Cold War

 

Quello che aveva colpito in quel gioiello di Ida, poi vincitore dell’oscar, era il ritmo imposto dal suo autore, Pawel Pawlikowski; regia e montaggio tessevano una trama coinvolgente eppure anti spettacolare, con dialoghi ridotti al minimo e uno sviluppo narrativo più suggerito da altri fattori che sbandierato. Nessuna scena madre, quindi. Non può che far piacere riscontrare una pari maestria, addirittura superata da una storia e dei personaggi memorabili, nel suo nuovo film, Cold War. Siamo sempre in Polonia, in anni non troppo lontani: dal 1949 fino alla metà degli anni Sessanta.

Quello che non cambia sono i suoi protagonisti rinchiusi letteralmente nel suo formato 4:3. Se in Ida la giovane novizia aveva la forza per vedere il mondo appena al di là delle mura del suo convento di clausura, per poi tornare indietro, seppure maturata, in Cold War i protagonisti sono due: un pianista e una cantante, sullo sfondo di una Polonia faticosamente in ricostruzione sulle rovine della Seconda guerra mondiale. Un’altra storia d’amore assoluto, non verso un Dio, ma fra due persone destinate come nei migliori feuilleton ottocenteschi a non stare mai insieme, almeno in questa terra, nonostante il loro sia un amore definitivo e come tale identificato ben presto da entrambi. Come non cedere a un destino che, pur male assortiti e provenienti da esperienze diverse, gli impone sempre di inciampare uno nell’altra?

Cold War prosegue a ondate, con alcune scene che ci aggiornano sullo stato (anche geograficamente) in cui i due si trovano, dall’innamoramento nel 1949 fino a una conclusione in cui finalmente prendono in mano il loro destino – naturalmente non vi diremo come – nel 1964. Sullo sfondo, mai il tema principale ma sempre incombente, la Guerra fredda, il destino di chi diventò adulto alla fine della guerra, le cui speranze di potersi costruire un futuro finalmente sereno e libero si infransero contro l’irrompere della dittatura comunista, e della Polonia in particolare, con la sua storia maledetta e costantemente incompiuta, così come l’amore fra Zula e Wiktor. Gli anni passano e i luoghi in giro per l’Europa in cui si ritrovano aumentano: dopo Varsavia, Parigi, la Iugoslavia, Berlino.

I due si chiamano come i genitori di Pawlikowsi, a cui il film è dedicato, morti per un beffardo e definitivo scherzo del destino nel 1989, proprio appena che crollasse quel dannato muro di Berlino che aveva sconvolto le loro vite. Zula ha una personalità in fiamme, un orgoglio che la fa sempre uscire dai binari e una voce che fa sciogliere in lacrime, mentre Wiktor è alto e dinoccolato, instabile ma sempre in piedi, alimentato a nicotina e serate nei jazz club.
La musica ha un ruolo centrale, come in Ida e ancora di più. Dal primo fotogramma, in cui Wiktor gira per il Paese alla ricerca di cantanti e musicisti tradizionali da preservare, fino alle note che fanno vibrare la coppia protagonista. La musica è il motore che alimenta l’amore e rende indivisibili due persone che non lo sarebbero, permettendogli di comunicare.

Inconsciamente il moto perpetuo dei due in giro per l’Europa, che comporta la fuga al di là della cortina di ferro e per Wiktor la perdita di ogni nazionalità, è il tentativo di trovare un luogo in cui il loro amore possa sbocciare veramente, aiutati dall’universalità della loro amata musica. Tanto che sembrano conciliati solo quando è un’altra colonna sonora a predominare, quella dei suoni della natura, che sia in una toccante nottata in barca lungo la Senna o in autobus inseguendo una ritualità sempre negata, per cementare il loro amore.

Anni apparentemente immobili, ma in cui tutto cambia, sempre più velocemente di quanto possano affannarsi a stargli dietro Wiktor e Zula, in un film che non spreca una parola o un’inquadratura, dal ritmo irrequieto eppure altèro, che conferma la maestria di Paklowski, ormai uno dei registi di riferimento del cinema europeo.

Voto: 4,5 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

Appena in tempo per rientrare nelle nostre classifiche di fine anno dedicate ai migliori film del 2018, e a pochi giorni dal trionfo agli European Film Awards (dove è stato eletto miglior film e premiato anche per la miglior regia, sceneggiatura, attrice e il miglior montaggio) arriva nelle sale italiane Zimna wojna, ovvero Cold War, la nuova tragedia di Pawel Pawlikoski.
Evidentemente la statuetta per il miglior film straniero ricevuta agli Oscar 2015 con Ida al regista polacco non bastava, perché nel raccontare questo dramma d’amore epico nella dilatazione temporale e shakespeariano nell’epilogo, elegante ma essenziale nella messa in scena e laconico nello spiegarsi, Pawlikoski allestisce un film ancora più bello, che sullo sfondo della Guerra Fredda si muove fra Polonia, Germania, Francia e Jugoslavia, tra il 1949 e il 1964 e su diverse sfumature di generi musicali.
C’è un evidente manierismo che potremmo quasi definire istrionico, nell’esasperata parsimonia di mezzi cinematografici coi quali Pawlikoski continua a estremizzare la sua visione da poeta ermetico: formato in 4/3, categoricamente in bianco e nero, pellicole che durano sempre meno di quanto in realtà dovrebbero (o che il soggetto vorrebbe che durassero), composte da sequenze centellinate ai limiti dell’avidità che però esprimono sempre più di quello che raccontano. Se Alfonso Cuaron con ROMA ha simulato il neorealismo felliniano e lo ha rielaborato tramite il suo sguardo, Pawlikoski ha preteso di rifare il cinema dell’epoca stessa che va a raccontare. E lo ha fatto con una grazia e una leggerezza che sono modernissime, davanti alle quali è impossibile rimanere indifferenti.

