Gloria Bell

 

Nel febbraio del 2013 un giovane regista cileno, Sebastian Lelio, travolge la Berlinale con il suo quarto film, uno straordinario ritratto femminile, che spinge Paulina Garcia, la sua protagonista, a conquistare un meritatissimo premio per la migliore interpretazione.

Prodotto dai fratelli Larrain con la loro Fabula, Gloria diventa poi un successo internazionale, nel circuito arthouse.

Cinque anni dopo, Sebastian Lelio vince il premio Oscar con il film successivo, Una donna fantastica, debutta in una produzione internazionale con Disobedience e viene scelto da Julianne Moore per rifare il suo Gloria negli Stati Uniti.

L’idea del remake americano di un proprio film è sempre una scelta rischiosa, che suscita immediato pregiudizio: i critici sono sovente spettatori da colpo di fulmine, innamorati della loro prima volta, capaci di dimenticare, non appena si spengono le luci in sala, che le storie sono sempre le stesse e che il piacere di sentirle raccontare bene è forte almeno quanto quello di una nuova scoperta.

Tuttavia le strade per re-immaginare un proprio lavoro possono essere diverse: quella intrapresa da Lelio è all’insegna della fedeltà assoluta allo script originale, firmato assieme a Gonzalo Maza.

Gloria Bell è un una donna di cinquant’anni, separata da tempo, con due figli ormai adulti. Lavora al mattino in una compagnia assicurativa e la sera si diverte a bere martini e ballare scatenata i vecchi classici disco, flirtando con compagni di una notte.

Quando conosce Arnold, un uomo più grande di lei, che gestisce un parco dove si gioca a paintball, le cose tra di loro si fanno più serie.

Ciascuno ha un’altra famiglia alle spalle, ma il rapporto con i propri cari è radicalmente diverso: Arnold è succube delle sue figlie, trentenni mai cresciute, che lo tempestano di telefonate, dipendenti in tutto e per tutto dal padre.

I figli di Gloria invece sono fin troppo autonomi: il più grande sta crescendo un neonato da solo, mentre la compagna è scomparsa a cercare se stessa nel deserto, la più piccola invece è rimasta incinta di un surfista svedese ed è sul punto di trasferirsi in Europa.

Tutte queste novità finiscono per addensarsi sulle spalle di Gloria, creando una tempesta emozionale, che richiederebbe una stabilità, che Arnold non riesce mai a darle.

Neppure un viaggio a Las Vegas sembra far funzionare le cose davvero tra di loro…

Straordinario ritratto femminile d’inizio secolo, Gloria rimane, anche nella sua versione losangelina, un film di rara bellezza, impreziosito dalle interpretazioni di Julianne Moore e John Turturro, che conquistano i ruoli principali e non fanno rimpiangere i protagonisti originali.

Per una volta il cinema non si occupa di persone eccezionali, di eroi, di killer o poliziotti, di villain impossibili, ma semplicemente di una donna. Una donna fantastica, questo sì, che vive il suo tempo senza rimpianti, convinta che la sua libertà e la sua dignità siano sempre il bene più prezioso e che la sua vita si misuri davvero nelle relazioni con gli altri, lontano da ogni inutile egocentrismo.

Una donna che preferisce però ballare da sola, quando chi le sta accanto non si dimostra all’altezza.

Lelio con straordinaria sensibilità si limita a cambiare il paesaggio, che fa da sfondo alla sua storia, conservando gelosamente tutti gli elementi originali e aggiungendo una leggerezza ancor più necessaria al suo racconto. Santiago e Vina del Mar diventano così Los Angeles e Las Vegas, ma il suo sguardo sulle due capitali dell’effimero americano è straordinariamente pertinente.

Lelio riesce a inquadrare la città degli angeli come pochi prima di lui. Quasi tutta in interni borghesi, con la luce sempre di taglio, irriconoscibile eppure, per una volta, comune, ordinaria, un luogo in cui milioni di persone vivono davvero, non la mecca del cinema, il set di un sogno senza confini.

