caratterizzazione dei personaggi è altissima. Ma non è tutto qui, perché Green Book è un film che sorprende sotto tanti punti di vista (e non solo perché lo dimostrano le Nomination agli Oscar, dove il film ha davvero fatto incetta, comparendo nelle categorie più importanti: Miglior film, Miglior attore protagonista e non – per Viggo Mortensen e Mahershala Ali – Miglior sceneggiatura originale (meritatissima e per cui farei il tifo se non fosse che compete con First Reformed) e Miglior montaggio.

Green Book non è solo un film sentimentale, edificante e blablabla – tutte parole che stanno assumendo un’accezione negativa, come se i film dove si indagano i sentimenti fossero più terrificanti di Michael Myers. E in effetti la maggior parte lo è, ma qui siamo di fronte a qualcosa di diverso.

L’abilità di Peter Farelly nel costruire e delineare personaggi e tratteggiare con grande realismo situazioni è ben nota, ma quando questo talento incontra una storia vera toccante e attuale, il risultato è un piccolo gioiello.
Viggo Mortensen nel film Green Book - Photo: courtesy of Eagle Pictures

1962, New York. Tony Lip, buttafuori italoamericano, dopo la chiusura del locale dove lavorava, deve trovare un nuovo impiego per mantenere la sua famiglia. Accetta così di lavorare per il pianista afroamericano Don Shirley e decide di fargli da autista in occasione di un tour nel sud degli Stati Uniti, dall’Iowa al Mississippi. Sarà un viaggio difficile, in un’epoca in cui la segregazione razziale era estremamente forte e radicata.

Un on the road nato dall’intenzione del figlio di Tony, Nick Vallelonga, di far rivivere sul grande schermo la storia di questa profonda amicizia. Questo è stato possibile grazie all’aiuto dell’attore e scrittore Brian Currie che ha accettato di scriverla insieme a lui, e al successivo innamoramento di Peter Farrelly che, una volta letto il soggetto, non ha più potuto fare a meno di pensarci.

Sorprende la bravura del regista nell’essere riuscito a descrivere, con estrema sensibilità ed efficacia – soprattutto attraverso i gesti, le azioni, e il sottotesto governato splendidamente – due personaggi così autentici, così diversi e conflittuali.
Mahershala Ali nel film Green Book - Photo: courtesy of Eagle Pictures

Gli esilaranti dialoghi nonsense – marchio di fabbrica dei Farrelly – qui lasciano spazio a dibattiti e battibecchi basati proprio sul conflitto fra i due personaggi: fin dall’inizio è evidente che i due abbiano qualcosa di molto più profondo in comune, un’alchimia rara che dovranno scoprire. Sono due outsider, due pesci fuori d’acqua, quelle persone che una volta che si trovano non si lasciano più.

Ed è proprio dal conflitto – motore unico di ogni grande storia che si rispetti – che prende il via la narrazione. Don Shirley è un uomo di grande cultura e riservatezza, raffinato ai limiti dello snob; Tony è il tipico macho di strada, estroverso, chiassoso, duro. Viggo per la parte ha subito una vera e propria metamorfosi fisica (avrà preso almeno 15 kg) e il risultato è che in ogni scena non sai se vorresti abbracciarlo o schiaffeggiarlo.

Come si fa a non volergli bene? Anche se non sta un attimo zitto, fuma e mangia in continuazione, è invadente ed è tutto fuorchè una persona discreta e a modo, è un uomo diretto e tutto d’un pezzo, di buon senso e dal cuore grande, che non intende sottostare alle situazioni razziste e segregazioniste che si infittiscono sempre più mentre il loro viaggio prosegue verso sud.

Mahershala Ali e Viggo Mortensen nel film Green Book - Photo: courtesy of Eagle Pictures
Green Book prende infatti il titolo da The Negro Motorist Green Bookuna guida turistica che è stata pubblicata annualmente dal 1936 al 1966, che elencava le strutture che ammettevano e servivano clienti di colore.

La strada verso sud è anche quella che i due protagonisti compiono a livello interiore: entrambi dovranno compiere un viaggio alla scoperta di se stessi, aprirsi gli occhi a vicenda, imparare ad accettare le proprie origini e comprendere che solo così è possibile vivere una vita degna di quel nome.

Tempi comici a orologeria, umanità, tragico e divertimento sempre in equilibrio, e una comicità che non è mai fine a se stessa ma è veicolo per rappresentare i contrasti fra i due. E poi le scene in cui Don Shirley aiuta Tony a scrivere delle semplici ma sentite lettere d’amore alla moglie sfiorano livelli di romanticismo davvero irresistibile.

Questo film fa stare bene. Cosa gli si può chiedere di più?

Margherita Giusti Hazon, da “masedomani.com”

 

 

Road movie edificante e istruttivo su cosa significava essere un talentuoso pianista nero nell’America degli anni ’60, Green Book di Peter Farrelly fa abbondante utilizzo di ogni opportuno cliché, ma il suo vero “effetto speciale” è Viggo Mortensen nei panni di uno chauffeur italo-americano. Alla Festa del Cinema.