La La War

La caratteristica peculiare di Cold War è il modo in cui il montaggio taglia via tutte le sfumature drammatiche di una tragedia ampia, ai limiti dell’epopea, mantenendo al suo interno solo gli aspetti più positivi.
Ciò che resta, in meno di 90 minuti, è la storia di un compositore musicale (Wiktor, interpretato da Tomasz Kot) e una giovane cantante talentuosa (Zuzanna, interpreta da Joanna Kulig) che si innamorano nel 1949 e che per quindici anni tentano ripetutamente (ma sempre inutilmente) di vivere il loro amore.
È una vicenda, questa, che ben si presterebbe a kolossal di ampio respiro, un dramma d’amore di quattro ore alla Via Col Vento. Pawlikowski però sottrae la tragedia, “scarta” via pagine e pagine del libro delle vite di Wiktor e Zuzanna e di quei quindici anni di distanza conserva solo i pochi giorni che il destino bastardo decide di concedergli.

Come un Lawrence d’Arabia senza la guerra o un La La Land svuotato dalla narrazione e ridotto a stacchi musicali. E il paragone con il film di Damien Chazelle è quasi d’obbligo, per quanto all’apparenza ardito: in Cold War, dopo il sistematico lavoro di “eviscerazione” del contesto effettuato da Pawlikowski, la musica diventa il solo modo che lo spettatore ha di sentire non solo il passaggio del tempo, ma anche il mutamento geografico, con i canti folkloristici polacchi, gli inni di propaganda sovietici e i ritmi occidentali nei salotti e nei nightclub di Parigi, pieni di jazz e addirittura rock & roll.
Tutte canzoni d’amore a corredo dei fugaci momenti di felicità che Pawlikowski concede ai suoi protagonisti, censurando per noi il resto.

La Tragedia di Wiktor e Zuzanna

Come eroi shakespeariani orfani di patria, Wiktor e Zuzanna vivono vite conflittuali mosse dai capricci del destino. Pawlikowski si intromette fra loro e li segue nei momenti dell’amore, degli amplessi, dei litigi e degli abbracci. Ci sono anni e distanze a tenere separati i due, ma l’arte cinematografica piega tempi e spazi, e grazie a un lavoro certosino di ellissi in Cold Warsembra che per chi è destinato a stare insieme, anni e distanze non contino nulla.
La fotografia di un cristallino bianco e nero esalta i momenti di intimità e gli spettacoli onirici da cinema art-house immaginati dal regista, che inquadra il fango ghiacciato come fosse una tela dipinta dal più grande dei pittori e gli affreschi nei muri corrosi dalle intemperie e dalla guerra.
La sua natura episodica tratta il tema dell’amore senza confini con la leggiadria e la sinteticità incisiva di un haiku, racchiudendo in pochi versi un intero mondo e due vite complete: la politica e la storia ci sono ma appaiono sullo sfondo, sono ingredienti di passaggio nel contesto delle esistenze dei protagonisti, si agitano appena fuori campo e poi svaniscono quando i due amanti tornano nella stessa inquadratura.
Come in Ida, la Polonia è oscura e soffocante, qui però l’amore riesce a emergere di continuo, boccheggiando fra un’onda anomala di cambiamenti e l’altra, inspirando a pieni polmoni nelle pause fra cinismo, conflitti, tradimenti e prigionie, come se il sentimento che li tiene in vita fosse l’unico inno che Wiktor e Zuzanna sono in grado di cantare contro le bruttezze del mondo.

Cold War è poi anche un’opera sul cambiamento, e sull’impossibilità di cambiamento. C’è un conflitto bellico che va avanti per tutto il film e che non vediamo, una battaglia che spacca il pianeta Terra in due distinguendolo in porzioni denominate Occidente e Oriente: i leader cadono e vengono sostituiti, le persone muoiono, i campi di prigionia sono allestiti e smantellati, le ideologie si scontrano in ogni modo possibile e dal punto di vista di ogni ambito (soprattutto da quello musicale) le città mettono in mostra loro stesse e i propri stili di vita. Varsavia, Berlino, Parigi. Per Wiktor e Zuzanna nessuno di questi cambiamenti messi in atto dagli ingranaggi della storia conduce al cambiamento definitivo che stanno aspettando, quello che finalmente gli permetterà di stare insieme.
Rick e Isla avrebbero sempre avuto Parigi, in Casablanca. In Cold War il ricordo della felicità passata è totalmente inutile, conta solo il presente e la speranza forse appartiene in esclusiva a un’altra vita. E Parigi è solo un altro dei tanti rimpianti da provare a dimenticare.

Voto: 9 / 10

Matteo Regoli, da “cinema.everyeye.it”

 

 

Girato con eleganza impeccabile, in formato 4:3 e splendidamente fotografato, Cold War di Pawel Pawlikowski si apre con un excursus su quel che resta del folclore nella Polonia post-bellica, per trasformarsi poi in una sorta di Giulietta e Romeo ai tempi della cortina di ferro. In concorso a Cannes.

Amara terra mia

Durante la guerra fredda, tra la Polonia staliniana e la Parigi bohémienne degli anni ’50, un musicista in cerca di libertà e una giovane cantante vivono un amore impossibile in un’epoca impossibile… [sinossi]

Probabilmente è più facile amare la propria patria in tempo di guerra che dopo, specie quando poi ci si ritrova ad attraversare le macerie, sia quelle reali, tangibili, che quelle di un’identità culturale tutta da ricostruire. E di certo è stato complicato nella Polonia post-bellica trovare una via al patriottismo nell’ambito dell’egemonia politica e culturale dell’Unione Sovietica, cercando magari di resistere alla tentazione di fuggire all’Ovest.
Ruota intorno a questi temi, passando dal collettivo al personale, dal metaforico al narrativo, Cold War, nuovo film del regista premio Oscar per Ida Pawel Pawlikowski, presentato in concorso a Cannes 2018.