Anche il non-luogo per eccellenza dell’immaginario americano, ovvero Las Vegas, con le sue pacchianerie luccicanti, diventa un luogo di solitudini condivise, di abbandoni selvaggi e risvegli sgradevoli.

All’interno di queste nuove coordinate, Lelio muove la sua storia il meno possibile, lasciando che siano gli attori a entrare nei personaggi originali e a farli propri.

Fare un confronto sarebbe sbagliato. Ma Julianne Moore riesce a donare al film non solo il suo talento, ma la sua storia e i suoi personaggi, da America oggi a Il grande Lebowski, da Lontano dal Paradiso a Magnolia, fino a Maps to the Stars: ciascuno di loro contribuisce a creare la complessità e la verità di Gloria.

Difficile non identificarsi con un personaggio così meravigliosamente ricco, che dietro una calma e una forza apparenti, sembra nascondere un’esplosione di gioia di vivere, di malinconie, di fragilità.

Gloria è una donna che non ha paura di mettersi in gioco, di donarsi agli altri, anche se questo non sempre paga.

John Turturro ha il ruolo più ingrato, ovvero quello dell’amante impacciato, che continua a fuggire e tornare, mai davvero all’altezza, ma gli dona la sua grazia, le sue stranezze e una profondità tragicomica, che mancava all’originale.

Fortemente voluto da Julianne Moore, Lelio è tornato sui suoi passi, come un regista teatrale che si trovi a rimettere in scena un suo spettacolo storico, in una nuova versione. Lo ha fatto con la passione e l’umiltà di un grande esecutore, capace di trovare nuove sfumature, anche grazie alla direttrice della fotografia, Natasha Braier (The Neon Demon), che ha illuminato una Los Angeles tutta di mezzi toni.

Se restasse infine qualche dubbio sull’utilità e il senso dell’operazione Gloria Bell – in qualche modo diminutiva rispetto all’originale interpretato da Paulina Garcia – sarebbe fugato immediatamente, non appena la macchina da presa di Lelio isola Julianne Moore, di spalle, nella primissima scena del film, con il suo abito migliore, i suoi grandi occhiali e il suo martini cocktail.

Basta una sola scena alla Moore per appropriarsi del personaggio e trasformare il film nell’equivalente cinematografico di un nuovo adattamento di un testo, che magari conosciamo benissimo, che abbiamo amato in passato e che non vediamo l’ora di riscoprire ancora.

Da non perdere.

Marco Albanese, da “stanzedicinema.com”

 

 

Gloria Bell (una divina Julienne Moore) è una signora che ha superato i cinquant’anni, divorziata da più di dieci, con due figli grandi, le cui vite segue con tenerezza e attenzione discreta. Gloria è in apparenza una donna normale, che si prende cura del suo aspetto e della sua salute e con altrettanta semplicità coltiva le sue relazioni ed amicizie.

Lavora, ama ballare e dedicarsi alle attività che le piacciono. Canta canzoni ad alta voce – le musiche della bellissima colonna sonora anni ’70 del film – sa commuoversi e sa (ancora) innamorarsi. Non teme l’incontro con la solitudine, con le sue medicine sul comodino ingoiate tutte d’un fiato, poco prima di addormentarsi, il collirio per gli occhi da mettere ogni giorno per tutto il resto della vita, perchè sta perdendo lentamente la vista. Eppure è una donna che sa lottare con passione e un pizzico di follia per un amore che sente spettarle di diritto, senza mai perdere dignità e scendere a compromessi. Ma la controparte, un tenero, debole e indeciso innamorato Arnold (John Turturro) non è all’altezza del coraggio di Gloria. Che è solo in apparenza una donna comune.

Il regista Sebastian Lelio dipinge la figura poetica di un’eroina, di una forza vitale primaria, di una dea dell’amore e della vita.