Musica per vecchi canovacci

New York, anni ’60. Tony Lip, un tempo rinomato buttafuori, finisce a fare l’autista di Don Shirley, giovane pianista afro-americano. Lip deve accompagnare il pianista prodigio in un lungo tour nel profondo Sud degli Stati Uniti. Dopo alcune difficoltà, il viaggio nelle regioni razziste degli USA porta i due a stringere una forte e straordinaria amicizia. [sinossi]

«Nonostante le differenze diventano grandi amici». Quante volte abbiamo già sentito e visto questa storia sul grande schermo? Probabilmente mai abbastanza, perché in fondo questo è un canovaccio imperituro, foriero di variazioni pressoché inesauribili. Non si spinge a cercarne di particolarmente originali Green Book esordio (ma solo per il grande schermo, in tv si era già cimentato) in solitaria di Peter Farrelly, che insieme al fratello Bobby ha firmato a partire dagli anni ’90 un nutrito stuolo di spassose commedie politicamente scorrette (Scemo & più scemo, Tutti pazzi per Mary, Lo spaccacuori, per citarne alcune).
Viene da pensare che il fratello “cattivo” (inteso anche nel senso buono del temine) della coppia sia proprio Bobby, dal momento che Green Book, presentato alla 13esima Festa del Cinema di Roma, è di fatto un film di stampo iperclassico che relega le sue sporadiche originalità nei dettagli, in qualche dialogo brillante e, soprattutto, nelle prove attoriali dei suoi interpreti. A partire da Viggo Mortensen. L’attore un tempo “musa” di David Cronenberg (A History of ViolenceLa promessa dell’assassinoA Dangerous Method) è infatti il vero effetto speciale di un film mainstream destinato a sedurre un pubblico vasto, se avrà la pazienza di recarsi al cinema.

Capelli tinti e imbrillantinati, fisicità imponente e sorrisetto sardonico, Mortensen interpreta qui Tony ‘Lip’ Villalonga, buttafuori del Bronx, assai abile nell’estorcere laute mance ai boss mafiosi newyorkesi. Ritrovatosi senza lavoro per via della temporanea chiusura del nightclub Copacabana, Tony accetta di fare da chauffeur a Don ‘Doc’ Shirley (il Mahershala Ali di Moonlight e Free State of Jones), un vero e proprio virtuoso del pianoforte afroamericano in procinto di affrontare una tournée nei famigerati Stati a forte componente razzista del Sud. Ad accompagnare i due sulla strada sarà poi un prezioso opuscolo: il green book del titolo, una vera e propria guida turistica per viaggiatori neri, con segnalati gli hotel e i locali pubblici più “intonati” al colore della loro pelle.

Classico ed edificante, sospeso tra A spasso con Daisy e 48 ore di Walter Hill, con un finale che intreccia il Frank Capra di La vita è meravigliosa e il John Huges di Un biglietto in dueGreen Book è un frullato di una vasta filmografia precedente e anela a una classicità quasi programmatica. C’è il tema del razzismo e quello dell’amicizia, non molto altro da aggiungere. A parte il fatto che a un certo punto diventa chiaro quanto la tournéee di Doc sia una forma ben programmata – e a proprio rischio e pericolo – di viaggio a scopo educativo a beneficio dei razzisti stati americani del Sud.
Ecco dunque arrivare, uno dopo l’altro, nel corso del film, tutti i cliché del caso: i due “quasi amici” on the road si guardano con sospetto, ma sappiamo già che diventeranno inseparabili, Tony dovrà usare le maniere forti per togliere Doc da situazioni incresciose, quest’ultimo sarà oggetto di ogni forma di discriminazione sociale, dai negozianti che non intendono fargli provare gli abiti perché è nero, ai teatri ospitanti che gli rifiutano un posto nel loro ristorante. Per non parlare poi del sottile razzismo che serpeggia quando a una cena di gala gli offrono del pollo fritto, un classico della cucina “black”.
Situazioni programmatiche a parte, Peter Farrelly costruisce le situazioni con cura, soffermandosi il tempo necessario sul milieu familiare italo-americano di Tony, costruendo con mestiere i vari incontri di viaggio. Se per Mahershala Ali prevede un ruolo un po’ troppo granitico, funzionale però a metterne in luce la silente, intima sofferenza, è a Mortensen che assegna una performance nervosa, riottosa e a tratti assai divertente.
L’attore nato a New York, di origini danesi e indole apolide dà vita a un italo-americano perfettamente credibile: pronuncia correttamente “faccia di cazzo” e “vaffancùl”, canta “Tu scendi dalle stelle” con scioltezza e ci sa fare anche con la celeberrima gestualità nostrana. Peccato che tutta questa mirabilia andrà in buona parte perduta per sempre con l’amaro vizio italico del doppiaggio. Astenersi dalla visione se non si è “fanatici” della versione originale.

Daria Pomponio, da “quinlan.it”

 

 

 

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dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
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