Dolor Y Gloria

 

Successo e fallimento. Oggi tutto ci spinge a fingere una felicità impossibile, piena di tramonti e trofei professionali da mostrare al mondo. Il successo è più che mai una vetrina, uno schermo sul quale fare scroll, un reality show dove portare la tua canzone e diventare famoso.
E mentre noi siamo condannati al fallimento di credere che il successo sia questo, Almodovar ci contraddice con una delle sue opere migliori negli ultimi anni.

Per la terza volta, dopo La legge del desiderio e La mala educaciòn, il protagonista della storia è un regista Salvator Mallo che incontriamo nella prima scena sommerso. Questa immagine letterale (lo vediamo sott’acqua) ma allo stesso tempo metaforica, racconta la storia di un uomo depresso.
Vuole isolarsi da un mondo che lo travolge, ma questo lo supera. Ogni nota, odore e frase che percepisce lo rimanda a quelle perdite irrecuperabili, come la morte di sua mamma. Fa in modo che durante i pochi secondi consentiti dai suoi polmoni malconci di non lavorare, non ci sia l’ingresso di qualsiasi stimolo sensoriale. E’ In fuga da un passato amaro e allo stesso tempo nega il suo futuro poiché vittima di un blocco creativo che, vedremo, può essere curato solo risolvendo i conti con il passato.

Il film ripercorre le sue relazioni dopo decenni, i primi amori, il rapporto con sua madre, qualche attore con cui ha lavorato, gli anni Ottanta ma anche il suo presente che ora è vuoto e lo tiene legato a questo malessere.
Così, i primi minuti del film, vanno lenti e spensierati con un Antonio Banderas che indossa gli stessi abiti dai colori vivaci, la stessa capigliatura spettinata e imita i gesti dell’autore di Volver.
“Dolor y Gloria” può essere interpretata come l’opera autobiografica più sobria e sincera del cineasta. Il film respira di una certa semplicità e spontaneità lontane dall’horror vacui che, d’altra parte, ha sempre contraddistinto gran parte delle sue opere.

Dolor y gloria - frame del film

Così, il ritratto di questa vita ormai insignificante, si insinua gradualmente nell’animo dello spettatore che finisce per soccombere al suo strano e oscuro “incantesimo” rimanendone affascinato.
Da segnalare, infine, che al di là della tristezza che scorre nel film e l’eccesso di dialogo che caratterizza alcuni personaggi che spiegano fin troppo (come fa lo stesso regista quando presenta ogni film nella vita reale), Dolor y gloria si erge, soprattutto, come un’ode d’amore per il cinema: il grande schermo bianco salvò quel bambino sensibile da un ambiente avverso e, decenni dopo, aiuterà l’artista maturo a superare le avversità di salute, gli errori e il tempo.
Con questo film, Pedro Almodóvar firma la fine di quella trilogia che ha portato avanti per oltre 32 anni con l’obiettivo di raccontare la sua vita ma anche il suo animo che ha sempre definito oscuro.

Voto: 7.5

Anna Maria Graziano, da “requiemforafilm.com”

 

 

“Non sei stato un buon figlio”, dice l’anziana madre al maturo Salvador Mallo, un Antonio Banderas troppo uguale a Pedro Almodóvar per lasciare spazio ai dubbi. Certo che è lui. “Tutti i miei film mi rappresentano, e questo di certo mi rappresenta di più, ma è anche vero che, pur iniziando a scrivere sulla base di qualcosa che conosci bene, poi il racconto trova la strada per convertirsi in finzione”, ha detto il regista in un’intervista a El Paìs parlando di Dolor y Goria, il suo nuovo film che in Italia arriverà a maggio con Warner Bros. e che in Spagna ha incassato un milione 200 mila euro nei primi giorni dell’uscita (il 22 marzo) diventando il migliore debutto in sala spagnolo dall’inizio del 2019. Nel cast, oltre a Banderas ci sono Penelope Cruz (la madre di Salvador, Jacinta, da giovane), Asier Etxeandia, Cecilia Roth, Leonardo Sbaraglia, Nora Navas, Raùl Arévalo, Julieta Serrano. Repubblica vi presenta il trailer in anteprima.

La storia di Dolor y Gloria è quella di un uomo di sessant’anni vittima di una grave depressione dovuta a diverse cause: dall’età (“era giovane negli anni Ottanta, pensa di poter continuare a vivere in quello stesso modo esplosivo”), un intervento chirurgico che gli ha lasciato dolori diffusi e soprattutto gli impedisce di muoversi come prima, la sensazione che quella pessima forma fisica gli impedirà di tornare a girare un film. Infine la solitudine, perché “se non rispondi più al telefono e non telefoni più – dice il regista – in due anni tutti si sono dimenticati di te”. Che cosa si guadagna da questa situazione? Molto tempo a disposizione. Che disorienta, confonde, crea spazi per pensare. Complici soprattutto il mix di farmaci e la dipendenza da eroina.