Ispirandosi alla vera storia dei suoi genitori, Pawlikowski in Cold War narra per buona parte la storia d’amore tra un musicista, Wiktor (Tomasz Kot), docente nella scuola di musica e danza popolare di Mazowsze, e la sua allieva Zula (Joanna Kulig). Wiktor è di estrazione borghese e nel proletariato trova prevalentemente il suo oggetto di studio, come quando lo vediamo, all’inizio del film, attraversare le terre selvagge della Polonia rurale insieme a una collega etnomusicologa, per registrare quel che resta della tradizione folclorica nazionale, un po’ come Alan Lomax e Diego Carpitella hanno fatto negli anni ‘50 nel nostro Meridione. Zula, invece, è una schietta e impetuosa proletaria (è proprio la sua esuberanza a sedurre Wiktor), governata in maniera quasi ancestrale dall’autopreservazione, e inoltre pare abbia ucciso il padre, dopo che questi aveva tentato di violentarla. La ragazza si fa notare subito, all’interno della scuola, per le sue performance nel canto e nella danza, e viene dunque scelta per far parte della compagnia di giro in pianta stabile. Approfittando di una tournée a Berlino, Wiktor decide di attraversare la cortina di ferro per perseguire le sue ambizioni di musicista, ma Zula non lo segue. Si ritroveranno più volte, e in luoghi diversi dell’Europa, guidati da un’appartenenza che non è però solo quella l’uno dell’altra, perché, come Wiktor dovrà necessariamente comprendere, è la Polonia, sotto le delicate e ammalianti fattezze di Zula, che lo possiede.

Di fatto è un racconto di formazione Cold War, in cui si segue l’amore tormentato di un uomo per la propria patria che, al pari di Zula, è “sì bella e perduta”, proprio come recita la celebre aria del Nabucco verdiano, adattabile perfettamente a ogni latitudine. Wiktor infatti, così come era un turista nella wilderness polacca, all’inizio di questa storia, è e resta un esule in seguito a Parigi, dove cerca di farsi strada come pianista nei jazz club della Ville Lumière. Ma Zula, qui come altrove, andrà sempre, senza sosta a riprenderselo, facendogli oltretutto notare che lontano da casa ha perso la sua potenza sessuale.
Lavora tutto sulla “metafora”, concetto non a caso esplicitamente messo in luce in una scena chiave del film, Cold War, facendo del suo personaggio femminile l’incarnazione stessa della Polonia post-bellica: non solo “bella e perduta”, ma anche profondamente aggrappata alle proprie radici, viva, bramosa di sopravvivenza e mai dimentica della propria memoria, specie quella popolare. Il ruolo della musica è, naturalmente, centrale in Cold War che spazia dalle iniziali registrazioni dei canti popolari fatte dai due ricercatori alle loro rielaborazioni all’interno della scuola, rielaborazioni che vengono poi ulteriormente imbarstardite dall’obbligo di accostarvi dei canti che celebrino “la riforma agraria, il leader (Stalin), la pace”. Poi c’è il jazz, il rock ‘n roll e l’immancabile (era presente anche in Ida24 mila baci.

Girato con eleganza impeccabile, in formato 4:3 (come Ida), splendidamente fotografato in un bianco e nero ora denso e lattiginoso (si veda la scena del bagno nel fiume), ora in grado di sovrimprimere un senso di graficità ai paesaggi e alle persone, Cold War è un film indirizzato prevalentemente a sedurre un pubblico cinefilo (e festivaliero, giurie comprese) sempre alla spasmodica ricerca di un nuovo “classico” da celebrare. Si registra però qualche squilibrio, tra la parte iniziale, così sorprendente e tutta incentrata sulla ricerca etnomusicologica e sulla sua, inevitabile, rielaborazione e una seconda parte che ha inizio proprio con l’attraversamento del confine tra le due Germanie. Da lì in poi, l’amour fou tra i due protagonisti prevale, con il perpetuo ritrovarsi, non sempre convincente – e in tal senso a poco vale la spiegazione metaforica – dei due amanti. Quasi fosse una concessione a un pubblico di massa desideroso – così vuole la vulgata – per lo più di storie d’amore, Cold War finisce dunque per annacquare la forza prorompente delle idee che lo governano per scivolare verso una sorta di Giulietta e Romeo ai tempi della cortina di ferro.
Mentre inoltre nella prima parte del film sembra prevalere un afflato sincero di ricerca (quella etnomusicologica) e divulgazione di una tradizione popolare, con l’emergere insistente della love story quel che viene a disvelarsi è proprio l’intero meccanismo che accompagna il film come operazione, festivaliera e seduttrice. Anche se in fondo, Cold War non si nasconde: è una rielaborazione di un immaginario perduto, fatta un po’ con il cuore, un po’ con la memoria, molto di certo con l’ambizione di dar vita sul grande schermo a un nuovo, e forse impossibile, classico senza tempo.

Daria Pomponio, da “quinlan.it”

 

 

 

Polonia, 1949. Sigarette che inghiottiscono l’ambiente circostante con il grigiore del loro fumo, tazze bollenti circondate da vapori fumanti e neve che scende lenta, imbiancando distese sterminate.
Coprendo e comprimendo in soli 85 minuti un lasso temporale che si estende fra il 1949 e il 1964, Cold War traduzione della locuzione polacca Zimna wojna– di Pawel Pawlikowskiè la realistica trasposizione cinematografica di una storia d’amore che, scandita dall’intrecciarsi di ricordi e sensazioni, si dirama sotto la minaccia della Guerra Fredda, intensificandosi con il proseguire di un pellegrinaggio verso una libertà fermamente proibita e fortemente agognata.

Ritratto veritiero di due esistenze lacerate e di una nazione martoriata, condotto con un’eleganza libera dalla corruzione dell’artificialità dovuta all’eccessiva ricercatezza, Cold War –premiato presso l’ultima edizione del Festival di Cannes con l’ambito Prix de la mise en scène– si presenta allo spettatore come un grande e complesso mosaico tematico in cui vengono incastonate profonde ed accurate riflessioni su amore e società, folklore e storia, arte e politica.

Cold War

Un’interpretazione letterale. Ovvero, una storia d’amore.

