Dumbo

 

Giovedì 28 Marzo arriva al cinema uno dei film più attesi della stagione: la versione live action di Dumbo, classico Disney del 1941, rivisto attraverso gli occhi e l’immaginario di Tim Burton.

Abbiamo incontrato Tim Burton a Roma, che ci ha svelato la sua chiave di lettura della fiaba di Dumbo: un film sulla perdita, il senso di smarrimento, ma soprattutto un film sulla famiglia, intesa nel senso meno tradizionale del termine. E se il piccolo elefantino volante non può comunicare attraverso la parola, i suoi occhi diventano il centro del remake di Tim Burton: incredibilmente realistici, protagonisti di close-up sempre più ravvicinati, parlano direttamente al cuore dello spettatore.

Dumbo

Dopo La fabbrica di cioccolato e Alice in Wonderland, Tim Burton torna a rivisitare i suoi personali classici contemporanei. Nella cinematografia Disney, Dumbo era stato il film di riferimento per la sua poetica. E se era lecito aspettarsi una rilettura dark, che esasperasse gli accenti più cupi della fiaba, Tim Burton lavora invece in una direzione inaspettata. Rispetto all’originale, scompaiono corvi e topolini parlanti. Al loro posto, Tim Burton sceglie di rendere protagonisti del film dei personaggi umani che, come Dumbo, sono prigionieri di una vita che non gli appartiene. Paura, nostalgia, bisogno di amore e di accettazione: gli stessi sentimenti legano l’elefantino volante alla sua famiglia allargata, mentre il film di Tim Burton sembra suggerire che l’affetto non conosce confini, razze né generi.

Dumbo

Siamo nel 1919. Holt Ferrier (Colin Farrell) torna dalla guerra e dai suoi 2 bambini, Milly e Joe, rimasti orfani della mamma. La loro casa è il Circo Medici, diretto dall’inarrestabile Max (Danny De Vito). Il cucciolo dell’elefantessa Jumbo doveva essere la nuova attrazione del circo. Ma alla nascita, a causa delle sue gigantesche orecchie, a molti sembra solo un mostro. Mentre gli altri lo prendono in giro, Milly e Joe consolano l’elefantino, distrutto dalla separazione dalla mamma. Per caso, grazie a una semplice piuma, scopriranno che Dumbo può volare. Il successo del magico elefantino cambia le sorti dell’intera famiglia del Circo Medici, che si trasferisce a Dreamland: incredibile parco giochi di Mr. Vandevere (Micheal Keaton). Ma basterà l’aiuto dei piccoli Ferrier e dell’acrobata Colette Marchant (Eva Green) per riunire Dumbo e la sua mamma?

Dumbo

Per raccontare la grande famiglia del circo, Tim Burton ha riunito buona parte della sua famiglia cinematografica: il pinguino Danny De Vito, Micheal Keaton, che è stato Batmanma anche Beetlejuice – Spiritello porcello, e la nuova musa Eva Green, che in Dumborisplende di una bellezza abbagliante. Un dolente Colin Farrell, reduce di guerra che non sa più relazionarsi ai suoi figli, completa il quadro di un’umanità smarrita, in cerca di libertà e riscatto. E se Dumbo è un film che mostra tutta la crudeltà del circo con animali, anche gli umani vivono una sorta di cattività, scegliendo di combattere per la propria dignità.

Sul piano del linguaggio visivo, Tim Burton trova l’equilibrio perfetto tra CGI e scenografie reali: un mondo fantastico, costruito secondo l’idea che anche il cinema dell’era digitale debba mantenere la “dimensione tattile” delle tradizionali tecniche di animazione.

La fiaba dell’elefantino volante, nella versione live action diventa così un film struggente e profondamente umano. Un’opera che incanta per le sue splendide immagini, ma sa anche attraversare temi profondi, con l’ironia e la grazia hanno reso unico il cinema di Tim Burton: uno tra i più visionari autori del nostro tempo.