E così, Salvador Mallo inizia a ricordare. E Dolor y Gloria racconta i suoi “ricongiungimenti”, alcuni fisici, altri re-immaginati, o ritrovati nella memoria. La sua infanzia negli anni Sessanta, quando con i genitori emigrò in cerca di fortuna a Paterna, nella provincia di Valencia; e sua madre, la figura centrale di quel periodo nello sforzo di tenere unita la famiglia. Il primo desiderio. Il primo amore, da adulto, nella Madrid degli anni Ottanta. Il dolore seguìto alla rottura di quell’amore, ancora vivo. La scrittura come unica terapia per dimenticare l’indimenticabile. La scoperta del cinema. Il senso del vuoto causato dall’impossibilità di continuare a girare film. Il cinema che era l’unica soluzione contro il dolore, l’assenza e il vuoto. Dolor y Gloria parla della creazione artistica, della difficoltà di separarla dalla propria vita e dalle passioni che le danno significato e speranza. Nel recupero del suo passato, Salvador sente la necessità di narrarlo, e in quel bisogno trova anche la sua salvezza.

'Dolor y Gloria', Almodóvar e la storia di una vita. La racconta Banderas, nei panni del regista

Il film diventa così, idealmente, l’ultima parte di una trilogia  – lunga trentadue anni – sulla creazione spontanea, insieme a La legge del desiderio e La mala educación. In tutti e tre i film il protagonista è un regista cinematografico e, in tutti e tre, le basi della narrazione sono il desiderio e la finzione cinematografica – benché diverso sia il modo in cui questi due elementi si intrecciano.

Fra gli altri temi, in Dolor y Gloria anche due storie d’amore, determinate dal tempo e dal caso, che hanno segnato la vita del protagonista: il momento in cui per la prima volta si manifesta l’impulso del desiderio, a 9 anni, così intenso da farlo svenire. La seconda, vissuta nel momento di massima vitalità degli anni Ottanta quando la Spagna celebrava la democrazia e la libertà. E quando “ogni notte Banderas ed io uscivamo insieme – ricorda Almodóvar – per questo ho scelto lui per questo ruolo. Avevo qualche alternativa in testa, ma sapevo che nessuno avrebbe potuto interpretarlo come lui. Perché molte delle cose che racconta questo film lui le ha vissute al mio fianco”.

Alessandra Vitali, da “repubblica.it”

 

 

Una lunga dichiarazione d’amore al cinema, che ha salvato la sua vita. Ma anche un dramma struggente, che esorcizza la più grande paura del regista: non essere più in grado di affrontare il set. Questo il cuore di Dolor Y Gloria: il nuovo folgorante film firmato Pedro Almodovar.

Con Dolor Y Gloria Almodovar chiude una trilogia che attraversa 32 anni del suo cinema, iniziata nel 1987 con La legge del desiderio, quindi ripresa nel 2004 con La mala educaciónMa non si tratta di un semplice viaggio a ritroso nel tempo. La scoperta del desiderio omosessuale, il potere del cinema, salvifico e incantatore, l’infanzia in provincia e poi la vita, la passione e il successo che esplodono nella Madrid degli anni ’80: tutti i grandi temi del cinema di Almodovar si incontrano in forma di un malinconico sogno ad occhi aperti.

Certo, Dolor Y Gloria è un film di impianto autobiografico, costruito tra presente e ricordo. Eppure, chi si aspettava un’opera autoreferenziale, manierista, tipica di un maestro sul viale del tramonto, troverà invece un film di rinascita. Almodovar resta un rabdomante, capace di confondere i piani del racconto, destrutturare la materia narrativa e condurre lo spettatore in una bolla iper-realista. Un’esperienza che arriva ai recessi più profondi del disagio del protagonista: un uomo ridotto quasi a un sonnambulo, intossicato da un mix di analgesici, eroina e ansiolitici.

Dolor Y Gloria

Salvador Mallo (Antonio Banderas) è stato un regista di fama internazionale. La sua casa è praticamente una galleria d’arte contemporanea, dedicata solo alla gloriosa Madrid degli anni ’80. Ma ora Salvador è un uomo malato, tormentato dal dolore cronico, incapace di sostenere lo stress del set. Da quando ha smesso di girare film, ha praticamente smesso di vivere. La proiezione della copia restaurata di un vecchio successo, Sabor, spinge Salvador a ricontattare Alberto Crespo (Asier Etxeandía). Il regista e l’attore non si parlavano da trent’anni. E per la prima volta, Salvador decide di provare quella sostanza sempre disprezzata, che ha devastato il suo primo, indimenticato amore: l’eroina. Nei giorni sospesi tra il sonno e la veglia, rivedrà il film della sua vita.