Occhi attenti che scrutano i volti che si presentano a loro. Occhi severi di insegnanti dai volti imperscrutabili. Occhi algidi, dal chiarore dell’est. Occhi esperti, in grado di perforare maschere, di osservare anime. E poi lei, diamante tra i cristalli.

Attraverso un gioco di finzioni e di attese che si estende lungo un continuo succedersi di allontanamenti, scontri e cambiamenti, Cold War segue le esistenze tormentate della giovane cantante Zuzanna Lichoń –interpretata da una magistrale Joanna Kulig che, intravista nel precedente Ida (2013) nel ruolo di cantante, offre al paesaggio cinematografico una delle performance più potenti di quest’anno– e del musicista Wiktor Warski (Tomasz Kot), due vite che proseguono su binari paralleli, ma terribilmente vicini, binari che si snodano lungo l’intera Europa, attraversando l’area di influenza sovietica –la Polonia e la Yugoslavia–, Parigi e Berlino.

Attingendo all’immaginario perduto di una Polonia post-bellica fotografata tra i suoi resti e le sue macerie, attraverso Cold War, Pawel Pawlikowski racconta un amore struggente e irrealizzabile, costituito di ideali, proiezioni irreali e promesse mai mantenute. 

Lontani dalla propria lingua, lontani dalle proprie canzoni, lontani dal proprio sale e dal proprio pane, volontariamente esuli in terra straniera, attraversare Parigi seduti su un bateau-mouche, osservando la presunta tranquillità delle vite degli altri, condotte in una naturale spensieratezza, totalmente straniera alla propria patria; una spensieratezza che, nel microcosmo in cui agiscono nella prima parte del film –ovvero, la scuola di arte folkloristica, proiezione del macroscopico regime totalitario sovietico–, è propria solamente dell’estro di Zuzanna, unica fonte di energia in un sistema rigidamente confinato e fortemente limitato da regole, dove tutto è bianco o nero e dove non c’è posto per le mezze misure.

Cold War

Una lettura allegorica. Ovvero, una Polonia lacerata.

Feste di paese, fisarmoniche, canti e balli. Gonne dai ricami casarecci, intarsiate di fregi tradizionali, che ruotano intorno a se stesse, creando visioni tanto caotiche, quanto suggestive.

Muovendosi nei meandri più reconditi della tradizionalità folkloristica, Pawel Pawlikowski affianca all’aspetto letterale del racconto un impianto concettuale e metaforico ben più articolato, per il quale la storia d’amore si trasforma in una proiezione simbolica, in un poema lirico dove viene rappresentato, come un ologramma, il passato perduto e ormai impossibile da recuperare di una nazione: abbandonando il carattere esplicito dell’interpretazione letterale, la narrazione si trasforma in una personale reinterpretazione di un determinato contesto spazio-temporale. In questo modo, il regista dà origine ad una confusione destabilizzante tra finzione scenica e realtà storica.

Un continuo inseguimento dell’altro. Spinti da pulsioni irrazionali, legati alla dimensione intangibile della sfera ideologica, i protagonisti si distaccano dalla quotidianità, dal mondo e dai suoi valori correnti per ottenere la libertà della redenzione. Un rincorrersi inarrestabile dovuto all’incapacità di convivere, ma, al tempo stesso, di separarsi per sempre.

Elegia di una nazione incapace di conciliarsiCold War riesce ad emergere come vivida ricostruzione di un contesto socio-politico che –senza essere riprodotto nei minimi dettagli, restando solamente uno sfondo su cui si muovono le ombre dei personaggi– assume la forma di uno specchio, di una superficie in cui si riflette perfettamente lo scontro di ideale e concreto, dove il primo si riconosce all’interno dell’individuo-simbolo Wiktor Warski e il secondo nella persona di Zuzanna Lichoń, il cui nome trasmuta in senhal, in maschera sotto alla quale si cela l’essenza della Polonia, della patria, definita dal regista stesso un “tema sempre aperto nel mio cinema”.

Lei, studentessa, il concreto. Lui, insegnante, l’ideale.

Chi diventerò?” chiede la giovane all’amante, prima di separarsi da lui. Allegoria di una nazione in ginocchio che, sconvolta dai crimini del dramma bellico di cui era stata vittima e registrata durante l’oppressione del regime comunista, cerca senza sosta la propria identità, la protagonista si presenta come una donna scissa tra il desiderio del voler essere –e, quindi, una Polonia determinata a raggiungere la libertà dall’asfissia rossa, riscattandosi e affermandosi– e l’imposizione del dover essere –e, quindi, una Polonia costretta ad accettare la tortura che le è stata imposta e incapace di trasformarsi, spezzando le proprie catene.

Evocatrice di purezza ed innocenza, moderna Ophelia estrapolata dal quadro dell’inglese John Everett Millais –visivamente richiamato in una scena del film, dove l’attrice polacca viene fotografata mentre canta stralci di melodie antiche con le vesti ringofiate, come se fosse una creatura nata e formata per quell’elemento– e riportata in vita attraverso il medium cinematografico, Zuzanna Lichoń rappresenta il materiale tangibile –ovvero, la Polonia– da plasmare a proprio piacimento, seguendo le impressioni che derivano dal puro concetto: eterno femmineo, la Donna-Nazione si configura come l’unica forza in grado di muovere, sedurre e costringuere l’Uomo-Ideale a ricostruirla da zero.

Comunismo, collettività e folklore. Trovando il proprio terreno fertile e la propria argilla in quelle radici primitive e rurali che il regime sovietico ha sempre cercato di sradicare attraverso un’opera di apparente fortificazione delle stesse, Pawel Pawlikowski traduce in immagini i ricordi di una nazione, impregnando la sua narrazione dell’ethnos della sua Polonia, mondo algido in cui la sofferenza è, al tempo stesso, soffocata e amplificata da una sensazione di artificio, cristallizzazione; mondo straniato in cui tutto appare come costruzione e obbligo, come una naturale e per questo rassegnante obbedienza all’auctoritas.