Marta Zoe Poretti, da “lascimmiapensa.com”

 

 

Lo sguardo del diverso, dell’emarginato, di chi è piccolo e deve imparare a difendersi, di chi è grande ma non sa come fare, e di chi al posto degli occhi ha orbite nere in grado di ripensare il reale. Nel corso degli anni Tim Burton ha dato forma e consistenza alla sua immaginazione, dimostrando sin dagli esordi come animatore della Disney, di essere un bambino in fondo mai cresciuto, con una visione personalissima delle cose spesso non capita e accantonata, un po’ come i suoi personaggi, dotati di una profonda umanità. Così dietro Dumbo, l’elefante dai grandi occhi azzurri e dalle orecchie ancora più grandi per le quali viene deriso, ci sono i vari VincentEdwardEd WoodEd BloomJack e tutta la lunga schiera di ragazzi speciali che fanno capo a un regista–artigiano dell’immagine cresciuto a Lon Chaney e Boris Karloff, e quindi naturalmente predisposto a un continuo trasformismo di generi e stili.

In questa sua ultima fatica, perché di tale si tratta quando un cinema autoriale si confronta con un canone che ha scritto la Storia dell’animazione, si palesano evidenti limitazioni che hanno lasciato poco margine a un regista il cui nome è diventato un aggettivo di uso comune: burtoniana sarebbe potuta essere la psichedelica sequenza degli elefanti rosa o degli umani che in una notte temporalesca montano il tendone aiutati da un branco di elefanti; oppure si poteva andare oltre la semplice riscrittura, che avrebbe comunque implicato una reinvenzione (Batman o La fabbrica di cioccolato). E forse allora non si tratta soltanto del fatto che siamo di fronte a un remake live action Disney – ci sono stati di recente almeno un paio di esempi felici in cui l’impronta del regista era ben visibile (Il grande e potente Oz di Raimi e la Cenerentola di Branagh); il fatto è che il termine burtoniano è straordinariamente fluido e irregolare, e difficilmente etichettabile: chi si aspetta una favola dark e gotica resterà deluso; chi sognava nuovi esseri mostruosi, magari legati all’ambiente circense, dovrà cercare altrove. Chi invece avrà voglia di accogliere l’invito a spostare l’orizzonte a un’altezza diversa, vertiginosa come accade a Dumbo prima di lanciarsi nel vuoto, potrà assistere a un volo emozionante. L’identificazione di Burton con il protagonista è innegabile, ma lo è ancora di più quella con il maestro di cerimonie, Max Medici (Danny DeVito, non poteva essere altrimenti!) quando alla fine ci accoglie a Dreamland, il parco divertimenti, e guardando dritto in camera ci invita ad assistere a uno spettacolo unico: su un piccolo schermo prende vita un’immagine, un elefantino che fotogramma dopo fotogramma si alza da terra e inizia a volare; è il cinema di Burton, dei suoi esperimenti con l’animazione a passo uno, e più in generale il cinema stesso, macchina dei sogni che può rendere possibile l’impossibile.

Dumbo è in sostanza un impasto sicuramente riuscito di azione e sentimenti, temi disneyani e in parte burtoniani: la mancanza di una figura materna, il riscatto di un padre (Colin Farrell) attraverso il coraggioso esempio del cucciolo di pachiderma e, in fondo, la storia dell’America piegata dalla guerra appena conclusa, che romanticamente si rialza e cambia pagina. È stato fatto un grande lavoro sulla sceneggiatura, scritta da Ehren Kruger, dal momento che il film d’animazione del 1941 con la sua durata di poco superiore all’ora aveva una narrazione molto pulita e intensa. Con i suoi diversi ammiccamenti al Classico (il treno Casimiro, il topolino Timoteo che qui per fortuna non parla, le canzoni tra cui la struggente Bimbo mio) e un forte slancio sul presente (l’ultima splendida scena che sembra anticipare il prossimo remake in live-action), Dumbo si inserisce nella linea dei suoi predecessori, trovando però a differenza di altri (Alice in Wonderland e Maleficent) un buon compromesso tra tradizione e innovazione.