C’è bisogno di poter guardare, seguire ed amare Gloria, che è una donna che non ha paura, o meglio ce l’ha ma l’affronta e la supera. 

A questa immagine si era forse ispirato il cantante Umberto Tozzi, quando scrisse, nel 1979, una delle canzoni in lingua italiana più famose e vendute della storia della musica. La canzone, nella versione di Laura Branigan ha ispirato il film omonimo del 2013, sempre a opera dello stesso regista di Gloria Bell il cileno Lelio. Visto il grande successo di pubblico e critica, Sebastian Lelio, dopo un incontro con la grande interprete Julienne Moore, decide di fare un remake americano del suo stesso film. E c’è da dire che già l’originale 2013 era un vero capolavoro.

Gloria Bell, grazie agli interpreti e alla regia intensa e raffinata di Lelio, che si adegua ai nuovi tempi con energia rinnovata e uno sguardo ancora più attento ai sentimenti di questa donna, non è da meno.

Perchè, per citare le parole dello stesso regista, anche se solo pochi anni dividono un film dall’altro, dal 2013 il mondo è cambiato: l’estrema destra è riemersa, la paura dilaga e muove parole e azioni degli uomini. Allora c’è bisogno di poter guardare, seguire ed amare, Gloria, che è una donna che non ha paura, o meglio ce l’ha ma l’affronta e la supera e che viene colpita, cade, ma sa rialzarsi in piedi ogni volta. Perchè Gloria teme la morte, ma non abbastanza da rinunciare alla vita.

Gloria Bell è un vero inno alla vita. La macchina da presa riprende ogni dettaglio del suo viso e del suo corpo, non smette mai di inquadrarla e noi non possiamo smettere di guardarla, fino a che l’immedesimazione con lei è totale. E ci si allontana dalla sala pieni della sua energia e della sua voglia di esistere, di amare e di ballare, anche da sola.

Voto: 4 / 5

Emanuela Di Matteo, da “silenzioinsala.com”

 

Nel 2013, Gloria di Sebastián Lelio (Una Donna FantasticaDisobediencepartecipava alla competizione ufficiale del Festival di Berlino entusiasmando tutti, tanto che l’attrice protagonista, Paulina García, si aggiudicò l’Orso d’argento per la sua mirabile prova. A distanza di sei anni, allora, l’indimenticabile storia di Gloria, donna divorziata e matura che ama incondizionatamente ballare fino a notte fonda nei locali, torna nelle sale in una veste rivisitata, ma non troppoGloria Bell è infatti un remake atipico fin dalla base, visto che a dispetto delle altre operazioni simili di marca statunitense, stavolta il regista è il medesimo dell’originale. L’approccio adottato da Sebastián Lelio si pone a metà tra il funzionale adattamento di Luca Miniero per Benvenuti al Sud (remake del francese Giù al nord) e l’estremo e celebrativo shot-for-shot di Gus Van Sant per il “suo” Psycho.
Lelio mantiene tutti gli aspetti più importanti di Gloria, in primis a livello di trama, con l’incontro tra Gloria e Arnold a rompere la routine “danzante” della donna, compresi i suoi sviluppi, ossia la romantica luna di miele tra i due messa continuamente alla prova dalle ingerenza della famiglia di lui, fino ai più piccoli particolari, dal gatto invasore al rumoroso vicino. A cambiare è allora, per forza di cose, l’ambientazione, con Los Angeles che sostituisce Santiago, ma rispetto alla capitale cilena, la patria di Hollywood è meno riconoscibile, più neutra. Più che negli sfondi, Lelio decide quindi di cogliere l’occasione per sperimentare a livello tecnico, lasciandosi andare a luci più suggestive, a dei colori più invasivi e attraenti, regalando alla storia di Gloria una dimensione più elegante e internazionale, svelando allo stesso tempo le intuibili ragioni commerciali dietro l’operazione. In generale, però, dell’esperienza precedente è ancora ben visibile il suo ragionato gusto per i dettagli, il tono ironico brillante quanto malinconico, il montaggio secco a rendere le vicissitudini di Gloria un fluido ininterrotto di singoli e significativi eventi; ma soprattutto ad essere ancora piuttosto vivo è l’amore del regista (e, di riflesso, della macchina da presa) verso la sua protagonista.