Al pari della Guerra Fredda, la visione allegorica di Cold War si alimenta del non pronunciato, del non dichiarato, dell’implicito. Non rivela, esplicitando, ma suggerisce, nascondendo la propria essenza, consentendo di porre in relazione la narrazione effettiva con le radici di quella realtà del mondo sensibile che le corrispondono e da cui attinge.

Cold War

Una visione d’insieme. Ovvero, Cold War.

Primi piani sui volti dei personaggi, spettri di una comunità sfinita dalla tragedia post-bellica, sulle cui spalle si posiziona il peso di un’intera nazione. Suonano e cantano melodie passate, ingabbiati in un microcosmo asfissiante che riconosce le proprie fondamenta nelle proibizioni implicite e mai pronunciate, accettate con un tacito assenso.

Documentando e ricostruendo l’ethnos della propria patria con un’intensità descrittiva fuori dal comune –dovuta all’ossessiva volontà del regista di fornire una traduzione fedele di ciò che è stata la Polonia e di ciò che è stato in Polonia–, Pawel Pawlikowski non si posiziona mai troppo vicino, anche nella realizzazione dei primi piani, mantenendo la propria compostezza osservatrice e il proprio sguardo analitico, i quali si declinano esteticamente in uno stile formale ed elegante, in un minimalismo in cui si riscontra la semplicità della bellezza.

La verità di cui il film si fa testimone viene registrata attraverso un severo ma estasiante monocromatismo che, algido e rigoroso, si rivela in grado di trasportare in una dimensione altra, in un’epoca lontana che, per la vividità con cui vengono trasposte le memorie, sembra essere viva e presente. Un’epoca lontana, ma, istantaneamente, vicina. 

Nessuna scelta è stata lasciata al caso. Nemmeno il formato fotografico. Il 4:3 di Cold War–grazie al quale, nel precedente Ida, l’artista polacco ha rapito il pubblico– si trasforma in un’estensione della narrazione, comunicando non solo la rigidità delle coordinate spazio-temporali, ma anche e soprattutto la soffocante repressione dell’Unione Sovietica e della Guerra Fredda: concettualmente, a causa del suo carattere limitante, esso evoca la sensazione di essere imprigionati in una gabbia che si impone sui personaggi, costringendoli ed opprimendoli.

Ispirandosi alla vicenda biografica dei propri genitori, definita dallo stesso regista “un disastro senza fine”, Pawel Pawlikowski concepisce e plasma un’opera in cui ha riversato tutto il proprio essere, tutto se stesso. Con Cold War, l’artista genera un’opera nata dalla rielaborazione di un patrimonio che discende da un’eredità personale, componendo una lettera d’amore alle proprie origini. Origini familiari, patriottiche, culturali.

In uscita nelle sale cinematografiche italiane il 20 dicembre, Cold War lavora su concetti di ampio respiro –quali l’amore, il folklore e la politica– restituiti al pubblico attraverso la creazione di situazioni verosimili che, filtrate attraverso le memorie domestiche di Pawel Pawlikowski, appartengono alla creatività del demiurgo che le ha generate e, quindi, alla finzione narrativa. In tal senso, in Cold War, la finzione cinematografica si trasforma,ancora una volta, in un potente strumento a servizio della realtà alla quale si era precedentemente ispirata. Una realtà di fronte alla quale è impossibile non restare estasiati.

Voto: 4 / 5

Letizia Hushi, da “lascimmiapensa.com”

 

Mette quasi a disagio quella dedica finale, che appare dopo 85 intensissimi, drammatici minuti di Cold War: ai miei genitori. Lo spettatore ha appena assistito all’ultima fiammata di una struggente, disperata, passionale storia d’amore, imprigionata in una rigorosissima veste formale ed ecco una nota, una postilla che potrebbe risultare quasi sentimentale. Non c’è nulla di sentimentale o tenero nel film, che pure ritrae una delle più travolgenti storie d’amore viste al cinema nell’ultimo decennio. Una storia che il regista premio Oscar per Ida ha sublimato distillando 40 anni di burrascosa vita sentimentale dei suoi genitori, spesi a rincorrersi da una parte all’altra della Cortina di Ferro. Viktor e Zula, lui pianista e arrangiatore colto e malinconico, lei giovane ambiziosa dal passato oscuro, nascono dai ricordi di Pawlikowski bambino, in una Varsavia dove l’oppressione governativa arriva tra le mura domestiche e dove suo padre e sua madre sono incapaci di vivere separati ma anche di stare insieme.

Dopo avern lavorato in mezza Europa il regista è rientrato a Varsavia per girare Ida e – come lui stesso sottolinea – con l’età sente crescere il richiamo dei ricordi, del passato e quindi della sua patria. Se Ida era un film intimista e religioso, definito da molti “un film preghiera”, Cold War è una pellicola intima e personale, una fiammata imprigionata in un splendido blocco di cristallo. Girato come di consueto per Pawlikowski in 16 mm e con il formato “accademico” di 1:1:33 (dall’aspetto quasi quadrato), Cold War è ancora una volta un’esperienza visiva sublime e rigorosa.

Tomasz Kot è Viktor
Cold War è la storia di due esuli, incapace di rimanere lontani dalla patria e dall’altro

Col suo bianco e nero altero il film sembra nativo dell’epoca in cui è ambientata la vicenda (1949-1964), scevro di manierismi e riletture contemporanee. Incapace di replicare i colori della sua Polonia oppressa dal comunismo e distrutta dalla Seconda guerra mondiale senza scadere nell’artefatto, il regista polacco ha scelto ancora una volta il bianco e nero, che avvolge i protagonisti nell’esilio parigino e trasmette il rigore quotidiano di una Polonia distrutta dalla guerra e dal Comunismo.

