Dove bisogna stare

 

Quattro donne italiane, di provenienze diverse, sono impegnate, a titolo volontario, nell’accoglienza dei migranti: Lorena, pensionata di Pordenone, aiuta come può dei pakistani nascosti in rifugi provvisori; Elena, in un paese vicino della Val di Susa, ospita in casa un ragazzo che ha attraversato a piedi nudi sotto la neve la frontiera; Jessica è tra i responsabili del centro sociale Rialzo di Cosenza; a Como Elena cerca ospitalità e fornisce informazioni pratiche agli immigrati.

Co-prodotto da ZaLab di Andrea Segre (Io sono LiMare chiusoIbiL’ordine delle cose), che con i suoi film in questi anni sta mappando sia in chiave di fiction che di documentario cause e conseguenze delle migrazioni, Dove bisogna stare è una dichiarazione di intenti, una presa di posizione che più chiara non potrebbe essere.

A differenza di molte altre indagini sul tema delle migrazioni, non dà per assodato nulla e cerca di assumere il punto di vista e le difficoltà di chi arriva nel nostro Paese spesso intendendolo come una tappa verso altre destinazioni. Non considera scontata nemmeno la complessità burocratica per chi ha bisogno di asilo, assistenza medica, supporto di mediazione culturale e linguistica, informazione sui propri diritti e doveri. Tutto quello insomma di cui i privati cittadini, i volontari, gli operatori del sociale e i gruppi spontanei di solidarietà si occupano da anni nel silenzio quasi totale dei media mainstream, più concentrati a inseguire le strumentalizzazioni del fenomeno da parte di alcune parti politiche.

In dodici capitoli intitolati alle parole di chi è parte in causa, Dove bisogna stare si pone delle domande difficili, che evidenziano discriminazione e mettono in crisi, invece di imporre soluzioni semplici a fenomeni globali complessi.

Nel registrare le difficoltà quotidiane raccolte dalle quattro protagoniste, cadono anche molti illusori luoghi comuni, come l’aspettativa paternalistica di forme di gratitudine o la possibilità di identificazione totale in chi arriva. Quello che il film dimostra è che nell’osservare a distanza ravvicinata l’altro, progressivamente ci si riconosce in lui e si arriva per lo meno a ricalibrare la nostra enorme libertà di movimento. Ricordandoci che la prima condizione per esprimere un’opinione individuale è il dovere di informarsi. Fuori concorso in TFF Doc al Torino Film Festival 2018.

Voto: 3 / 5

Raffaella Giancristofaro, da “mymovies.it”

 

 

Rovesciano lo specchio e raccontano una storia di immigrazione in cui gli immigrati fanno quasi da sfondo, Daniele Gaglianone e Stefano Collizzolli, nel loro documentario Dove bisogna staredistribuito da ZaLab e nato col supporto di Medici senza frontiere.

Veri protagonisti della loro indagine sono, infatti, non tanto coloro che giunti nel nostro Paese richiedono un aiuto, quanto piuttosto coloro che sono disposti ad offrirglielo. Persone comuni, che, per dirlo con le loro stesse parole, «fanno politica senza sapere di farla», che danno ciò che possono, lottano per i propri ideali e rispondono attivamente a un problema, perché incapaci di voltare semplicemente lo sguardo da un’altra parte.

Protagonisti che sono in realtà tutte donne – Giorgia di Como; Lorena di Pordenone; Elena della Val di Susa; Jessica di Cosenza – i cui nomi compaiono nero su bianco, all’inizio del film, come punti cardinali su una carta dell’Italia. Donne moderne, al passo coi tempi, esempi di forza e determinazione, punti cardinali anche nell’ideologia, che Gaglianone e Collizzolli seguono nelle loro attività, ascoltano nel loro raccontarsi, spalleggiano nella loro presa di posizione.

Non è uno sguardo oggettivo e distaccato, quello dei registi, i quali, come il titolo suggerisce, scelgono da che parte stare, così come le loro eroine, prima di loro stessi, hanno scelto di essere dove era necessario essere. Ritornando sui suoi passi, insomma, Gaglianone si approccia nuovamente al tema dell’integrazione già indagato nel film fiction La mia classe, ma lo fa con lo sguardo e la consapevolezza nuovi, acquisiti in lavori come il precedente Qui, di cui, per altro, corregge il tiro, riducendo il numero di voci presentate e consentendo loro maggior spazio espressivo, con il risultato di una maggiore profondità individuale.

Ecco quindi che in Dove bisogna stare, Giorgia, Lorena, Elena e Jessica oltre ad agire, possono ricordare, rivelare le proprie radici familiari, il proprio passato e vissuto. Per farlo, Gaglianone e Collizzolli si servono di una commistione di stili di ripresa, dal filmato amatoriale, al frame di repertorio giornalistico, senza timore di sporcare l’immagine, così come non hanno timore nello “sporcarsi le mani”. Seguono le loro quattro protagoniste, stando loro a fianco mentre, ingioiellate, si arrampicano su inferriate, alzano la voce per imporre le regole, si informano sulla vita di chi hanno di fronte, camminano nella neve per chilometri, fino a fare dei problemi dell’immigrato, i loro stessi problemi, come dimostra, una su tutte, Jessica con le difficoltà linguistiche e culturali in cui incappa stando a contatto con persone di diversa provenienza.

Anni di presenza attiva che, come dichiarano le stesse donne in una delle scene finali del film, con un interessante sfumare di parole e volti dell’una sull’altra, comporta, come risultato, «non essere né di qua né di là»: non più nella vita di un tempo, non abbastanza per comprendere il vissuto di chi fugge dal suo Paese. Sono loro, ora, a fianco degli immigrati, a sentirsi fuori posto, per aver scelto di stare dove bisogna stare.

Voto: 3 / 5

Katia Dell’Eva, da “cineforum.it”

 

 

“In Italia oltre 10000 migranti in fuga da guerre, persecuzioni, catastrofi naturali e miseria, vivono senza un tetto sulla testa e con gravi difficoltà di accesso al cibo, all’acqua e alle cure mediche essenziali. Queste persone sono escluse dai centri di accoglienza finanziati dallo Stato. Per loro l’unica solidarietà arriva da italiani di tutte le età e di tutte le provenienze geografiche disposti anche a confrontarsi con l’atteggiamento sempre più ostile delle istituzioni”. Si parte da qui, dal racconto di questo dove siamo, per dire dove bisogna stare. E si scelgono quattro storie, quattro esperienze diverse, per arrivare al punto.

A Pordenone, la psicoterapeuta Lorena ha scelto di rinunciare alla tranquilla vita da pensionata per dedicarsi a tempo pieno all’aiuto dei migranti che vivono in situazioni di estremo degrado, in città o nelle campagne intorno al fiume Isonzo. In Val di Susa, Elena, attivista No Tav, ha preso in cura, direttamente a casa sua, un profugo che ha rischiato di perdere le gambe per aver camminato per ore scalzo nella neve, alla volta del confine francese. A Cosenza, Jessica è impegnata attivamente nel centro sociale Rialzo e nella gestione “clandestina” delle occupazioni abitative. A Como, Georgia ha abbandonato il suo lavoro di segretaria per occuparsi di migranti e aiutarli con le sistemazioni, i permessi, i documenti, fino ad aiutarli a oltrepassare il confine. Nord, Ovest, Est, Sud: i punti sono cardinali perché reggono porte, sistemi di entrata e di uscita, sono di per sé zone di passaggio. Lorena, Elena, Jessica e Georgia vivono già, in un modo o nell’altro, al “confine”, nei luoghi dell’attraversamento e dello scambio. Là dove, nonostante tutte le possibili frontiere, nonostante i controlli, le imposizioni e i divieti, le cose sfumano e trascolorano, si ibridano e infettano. La questione, in fondo, è tutta qui. Nella possibilità di trasformare i limiti in qualcos’altro.

Del resto il film è strutturato in capitoli che prendono il nome da una frase o da una suggestione delle “attiviste”. Dunque: 1. pieno di pioggia2. non potevano muoversi come volevano3. political struggle4. pokemon… Tre capitoli ciascuno, anche se a un certo punto, giustamente, i confini saltano e la linea di successione impazzisce, gli interventi si confondono, ognuna delle “protagoniste” invade lo spazio che la linea “narrativa” sembrava aver destinato all’altra, mentre la voce occupa abusivamente il campo altrui… Ecco, il film che pareva essersi dato un ordine rigoroso, mette in mostra queste infrazioni progressive, minime, ma ripetute. Come a volere far saltare i confini e le regole innanzitutto nella sua stessa struttura, nelle convenzioni della forma. Per tracciare traiettorie possibili di connessione e condivisione, oltre le differenze geografiche, anagrafiche, sociali, oltre le situazioni di partenza e le destinazioni finali, le questioni di cittadinanza e di colore della pelle.

Del resto già la paternità del film è affare condiviso. Prodotto e distribuito da ZaLab, da un’idea nata in collaborazione con Medici senza frontiere, Dove bisogna stare è firmato a quattro mani da Daniele Gaglianone e Stefano Collizzolli, anche se poi alla regia è accreditato il solo Gaglianone. E del suo cinema riconosciamo lo sguardo, quella scelta morale di non invadere il campo, ma di far sentire comunque la propria presenza, una prossimità, una vicinanza. Come in quei brevissimi istanti in cui Georgia chiede scusa mentre parla al telefono o quando Jessica si commuove e, poi, cerca di farsi forza e di rincuorare chi la sta osservando: “vabbè, dai, non è morto nessuno”. Ed è in questo star di fianco, qui e non altrove, che lo sguardo afferma la propria posizione, dichiara, senza retorica, l’urgenza politica di una scelta, l’idea di una verità che sta innanzitutto nell’incontro, nel confronto, nella disponibilità a star aperti. E che, inevitabilmente, si traduce in un rifiuto di ogni imposizione a rigor di norma, di ogni definizione burocratica o moralistica, di ogni ipotesi di esclusione. Non sarà a caso che incontriamo i volti spesso ai margini dell’inquadratura, come a forzarne la gabbia, a indicare la necessità di una continuazione, di un legame con qualcos’altro che sta là, nel fuoricampo. Mentre, in certi momenti, la macchina a mano si fa caotica, frenetica, quasi a smarrire le coordinate esatte, chiuse e concluse delle cose, il loro contorno preciso. Dove bisogna stare, dunque? Risponde Jessica, in fondo: “tra queste gente, in questo mondo”. “Lì dove c’è la vita vera”, rilancia Lorena a distanza. Cioè là dove le cose accadono e cambiano, sulla linea di passaggio, sul punto nodale di un’evoluzione. Dove si scopre di far politica così, senza saperlo, con l’affermazione quotidiana di una scelta di campo e di una prospettiva mobile.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Negli anni del voltafaccia dell’Europa dinanzi alla tragedia dei flussi migratori nel Mediterraneo e dell’Italia dei porti chiusi (ma su tale definizione la prospettiva ministeriale, come si sa, è mutevole), 10.000 stranieri presenti sul suolo italico, in un periodo di riferimento che va dalla fine del 2017 alla primavera del 2018, sono esclusi dai centri di accoglienza previsti dallo Stato e hanno serie difficoltà ad accedere ad acqua, cibo e ad altri servizi sanitari e sociali essenziali.

Il nuovo film di Daniele Gaglianone si concentra su quattro figure femminili: Elena, che in Valsusa assiste i migranti intenzionati ad attraversare il confine francese; Jessica, studentessa di Cosenza e attivista del centro sociale “Rialzo”; Georgia, che a Como offre aiuto ai migranti in cerca di informazioni per il disbrigo di pratiche; Lorena, una psicoterapeuta in pensione di Pordenone, che prende a cuore la vicenda di un gruppo di pakistani.

Quattro figure ritratte nell’impegno quotidiano, senza infingimenti e soprattutto senza retorica. Queste donne, giovani e meno giovani, diventano malgrado tutto modelli altri di coesistenza civile, di volontà di non recedere dinanzi a caos, sopraffazione e desiderio irrazionale (in cui social media e comunicazione politica hanno gravissime responsabilità) di negare l’esistenza di una bomba sociale pronta a deflagrare da un momento all’altro.

Per diminuire la distanza tra genere documentario e fiction, Gaglianone sceglie il formato panoramico, ma Dove bisogna stare è puro distillato di cinema del reale con tutti i suoi pregi e tutte le sue innegabili difficoltà, prima fra tutte quella di organizzare una materia narrativa brulicante entro una cornice filmica solida e coerente. Il risultato, spesso, è inevitabilmente un lavoro dal carattere episodico e dal ritmo altalenante, e nondimeno l’urgenza, se non il dovere, della testimonianza, del racconto di ciò che è giusto, possiede un’efficacia rappresentativa che va ben oltre il “consueto” sforzo documentaristico.

Voto: 3 / 5

Gianfrancesco Iacono, da “cinematografo.it”
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