Marco Bolsi, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Sono passati 78 anni dall’uscita di Dumbo, un classico della Disney che ha fatto riflettere e commuovere bambini e adulti di molte generazioni. Quel piccolo pachiderma dalle orecchie enormi e dagli occhioni tristi, strappato alla madre con ferocia e alla mercé di un pubblico ostile, nascondeva dentro di sé una forza interiore così potente e magica da riuscire a realizzare i suoi desideri e far sognare gli spettatori. Dotato di grande forza visiva, nonostante le risorse economiche a disposizione (ebbe un budget molto inferiore rispetto ad opere come Fantasia e Pinocchio), Dumbo è diventato un classico proprio per la sua schiettezza e semplicità.

I tempi oggi sono cambiati e il colosso Disney, che da qualche anno a questa parte sta riproponendo i classici animati nella formula live action, regala al grande pubblico il Dumbo del XXI secolo rivisto da Tim Burton (il film esce nelle sale italiane il 28 marzo). Grazie ai progressi tecnologici ciò che prima si poteva soltanto immaginare oggi è realtà e solo il visionario padre di tanti freak del cinema (rappresentati in capolavori come La Sposa CadavereEdward Mani di ForbiceFrankenweenie e molti altri) poteva riportare in vita il piccolo elefante sul grande schermo in una veste totalmente nuova.

UN NUOVO UNIVERSO NARRATIVO PER IL PICCOLO ELEFANTE VOLANTE

Max Medici (Danny DeVito) è il proprietario di un circo che ha visto tempi migliori. La seconda guerra mondiale è appena terminata e la febbre ha colpito alcuni dei circensi più famosi tra cui la moglie di Holt Ferrier (Colin Farrell), una star delle esibizioni a cavallo. Tornato dal fronte senza un braccio, Holt si trova a dover affrontare la perdita della moglie e del suo ruolo artistico, costretto ad occuparsi da solo dei figli Joe e Millie. Medici così gli affida il compito di educare un elefantino appena nato, il piccolo Jumbo, dotato di due enormi orecchie ma anche di grande empatia con gli umani.

Le sue prime esibizioni suscitano l’ilarità del pubblico, che inizia a chiamarlo Dumbo (provocando le ire dell’elefantessa madre che viene allontanata dal circo). Insieme ai suoi piccoli amici Dumbo impara a volare, diventando una star, ma il suo obiettivo è quello di rintracciare la mamma e scappare via dalla gabbia in cui gli umani lo hanno recluso. Costretto dalle esigenze economiche, Medici accetta la proposta dell’arrivista Vandemere (Michael Keaton), proprietario di un grande parco divertimenti, di vendergli le quote del piccolo circo per sfruttare le incredibili capacità di Dumbo, accompagnato dalla trapezista Colette Marchant (Eva Green). Presto però si scopriranno le vere intenzioni dell’imprenditore e tutta la famiglia di circensi cerca di aiutare il piccolo elefante prodigio a trovare il suo posto nel mondo.

BURTON REALIZZA UN FILM TROPPO ANCORATO ALLA REALTÀ

Tim Burton sceglie di raccontare la favola di Dumbo allontanandosi dall’originale per introdurre personaggi inediti e ampliare notevolmente la sceneggiatura (scritta da Ehren Kruger), che si distacca dal mondo animale e predilige la chiave di lettura del rapporto tra uomo e natura. Questa interpretazione riesce a dare forma con coerenza ad un lungometraggio che si adatta ai tempi cinematografici odierni e, allo stesso tempo, si distacca in modo originale dalla mera riproduzione in veste umana di un cartone animato Disney. Da questo punto di vista è apprezzabile il lavoro di Burton e Kruger, finalizzato a dar vita a qualcosa di completamente diverso pur mantenendo un’impostazione adatta ai bambini.

La narrazione avviene su due piani che si intersecano ovvero il mondo di Dumbo e degli animali selvatici e quello umano, due realtà parallele che si aiutano a vicenda, ognuna con le sue caratteristiche. Il messaggio che Burton vuole comunicare è molto chiaro, la natura animale va rispettata e, come uomini, abbiamo il dovere di esserne custodi. Altra tematica, che si avvicina di più a quella dell’originale, è quella legata alla ricerca interiore della chiave per “volare”, cioè realizzare i propri sogni con la forza di volontà e l’impegno, rispettando le peculiarità tipiche di ogni essere vivente.