Cold War: la trama

Viktor (Tomasz Kot) è un pianista e arrangiatore la cui formazione, intuiamo qua e là, lo ha portato a vivere in passato nell’Europa dell’Ovest. Nel 1949 però gira la Polonia comunista in cerca di canti agrari e canzoni tipiche, in modo da registrarle e conservarle per un progetto di valorizzazione governativa della cultura locale. Per lui è un lavoro come un altro, la sua passione musicale è il jazz (proibito dal governo), eppure rimane coinvolto nella fondazione di un gruppo musicale folkloristico, il Mazowske. Durante le audizioni tra i contadini locali, incontra Zula (Joanna Kulig), che si finge contadina per sfuggire alla povertà. Irretito dal suo fascino, messo in guardia sul passato carcerario di lei (che avrebbe accoltellato il padre che le aveva usato violenza), Viktor ne rimane perdutamente innamorato.

Comincia così la storia d’amore tra Zula e Viktor: lui la valorizza all’interno del Mazowske, su cui il governo ha già messo gli occhi, trasformandolo ben presto in un formidabile strumento di propaganda comunista. Lei è costretta a fare la spia su di lui e tenta così di proteggerlo, sfruttando l’ascendente che ha sul manager del gruppo, anch’esso invaghito di lei. Quando il Mazowske comincia ad andare in tournée per l’Europa comunista e approda a Berlino Est, Viktor chiede a Zula di fuggire con lui a Ovest. Il Muro ancora non c’è, basta camminare da una parte all’altra di una strada presidiata per arrivare in quel mondo libero e culturalmente stimolante che lui anela.

Joanna Kulig è ZulaHDLucky Red
Joanna Kulig, disperata e volitiva, dà una grande performance in Cold War

Lei però non ha rimostranze contro il comunismo e anzi teme la libertà del blocco occidentale, che percepisce come un pericoloso mezzo per evidenziare la distanza culturale con il suo amato. Comincia così oltre un decennio di inseguimenti e allontanamenti. I due sono incapaci di vivere insieme ma soprattutto di rimanere lontani dalla Polonia. La vita da esuli, pur ricca di successi artistici e musicali, li consuma, li priva della loro identità e li rende deboli. Parigi è lo sfondo romantico della loro unica parentesi felice: lei incide un disco, lui entra negli ambienti culturali più influenti. Eppure lei annega nell’alcol, lui in una debolezza cronica e priva di carattere.

Il richiamo della Polonia oppressa è un lamento silenzioso e irresistibile, ma il prezzo del ritorno è altissimo per entrambi. Lacerati dalla separazione, costretti a scelte autodistruttive pur di conservare la remota possibilità di rivedersi, Zula e Viktor elaborano un’ultima, disperata mossa per stare finalmente insieme, che li riporterà in quella campagna polacca agricola e decadente che ha fatto da sfondo al loro incontro.

Cold War: la recensione

Colpisce e spiazza l’apparente freddezza emotiva, il distacco formale con cui Paweł Pawlikowski racconta una storia così struggente, che in teoria dovrebbe essere oltremodo romantica. Cold War però è più di una “semplice storia d’amore” ed è più di un film autobiografico. L’amore di Zula e Viktor può apparire distante e freddo perché racchiude il carattere dello spirito polacco, l’orgoglio silenzioso e mai sopito del tutto di un popolo passionale che ha passato la quasi totalità del Novecento ad essere oppresso, a resistere a tentativi di assimilazione da parte dei nazisti e dei comunisti.

Joanna Kulig nei panni di Zula
Oppressi nella propria casa o liberi ma esuli? Questa è la drammatica scelta raccontata da Cold War

Difficile districare l’amore per Zula, la passione per Viktor e l’affezione per la Polonia nelle tante scene di Cold War. Chi è l’amante più crudele, Zula che lascia Viktor a consumarsi di sigarette sul confine tra Berlino Est e Ovest o la Polonia che lo richiama irresistibilmente nonostante rincasare possa significare la morte, o peggio? L’amore è amore, dice spazientito Viktor in un passaggio del film: sembra un’affermazione banale, ma nel suo presente di esule che davvero francese non è (nonostante i documenti dichiarino il contrario) e il cui passato polacco non esiste più, ha tutto il peso di una condanna.

La chiave di lettura è tutta in quel silenzio in cui nasce e muore l’amore di Zula e Viktor, nelle occhiate ardenti che i due di scambiano da lontano. Quando si parlano Zula e Viktor si fraintendono, si offendono, si allontanano frapponendo tra loro l’orgoglio e l’insicurezza. Le uniche due confessioni d’amore avvengono nel buio di un appartamento parigino, in cui Viktor confessa all’amante di turno che di aver rivisto “la donna della sua vita” e in un locale affollatissimo, in cui una Zula tanto disperata quanto ubriaca mormora a Viktor “ti amo più della mia stessa vita ma devo vomitare”.

Joanna Kulig e Tomasz Kot in una scena del film
Joanna Kulig e Tomasz Kot hanno un’intesa perfetta in Cold War

Dietro una colonna sonora struggente quanto la storia narrata, dietro la bellezza romantica della Parigi dei localini jazz anni ’50 e di una rigorosa Varsavia (“dicono che sia la Parigi dell’Est”), c’è un silenzio opprimente di cose impossibili da dire ma che rimbombano nella disperazione di due amanti, di una nazione. È in quel silenzio, è in quell’apparente distacco emotivo che Paweł Pawlikowski ci spiega l’impossibilità di Zula e Viktor di stare lontani l’uno dall’altro, lontani da una Polonia che per rigurgiti nazionalisti e tradizionalismo manipolato lancia ben più di un’allusione velata all’attuale situazione politica nazionale.

Cold War è un film che non ha bisogno di dire esplicitamente ciò che veramente importante porta con sé. Certo si rischia di essere distratti dalla bellezza formale della sua regia o forse di avvertire un po’ di pesantezza se non si è avvezzi al cinema autoriale europeo. Nel buio silenzioso della sala, mentre la musica fugge via così come la felicità di Viktor e Zula, Paweł Pawlikowski ci consegna i suoi ricordi più importanti, il suo testamento nazionale e familiare. Nella speranza che non si consumi in silenzio un ritorno a quell’epoca, a quei muri e a quegli amori esuli e disperati.

Elisa Giudici, da “mondofox.it”

 

 

1949: nella ricostruzione post bellica della Polonia, così come in molti stati del blocco sovietico, Wiktor, Irena e Kaczmarek, tre musicisti e ricercatori, stanno raccogliendo testimonianze di musica folclorica (si potrebbe pensare sul modello dell’esperienza di Kodaly Bartók), per creare un collettivo, Mazurek, per la promozione della musica popolare. Ma già, vicino è loro c’è chi si scorna per la scollatura tra popolo Volk: «Questa l’avrebbe cantata nella stessa maniera un ubriacone qualsiasi sotto casa mia» ma, soprattutto emergono, alla faccia dell’internazionalismo socialista, i segnali del nazionalismo «questa è bella, ma in che lingua cantano? – lituano… ah, peccato che non siano dei nostri» o «sì, va bene, ma possono cantare anche i pregi della riforma agraria?». Poco dopo, in una palazzina signorile dispersa nella campagna, le falle nel tetto sfondato si vedono da lontano, il gruppo apre le selezioni per la creazione del coro.

Dei tanti giovani candidati, solo i migliori, i più autentici, saranno selezionati. Tra di loro si intravvede, per la prima volta, il volto di Zula, magnetico anche se segnato dalla guerra e da un passato famigliare turbolento (forse ha ucciso il padre). Non ha un brano, non ha pronto niente, ma le basta un accenno di controcanto sul pezzo che un’altra delle candidate sta provando per rubare la scena a questa, parassitarle la performance: Wiktor è rapito, la collega Irena un po’ meno, ha subodorato qualcosa. «Cantaci qualcosa di tuo». E la giovane rifà, a memoria, un brano che palesemente non appartiene al repertorio popolare, e nemmeno è in polacco: è una canzone tratta da un film russo degli anni ’30. Zula è presa, Irena esce in sostanza di scena. D’altronde, Joanna Kulig, classe 1982, attrice-feticcio di Pawlikowski, già Ida nel film omonimo, incarna uno di quei casi in cui la fotogenia si rivela in tutta la sua potenza (dal vivo è uno scricciolo, sembra una ragazzina), e, soprattutto, quella musica la conosce bene, essendosi diplomata proprio in musica popolare. Ma quel che è evidente, prima e durante questa sua prima apparizione, è che il vero tema di Cold War è il tradimento: il tradimento della tradizione, il tradimento degli ideali, il tradimento dell’ideologia, il tradimento amoroso. Un teorema che si sviluppa nella forma apparente del mélo.

In 80 minuti, Wiktor e Zula si inseguono per 25 anni, avanti e indietro dalla Polonia, a Berlino, a Parigi, da Zagabria ad ancora Parigi e Varsavia poi la musica si farà musica da film e poi jazz – il genere forse più legato al concetto di tradimento –, per poi tornare in Polonia in una chiesa sventrata e abbandonata in mezzo alla campagna, dove si respira odore di umidità e di Tarkovskij, e chiudere con un matrimonio/suicidio, uniti sulla panca come gli innamoratini di Peynet. Alto e popolare convivono in questa immagine, e d’altra parte un senso doppio si può rilevare in tutte le immagini di questo sesto film di Pawlikowski, (che forse smetterà di definirsi “prestato al cinema”), fissate nell’estrema eleganza del bianco e nero qui lattiginoso e là scintillante di Lukasz Zal (che oltre a Ida, ha all’attivo anche il bel Dovlatov di Aleksej German jr, visto alla Berlinale di quest’anno), in un formato 4:3 sfruttato in maniera estremamente consapevole, con la parte alta del quadro che si lascia invadere dai corpi solo a momento debito. Zula mente, praticamente sempre; Wiktor si lascia invadere dalla menzogna.

Voto: 4 / 5

Alessandro Uccelli, da “cineforum.it”

 

Nella Polonia alle soglie degli anni Cinquanta, la giovanissima Zula viene scelta per far parte di una compagnia di danze e canti popolari. Tra lei e Wiktor, il direttore del coro, nasce un grande amore, ma nel ’52, nel corso di un’esibizione nella Berlino orientale, lui sconfina e lei non ha il coraggio di seguirlo. S’incontreranno di nuovo, nella Parigi della scena artistica, diversamente accompagnati , ancora innamorati. Ma stare insieme è impossibile, perché la loro felicità è perennemente ostacolata da una barriera di qualche tipo, politica o psicologica.

Il formato quadrato e la riconferma del bianco e nero, che era già stato di Ida, fanno risplendere la prima parte del racconto di Pawlikowski, ispirato dalla vicenda dei suoi genitori e dedicato alla loro memoria.

Come figure di un’icona, i corpi di Zula e Wiktor, irrigiditi dalla norme di comportamento e dai dettami dell’omologazione ideologica, brillano di luce propria, arroventati dal sentimento amoroso, a contrasto con un fondo scuro, che è quello delle scenografie dei teatri in cui si esibiscono ma anche quello del vuoto di libertà, della chiusura al futuro. Dentro le pareti del formato quattro terzi non c’è spazio per il resto del mondo: il quadro ritaglia l’oggetto d’amore, la bellezza infantile e l’energia destabilizzante di Zula (si dice che abbia ucciso il padre), e tutto il resto finisce fuori, non importa più.

Nella seconda parte la magia si perde. Nella Parigi della felicità obbligata, Zula non riesce ad allinearsi, ha alti e bassi, come una Zelda d’altri tempi e altri luoghi. Non capisce le metafore (non ne ha mai incontrata una prima), né lo spleen che è proprio del jazz e che Wiktor sente invece affine e incarna naturalmente. La sua energia emerge incontrollata, fuori luogo, e per ritrovarsi non le resta che tornare sui suoi passi. Sul loro amore si profila l’ombra dell’auto condanna.

Anche il film di Pawlikowski, però, a questo punto rischia di smarrire la propria singolarità e di camminare, sul piano visivo e narrativo, su un selciato già battuto. Il bianco e nero della soffitta bohémien sui tetti appartiene ad un altro genere di romanticismo iconografico, patinato e seriale. Ma è una tappa del percorso, non il suo approdo.
Nonostante il senso di predestinazione irreggimenti il film dentro una partitura più lirica che jazz, un romanzo per immagini, Pawlikowski conferma lo sguardo acuto sulla psicologia femminile e la capacità di associare i movimenti del suo cinema all’inquietudine dei protagonisti.

Voto: 3 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

Bianco e nero. Quattro terzi, il formato quasi quadrato. Due caratteristiche che il regista Pawel Pawlikowski aveva già utilizzato per Ida (Premio Oscar come miglior film straniero nel 2015) e che nel suo ultimo film Cold War ritornano. Una scelta registica che alla fine si rivela quasi necessaria.

Perché il bianco e nero conferisce alla storia un senso di antico e ineluttabile, e il quattro terzi imprigiona sullo schermo i due protagonisti e non lascia spazio ad altro se non alla loro impossibile storia d’amore. 

Wiktor (Tomasz Kot) è un musicista intellettuale e cupo in certa di libertà. Zula (Joanna Kulig) una giovane cantante dal passato misterioso. I due si conosceranno e innamoreranno al primo sguardo nella Polonia comunista degli anni ’50 e non si lasceranno più. O meglio, si lasceranno di continuo, e la politica è la grande motivazione dietro a cui si nasconderanno, ma i veri ostacoli sono interiori e psicologici. Destinati a incontrarsi ogni volta a distanza di anni, ogni volta con più dolore accumulato, ogni volta con il respiro della fine sul collo, i due vivranno una storia rara e preziosa, di quelle che possono solo distruggerti.

una scena del film del film Cold War - Photo: courtesy of Lucky Red

Il contesto storico è ingombrante, Wiktor e Zula sono esuli in cerca di una patria, sono artisti in cerca di una libertà libera dai compromessi, ma quella che Pawlikowski vuole raccontarci è una storia universale, che non sarebbe tanto dissimile da questa in un’altra epoca e in un altro luogo.

La storia è la massima espressione del romanticismo eppure niente nel film è romantico, se non la dedica che compare prima dei titoli di coda: “Ai miei genitori”. Una scritta che gela il sangue, perché rende tutto ancora più intimo e personale e fa dedurre che questa sia una storia le cui ombre il regista le ha in qualche modo vissute, affabulandole, immaginandoci sopra cose, ma partendo da qualcosa di molto reale.

E il risultato è un film che pur nella sua cupezza risplende, un film maestoso che rimane negli occhi per tanto tempo.
i protagonisti del film del film Cold War - Photo: courtesy of Lucky Red

Impossibile non ripensare agli sguardi che i due protagonisti si scambiano (la recitazione dei due attori è magnetica e in stato di grazia), unica cosa che hanno da scambiarsi perché quando si parlano non fanno altri che ferirsi. Il contesto storico li ha resi deboli, li ha resi insicuri, spaventati. Ci si può davvero amare in un momento storico del genere? Sembra chiedersi il film. Ma esiste un momento storico in cui ci si possa amare davvero, quando si è due poli opposti? Questa storia non avrebbe avuto esiti migliori se ambientata a Milano nel 2018. Anche senza il divieto di spostarsi, e i documenti validi, e la propaganda di regime. Quando due vogliono stare insieme ma sono destinati a farsi soffrire non c’è contesto che tenga. Ed è qui la forza del film. La sua universalità, che lo rende un possibile classico senza tempo.

Cold War è un film che non ha bisogno di spiegare niente, perché racconta cose che non si possono spiegare.

La struttura rispecchia l’interrotto e lacunoso rapporto fra i due amanti: in un arco temporale di 15 anni le ellissi e i salti temporali sono tanti. Dalla Polonia degli anni ’50, Pawlikowski ci porta a Berlino Est, in Yogoslavia, nella Parigi più romantica dei locali con sottofondo la musica Jazz. E poi, come in ogni cerchio che si rispetti, di nuovo in una Polonia dove tutto sembra in rovina, i luoghi e le anime di chi li abita. Struggente vedere il tempo che scorre sui volti dei due amanti, sul loro modo di stare vicini, sul loro modo di stare al mondo.

Tomasz Kot in una scena del film del film Cold War - Photo: courtesy of Lucky Red

Come con le diapositive, il regista salta da un luogo e da un’epoca all’altra, senza soffermarsi a raccontare cosa accade in mezzo. Il rapporto causa effetto nel film – proprio come nella storia d’amore – non esiste. Il film, come il legame che unisce i due amanti, procede per salti, spazi vuoti, buchi neri, momenti di stasi e incontri imprevisti. Tutto è casuale, come i destini dei due protagonisti. Ma tutto è anche predestinato, e la scena finale lo dimostra.

Stare vicini è impossibile tanto quanto stare lontani.  Tutte le scelte più sbagliate sono dettate dalla remota possibilità di rivedersi. Si è disposti a tutto. Ma quando poi ci si rivede tutta la sofferenza delle separazioni passate torna a danneggiare anche i rari momenti di condivisione.

Forse uno dei momenti più difficili da reggere è quando Wiktor dopo una serata passata con Zula torna a casa dalla attuale compagna. Quando lei gli chiede dove sia stato, lui risponde, con una naturalezza disarmante: “Ero con la donna della mia vita”, come se quella fosse l’unica cosa da fare al mondo, la cosa più normale e giustificabile. Ed è straziante perché un amore del genere non lascia spazio ad altro. E tutti quelli che lo vivono da testimoni esterni lo sanno. E cosa dovrebbero ribattere?

Un film davvero da non lasciarsi sfuggire, struggente ma catartico. Per sicurezza andate a vederlo in cui giorno in cui siete molto felici.

Margherita Giusti Hazon, da “masedomani.com”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog