Copperman

 

Afflitto da un ritardo mentale che lo porta a vedere il mondo in modo del tutto personale, Anselmo (Luca Argentero) sin da piccolo interagisce sul serio solo con poche persone: la mamma (Galatea Ranzi), la coetanea di cui si è invaghito (Antonia Truppo da adulta), il fabbro Silvano (Tommaso Ragno). Le difficoltà della vita lo porteranno a vestire i panni dell’ “uomo di rame”, “Copperman“, un supereroe come il babbo che non ha conosciuto, almeno stando a quel che dice la mamma.

“Non sembra un film italiano” è l’ambiguo elogio che di solito si elargisce a lungometraggi nostrani che si azzardino a pescare ispirazioni o generi al di fuori della prassi consolidata del nostro mercato interno. Nonostante questa procedura decenni fa fosse normale, portando persino alla nascita dello spaghetti western o a un nostro filone di peplum, per fare qualche esempio, oggigiorno un progetto come Copperman viene accolto come un esperimento, un rischio, una stranezza.
La sceneggiatura firmata a otto mani è stata sapientemente messa in mano al regista Eros Puglielli, dalla neonata casa di produzione Eliofilm. Lontano dal cinema per diversi anni, con il recentissimo eccentrico Nevermind ancora in attesa di distribuzione, Puglielli sembrava in attesa di un progetto di questo tipo, per mettere il suo tocco visionario e libero al servizio di un copione naturalmente fantastico e fiabesco. Con numi tutelari identificati in Jean-Pierre Jeunet e Hayao Miyazaki (involontario invece Forrest Gump, garantiscono gli autori), troupe e attori confezionano un’esperienza che immerge una fiaba bizzarra e non priva dei doverosi aspetti neri, in un’atmosfera audiovisiva che valorizza i paesaggi umbri. La stessa città di Spoleto si trasfigura in un’idea di paese suggestiva e non ancorata a tutti i costi a un contenuto chiuso, autoreferenziale, tutto italiano.

Con l’aiuto del direttore della fotografia Alfredo Betrò, Puglielli non lascia nulla al caso nella costruzione dell’inquadratura, dei movimenti di macchina, della luce e dei colori, il resto lo fanno tutti i collaboratori, e in primis gli attori principali. Argentero si dimostra simpatico e deciso a bilanciare il rispetto per l’handicapcon la sospensione fiabesca che la sceneggiatura richiede, mentre Galatea Ranzi e Antonia Truppo hanno l’occasione per percorrere il binario alternativo che il film rappresenta anche nella loro carriera.
L’idea del supereroe, con un’armatura di metallo artigianale spiritosa ben progettata da Roberto Molinelli, farebbe pensare al cinecomic nostrano di Lo chiamavano Jeeg Robot: non è escludibile che il progetto di Copperman, antecedente al film di Mainetti, sia stato finanziato anche per l’esistenza di quel film, ma bastano cinque minuti di visione per rendersi conto che Coppermannon ne segue affatto la scia, usando il supereroismo più che altro come metafora poetica (anche se non mancano discrete scene d’azione con un buon uso di effetti visivi, montaggio e musiche di Andrea Guerra).

L’entusiasmo degli autori e del cast è contagioso, e dispiace forse ammettere, a denti stretti, che nella seconda metà abbiamo avvertito un certo calo di ritmo, dovuto forse a una certa ripetitività di situazioni (specie quelle legate al villain) e a una digressione sugli altri malati del centro piuttosto faticosa. Copperman è uno di quei film in cui non vorresti notare difetti, anche se razionalmente non puoi fare a meno di notarli. Non è partigianeria, è la consapevolezza di una professionalità che non ha paura di confrontarsi con modelli complessi“Non sembrare un film italiano” è una strada alternativa che vale la pena di percorrere. Anzi, di ri-percorrere.

Voto: 3,5 / 5

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

 

 

Anselmo è un bambino molto particolare. Dotato di grandissima fantasia e sensibilità, affronta la quotidianità da solo con la madre in maniera tutta sua: ha sviluppato un’ossessione per i colori, per le forme circolari e soprattutto per i supereroi. Desidera tanto possedere anche lui dei superpoteri per poter salvare il mondo come il padre, che in realtà lo ha abbandonato subito dopo la sua nascita. Questo desiderio cresce dopo aver conosciuto Titti, una bambina molto stravagante, che però viene costretta ad allontanarsi presto da lui. Anselmo cresce ma non smette di guardare il mondo in maniera infantile tanto che, grazie all’aiuto di un caro amico di famiglia, si trasforma in Copperman, l’uomo di rame, che di notte aiuta a ripulire il proprio paese dalle ingiustizie. Le responsabilità di Copperman diventeranno più grandi quando finalmente Titti tornerà a casa.

Questo di Eros Puglielli sembra un cinema di altri tempi.