A discapito di un messaggio così limpido c’è tuttavia una carenza di immaginazione, che sinceramente non ci si aspettava da un cineasta visionario come Tim Burton. Forse frenato dall’obiettivo di realizzare un film per tutti, non spinge sulla estremizzazione (positiva o negativa che sia) delle peculiarità umane, non approfondendo visivamente le emozioni dei protagonisti. I bambini restano quasi impassibili alle meraviglie che riescono a realizzare con il loro amico a quattro zampe, in modo tale che il disastro economico e psicologico che mina il lavoro dei circensi è talmente poco enfatizzato da renderlo quasi inesistente. Il rischio è che le emozioni che lo spettatore prova durante la visione di Dumbo siano legate sostanzialmente alle percezioni dell’immaginario creato dal film originale, che fa leva sui sentimenti più reconditi come la compassione e l’empatia.

Dal punto di vista visivo il regista riprende il suo immaginario cinematografico proponendo una scenografia satura e molto pop, molto simile al lavoro fatto sui villain in Batman e Batman Returns dove era molto forte la presenza concettuale del circo e dei suoi freaks. Non a caso in Dumbo sono presenti sia Danny DeVito che Michael Keaton (due ottime interpretazioni le loro), che inevitabilmente ci fanno ricordare che, nonostante il sentimentalismo di casa Disney, c’è sempre Tim Burton dietro alla macchina da presa, il maestro di un cinema talmente distintivo da non poter essere banalmente classificato.

In conclusione, il live action di Dumbo non stupisce quanto dovrebbe pur essendo un ottimo film, ben scritto e splendidamente girato. Proprio per la sua natura onirica (indimenticabile il balletto degli elefanti rosa) il cartoon di casa Disney si prestava ad abbracciare lo spirito visionario di Tim Burton ma il lungometraggio è troppo ancorato alla realtà. Alla fine però Dumbo rimane sempre il piccolo elefante volante dagli occhi dolci, capace di far commuovere al primo sguardo e, seppur con qualche criticità, l’opera di Burton colpisce per la sua sincerità, proprio come fece il cartone animato moltissimi fa.

Valeria Ponte, da “anonimacinefili.it”

 

 

Ci sono film che valicano il confine dell’opera cinematografica ed entrano a far parte, senza molte difficoltà, delle nostre vite. A Dumbo, risalente al 1941, è servita qualche decade dalla sua realizzazione per poter ricevere il riconoscimento del valore che oggi, a diritto, possiede. Il tempo, alla fine, ha spazzato via le poco allettanti critiche, dovute a una presunta inferiorità dell’opera rispetto ai precedenti Pinocchio (che con Dumbo condivide il suo essere film di formazione) e all’ultra-sperimentale Fantasia.

Dumbo, un’opera in cui la semplicità e l’universalità di temi rappresentano punti di forza

Dumbo: recensione del film di Tim Burton Cinematographe.it

Holt (Colin Farrell), artista del circo e veterano di guerra, torna a casa dopo tanto tempo, ma non è più quello di una volta. La mancanza di sua moglie, inoltre, non rende le cose più facili, e l’unica compagnia di cui può ancora godere sono i suoi due figli, dalle aspirazioni diametralmente opposte. Max Medici (Danny DeVito), proprietario del circo, lo aiuta offrendogli un ingaggio: Holt dovrà prendersi cura del cucciolo appena partorito dall’elefante mamma del circo, il piccolo Dumbo, da tutti deriso per le sue sproporzionate orecchie. Quando Dumbo mostrerà ai figli di Holt, per puro caso, l’incredibile potere che si cela dietro queste grandi orecchie, l’imprenditore Vandevere (Michael Keaton) e la sua diva-acrobata Colette (Eva Green) faranno dell’elefantino una vera e propria star del circo Dreamland, ma Dumbo vorrebbe solo riabbracciare la mamma.

