Una scomoda verità 2

 

Undici anni dopo Una scomoda verità Al Gore torna ad affrontare sullo schermo un argomento che in questi anni non ha mai smesso di approfondire: il surriscaldamento del globo terrestre, le sue cause, i suoi effetti e le alternative praticabili. Il documentario lo segue nelle sue conferenze e nei suoi incontri a tutti i livelli supportando le sue riflessioni con immagini molto significative.
Donald Trump ha proposto di togliergli il Nobel per la Pace assegnatogli dall’Accademia svedese perché le sue sono solo esternazioni prive di basi scientifiche.

Il documentario inizia con questi ed altri attacchi a quanto l’ex vice presidente degli Stati Uniti continua senza sosta a sostenere, supportando i suoi interventi con dati che solo chi si è prefissato come obiettivo quello di negare l’evidenza può ritenere falsi o privi di importanza.

Quando nel documentario del 2006 affermò che alcuni scienziati prevedevano un consistente allagamento nell’area in cui sarebbe sorto il memoriale di Ground Zero, venne accusato di voler forzare la mano prendendo come oggetto un luogo consacrato alla memoria collettiva. Le immagini ci mostrano che quanto previsto è puntualmente accaduto. Così come ci propongono immagini delle catastrofi ambientali che si sono susseguite nel decennio trascorso e che vanno da quanto accaduto nelle Filippine a episodi singoli ma significativi come il picco di 51 gradi della scala Celsius in India con il conseguente liquefarsi del manto stradale.

Gore però non è un Don Chisciotte impegnato a combattere contro i mulini a vento. È ben consapevole delle cause che ostacolano una soluzione che sarebbe razionale e il documentario ce ne offre la prova in un incontro con ministri del governo indiano. Uno di loro risponde seccamente alle sue argomentazioni affermando che gli Stati Uniti hanno conseguito il livello di welfare attuale grazie a 140 anni di utilizzo di carbone e petrolio. Quando un periodo analogo sarà trascorso anche per l’India il suo governo potrà pensare a fonti di energia alternative. La macchina da presa inquadra un Gore che non replica… e non era ancora arrivato Donald Trump con il suo “Energy Independence”.

Voto: 3,5 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

 

Nonostante l’Oscar per il miglior documentario al film di Davis Guggenheim Una scomoda verità e il Nobel per la pace, e nonostante l’aria da brava persona e quell’accento cantilenante del Tennessee che quasi confonde i suoi discorsi con i sermoni di un predicatore del Sud, Al Gore continua a essere paragonato addirittura a una specie di Joseph Goebbels dai negazionisti del cambiamento climatico, che individuano nella sua rivoluzione a suon di diapositive e giusti allarmismi un machiavellico tentativo di boicottare lo sviluppo industriale globale. Ebbene, all’indomani di un 2016 in cui è stato raggiunto il picco storico negli investimenti mondiali in energie rinnovabili e a seguito di devastanti catastrofi naturali come l’uragano Sandy e il tifone Haiyan, questi signori farebbero bene a battere in ritirata, perché la Rivoluzione della Sostenibilità è stata ormai attuata e il grande sconfitto delle Presidenziali del 2000 ha perso la sua aura shakespeariana da eroe dolente per diventare uno dei più grandi “motivatori” del secolo, una guida che ha istruito una schiera di seguaci pronti a formare nuovi valori e a promuovere innovazioni nella ricerca scientifica.

E’ questo che ci dice, con aria di malcelato eppure garbato trionfo, Una scomoda verità 2, che è più sfilacciato e disorganico del suo predecessore, ma che, nella sua imperfezione, appare meno didattico e in un certo modo più intimo, più vero e più immediato. Con il cambio di regia – adesso al timone ci sono Bonni Cohen e Jon Shenk – nel nuovo documentario sulle devastanti conseguenze dell’effetto serra – cambiano l’approccio alla materia narrata e il modo di guardare al narratore. La macchina da presa “prende coraggio” e si avvicina a Gore, e, come nel miglior cinema-verità, lo pedina mentre osserva un ghiacciaio della Groenlandia che si sta sciogliendo o mentre telefona e scrive al computer sul sedile posteriore di un’automobile. Il “mezzo”, insomma, svela se stesso, accenna al fuori-campo, e accoglie l’imprevisto e l’apparentemente non necessario, mostrando per esempio Al Gore che strizza un paio di calzini fradici in una Miami fiaccata dagli allagamenti o che prende la metropolitana come fosse un uomo qualunque, una persona normale che con l’età ha messo su qualche chilo.