Non solo per le atmosfere vintage date da una (curatissima) scenografia che riporta direttamente indietro ad altri anni, ma soprattutto per l’approccio genuino e fresco con cui si avvicina a certe tematiche. L’espediente supereroistico qui non ha infatti nulla di ultraterreno, ma diventa una semplice fantasia infantile per affrontare dei traumi, delle problematiche intrinseche nei personaggi. Senza pietismo ed al tempo stesso senza superficialità, si mettono in campo le classiche dicotomie tra buoni e cattivi filtrate dagli occhi di un bambino che non è mai cresciuto.

Vengono alla mente alcune opere di Jean-Pierre Jeunet in cui non ci si interfaccia solo con il racconto di un personaggio, ma il suo mondo diventa visivamente anche quello dello spettatore. Ed è quello che prova a fare Puglielli con il proprio film e quello che riescono a ricreare anche i bambini (non) cresciuti interpretati perfettamente da Luca Argentero e Antonia Truppo.

Voto: 3 / 5

Martina Ponziani, da “mymovies.it”

 

 

In una Spoleto da cartolina, e nei suoi immediati dintorni, si svolge la favola di “Copperman”, moderno Don Chisciotte, che in un’improbabile armatura di rame e con una buona dose di incoscienza, impersona un particolarissimo supereroe. Anselmo è un mite impiegato, di giorno presta assistenza in un istituto, come vice-sotto-aiutante a un simpatico gruppo di amici, “speciali” come lui; si perché Anselmo fin dall’infanzia è sempre stato definito dalla madre un bambino speciale. In realtà autistico, per difenderlo dalla cattiveria del mondo, la madre gli ha raccontato un mucchio di storie sul padre, supereroe in missione permanente per salvare il mondo, e sulle sue capacità uniche. Il bimbo è davvero dotato di una sensibilità e di una cura dei particolari non comune, e anche di una ferrea determinazione a conseguire i suoi obiettivi. La sua caparbietà, unità a un candore disarmante e a una visione manichea del mondo, lo portano da grande a identificarsi coi personaggi che ammirava fin da bambino, appunto gli amati supereroi tra i quali cercava sempre di riconoscere il padre. Grazie all’aiuto di Silvano, il misterioso fabbro del paese, di notte diventa “Copperman”, l’uomo di rame, diventando in breve il “terrore” dei malfattori del luogo.

Copperman: un convincente Luca Argentero in un ruolo non facile

Luca Argentero impersona Anselmo, offrendo un’interpretazione mai sopra le righe, mettendosi al servizio del personaggio. L’attore offre il meglio di sé nelle scene intimiste, nei piccoli quadri di vita quotidiana, sia nella dialettica con l’amatissima madre (Galatea Ranzi), sia nel faticoso rapporto con la “sua” Titti (Antonia Truppo), amatissima anche lei fin da bambina (a proposito, una menzione speciale per la bravissima e giovanissima Angelica Bellucci, nel doppio ruolo di Titti da piccola e di sua figlia nell’età adulta). Completano il cast Tommaso Ragno, nei panni dell’ombroso fabbro Silvano, e il convincente Gianluca Gobbi, che interpreta Ernesto, il ‘villain’ della pellicola; da ricordare anche il bravo Sebastian Dimulescu, che interpreta Anselmo da bambino.

Copperman: un film coraggioso e ben fatto

“Copperman” è un film coraggioso; nel raccontare il disagio mentale si rischia sempre di cadere negli stereotipi e scivolare sulla buccia di banana della comicità “facile”, o nei luoghi comuni dolciastri dell’accettazione del diverso, cosa che qui non succede. La pellicola non è inquadrabile nella consueta divisione di generi del nostro stagnante panorama cinematografico, complimenti al regista Eros Puglielli, che ha saputo cesellare una pellicola mai scontata, dove ci si commuove e si ride allo stesso tempo, dove la linea del sangue corre parallela a quella dei sentimenti, come i binari del treno che nel film determinano chi vive e chi muore.

Daniele Battistoni, da “ecodelcinema.com”

 

 

Quando un regista abituato ad abitare le retrovie del cinema nazionale esce allo scoperto e può finalmente ambire di farsi conoscere da un pubblico più vasto, dobbiamo sempre e comunque festeggiare l’evento. Figurarsi se il protagonista di questa “emersione” è il romano Eros Puglielli, vero e proprio monumento vivente (anche se ha solo 46 anni) del cinema indipendente italiano. Il cineasta, di cui si erano perse le tracce sul grande schermo per oltre un decennio, è recentemente tornato con due lungometraggi girati a strettissimo giro. Uno, “Nevermind”, è ancora senza distribuzione dopo la sua proiezione in anteprima alla Festa di Roma lo scorso autunno; l’altro, “Copperman”, non solo è riuscito a trovare una produzione vera e propria, ma è anche approdato nei cinema sul territorio. Certo, le logiche economiche dietro l’industria cinematografica sono purtroppo sempre le stesse: il film segue la scia del successo clamoroso di “Lo chiamavano Jeeg Robot” e proprio grazie a questo traino ha trovato una luce altrimenti impensabile; ma, in ogni caso, per un motivo o per l’altro, il fatto è incontestabile: Puglielli ha diretto un film che si può finalmente gustare nel buio di una sala.

A questo punto l’interrogativo più stimolante, con cui ci siamo avvicinati alla visione, è stato il seguente: quanto è riuscito un autore indisciplinato e ribelle per sua stessa natura a mantenere del suo dna artistico, alle prese con un soggetto più vicino al concetto di mainstream? Ce l’ha fatta, oppure no, a custodire viva la sua personale e indefinibile concezione del mondo e la sua particolare e libera reinterpretazione del concetto di cinema di genere? “Copperman” è un’opera molto diversa dal resto della produzione di Puglielli anche per un altro motivo: è in assoluto la sua prima regia di cui non ha firmato anche la sceneggiatura. Insomma, un vero e proprio lavoro su commissione, su cui Puglielli è stato chiamato in un secondo momento per portare qualcosa di innovativo a uno scripttendenzialmente basico e non certo originale.

“Copperman” è la storia di Anselmo, un uomo cresciuto nel fisico ma non certo nella mente: è rimasto un bambino che crede ai supereroi, reduce da un passato traumatico, con un padre scomparso nel nulla, una madre anche lei con qualcosa di infantile nel suo modo di fare, un’amica amata da sempre e cresciuta con lui, seppur a debita distanza. Ogni notte, complice il fabbro del paese dove vive che gli ha preparato una rudimentale armatura, Anselmo diventa appunto Copperman, il supereroe che combatte il crimine e che, nel frattempo, cerca di sconfiggere anche i suoi demoni interiori. Il senso dell’operazione artistica che, a differenza proprio di Jeeg Robot, è contraddistinta da un tono solare e levigato, sia nella messa in scena sia nel tratteggiare l’essenza dei protagonisti, sta nel recuperare il fascino per un tono fiabesco perduto fra le mille produzioni ad altissimo budget che, da Hollywood, sono arrivate a contagiare anche certo cinema europeo popolare. Intento nobile, certo, ma accompagnato in verità da ben poche intuizioni di scrittura: e così “Copperman” si ammanta di una vaga impressione di già visto, già sentito, qualcosa di familiare che lo spettatore ha talmente assimilato da arrivare a confondere un titolo con un altro.

Puglielli sceglie una linea minimale nella sua regia: limita i suoi guizzi all’abilità nell’intuizione scenica, rinunciando però a infondere nel film quel suo personale gusto per il ribaltamento dei codici. Il regista romano ci aveva abituato, da “Dorme” fino all’irrisolto “AD Project”, a una maestria folgorante nella manipolazione del concetto stesso di cinema fantasy: una miscela esplosiva che trasformava il fantastico in una quotidianità grottesca, capace sia di sorprendere, sia di disturbare, sia anche e soprattutto di divertire moltissimo. In “Copperman” prevale una scelta conservativa, ed è un peccato. Puglielli si tiene lontano dal modello “Super” di James Gunn, film paradossalmente molto più in linea con il passato dell’autore italiano di quanto lo sia questa sua ultima fatica dietro la macchina da presa; ma anche il gioco sulla diversità e la discriminazione che si trasforma in opportunità resta piuttosto sullo sfondo. Appare infatti abbastanza infondato anche un altro modello tirato in ballo da alcuni, ovvero quello di Hayao Miyazaki. Resta invece un fantasy contemporaneo piacevole e garbato, interpretato con onestà ma senza alcuna virata verso il geniale da Luca Argentero, che semmai va più a braccetto con certo cinema di Jean-Pierre Jeunet, per quella osservazione del fantastico e del sorprendente anche nell’incontenibile noia di provincia. Non citeremo “Forrest Gump” come riferimento ideale nella costruzione narrativa del protagonista Anselmo, invece, proprio per non fare torto a Puglielli. Gli emuli del personaggio interpretato negli anni 90 da Tom Hanks, infatti, cominciano a diventare un sintomo di pigrizia intellettuale, diffuso e preoccupante, Oltreoceano come in Italia.

Voto: 6,5 / 10

Giancarlo Usai, da “ondacinema.it”

 

Anselmo è un bambino speciale: abbandonato dal padre che crede essere un supereroe partito per salvare il mondo, vive con la dolce mamma in un universo protetto e pieno di amore. Ama i cerchi, le lavatrici e i colori, tranne il giallo che lo spaventa. Si fa spesso male ma riesce sempre a rimettersi in piedi più positivo di prima. Un giorno speciale, precisamente alle 10, 34 minuti e 12 secondi, incontra Titti, il suo grande amore, che presto le verrà portata via a causa del malvagio padre, Ernesto lo strozzino del paese. Anselmo crescerà mantenendo il ricordo di Titti e grazie al suo amico Silvano, un fabbro brontolone ma buono, che gli costruisce un’armatura di rame, diventerà Copperman, un supereroe che di notte si batte per far trionfare il bene. Fino al ritorno in paese di Ernesto e Titti diventata mamma. Anselmo si troverà ad affrontare i fantasmi del passato e gli incubi del presente, battendosi per salvare il prossimo e per riconquistare il suo amore.

Il mondo di Anselmo è privo della cattiveria e del dolore che suo malgrado lo circondano. Anche da grande mantiene questa purezza continuando a guardare il mondo con gli occhi di un bambino. Tanto che quel mondo vuole difenderlo e, senza paura, come suo padre, vestito con una sgangherata armatura di rame, ogni notte si lancia in rocambolesche avventure in difesa dei più deboli. Una favola tenera e garbata che trova i momenti più commoventi nell’interpretazione dei due bravissimi e spontanei attori bambini Sebastian Dimulescu e Angelica Bellucci. Ed è soprattutto a un pubblico di piccoli che questo viaggio fantastico di Eros Puglielli è rivolto. Il regista non è nuovo nel suo cinema ai viaggi nella fantasia e alle situazioni paradossali come in Nevermind del 2018, un omaggio al teatro dell’assurdo. Qui fa sua la tradizione dei supereroi trasponendola in un piccolo borgo italiano – il film è girato a Spoleto – e inserendo tutti gli elementi dell’avventura: l’eroe buono che la mattina conduce una vita ordinaria e di notte combatte i cattivi; la bella da salvare; gli aiutanti che qui hanno le sembianze di un fabbro dal passato oscuro e di tre simpatici degenti di una casa di cura; il cattivo invincibile.

Anselmo è una via di mezzo tra uno strampalato Jeeg Robot, privo dell’oscurità e della scorrettezza del personaggio di Claudio Santamaria, e Forrest Gump con la stessa ingenuità che si cerca di omaggiare apertamente in una scena d’amore con Antonia Truppo. Copperman è ben lontano, però, dal diventare un personaggio iconico e poetico come quello interpretato da Tom Hanks. Luca Argentero fa il verso all’attore Premio Oscar infarcendo il suo eroe, però, di tic e movenze più riconducibili a Sheldon Cooper di The Big Bang Theory. Se nella prima mezz’ora del film l’effetto da favola resiste e funziona grazie al candore dei piccoli protagonisti, è proprio nel passaggio all’età adulta che la magia va scomparendo gradualmente, perdendo di ritmo e trovate divertenti. Copperman rimane, comunque, una piacevole commedia fantastica per le famiglie ma uno sforzo maggiore nella narrazione avrebbe potuto generare anche una proficua serie di film.

Voto: 3,2 / 5

Caterina Sabato, da “cinematographe.it”

 

 

I cerchi. I colori.La percezione soggettiva di Anselmo, un bambino particolare. Ma anche il cerchio che apre e chiude la storia di Copperman. Anche se non è perfetto. La voce inizialmente off del protagonista ormai adulto che poi subito si rivela non costruisce un flashback lungo quanto il film. C’è in Copperman il suo sguardo. Ma anche il suo udito e il suo corpo. Come il rumore dei piatti sistemati dalla madre che diventa troppo forte. E l’immagine di lui che vola dopo essere stato investito dalo scuola-bus. Il giallo. Il colore detestato. Perché Anselmo il mondo sembra da ridisegnare come quei fumetti che sono nella cassapanca. A partire da Cactus Man.

Abbandonato sin da piccolo dal padre, cresce con la madre. Ma non è come gli altri.- E lega con una bambina, Titti, che anche lei non è come gli altri. Poi cresce. Frequenta altre persona. Ma continua a pensare a lei. Fino a quando un giorno la rivede. La sua visione del mondo però non è cambiata. Grazie all’amico fabbro, ha con sé un’armatura di rame che gli consente di affrrontare il pericolo e di mettere in fuga piccoli criminali. Ma c’è un uomo, il più pericoloso, che terrorizza tutti.

Spoleto diventa un labirinto ideale. Quasi con il respiro thriller di Occhi di cristallo. Dove il cinema di Puglielli, dopo Nevermind, gioca ancora a carte scoperte con i generi. Copperman potrebbe cavalcare quasi l’onda di Lo chiamavano Jeeg Robot. Ma contaminato con Forrest Gump. Dove la purezza e l’incoscienza di Anselmo richiamano quella del personaggio del film di Zemeckisinterpretato da Tom Hanks.

La parte migliore appare tutta l’infanzia del protagonista. Con i colori caldi della fotografia di Alfredo Betrò che mettono un gioco anche un cinema artigianale ed efficace. Le sbarre della scuola dove è rimasta incastrata la testa del bambino sono già un elemento in cui serve una forza particolare per risolvere il problema. O l’arrivo di un personaggio che poi risulterà decisivo.

È pieno di suggestioni e spunti interessanti Copperman anche se appare diseguale. Dove ad essere meno convincente è la storia tra Anselmo e Titti adulti, dove Luca Argentero e Antonia Trupposembrano a tratti smarriti nel confrontarsi con dei registri continuamente mutevoli. E apare stonato quando risulta troppo scoperta la cotazione. I magnifici cinque come i nuovi Avengers?

Però funziona tutta la parte action: il passaggio a livello, l’inseguimento con i pattini, lo scontro tra la bici e lo scuola-bus. Con un cattivo, interpretato da Gianluca Gobbi alla sua seconda collaborazione con Puglielli dopo Nevermind, che è davvero cattivo.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Copperman è il nuovo film di Eros Puglielli, girato quasi in contemporanea a Nevermind. Se lì a dominare la scena era il grottesco qui il regista romano si muove in direzione della fiaba, rileggendo il mondo superomistico per narrare la storia di un “puro di cuore”.

Gli occhi di Anselmo

Questa è la storia di Anselmo, un uomo speciale. Attraverso i suoi occhi la realtà assume i colori delle fiabe, la purezza dei bambini e la forza magica dei supereroi. Cresciuto senza imparare a diffidare degli altri, nonostante la durezza della vita, riuscirà comunque a mantenere la sua limpida e particolare visione del mondo. [sinossi]

L’avvento del supereroe Copperman dovrebbe essere salutato con interesse al di là del singolo valore del film. Era dal novembre del 2004, poco meno di quindici anni fa, che un film diretto da Eros Puglielli non trovava uno spazio distributivo in sala: all’epoca si trattava di Occhi di cristallo, metà giallo all’italiana metà thriller neo-gotico che aveva avuto l’anteprima alla Mostra di Venezia e che la 01 sprecò, gettandolo davanti agli occhi del pubblico quasi senza battage pubblicitario, e senza alcun tipo di sostegno. Un vero peccato, perché la supposta rinascita del genere in Italia avrebbe meritato di passare per le mani di Puglielli, enfant prodige che diresse il suo primo lungometraggio a neanche venti anni, firmando quel Dorme destinato a diventare ben presto un oggetto di culto – e poi “ripescato” nel catalogo di Distribuzione Indipendente. Copperman, il sesto lungometraggio diretto da Puglielli nell’arco di ventisei anni, approda dunque in sala, luogo ancora proibito all’immediatamente precedente Nevermind, apprezzato lo scorso autunno ad Alice nella Città durante le giornate della Festa del Cinema di Roma e a oggi privo di una data di distribuzione. C’è dunque da esultare a prescindere, perché il ritorno in sala di un film diretto da Puglielli è di per sé una buona notizia.

Fin dal suo incipit, con il quarantenne Luca Argentero che racconta la sua infanzia a una bambina, seduti appoggiati a una balla di fieno nel bel mezzo della campagna, è evidente come Copperman si distacchi dalla prassi della produzione italiana di questi ultimi anni. Nel racconto fiabesco e intriso di sfumature surreali dell’educazione alla vita del piccolo Anselmo, che è ossessionato dall’immagine circolare e ha alcune idiosincrasie a partire dal colore giallo, c’è la scelta di posizionare lo sguardo in una direzione non particolarmente battuta in Italia, ad altezza bimbo ma allo stesso tempo alla ricerca di cromatismi iperreali, più prossimi ad alcune narrazione d’oltralpe – non sarebbe inappropriato guardare dalle parti di Jean-Pierre Jeunet, o anche del belga Sam Garbarski – o a un certo immaginario nipponico. L’idea, che convince nella sua gestazione, è quella di trattare con semplicità tematiche assai poco semplici: Anselmo, che è affetto da un ritardo per quanto minimo (anche se c’è una discrasia tra la messa in scena dei problemi tra l’Anselmo bambino e la sua versione adulta, molto più prossima alla rappresentazione classica dell’autismo), crede che il padre che l’ha abbandonato dalla nascita sia in realtà un supereroe perennemente in giro a cercare di salvare vite umane. Il tema dell’abbandono, e della figura del padre come uomo nero, ferale e crudele, è il centro pulsante della narrazione, così come la frustrazione verso una vita che non ha concesso ciò che sembrava promettere – la medesima frustrazione patita tanto dal padre di Titti, di cui è innamorato fin dalla più tenera età Anselmo, quando dal fabbro Silvano, vero e proprio deus ex machina della vicenda. Scelte che dimostrano la tensione verso il dramma non edulcorato da parte di Puglielli e del nutrito (forse anche troppo) staff di sceneggiatori.

È proprio nella scrittura che Copperman mostra le sue lacune più evidenti, e non è forse un caso che si tratti del primo film sul cui script Puglielli non ha avuto voce in capitolo, per lo meno in modo ufficiale. I problemi narrativi vengono a galla non appena la parte relativa all’infanzia viene accantonata per concentrarsi sull’Anselmo adulto, quello che sceglie una volta per tutte di trascorrere le sue notti nelle vesti de “l’uomo di rame”. La fiaba dai colori melanconici e vivaci allo stesso tempo lascia – o dovrebbe lasciare – il campo alla storia di un supereroe, in una rilettura su scala ridotta dei cinecomic d’oltreoceano. Il condizionale però è d’obbligo, perché a parte un paio di salvataggi notturni (per di più riuscito quello che vede per protagonisti una prostituta slava alle prese col suo pappone) non c’è traccia delle azioni di Copperman. Anzi, ben presto tutti o quasi vengono a conoscenza della doppia identità di Anselmo, di fatto svuotando il genere del suo aspetto più rilevante, vale a dire il concetto di mascheramento.
Questo squilibrio narrativo viene acuito dall’ingresso in scena di alcuni personaggi del tutto inessenziali allo sviluppo della trama – gli ospiti della casa di cura nella quale lavora Anselmo, a loro volta intenzionati a trasformarsi in supereroi – e da situazioni, come il vagheggiato corteggiamento di Silvano alla madre di Anselmo, destinati ad atrofizzarsi in fretta e furia. Puglielli si destreggia come può, confermando in ogni caso di possedere uno sguardo proprio e propriamente autoriale. La verità, con ogni probabilità, è che Copperman non vuole essere davvero un cinecomic, e non guarda in fin dei conti dalla parte dei supereroi – tanto che la varietà di fumetti con i quali cresce il protagonista gioca molto sulla demenza dei nomi, da Cactus Man in giù. Puglielli gioca una volta di più con i generi, se ne fa beffe (il suo primo supereroe è già presente in Dorme, con quel pre-finale delirante che prevede il duello tra il protagonista e i “fratelli” Riccio), li riconduce eternamente al suo sguardo, che vaga più dalle parti del fantasy per famiglie che da quelle di Marvel e DC Comic. Nell’inno alla purezza che disegna non mancano né amarezza né violenza, come dimostra il ricordo della madre di Titti spazzata via da un treno in corsa, e non viene mai mano l’action puro. Non c’è spazio per la prassi nel cinema di Puglielli, ed è questo il punto di arrivo più interessante di Copperman, film diseguale semmai per troppa affabulazione. L’alchimia tra uno spento Luca Argentero e Antonia Truppo procede a corrente alternata, ed è parte di quel senso di spaesamento che si avverte non appena viene abbandonata la parte infantile della vicenda. A voler giocare con il testo del film si può dire che i cerchi tanto amati da Anselmo non sempre vengono perfetti. Ma sarebbe un errore non cogliere l’eccentricità di Puglielli e del suo film, e la voglia – sempre da difendere – di smarcarsi dagli schemi predefiniti, dalle regole, dall’ovvio. Attitudine preziosa, e sempre più rara da rintracciare nel cinema italiano.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

 

«Sventurati i popoli che hanno bisogno di eroi».

Così recitava il drammaturgo tedesco Brecht nella prima metà del novecento e chissà cosa avrebbe detto o pensato oggi che la febbre da eroe, anzi “supereroe”, sta dilagando in tutto il mondo. Se è vero che non si contano più i cinecomics d’oltreoceano è bene notare come, a poco a poco e in maniera molto timida, anche in Italia si respira questa volontà di creare un paladino mascherato. Così, dopo lo sconcertate ragazzo invisibile di Salvatores e il ben più interessante superuomo di Mainetti, arriva un terzo supereroe mascherato che ha il volto di Luca Argentero. Corazzato fino ai denti con un’armatura di rame e armato di razzi segnalatori, questo nuovo combattente italiano si muove silente fra le stradine di un piccolo comune umbro per difendere i più deboli e sconfiggere i prepotenti. Signori e signore, ecco a voi Copperman.

Anselmo è un bambino “speciale”. Affetto da un leggero ritardo mentale, il piccolo affronta ogni cosa con estrema fantasia ed è convinto che un giorno possa diventare anche lui un supereroe. Anche lui, si, perché Anselmo sa molto bene che suo padre non è con lui poiché impegnato a difendere città e cittadini con il suo superpotere dello “sugar free”. Questo è quello che gli ha sempre fatto credere sua madre, con la quale Anselmo vive, una donna protettiva che per mantenere intatta la purezza di suo figlio non ha mai avuto il coraggio di dirgli che il padre è, in realtà, un bastardo scappato prima che lui venisse al mondo. Le giornate scorrono tranquille fino a quando Anselmo conosce a scuola Titti, una bambina decisamente diversa, gentile e premurosa come non lo è stato mai nessun altro bambino. Anselmo si innamora subito di Titti e con lei inizia a trascorrere le giornate fino a quando scopre che l’amichetta – cresciuta senza mamma – è succube delle violenze di un padre ubriacone e manesco. Quando il padre di lei viene arrestato e Titti portata in riformatorio, Anselmo vede la sua vita improvvisamente svuotata. Passano gli anni e Anselmo è cresciuto. Vive sempre con la madre e non ha smesso di guardare il mondo con gli occhi di un bambino ma adesso ha delle responsabilità in più e così lavora come inserviente in un centro di salute mentale. Stanco di vedere e subire ingiustizie, Anselmo si è creato una seconda identità, quella di Copperman, un supereroe mascherato determinato a portare ordine in paese. Un giorno come un altro, durante una “missione” notturna, Anselmo/Copperman scopre che in paese è tornata Titti, ormai adulta e con una figlia piccola. La vera missione di Copperman, ora, è riconquistare il grande amore della sua vita e salvarla dalla tirannia di un padre ancora troppo presente.

Dopo una lunghissima parentesi televisiva e dopo il lungometraggio invisibile Nevermind, è Eros Puglielli il regista designato per raccontare le bizzarre e tenere avventure di questo singolare “Uomo Rame”.

Fin dai tempi di Dorme, stravagante e sperimentale esordio giovanile, Puglielli ha dimostrato d’essere un cineasta poco convenzionale, sicuramente attento all’innovazione così come a nuovi linguaggi narrativi ed espressivi. Nonostante sia stato fagocitato, negli ultimi dieci anni circa, dalla macchina televisiva che lo ha “intrappolato” nel circuito fiction, c’era da immaginarselo che un (super)eroe nelle sue mani non sarebbe stato certo un supereroe come tutti gli altri.

Infatti possiamo affermare a cuor leggero che un film come Copperman ci sta anche molto stretto nel genere a cui verrebbe naturale circoscriverlo. Il suo, più che un film di supereroi e superpoteri, è un dramma agrodolce in cui il “super” diventa sinonimo di “diverso”, così come il “diverso” sta ad intendere tutte quelle persone nate con disturbi (fisici o mentali) più o meno gravi.

In un discorso come questo, in cui il metaforico ha nettamente il sopravvento sullo spettacolare, tutta la questione relativa ai fumetti e ai supereroi diventa quasi pretestuosa e, in alcuni momenti, si ha persino la sensazione che il limite principale del film sia riconducibile proprio all’entrata in scena di Copperman.

Diviso nettamente in due tempi ben distinti, il film di Puglielli sembra avere anche due anime altrettanto ben distinte e nemmeno troppo bene miscelate.

Il primo tempo, quello sicuramente meglio riuscito, ci mostra la routine di Anselmo piccolo, un bambino molto particolare che passa le sue giornate a fantasticare sui colori, a guardare il lavasciuga e a disegnare cerchi. Tra tutti questi “impegni” c’è anche la passione per i supereroi, e per i fumetti più in generale, ereditata dalla madre che è tanto una genitrice quanto una preziosa amica.

In una campagna umbra che ricorda in modo insolito l’Alabama, è curioso notare come il primo tempo di Copperman sia una sorta di Forrest Gump dei nostri tempi con richiami ben precisi al capolavoro di Zemeckis che vanno dalla caratterizzazione di Anselmo, all’escamotage narrativo del flashback. Seduto in un campo, con la schiena poggiata ad una balla di fieno, Anselmo adulto racconta tutta la sua vita ad una bambina incuriosita e già questo non può che portarci alla memoria le chiacchierate sulla panchina del buon Forrest. Ma il vero punto di contatto tra il film di Puglielli e quello di Zemeckis sta nella maniera in cui viene affrontata la travagliata storia d’amore tra Anselmo e Titti, pronta a ricordarci in tutto la dolcissima storia tra Forrest e Jenny, tanto che in alcuni punti sembra quasi di assistere ad un remake non dichiarato (basti pensare alla fuga dei due bambini nel campo, dopo l’aggressione del padre ubriaco di lei).

Nel secondo tempo del film, invece, fa la sua comparsa Copperman e da questo momento in poi qualche ingranaggio inizia ad incepparsi, purtroppo. Una volta che il film ci mostra Anselmo cresciuto (Argentero), infatti, si ha la sensazione marcata che tutto il discorso relativo ai supereroi poteva anche non esserci. E forse sarebbe stato anche meglio. L’entrata in scena di Copperman è molto brusca e, nonostante ci sia stato tutto un primo tempo incentrato su Anselmo bambino, la percezione è quella che manchi proprio la famigerata origine del supereroe. Un film di “origini” (come direbbe l’Uomo di Vetro) ma senza le origini, in questo caso. Iniziato il secondo tempo vediamo che Copperman esiste, i giornali già parlano di lui, ma allo spettatore non viene dato modo di conoscere bene come e quando un ragazzo “speciale” come Anselmo abbia deciso di diventare un eroe mascherato.

Tutto ciò non rappresenta necessariamente un problema, sia chiaro, ma agendo in questa maniera si mette lo spettatore nella situazione di affezionarsi ad Anselmo più per la sua love story travagliata che non per la sua seconda vita da supereroe. In questo la figura di Copperman diventa quasi un di più. Senza di lui, solo con Anselmo, il film poteva andare avanti ugualmente e sarebbe stato lo stesso un bel film. Anche perché il film di Puglielli ha tantissimi altri meriti, come un discorso molto sottile relativo al concetto di “famiglia” e l’utilizzo di un cast che, da solo, riesce a fare la differenza.

Il cast, infatti, rappresenta sicuramente la punta di diamante del film e sfoggia uno stuolo di attori non dal grande appeal per il pubblico ma dal talento comprovato. Oltre al già citato Luca Argentero, piuttosto a suo agio nei panni di Anselmo/Copperman, si distinguono per intensità e bravura la sempre convincente Antonia Truppo (Jenny….ehmm…Titti adulta), Galatea Ranzi (la mamma di Anselmo), Gianluca Gobbi (il padre violento di Titti) ed un bravissimo Tommaso Ragno qui in una delle sue interpretazioni migliori, nei panni dell’introverso Silvio, un fabbro silenzioso e dal passato oscuro che diviene mentore (è lui che crea l’armatura di Copperman) nonché una figura paterna per Anselmo.

A convincere poco, invece, è la delineazione a tratti macchiettistica e stereotipata di certi caratteri, come accade per il sempre rabbioso papà di Titti, e l’inserimento sul finale della squadra di supereroi scappata dalla clinica psichiatrica. Sotto quest’aspetto, Puglielli si diverte a mettere in scena la sua Justice League ricorrendo ad un manipolo di personaggi colorati e grotteschi, inseriti chiaramente come elemento divertente ma che danno come risultato finale solo una notevole caduta di stile.

Copperman è sicuramente un prodotto interessante. Un’analisi delicata e intimista del concetto di supereroe vogliosa di estrapolare questo dal consueto contesto urbano per calarlo in una dimensione più piccola, a misura d’uomo, una realtà tra il magico e il dimenticato in cui basta essere un po’ speciali per apparire “super” agli occhi degli altri.

Peccato solo per quelle piccole incertezze ed ingenuità sparpagliate un po’ qua ed un po’ là. Con una scrittura più “matura” il film di Puglielli avrebbe potuto tranquillamente contendersi la palma per il miglior supereroe italiano tra quelli che si sono rivelati fino ad ora.

Giuliano Giacomelli, da “darksidecinema.it”

 

 

C’è un nuovo “supereroe” che si aggira per le strade e nei bus, goffo, sui pattini, con l’armatura di rame. È Copperman, l’uomo di rame, che ha una speranza notturna, quella di sconfiggere la micro criminalità nel suo paesino in campagna.

Come ogni supereroe Anselmo è diverso. Lo è sempre stato sin da piccolo, quando a scuola aveva due insegnanti. E una era di sostegno. Ama i colori, tranne il giallo, odia i rumori dei piatti sistemati l’uno sopra l’altro e ama tutto ciò che è circolare. E quando perde il controllo di sé stesso, disegnare un cerchio gli restituisce la serenità.

Non ha mai avuto amici se non Titti, il suo primo amore: entrambi sono figli di genitori single. Lei ha un padre violento, lo strozzino del paese, lui ha una madre buona, che sa gestire la singolarità del figlio, più che i suoi sentimenti. La madre di Titti ha perso la vita, per salvare la figlia da un treno in arrivo. Il padre di Anselmo esiste solo nelle conversazioni tra madre e figlio e nell’immaginario che la madre ha formato negli anni, lui è un supereroe che lavora lontano dal paesino dove tutti loro vivono.

Nel film di Eros Puglielli, Copperman, dal 7 febbraio in 300 sale, l’inabilità crea lo sfondo per una fiaba surreale dove la gentilezza, la dolcezza, l’ingenuità si scontrano con la violenza di un uomo, sgradevole nel fisico, nelle parole e nei modi. «Le persone mi fermano per strada – racconta Luca Argentero, che nel film interpreta Anselmo – e mi spiegano che desiderano vedere al cinema storie belle. E aggiungo che è importante non dimenticare che la sala ha un potere magico perché i film sanno allargare il cuore dello spettatore». E per prepararsi al ruolo Argentero ha aggiunto: «Abbiamo parlato a lungo con medici, genitori e i ragazzi che soffrono di un disturbo dello spettro cognitivo. La loro è una sensibilità superiore. Trascorrere del tempo ci ha aiutato nella realizzazione del film, ma non è questo il risultato che abbiamo raggiunto. Personalmente ne sono uscito arricchito come persona. Ho scoperto che loro usano le parole per quelle che sono, non conoscono le metafore e non fanno giri di parole, come fanno gli adulti quando perdono il coraggio di affrontare direttamente il problema».

Emanuela Genovese, da “avvenire.it”

 

 

 

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