Dumbo: recensione del film di Tim Burton Cinematographe.it

Curioso notare quanto peso abbiano avuto proprio caratteristiche come la semplicità, l’universalità di temi, la duttilità di una storia che può essere raccontata a chiunque, ovunque, nel fare di Dumbo una delle opere Disney più commoventi ed emozionanti mai realizzate dalla “Dream Factory. Non fosse stato per queste qualità difficilmente riusciremmo a credere che le potenzialità cinematografiche di un film come Dumbo potessero affascinare la sfrenata verve creativa di Tim Burton, uno cresciuto a pane e Mario Bava, Federico Fellini e altri rappresentanti massimi di un cinema che affonda le proprie radici in terre europee, lontane dal fatato immaginario di matrice statunitense.

La CGI conferisce un tocco cartoonesco a un’opera legata alle sue origini bidimensionali

Dumbo: recensione del film di Tim Burton Cinematographe.it

Eppure, Burton riesce a conciliare il proprio background di artista (e artigiano) del gotico e del lugubre alla fascinazione del bambino estatico dinanzi alle morbidissime animazionidelle sequenze psichedeliche dell’indimenticabile cult Disney. Forse per quell’aura vagamente inquietante di certe produzioni che non avevano (ancora) paura di osare, o forse, più semplicemente, per un genuino bisogno di raccontare ancora quel cuore dell’opera che risiede in un messaggio d’amore contro l’emarginazione, contro la paura. Come anche nel precedente Miss Peregrine, fondali e scenari completati e impreziositi da uno spudorato (anche troppo) utilizzo della CGI conferiscono il necessario tocco “cartoonesco” a un’opera fortemente legata alle sue origini bidimensionali e fanno da sfondo a vicende, rivisitate tramite una nuova chiave di lettura, di cui sono totali protagonisti quelli personificati da un più che convincente Colin Farrell e da una schiera di fidati attori, fra cui Eva Green, Danny DeVito e il batman Michael Keaton. Qualsiasi elemento sembra rivelare l’insoddisfatto bisogno, caro a Burton, di ricreare una sorta di clima famigliare, sul set come sul grande schermo.

Temi derivanti da un periodo storico-culturale remoto lasciano spazio, nel Dumboburtoniano, alle tematiche strettamente connesse all’ambiente famigliare, al concetto di amore e di perdita, di crescita, di separazione da ciò che si crede proprio; non solo per Dumbo, che viene allontanato dall’amore materno, ma anche per Holt, che ha perso un arto in guerra, per la sensibile Colette, che necessita l’indipendenza, e per i due bambini protagonisti, ancora legati alla figura di una madre scomparsa prematuramente dalla loro infanzia, alle prese con l’urgenza di una sua sostituzione.

Dumbo: un’opera imperfetta, ma simbolo di una personalità ancora viva

Dumbo: recensione del film di Tim Burton Cinematographe.it

Se parliamo di questo nuovo Dumbo parliamo di un film imperfetto su più livelli, la cui carenza principale è quella di un’adeguata, seppur basilare, caratterizzazione dei principali personaggi umani, tratteggiati in maniera piuttosto approssimativa (in particolare il villain Keaton, cui manca tridimensionalità). Eppure, oltre alla già menzionata autorialità riscontrabile nell’interesse per idee già esplorate anni addietro, la decisione di virare sull’invettiva contro il mondo circense, dominato dallo sfruttamento delle splendide creature esibite, e la proposta di un nuovo modello basato sull’atletismo umano di personaggi come la Colette di Eva Green e sulla valorizzazione delle proprie peculiarità rappresentano l’introduzione di apprezzabili novità che fanno di Dumbo un film nuovo sotto molteplici aspetti. Non migliore dell’opera originale di riferimento, ma probabilmente simbolo di una ritrovata personalità in un cinema che necessitava, da tempo, di nuova linfa vitale.

Voto: 3 / 5

Federica Cremonini, da “cinematographe.it”

 

 

C’era una volta un treno carico di reietti. Bestie spelacchiate, fenomeni da baraccone, derelitti e dimenticati. Che, viaggiando per i cieli rosa del sud degli Stati Uniti, portava un sorriso ad una pubblico di miserabili uomini, accorsi sotto un consumato tendone a strisce per vedere il fachiro con i pagliacci; i cavalli e i trapezisti; i topolini giocolieri e la donna sirena. O, perché no, il fantasmagorico elefantino volante. Capace, con un colpo di orecchie e una piuma per amica, di rendere possibile l’impossibile. Davanti agli sguardi sbalorditi di quei mostri chiamati uomini, capaci di strapparlo dall’abbraccio più importante di tutti.

Il piccolo Dumbo.

Ed era ovvio ed era giusto, alla fine, che Tim Burton cambiasse la storia e il corso evolutivo della narrazione del quarto Classico Disney, a quasi ottant’anni dall’uscita. Perché, pur mantenendo forte il cuore della fiaba, il Dumbo live-action è intellettualmente diverso dal suo originale. Essenzialmente, più giusto e più vero, meno vivace e più adulto. Riassumendo: emotivamente ed empaticamente esplosivo. Un flusso di atroce tenerezza, che ti spinge ad accarezzare con mano quell’elefante che non esiste. Ma che, a guardare bene, altro non siamo che noi stessi, nel bagliore pulito dell’innocenza, abbracciandolo e sussurandogli – sotto le orecchie che sembrano un mantello di un eroe pasticcione – che alla fine andrà tutto bene.

Eva Green, Dumbo e la piuma.

E il motivo del cambiamento, è più che giustificato: quello che poteva essere accettabile nel 1941, oggi (per fortuna) non lo è più. Allora, grazie a Tim Burton – e alla sceneggiatura Ehren Kruger – il piccolo elefante dagli occhi infiniti è libero. Di cadere, di imbarazzarsi, di sorridere. Di volare. E Burton, ad un sfida tutt’altro che semplice, risponde con forza. Chi è l’aberrazione, chiede. Chi è il pagliaccio, inquisisce severo. Cosa si prova quando ti manca qualcosa, domanda. E, forse, non è pazzia pensare che Dumbo sia, sotto sotto, la sua opera più intima e piccola, nonostante la produzione grande su cui si regge. «Alcune immagini del Classico hanno fatto la loro epoca», ha detto lo stesso regista, «Adesso sarebbero stridenti. Volevamo semplificare il tema: un outsider che sfrutta una debolezza in qualcosa di bello ed emozionante. E poi i circhi non mi sono mai piaciuti. Gli animali devono stare nel loro habitat».

Colin Farrell, Dumbo, Finley Hobbins e Nico Parker.

Del resto, se il regista di Big Fish ci ha abituati allo straordinario, al cupo e all’ambiguo, qui gioca sulla sottrazione, sulle espressioni tenere, dolci e strazianti di un elefante sperduto e impaurito, ma coccolato dall’affetto di una famiglia unica: il nobile Holt (Colin Farrell) e i suoi figli Milly e Joe (Finley Hobbins e Nico Parker), la trapezista Colette (Eva Green), che scoprirà (davvero) come si vola e, a modo suo, il circense Max Medici (Danny DeVito). Uniti nel proteggere l’indifesa bellezza di un cucciolo che vorrebbe solo ritrovare sua mamma. Ma che invece si ritrova ad essere ridicolizzato da un universo stupido e bieco, incarnato da V.A. Vandevere (Michael Keaton), magnate senza scrupoli e proprietario di un parco giochi.

Vola, Dumbo.

E, allora, la lezione, salendo in cattedra, la da il cineasta, alternando, a botte di cuore, il contrasto di due emozioni che per due ore non ci mollano mai: cieca rabbia e poi pura, liberatoria gioia. Tutto, così, è per il Piccolo D – così lo chiama Holt, perché lui, insieme ai suoi figli, più di tutti sa cosa vuol dire perdere qualcuno –, nato su una carrozza di un treno, e schiacciato da due ideologie diverse: l’America cantastorie e imbonitrice, e quella più romantica e contadina, pur con le contraddizioni del caso. Ecco, quindi, che Tim Burton, senza paura di far sorridere e (soprattutto) piangere, dedica il film a tutti i Dumbo del mondo. Che, finalmente, sono riusciti a volare verso casa.