Non che un simile avvicinamento all’addestratore di climate leaders renda meno solenne la sua missione, però sembra che ai registi stia particolarmente a cuore sottolineare il grande senso pratico di un uomo che loro stessi amano definire post-politico, mettendoci in condizione di domandarci non tanto se sia possibile cambiare, visto che molto è stato fatto, ma in che modo accelerare la guarigione del pianeta Terra. Un contributo fondamentale arriva dallo stesso Al, che con un colpo da maestro si rivela una figura chiave negli accordi di Parigi del 2015. Già, proprio lui che all’inizio del film ci viene presentato come un combattente che ha dovuto incassare colpi su colpi  – e che è andato fino in India per sentirsi dire dal ministro Piyush Goyal: “Energia solare? La useremo fra 150 anni” – è riuscito a garantire al paese delle violente inondazioni di Chennai il più grande prestito mai concesso a una nazione in via di sviluppo per la costruzione di un’infrastruttura a energia solare. C’è di che essere soddisfatti dunque, e per questo Una scomoda verità 2 può prendersi qualche pausa poetica e permettersi di lasciarsi andare a squarci di umorismo, come durante una visita al super-repubblicano Dale Ross, sindaco di quella Georgetown che è la prima città in Texas ad aver utilizzato energia elettrica da fonti rinnovabili al 100%.

E tuttavia, l’ottimismo del film non nasconde mai una certa urgenza, una necessità di elencare nuove minacce che suonano come un “te l’avevo detto”, dalla perdita della biodiversità alla sempre maggiore diffusione del virus Zika. E allora è facile intravedere pericoli, a cominciare dall’atteggiamento di scetticismo dell’amministrazione Trump. Ecco questa è una storia di cui vorremmo sapere di più, e invece vediamo Gore entrare nella Trump Tower senza seguirlo all’interno, mentre fa i conti con un altro genere di clima. Va detto che, quando l’attuale Presidente si è insediato, il documentario veniva presentato al Sundance ed era quindi finito, e allora non resta che sperare in un terzo capitolo, magari intitolato “Trump versus Global Warming”.

Proprio alla luce di questa probabile nuova “scomoda verità”, il film ci lascia un po’ con l’amaro in bocca e la bellissima frase: “Per risolvere la crisi climatica bisogna prima risolvere la crisi della democrazia” fa passare un messaggio non esattamente di speranza. La via potrebbe quindi essere insidiosa, anzi vischiosa, come l’asfalto liquefatto di quella strada sciolta dal sole che poi è l’immagine più potente che ci regala il doc.

Voto: 3 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Diretto da Bonni Cohen e Jon Shenk, a distanza di dieci anni dal primo, arriva nelle sale, come evento speciale e solo per due giorni (31 ottobre e 1 novembre 2017), Una scomoda verità 2, seguito del provocatorio lavoro che vede protagonista ancora una volta l’ex Vice Presidente USA Al Gore impegnato sul fronte del cambiamento climatico e delle gravi conseguenze che ne derivano.

Al Gore viene filmato non solo sui palchi attraverso i quali conquista proseliti e diffonde il suo importante messaggio, ma anche tra le mura domestiche, nel suo ufficio, nell’abitacolo dell’auto a bordo della quale si sposta per dirigersi verso meeting internazionali mirati alla salvaguardia del clima. Molte cose sono cambiate nel corso di dieci lunghi anni e il film in questione presenta un Gore inarrestabile nella sua lotta e che continua a girare il mondo nel nome delle generazioni prossime, quelle appartenenti a quel “futuro” a cui tanto l’ex Vice Presidente USA tiene.

Il film alterna momenti d’incontro tra Gore e alte cariche politiche mondiali, ma anche della scienza o semplici cittadini a immagini catastrofiche e che consentono allo spettatore di rivivere tristi momenti che spaziano dalle devastanti rimembranze delle onde anomale o dei tornado killer all’odio e al sangue sparso dal fenomeno Isis.

Il costante aumento delle temperature, lo scioglimento dei ghiacciai, il ritiro sempre più rapido del ghiaccio nell’Artico, il superamento della soglia di riferimento dei livelli di anidride carbonica, l’aumento del costo economico del cambiamento climatico e molti altri scottanti temi vengono affrontati in questo film che non elude una ferma presa di posizione politica, data anche la rilevanza del protagonista, accentuando la preoccupazione globale in materia dopo l’elezione a Presidente USA di Donald Trump.

Un film duro, che alterna alla drammaticità pochi momenti di leggerezza e positività. Ma nelle parole di Al Gore “a volte, l’ottimismo è stato in certa misura un atto di volontà. Ma stiamo cambiando, stiamo cambiando”. E l’augurio, in un momento così instabile per la salvaguardia climatica (nonostante i tanti progressi), non può che essere condiviso. Da vedere.

Voto: 3 / 5
Nico Parente, da “cinematografo.it”
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