L’infanzia di povertà estrema tra le grotte di Paterna e la provincia di Valencia. Il rapporto con sua madre Jacinta, che negli anni ’60 ha il volto di Penelope Cruz, nel presente quello di Julieta Serrano. E poi la grande passione perduta, Marcello (Leonardo Sbaraglia). Finché un inaspettato regalo dal passato riporta Salvador alla vita: al desiderio di scrivere, il desiderio di guarire.

Desiderio, sofferenza, caduta e rinascita: anzitutto, Dolor Y Gloria è uno dei più intensi film sulla depressione che siano mai stati girati. Merito di un maestro del cinema, capace di restituire la sensazione autentica del “male oscuro”. Ma anche di Antonio Banderas, per quella che probabilmente è la più grande interpretazione della sua carriera. Lo spagnolo che ha conquistato Hollywood, simbolo del maschio latino, in Dolor Y Gloria appare praticamente trasfigurato. Spogliato di ogni aura, lento, dolente, schiavo della malinconia.

Dolor Y Gloria

Se Banderas come alter-ego di Almodovar regala una prova drammatica monumentale, Penelope Cruz resta una splendida musa, che il regista plasma come sua personale Sophia Loren: “madre di tutte le madri”. Non a caso, la parte di Jacinta è divisa equamente tra due attrici feticcio di Almodovar: la Cruz e Julieta Serrano, protagonista del suo primo lungometraggio, Pepi Lucy Bom e le altre ragazze del mucchio (1980).

Per altro, la casa-mausoleo di Dolor Y Gloria è una fedele riproduzione dell’appartamento di Pedro Almodovar: memoria vivente della Madrid post-moderna. Il regista ha dichiarato che quasi tutti gli eventi narrati nel film non sono mai accaduti, eppure avrebbero potuto accadere. E nello scarto tra realtà e immaginazione, affabulazione e sogno, Almodovar scrive un nuovo capolavoro imperfetto, che sa come prenderci al cuore.

Marta Zoe Poretti, da “lascimmiapensa.com”

 

 

La vita che diventa arte e l’arte che salva la vita. E’ questo il fulcro di “Dolor y Gloria”, il nuovo film di Pedro Almodovar in concorso al Festival di Cannes, nelle sale italiane il 17 maggio. In quella che e’ forse la sua opera piu’ autobiografica, il regista spagnolo rende omaggio al cinema, e, per il suo personale “8 1/2”, sceglie, come ‘suo Marcello Mastroianni’,  Antonio Banderas per interpretare Salvador Mallo.

Il protagonista della pellicola e’ un regista che entra in crisi in seguito ad un intervento alla schiena, che gli rende impossibile lavorare. Inizia cosi’ ad assumere eroina per affrontare il dolore e la depressione, finché la visione inaspettata di un acquerello non gli riporta alla mente l’infanzia e il suo primo ricordo erotico: sara’ questa la scintilla che riaccendera’ la sua creativita’.

Attraverso salti temporali, ricordi fatti di immagini e parole riaffiorano. Dall’infanzia degli anni ’60 nella cueva (caverna), economicamente difficile, ma lirica nel racconto e resa magica dallo sguardo del piccolo Salvador (il talentuoso Asier Flores), al grande amore degli anni ’80, fino agli ultimi istanti di vita della madre del protagonista, lentamente prende forma il quadro della vita di un artista che, anche quando pensa di “stare solamente vivendo”, in realta’ sta collezionando emozioni a cui riuscira’ a dare vita, anche inconsapevolmente, attraverso le sue opere.

In questo viaggio vivido tra passato e presente, prende vita il ricordo di una madre dalla tempra forte e bellissima nella sua semplicita’ e del ruolo che ha avuto nella vita di suo figlio. Una donna del dopoguerra, pragmatica e determinata, interpretata nella versione giovanile da Penelope Cruz, mentre a prestarle il volto segnato dall’eta’, troviamo Julieta Serrano. In entrambi i casi il risultato non tradisce le aspettative, anche se a colpire piu’ di tutti e’ l’interpretazione sofferta e intensa di Banderas, capace di portare anche nel dolore dell’uomo, l’estro del genio artistico. Il risultato e’ un film carico di suggestioni, poetico e allo stesso tempo concreto, che chiede di essere guardato e si lascia guardare, mentre, inserito in una cornice metacinematografica, lentamente volge verso un l’epilogo che non puo’ che essere un nuovo inizio.

Maria Rita Graziani, da “dire.it”

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