La più grande ed evidente differenza con la versione del 2013 sta infatti tutta nell’interprete principale. Come Gloria era Paulina García, Gloria Bell è Juliane Moore. Non a caso l’idea del remake nasce proprio da un incontro dell’attrice col regista, nel quale la donna ha condiviso tutta la sua passione verso il personaggio, intensa quanto quella del suo autore (a conferma di ciò, il nome della Moore che figura tra i produttori esecutivi del film). La versione di Gloria della Moore vale sicuramente il costo e il tempo della visione, diversa rispetto alla premiata interpretazione della García in una presenza scenica inevitabilmente più d’impatto (mentre l’attrice cilena, invece, dalla sua portava una più immediata e incisiva caducità fisica) ma a cui rimane assolutamente legata nella malinconia di fondo del personaggio, nel suo tenero e forzato sorriso sfoggiato ad ogni drammatica evenienza, nella sua struggente e anche a volte ingiustificata frustrazione verso le vite degli altri, nel suo commovente e represso dolore che esplode potente nei momenti più bui.
Come per la García, anche stavolta Lelio segue pedissequamente l’attrice per tutto il film, catturando ogni sua reazione, ogni suo gesto, dal più apparentemente innocuo al più gridato ed esplicito. Arnold/John Turturro, in questo senso, funge da perfetto contraltare. Nel suo caso, rispetto al predecessore Rodolfo/Sergio Hernàndez, la sua prova spinge più sulla sottrazione, su un’intrigante quanto (all’inizio) amorevole imperturbabilità, lasciando intendere allo spettatore le sue fragilità più che mostrargliele (perfetta sintesi di ciò, la panciera post-operazione, qui mai visibile, al contrario di quella più volte esposta da Rodolfo). Così facendo, quando poi quelle stesse fragilità fanno posto (nuovamente) alla sua cronica e antipatica indolenza, l’effetto raggiunto è ancora più efficace.

Oltre a quella personale di attrice e autore, però, l’esigenza di riprendere la storia di Gloria trova risposta nel suo essere, ancora oggi, estremamente attuale. Dell’originale il remake ne rispetta in toto l’essenza, restituendo in pieno i suoi caratteri più universali, ossia la profondità delle sue contraddizioni, l’umanità dei suoi desideri. La voglia di auto-realizzazione che si scontra con la ricerca ossessiva di affetto; l’indipendenza sociale ed economica contro la dipendenza emotiva (con il sofisticato gioco degli opposti tra le situazioni di Gloria e Arnold a farla da padrone); la paura della solitudine, infine, a dominare ogni scelta, sia positiva che negativa: tutti temi che Gloria Bell, nella sua veste internazionale, può riuscire a mettere in luce in misura maggiore del predecessore, con l’aggiunta di quello mai scontato (e sì, più attuale che mai) dell’emancipazione femminile. Esattamente come l’immortale canzone di Umberto Tozzi (che proprio quest’anno, quasi non a caso, compie i suoi 40 anni), colonna sonora della catarsi finale dell’omonima donna, possono quindi cambiare gli interpreti, le ambientazioni o le produzioni, ma a restare indissolubile ed eterna è sempre la toccante forza di Gloria.

Gianvito Di Muro, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Sebastián Lelio rifà… se stesso. Il regista cileno entra nel novero di quegli autori (tra i più importanti ricordiamo Alfred Hitchcock, Leo McCarey, Cecil B. De Mille o, più recentemente, Michael Haneke) che hanno firmato il rifacimento di una pellicola da loro diretta in precedenza.