Damiano Panattoni, da “hotcorn.it”

 

 

 

La guerra è finita e Holt Farrier ritorna a casa, al suo circo, e ai suoi due figli, Milly e Joe. Ha perso un braccio, la moglie, il suo numero coi cavalli, e anche il resto della compagnia non se la passa molto bene. Il direttore, Maximilian Medici, punta sul cucciolo di elefante in arrivo, ma, alla nascita del piccolo di mamma Jumbo, rimane interdetto e furioso, a causa delle sue orecchie fuori misura. Milly e il fratellino, invece, si affezionano al piccolo dagli occhi azzurri e scoprono che, dietro l’handicap apparente, nasconde una straordinaria abilità: se stuzzicato da una piuma, Dumbo (questo il vezzeggiativo che il pubblico affibbia all’elefantino) può volare! Lo scoprirà anche il furbo imprenditore Vandevere, e allora per Dumbo e i suoi amici inizieranno i guai.

C’è più Tim Burton in questo rifacimento in live action di Dumboche in molti degli ultimi film del regista, forse e soprattutto perché le sue impronte si celano nelle fondamenta dell’impianto filmico, ben più che nelle trovate di superficie.

Per quanto naturalmente imbevuto di citazioni del classico Disney del ’41, il Dumbo di Burton poggia le zampe su altre basi: non sarà la sua mostruosità a dettare l’immagine del film, e dunque non saranno né lo scherno crudele né la compassione che suscita ad abitare il centro della scena, perché quella mostruosità è un tratto di famiglia, un marchio di appartenenza. C’è a chi manca un arto, a chi un fratello, una madre, una coda da sirena, ma fa parte del gioco; l’importante è stare uniti, fare famiglia, essere trasformisti e versatili, come Rongo The Strongo, forzuto in vestaglia, ma anche contabile e ufficio stampa.

Quando dalla dimensione del desiderio si passa invece a quella del sogno, le cose cambiano. Burton racconta la “Dreamland” in cui il personaggio interpretato da Michael Keaton trascina l’ingenua compagnia circense come una Hollywood Babilonia, tutta coreografie e lustrini e retroscena senza scrupoli: un sogno che contiene un'”Isola dell’incubo” e quell’incubo è la perdita della mamma, e fa di Milly e di Dumbo una cosa sola. Appare allora evidente che il film dietro il film di Tim Burton non è l’originale Disney ma lo spielberghiano E.T.: legati intimamente dallo stesso sentire, come fu per Eliot e per il suo amico extraterrestre, bambina e creatura volano in cielo con la stessa urgenza e per lo stesso fine.

Voto: 3 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

Avviso ai naviganti: chi scrive è un “burtoniano” della prima ora, un ammiratore del cinema di Tim Burton fin dal suo primo incontro cinematografico col cineasta di Burbank datato 1988, celebratosi con la visione di Beetlejuice in una sala quasi deserta della sua città. Etichettate fin da subito con aggettivi come “dark”, “cupe”, “eccentriche”, le sue opere fanno parte dell’immaginario collettivo di una generazione che viveva la sua adolescenza mentre i suoi film più canonici arrivavano sul grande schermo. Di questa generazione, Burton ha saputo mettere in scena gli eroi come nessuno aveva mai fatto prima o avrebbe fatto dopo (i due Batman), ne ha rappresentato le insicurezze con un sublime tocco poetico in un momento della vita in cui solitudine ed emarginazione sono gli stati d’animo più frequenti (Edward Mani di Forbice), riuscendo anche a stuzzicarne l’interesse cinefilo (Ed Wood, Sleepy Hollow).

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L’ultimo decennio non ha prodotto purtroppo pellicole di Burton all’altezza dei tempi migliori, successo commerciale di Alice in Wonderland a parte, e nonostante film come Dark Shadows e Miss Peregrine avessero in teoria i requisiti per entrare nel pantheon di opere “tipiche” del regista, si sono rivelati passi falsi sia sotto l’aspetto creativo che remunerativo. La notizia che l’autore si sarebbe occupato della versione live-action di Dumbo, classico Disney del 1941, sembrava la conferma di un ulteriore allontanamento del cineasta dalle atmosfere peculiari della sua cinematografia. A visione avvenuta, possiamo affermare che Dumbo è, sorprendentemente, il più “burtoniano” dei film di Tim Burton dai tempi de La Fabbrica di Cioccolato.
Il motivo dell’interessamento del regista per la favola dell’elefantino volante è assolutamente logica: tra tutti i protagonisti dei lungometraggi classici Disney, Dumbo è il più vicino alla sensibilità del filmaker, interprete ideale della poetica dell’emarginato e dell’escluso che attraversa tutta la filmografia del cineasta.

La pellicola si apre col ritorno a casa di Holt Carrier (Colin Farrell), ex star del circo reduce dalla Grande Guerra in cui ha patito la perdita di un braccio. Tornato tra i suoi amici circensi, Holt ritrova i figli Milly e Joe, che nel frattempo hanno perduto la madre per una malattia. Il proprietario del circo, l’impresario Max Medici (Danny DeVito), conferisce all’uomo un nuovo incarico, per farlo sentire utile nonostante la sua disabilità: gli chiede di occuparsi degli elefanti e in particolare della nuova arrivata, una elefantessa proveniente dall’India che sta per partorire un cucciolo. Quando quest’ultimo viene alla luce, attira l’ilarità del pubblico per le sue lunghe orecchie, che lo rendono oggetto di scherno. Ma Dumbo ottiene il suo riscatto quando Milly e Joe gli insegnano ad usare le sue orecchie per volare, suscitando così l’interesse dell’ambizioso imprenditore V.A. Vandemere (Micheal Keaton) che lo vuole trasformare nell’attrazione principale del suo faraonico parco divertimenti Dreamland, la cui stella indiscussa è la trapezista francese Colette Marchant (Eva Green).

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Ennesima variazione sulla poetica dell’emarginato tipicamente burtoniana, come dicevamo, Dumbo contiene altri stilemi caratteristici dell’autore, a partire dal tema della genitorialità mancata e della perdita (BatmanEdward Mani di ForbiceSleepy Hollow]Big FishLa Fabbrica di Cioccolato) o della famiglia da ritrovare sotto altre forme (il circo, come in Batman – Il Ritorno, ma anche i fantasmi di Beetlejuice o l’allegra combriccola di cialtroni di Ed Wood).
A proposito di famiglia, Burton per Dumbo ha riunito la “sua” famiglia, dall’attore feticcio Michael Keaton, col quale non lavorava dai tempi di Batman – Il Ritorno e al quale regala una parte da milionario eccentrico perfetta per le sue qualità istrioniche, a Danny DeVito, ancora nella parte di un circense dopo Big Fish (singolare che sia il regista che l’attore abbiano dichiarato di non amare il circo, sempre ritratto dal cineasta nelle sue caratteristiche più inquietanti, al contrario dell’amato Federico Fellini), a Eva Green, nuova musa del filmaker con cui è giunta al terzo lungometraggio.

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Nonostante il contributo di altri storici collaboratori del regista (Danny Elfmancompone una colonna sonora ricca dei suoi abituali cliché musicali, Collen Atwooddisegna costumi che rubano l’occhio ma sono le scenografie di Rick Heinrichs a stupire, soprattutto con il look avveniristico conferito a Dreamland), Dumbo non riesce realmente a spiccare il volo come il suo omonimo protagonista, per la conclamata difficoltà dell’autore ad empatizzare con un materiale non di sua ideazione. La parabola dell’elefantino sembra essere anche quella del suo regista, un professionista che eccelle in una dimensione più intima e personale ma che non si trova a suo agio con le rigide imposizioni dello showbiz hollywoodiano e delle major, per le quali ha comunque girato alcuni dei suoi film più riusciti. Ed è questo il paradosso alla base della non completa riuscita di Dumbo: la visione di un autore e la possibilità di lavorare a progetti più personali hanno ancora diritto di cittadinanza nel cinema americano dei reboot, remake, dei franchise da spremere all’infinito? È sulla risposta a questa domanda che si gioca non tanto il destino di Dumbo e del suo regista, che rimane comunque il cineasta visionario per eccellenza degli ultimi tre decenni, quanto quello del cinema a stelle e strisce.

Luca Tomassini, da “comicus.it”

 

 

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