È avvenuto con Gloria Bell, (auto)remake americano di quel Gloria, che al Festival di Berlino del 2013 aveva regalato a Lelio diversi riconoscimenti e alla protagonista Paulina García l’Orso d’Argento come miglior attrice.

Non è però il primo prodotto in lingua inglese firmato dall’autore cileno che, dopo aver vinto l’Oscar come migliore film straniero con Una donna fantastica, aveva diretto Disobedience, uno dei titoli meno ispirati della sua filmografia.

Al centro di Gloria Bell c’è una cinquantenne con la passione per il ballo che, nonostante le diverse esperienze non andate a buon fine, continua a credere nell’amore. In un club conosce Arnold, e chissà che non possa essere lui il (nuovo) uomo della sua vita…

Lelio si conferma un regista capace, come pochi altri nel cinema contemporaneo, di scavare nel profondo della psicologia femminile, e ci regala un “ritratto di signora” intenso e delicato allo stesso tempo.

Lo stile visivo è raffinato nella scelta dei colori e della luce (ed è su questo che la fotografia di Natasha Braier si distanzia dal film originale), una traccia stilistica assolutamente riconoscibile che l’autore lascia in ogni sua opera.

Per realizzare questo adattamento a stelle e strisce, Lelio ha chiesto la collaborazione della sceneggiatrice Alice Johnson Boher, ma chi conosce il film originale si troverà di fronte a una pellicola che segue in maniera un po’ pigra le fondamenta (e diverse scene sono riprese paro paro) del copione precedente, senza introdurre particolari guizzi.

Eppure, pur conoscendone già la trama, il film risulta appassionante e credibile. Basterebbe la prova di Julianne Moore (perfettamente in parte e davvero magnetica) per giustificare l’operazione, ed è lei il vero valore aggiunto del lungometraggio: con lei e il suo personaggio diventa facile immedesimarsi, ed è forse proprio questo uno dei pregi principali di un film che, in entrambe le versioni, fa comunque bene il suo dovere.

Voto: 3,5 / 5

Andrea Chimento, da “cinematografo.it”
La storia è sempre quella, la medesima del film di 7 anni fa con cui Sebastian Lelio si è imposto all’attenzione internazionale, Gloria. Ora si chiama Gloria Bell ma sempre una donna avanti con gli anni è, rimasta sola e in cerca ancora di qualcosa. Lo cerca nelle canzoni, lo cerca nelle sale da ballo, lo cerca negli uomini che incontra e in particolare in uno, che pare capirla ma troppo spesso sparisce e troppo è preso da un’altra vita. Gloria gira in macchina, canta canzoni pop, ha grossi occhiali e grandi sogni romantici per sé che, lo capiamo subito, è molto difficile realizzare a quell’età e con quell’atteggiamento.Sebastian Lelio dopo aver già fatto partire la sua carriera internazionale con Disobedience, rebootta il suo film più noto con una produzione americana, Julianne Moore e John Turturro. Ogni remake, specie se ad opera del medesimo autore dell’originale, è un’esplorazione sul tempo (unica eccezione il remake “di protesta” di Funny Games rifatto identico all’originale per distruggerne ogni valore). Il tempo passato tra l’originale e il nuovo, il tempo dilatato che sta tra la vita in patria e il lavoro nella grande industria. Forse anche per questo Gloria Bell ha una qualità sognante sconosciuta all’originale.

Una fotografia che va a caccia di tramonti e controluce, che cerca quel momento in cui la posizione del sole conferisce una luce giallastra al mondo, unita ad una colonna sonora letteralmente incredibile, sospesa e straniante che per vie impossibili da prevedere calza bene il tono stralunato di un’avventura sentimentale fuori tempo massimo. Sembrano pezzi mai usati dello score di Blade Runner riarrangiati da Jonny Greenwood per un film di Paul Thomas Anderson e poi ancora tagliati e rimontati per questo. Non è la musica che conosciamo, né quella che prevediamo, ma quella che dà alle peripezie di Gloria un valore quasi metafisico, ampio e vuoto come gli spazi americani.

Il meccanismo al cuore del film è sempre quello: osservare le reazioni di Gloria. La seguiamo e giriamo con lei per vedere cosa le capiti ma soprattutto cosa capiti a chi le sta intorno e come lei reagisca. Per Lelio l’inferno è sempre la società, sia nel senso di massa sia intesa come il prossimo. Gli altri sono la croce degli esseri umani, il loro giudizio la maniera in cui la nostra felicità e stabilità dipenda da loro e quanto siano inaffidabili. Il fatto che qui siano tutti più belli del film originale conferisce a tutto ciò un senso più amaro, una caduta degli dei invecchiati.
Gloria continua a finire in una specie di vita da 15enne, appresso ad uomini occasionali che la lasciano in situazioni limite da cui qualcuno la deve recuperare, ma tutto è ancora più ingiusto e squallido. Sembra che essere Gloria in America, esserlo con il volto di Julianne Moore, sia molto peggio che esserlo in Cile. Tuttavia, benché non possa essere la stessa cosa, anche per lei imperterrita alla fine risuonerà Gloria di Umberto Tozzi, in un’altra versione ancora, una ovviamente americana.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Il premio Oscar Sebastian Lelio ha creduto di riproporre la storia del suo “Gloria” del 2013, ambientato in Cile, storia di una cinquantenne divorziata, interpretata splendidamente da Paulina Garcia premiata a Berlino come miglior attrice. Nel remake, “Gloria Bell” Leilo ambienta la storia in America, dando la parte di Gloria al premio Oscar Julienne Moore. La Gloria americana vive a Los Angeles, divorziata, ha due figli adulti ed anche se è nonna di un bellissimo bambino, ama frequentare i locali notturni di Los Angeles dove dà libero sfogo alla sua passione per il ballo. Gloria è impiegata in un ufficio, ama curare la propria persona, è gentile nei rapporti con i colleghi e non disdegna le attenzioni degli uomini che incontra. E proprio una sera, nel locale dove si reca a ballare, fa conoscenza con Arnold (John Turturro), uomo divorziato da poco, con due figlie ormai adulte. Tra i due nasce un’attrazione prepotente ed incontrollabile. Presto però Gloria si rende conto che Arnold nasconde delle verità sul suo conto ed il prezzo da pagare sarà salato. Viene spontaneo chiedersi cosa abbia spinto il regista cileno a riproporre “Gloria” in versione americana. Leilo non fa altro che mettere sullo schermo una donna, Gloria. L’ha fatto nel 2013, con la Gloria cilena, lo fa nel 2018, con la Gloria americana di Los Angeles. Tutte e due queste donne non si discostano dall’universalità delle problematiche che una donna di mezza età, divorziata, quindi sola, deve affrontare perché la sua vita abbia un senso, magari facendosi anche cullare dagli eventi senza opporre resistenza. Ed è ciò che fa Gloria Bell. Accetta gli eventi, anzi li accoglie con entusiasmo, quasi incredula e crede in ciò che le sta capitando, crede nella mano tesa di Arnold, nel suo pazzo amore dichiarato. Il fatto è che in questa bella storia manca un tassello importante, la sincerità di Arnold. “Gloria Bell” è novità, anche se parliamo di un remake. E’ novità per la leggerezza della narrazione che sviluppa l’attesa incondizionata di una donna generosa nell’animo ad accogliere il dono di un amore che le si presenta inaspettato con travolgente intensità. La Gloria di Julienne Moore, dorme, segue la vita dei figli, soffre per loro, è un’ottima impiegata e si regala quel meritato svago che trova soprattutto nel ballo. Leilo ha senz’altro saputo cogliere in Julienne Moore la Gloria che cercava, capace di sostenere quell’atmosfera vibrante di vita, di positività discreta, di affermazione di una libertà legittima. E la mdp del cineasta cileno non fa altro che inquadrare questa donna in primi piani, come codici muti che parlano, e far ruotare intorno a lei il mondo che la circonda, caratterizzandola nella persona che vive di affetti, di bisogni condivisi, di emozioni importanti. La donna che incassa il comportamento miserabile di un Arnold (maschera encomiabile di John Turturro), uomo bugiardo e pusillanime, e nonostante tutto riesce a credere in sé stessa. D’altra parte Sebastian Lelio sa come mettere sul grande schermo la fierezza di figure tutte al femminile, “Una donna fantastica” e “Disobedience” ne sono una concreta e straordinaria dimostrazione. La malinconia che sottende a tratti la storia cambia i connotati sulle note di una colonna sonora di grande spessore e la Gloria Bell, reinventata da Lelio, acquista una composta fierezza e si tramuta in mito, per quel pubblico cinefilo che si scopre in un sorprendente e piacevole confronto. A Soledad Salfate, vanno le lodi per il montaggio perfetto.

Rosalinda Gaudiano, da “cinema4stelle.it”

 

Gloria Bell ha cinquant’anni, un marito alle spalle e due figli che non hanno più bisogno di lei. Dinamica e indipendente, canta in auto a squarciagola e si stordisce di cocktail e di danza nei dancing di Los Angeles. Una notte a bordo pista incrocia Arnold, un uomo separato che sogna un cambiamento. Gloria si lancia, Gloria ci crede. Arnold ci prova ma poi improvvisamente non è più là. Volatilizzato fino alla prossima promessa. Per lui il passato è una prigione. Tra amplessi e abbandoni, Gloria finisce al tappeto ma si rialza e balla. C’è sempre nell’idea di un remake la ricerca di un gesto artistico. La necessità di rifare l’originale non è (soltanto) un semplice esercizio di stile e sta lì tutta la sua bellezza, nella vertigine metafisica che rivela: rifacendo la stessa opera non otteniamo mai lo stesso film.

Con Gloria Bell, Sebastián Lelio fa (di) nuovo il suo Gloria, riscrivendo in buona compagnia (Jim McBride, All’ultimo respiro, Gus Van Sant, Psycho, Michael Haneke, Funny Games e molti altri prima di lui) una storia del cinema che racconta sempre la prima volta. Uscito in sala nel 2014, Gloria vince l’Orso d’argento a Berlino e ottiene un consenso plebiscitario.

Al centro del film una donna forte e fragile insieme che sa risolversi quando tutto sembra affondare e risollevarsi quando cade con un bicchiere e una dignità rara. Gloria, interpretata da Paulina Garcìa, incarna nella versione originale la faccia moderna del Cile. Gloria è portatrice sana di un movimento vitale di giovinezza che esplode a Santiago durante una manifestazione studentesca.

Sequenza capitale del film che incrocia sull’Alameda una nuova generazione, che non ha ancora il suo posto, e una vecchia, che non ha più il suo. In questa conciliazione e in questa emergenza di forze vive, come negli ancheggiamenti di Gloria sulla pista, l’autore sogna l’avvenire del Cile. Ma traslocando la sua Gloria a Los Angeles, dentro un’altra cultura e un altro tempo, Sebastián Lelio firma un remake più universale e testimonia la vitalità di un genere più libero di quello che appare. Dirige e prolunga un’opera che lo ossessiona, dandogli un’altra possibilità e facendola risuonare con l’attualità. A restare irriducibile è la donna in primo piano. L’empatia che film e personaggio generano nasce dalla considerazione di una stagione della donna relegata abitualmente in subordine.

Voto: 3,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

Single, divorziata da oltre dieci anni con due figli adulti che adora, Gloria(Julianne Moore) è una cinquantenne equilibrata, che gradisce ballare e sogna ancora di trovare un nuovo compagno. L’apparizione di Arnold (John Turturro) sembra aprire uno spiraglio, ma adattarsi alle difficoltà psicologiche di lui non è semplice.

Gloria Bell è il film con cui il regista cileno Sebastián Lelio, anche sceneggiatore, rifà il suo stesso Gloria del 2013 (premio a Berlino per la miglior interpretazione femminile a Paulina García), trasferendolo negli Usa, affrontando il suo secondo lungometraggio in lingua inglese dopo Disobedience. Senza conoscere il prototipo, Gloria Bell è un lavoro che può sorprendere: grazie alla duttilità di Julianne Moore, gli alti e bassi di Gloria sono il riuscito ritratto di una rara persona… normale. Costruire una narrazione su un personaggio non in particolare crisi esistenziale (al massimo naturale e transitoria) è un’impresa intelligente che a Lelio riesce bene. Non è frequente seguire un personaggio di questo tipo, che non risponde alle nevrosi del mondo con le proprie, ma anzi vi contrappone un’affascinante equilibrio di sensibilità e razionalità. Turturro, da veterano qual è, regge il colpo del talento della collega, ma questa rilettura è davvero un monumento a Julianne Moore, che già come artista incarna proprio una sua versione di quell’equilibrio: una delle poche in grado di rendere sullo schermo figure femminili a 360°, erotiche e naturali, stilizzate o realistiche, con metodo e anche trasporto emotivo sincero. Non stupisce che il motore del remake sia stata proprio lei, come executive producer.

Posto che Gloria Bell è, preso in sè, un’opera interessante, c’è qualcosa di assai istruttivo e curioso da evidenziare se lo si paragona con l’opera originale. Il rifacimento perde due elementi a nostro parere piuttosto importanti: la carnalità e un’angoscia concreta. C’era da aspettarsi che, trasferendosi negli States, Lelio non riuscisse a convincere attori o produzione a mostrare nudi espliciti, frontali e imperfetti: Julianne Moore (più) e John Turturro (meno) si mostrano fino a un certo punto, ma comunque i loro corpi e il loro aspetto non portano molto i segni del tempo, più spietato sui corpi di Paulina García e Sergio Hernández. L’invecchiamento e la prospettiva della mortetrasparivano dalla passionalità viscerale di quelle scene: mancando in questa versione, sono elementi più discussi che vissuti sulla pelle degli attori e quindi dello spettatore.
Il secondo elemento perso nella “traduzione americana” è l’uso dei tempi: c’è una contrazione di dieci minuti rispetto alla durata originale (su sceneggiatura praticamente uguale), ma Gloria Bell sembra assai più corto di Gloria, perché ciascuna sequenza è concepita con maggiore velocità di recitazione, montaggio e ripresa. Sottraendoci del tempo per abitare i silenzi e le attese della protagonista, per apprezzare lo svuotarsi di senso di alcuni momenti dell’esistenza, Lelio cancella quell’inquietante controcanto alla forza della protagonista: stabilità interiore o meno, la vita per la Gloria di Paulina García era qualcosa di imponderabile e incontrollabile.

E’ affascinante notare come, con una sceneggiatura sostanzialmente identica e lo stesso regista, circostanze produttive diverse generino in effetti due esperienze differenti, il che spiega meglio di lezioni ad hoc quanti elementi siano in gioco nel cinema, a prescindere dalla linea narrativa. Gloria Bell non è necessariamente un’opera peggiore di Gloria, ma l’assenza di carnalità e i tempi ristretti fanno pesare la bilancia più sul piatto della commedia, allontanando la passione originale disperata in favore di un’emancipazione femminile più leggera e digeribile. Gloria era un dramma sentimentale, Gloria Bell è una commedia sentimentale.

Voto: 3 / 5

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

 

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog