Un affare di famiglia

 

 

In un umile appartamento vive una piccola comunità di persone, che sembra unita da legami di parentela. Così non è, nonostante la presenza di una “nonna” e di una coppia, formata dall’operaio edile Osamu e da Nobuyo, dipendente di una lavanderia. Quando Osamu trova per strada una bambina che sembra abbandonata dai genitori, decide di accoglierla in casa.

La famiglia, per definizione, non si sceglie. O forse la vera famiglia è proprio quella che si ha la rara facoltà di scegliere. Libero arbitrio parentale: un tema niente affatto nuovo nel cinema di Kore-eda Hirokazu, dallo scambio di figli di Father and Son alla sorellanza estesa di Little Sister.

Ma Un affare di famiglia percorre solo in apparenza binari antichi, nascondendo una differente declinazione della materia, che guarda al sociale come l’autore non faceva dai tempi di Nessuno lo sa. In un’opera brutalmente separata in due atti, che lavora molto sul dialogo con lo spettatore. Il primo segmento sembra esaudire appieno le aspettative di quest’ultimo, introducendolo a un gruppo di ladruncoli che, per interesse prima e per affetto poi, si ritrova a festeggiare un colpo, simulando di avere dei rapporti effettivi di parentela. Tutto sembra procedere nella direzione più attesa, sino alla svolta narrativa che riapre il vaso di Pandora e rimette tutto in discussione. “Buoni”, “cattivi”, giusto e sbagliato, diventano concetti ribaltati sullo spettatore e sui suoi dubbi, con una padronanza della narrazione – già intravista nel “rashomoniano” The Third Murder – che guarda al relativismo di Kurosawa Akira, ancor più che al consueto termine di paragone di Ozu.

Kore-eda è ormai talmente padrone della propria poetica, elaborata attraverso una lunga e pregevole filmografia, da poterne disporre a piacimento, rivoltandola come un guanto per offrire nuovi punti di vista, nuove ricerche di verità.

Il conflitto tra legge morale e legge sociale trasforma i toni quasi da commedia della rappresentazione della famiglia fittizia in un dramma colorato di nero, che colpisce come una sferzata, dopo aver aperto il cuore al sentimento. Lo scontro tra legge e natura raggiunge il suo apice nell’epilogo di Un affare di famiglia, dimostrando l’invincibilità della prima – che ostruisce la costruzione di un modello alternativo – ma ribadendo con forza le ragioni della seconda.

Voto: 4,5 / 5

Emanuele Sacchi, da “mymovies.it”

 

 

Cos’è una famiglia? Chi sono i veri genitori, quelli che procreano o quelli che i figli li allevano e li proteggono dal mondo là fuori? E quanto contano i legami di sangue e quelli acquisiti? Questioni cruciali, già affrontate dal giapponese Kore-eda in Father and Son. E qui rimesse in scena in un film casto e pulito, dallo sguardo trasparante, dalla forma narrativa quasi geometrica. Il suo film assoluto, la summa di tutti i suoi precedenti. Giustamente premiato a Cannes 2018.
Ripubblico con qualche adeguamento la recensione scritta al festival di Cannes:
Dopo la molto interessante deviazione al festival di Venezia 2017 verso il legal thiller e il procedural con The Third Murder, Kore-eda torna con questo film – Shoplifters il titolo internazionale, Un affare di famiglia quello italiano – alle cronache di famiglie sconnesse e sghembe (mai dire disfunzionali, una di quelle parolacce che andrebbero abolite per legge) che sono il suo marchio di riconoscimento. E però non tiriamo fuori per favore il cliché eternamente ripetuto nei troppo veloci resoconti dai festival di Kore-eda erede legittimo di Ozu, perché certi paragoni possono nuocere gravemente e le analogie – la predilezione di entrambi per i ritratti del Giappone in uno o più interni – sono fragili e tutte esteriori. Cronache e lessici familiari, allora. Anzi, questa è la summa di tutti i precedenti Kore-eda, come il film definitivo e assoluto sui suoi temi prediletti. E che Giappone diverso quello che vediamo stavolta, non certo quello cerimoniale, sublimato in forme austere e perfette chiamato da Roland Barthes L’impero dei segni, non il Giappone dell’eleganza diffusa come un dato antropologico comune e collettivo, e invece un paese che di quello sembra l’ombra, il sottosuolo, la parte disordinata e informe. Case che son miserabili, caotiche, cadenti, con brutti arredi di pessimo gusto, collocate in poveri e lerci suburbi metropolitani, abitate da un lumpenproletariat che esiste e persiste anche in uno dei paesi più affluenti e a più alto controllo sociale del mondo. È in uno squallido ma a modo suo accogliente tugurio, pochi metri quadri, che abitano affastellati gli Shibata, padre, madre, nonna, una figlia adolescente, un bambino, e una bambina della casa accanto vessata dalla madre e picchiata dal padre accolta dal clan come propria. Che gli Shibata non siano la media famiglia nipponica lo si vede subito, con i due maschi – l’adulto e il bambino – impegnati a rubare, complici, in supermercati e negozi con sperimentate tecniche (da qui il titolo inglese Shoplifters). Ma sono tutti i membri del clan a essere quotidianamente impegnati in una lotta per la sopravvivenza tra legalità e molte illegalità. Come la figlia maggiore, studentessa e prostituta a metà in un peep show. Perfino la nonna, la matriarca, arrotonda la sua pensione, cui peraltro tutti gli altri attingono, con altre entrate non propriamente nobili. Eppure gli Shibata una loro piccola felicità insieme l’hanno costruita e raggiunta, come quelle famiglie anche italiane perseguitate dall’assistentato sociale che le vorrebbe raddrizzare e però in miracoloso equilibrio tra devianza e coesione affettiva interna. Poi Kore-eda, con una svolta che ribalta il film e rivela – lo avevamo intuito ma non osavamo credere- su quali lehgami lo strano clan Shibata si basi (e non si può dire di più). Eppure, come disse una volta a proposito di altre questioni l’attuale pontefice (santificato da Wim Wenders nel suo Un uomo di parola presentato sempre a Cannes pochi giorni prima del film di Kore-eda), chi siamo noi per giudicare? Per giudicare, intendo, una famiglia che cresce sì come ladri i suoi virgulti però garantendo loro una protezione dagli orrori del mondo là fuori? Si resta avvinti a questo mirabile racconto che, con precisione geometrica e massima sobrietà e pulizia di stile, pone l’eterna ma sempre cruciale questione: chi sono i veri genitori? E quanto contano i legami di sangue? Quanto si può eluderli? Kore-eda aveva già affrontato la questione in Like Father, Like Son lanciato qualche anno fa sempre a Cannes, ricevendo anche un premio dalla giuria presieduta da Steven Spielberg: neonati scambiati nella culla e allevati nelle famiglie sbagliate. Ma davvero sbagliate? Come allora, anche adesso il regista non offre risposte, pone solo domande. E le ultime scene, così pudicamente strazianti e nipponicamente misurate, non fanno che porci altre domande e altre ancora. Un film semplice e terso, che è puro Kore-eda e ne conferma la statura di maestro. Sacrosanta Palma d’oro.

Voto: 8,5 / 10

Luigi Locatelli, da “nuovocinemalocatelli.com”

 

 

Il nuovo film di Hirokazu Kore-Eda è come un fiore.
Del fiore ha la bellezza mai banale e del tutto naturale, e la delicatezza. Del fiore ha la capacità di nascere, e di portare questa sua bellezza, anche nei luoghi più grigi. Del fiore, più di ogni altra cosa, ha la capacità di dischiudersi lentamente, di trasformarsi, rivelandosi in tutta la sua complessità, in tutte le sue parti, che non sono solo quelle più evidenti.
Quello che vediamo all’inizio di Shoplifters, infatti, quello che siamo portati a credere per via dell’abitudine e di quei concetti della morale comune che Kore-Eda mette dolcemente in discussione, non è quello che sembra. E il film, e i suoi personaggi, e i loro rapporti, si disveleranno in maniera lenta ma inesorabile davanti ai nostri occhi, assumendo forme diverse, e appunto più complesse, come complesse diventano le questioni tirate in ballo dal regista.
Si tratta però di una complessità paradossalmente semplice, naturale, quasi spontanea. Come quella di un fiore, appunto.

Continua a parlare delle stesse questioni di cui parla sempre, Kore-Eda: di legami, di rapporti, di famiglia intesa in senso ampio e perfino un po’ rivoluzionario, come già in Father and Son. Ma lo fa in maniera sempre nuova, e mai banale, variando contesti e sfumature che regalano atmosfere diverse e cangianti, mantenendo una grazia che non è mai ricamo lezioso, ma essenzialità elegante, e pacificante anche (e soprattutto) di fronte a quello che spiazza di più.
Conosciamo dei personaggi, all’inizio di Shoplifters, che sembrano comporre un normale nucleo familiare allargato, ma che ci verranno rivelati come qualcosa di uguale e diverso (anche loro) rispetto a quell’immagine iniziale. Vediamo compiere dei gesti umani e compassionevoli che sono però dissonanti rispetto alla morale comune. Vediamo persone che vivono di espedienti, e di illegalità, seppur piccole, che accolgono nel loro piccolo e caotico nido una bambina maltrattata dai veri genitori, di fatto macchiandosi del reato orribile del rapimento, ma in una maniera per cui non si riesce a imputargli alcuna colpa.

Ostinato nel cercare la luce e il buono anche dove tutto, in teoria dovrebbe essere oscuro, e malvagio, il giapponese racconta con ovattata morbidezza sì, certo, l’indigenza che spinge verso il crimine; sì, certo, come non sia il sangue quello che lega e regala legame e diritti, ma l’amore; ma anche e soprattutto un agire che appare eticamente giusto anche quando legalmente, e magari moralmente, sbagliato.
Shoplifters non fa scaturire incendi, o disastri, da questo cortocircuito. Lo porta solo alle sue estreme conseguenze con calma e naturalezza, dando modo ai suoi personaggi, e a chi li guarda, l’occasione per riallineare le proprie convinzioni, la propria etica con la propria morale, per fare i conti con quello che si è realmente oltre e sotto le illusioni e le maschere. Rasserenando, invece di turbare.
Perché, dice Kore-Eda, è solo quando illusioni e maschere cadono, che si può essere davvero – anche solo dentro si sé – quel che si fingeva, o si desiderava:  un padre, una madre, un figlio, una famiglia. La famiglia che chi non ha, o ha perso, perché ne ha una sbagliata per il cuore ma giusta per la legge, può solo rimpiangere e sognare.

Voto: 4 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

“Un affare di famiglia”, che regala a Kore-eda il suo primo, meritato riconoscimento importante, e al cinema giapponese una nuova Palma d’Oro dopo due decenni, è un film che cambia pelle e ritmo nell’ultimo quarto, dopo aver raccontato la quotidianità di quella che appare, per circa un’ora e mezza, una sorta di famiglia allargata, dai legami non proprio chiari, ma all’apparenza comunque di natura familiare. E che sono, prima di tutto, legami di natura solidale. Sin dalla prima sequenza siamo avvertiti che le relazioni non sono esclusive, sono aperte al mondo esterno, tese all’accoglienza: proprio all’inizio assistiamo infatti all’ “adozione” (di fatto) di una bambina, da parte di un uomo e di un bambino che sembra suo figlio, di ritorno da uno dei furtarelli in un supermercato che scopriremo essere la loro principale fonte di sostentamento. Un'”adozione” che avviene in tutta evidenza per ragioni a cui è estranea ogni logica di sfruttamento, per puro soccorso caritatevole. E difatti, pur trattandosi di una “bocca in più da sfamare”, come viene incidentalmente osservato, la piccola viene accolta da tutti con affetto, in un quadro di solidarietà che sembrerebbe riflettere la capacità, da parte di chi è disagiato, di saper meglio leggere nell’animo del prossimo. E’ proprio questo che suggerisce una delle scene più delicate del film, quella della chatroom in cui la ragazza che lavora in un peepshow incontra di persona un suo cliente: Kore Eda parla di solidarietà fra solitudini, e con brevi digressioni che ritraggono altre solitudini, apre il film ad altri contesti, personaggi, realtà esterne al microcosmo familiare.

Il film è uno squarcio – l’ennesimo nella filmografia di Kore-eda – su un Giappone marginale, in cui le tensioni sociali sono messe a fuoco dal basso. Quello del divario socio-economico è un tema che il regista nipponico ama incrociare alla sua tematica prediletta, quella dei rapporti fra generazioni diverse. “Un affare di famiglia” condivide il tema della genitorialità in particolare con “Father and Son“: si concentra esplicitamente sul confronto fra l’affetto tra figli e genitori “d’elezione”, da un lato, e l’affetto (mancato, o carente) da parte dei genitori di sangue (più benestanti) per i propri figli. Come abituale nel cinema di Kore-eda, il tema non manca di essere affrontato nei dialoghi, con attenzione quasi didascalica.

Come quello di Ozu, anche quello di Kore-eda è un cinema soprattutto di interni. E fate caso a un aspetto, in particolare: gli interni dei film di Kore-eda, quanto meno sono abbienti le famiglie che ci vivono, tanto più sono stipati, congestionati, ricolmi di oggetti di varia natura, accumulati senza gusto. Opprimenti. Eppure, questo disagio nell’accumulo degli oggetti non è semplicemente indice di status economico, in quanto – a ben pensarci – l’assenza di “bello” che esprimono gli interni non fa che riflettere l’assenza di senso estetico che pervade la cementificazione urbana che deturpa il Giappone, e che colpisce tutti, non solo determinati gruppi sociali. Nel guardare un film di Kore-eda si assiste a una società a quanto pare dimentica dell’importanza della grazia estetica – circostanza particolarmente significativa, dal momento che si tratta della civiltà nipponica, in cui tradizionalmente ogni dettaglio formale riveste o dovrebbe rivestire un valore sostanziale. Delle bellezze paesaggistiche del Giappone ci vengono offerti solo pochi sprazzi: qua e là un campo verdeggiante, magari attraversato da uno di quei treni corti, a due o tre vagoni, a Kore-eda cari quanto a Ozu.

Torniamo alla nostra “famiglia”. E’ una famiglia di “taccheggiatori”: così va tradotto il titolo internazionale “Shoplifters”, che espunge l’altro termine presente nel titolo giapponese, il quale per esteso dovrebbe suonare “famiglia di taccheggiatori” (edulcorato nel titolo scelto dai distributori italiani). Sono, in effetti, dei ladri. Vivono di espedienti, ai margini o fuori dalla legalità. Dei fuorilegge, dunque. Non solo per il modo in cui si procurano il cibo (a proposito: si mangia spesso e di gusto). Anche dal punto di vista sociale, questa “famiglia” si colloca in condizioni di consapevole clandestinità rispetto al consesso civile. Così come il regista indica chiaramente i limiti morali del microcosmo che descrive (a più riprese ad esempio pone l’accento sull’equivocità di educare dei bambini al furto), non disdegna neppure tocchi di ironia, nel tratteggiare gli stessi limiti morali: come quando si sofferma sul disappunto della “nonna” che, contati dei soldi che le son stati elargiti, manifesta disappunto trattandosi di una cifra per lei troppo bassa.

Nella sezione finale del film, si intravede l’influenza dei toni noir del precedente film di Kore-eda, quel “The Third Murder” che avevamo molto apprezzato meno di un anno fa, in concorso nel 2017 alla mostra del cinema di Venezia. Il rapporto fra le due pellicole si fa esplicito nel momento in cui assistiamo a un dialogo attraverso un vetro nel parlatorio di un carcere, esattamente come avveniva in molte scene del film precedente. Tutta l’ultima parte di “Un affare di famiglia” è una resa dei conti, un disvelamento, prima per lo spettatore, poi per i personaggi stessi. Numerosi gli interrogatori: primi piani frontali, fissi, inquisitori – a volte, sottolineati da lenti, quasi impercettibili movimenti di macchina a stringere sui volti. E’ nel finale che vengono a galla i dilemmi morali su cui il film è costruito. A prima vista si sarebbe portati a credere che Kore-eda stia mettendo in scena il conflitto fra il senso comune e la Legge, che appare ingiusta in quanto incapace di riconoscere e apprezzare l’eccezione. In realtà, siamo in territori distanti da Ken Loach, più vicini semmai ai Dardenne, o ancor più forse a Kieslowski. Per molti versi, infatti, non possiamo che riconoscere le ragioni delle pubbliche autorità, dei servizi sociali – così come sin dall’inizio Kore-eda ci ha indicato chiaramente i limiti etici di fondo su cui si reggeva il suo consesso umano. Ma la cifra stilistica di Kore-eda, intrinsecamente giapponese e poco propensa a lasciarsi accostare ad autori occidentali, sta nell’armonia pervasiva, nella capacità di evitare qualsiasi retorica drammatica. E’ su questo crinale che il regista si gioca le carte migliori e ci presenta il fulcro del dramma, mettendoci faccia a faccia con l’irresolubilità dei dilemmi che ha sin qui rappresentato.

Ci guida così per mano verso la sequenza conclusiva, forse una delle più struggenti del suo cinema. Protagonisti assoluti rimangono i bambini, che come in altri film (si pensi a “I wish“, a “Nessuno lo sa” e naturalmente a “Father and Son”) diventano chiave di lettura privilegiata dell’opera. Un “padre” corre appresso al bus che sta portando via un bambino che non è suo figlio, ma il bambino, senza poter più essere ascoltato, si volta indietro e mormora “papà…”. E la bambina dell’inizio, tornata sola, viene inquadrata all’interno di quello stesso balcone dove l’avevamo vista, la prima volta, dall’esterno. Nel più completo silenzio. Dalle grate di quel balcone che sembra farle da prigione, lei guarda fuori, ma, come nel caso del “fratello”, nessuno raccoglie il suo sguardo malinconico.

Voto: 8 / 10

Stefano Santoli, da “ondacinema.it”

 

 

In un umile appartamento della periferia di Tokyo vive una piccola comunità di persone, che si sostiene con espedienti, furti e lavoretti malpagati. Sembra unita da legami di parentela, ma in realtà ha solo scelto, per amore, di essere una famiglia. Quando si imbatte in una bambina che sembra abbandonata dai genitori decide di accoglierla in casa e di prendersene cura. 

Cosa vuol dire essere una famiglia? Avere dei legami di sangue o vivere una quotidianità fatta di amore e premure? Si può essere padri o madri solo dando alla luce un figlio o anche prendendosi cura di quello di altri come se fosse il proprio?

A tutti questi interrogativi cerca di dare una risposta Hirokazu Kore-eda, che per Un affare di famiglia (Shoplifters), conquista meritatamente la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2018.

La famiglia di Shoplifters non si è formata per legami di sangue, ma casualmente, di nascosto dal mondo e al di fuori delle regole e della morale dominante. Con il tocco sottile che lo contraddistingue, Kore-eda introduce i suoi protagonisti poco per volta, guidandoci nello svelamento delle dinamiche familiari che convivono armonicamente in quella catapecchia della periferia di Tokyo.

I concetti di madre, padre, nonna, fratello, sorella assumono così un significato affettivo anziché letterale, delineando una famiglia che è tale grazie ai sentimenti e che fa delle sventure dei propri componenti la propria intrinseca forza.

Sin da Father and Son, il cinema di Kore-eda si è interrogato sul significato del legame affettivo, sul valore sociale e di quello intimo della famiglia. Un affare di famiglia prosegue questo percorso, raccontando un’umanità abbandonata che ha scelto di crearsi come famiglia. Nonostante le molte azioni deplorevoli di cui si macchiano, Kore-Eda non riesce a non guardare con amore i suoi protagonisti: per loro non si prova mai un briciolo di disprezzo, piuttosto si aderisce totalmente al loro punto di vista, comprendendone le azioni e provando i loro stessi sentimenti.

Un affare di famiglia insegna infatti che le regole del cuore non sono le stesse che segue la legge e che la società sa essere spietata e crudele nel suo non accettare la diversità. Mai Kore-eda si era mostrato così disperato e lucido, basti vedere la sequenza finale, con lo sguardo immerso nel vuoto della piccola Rin, abbandonata di nuovo a se stessa e privata di coloro che l’hanno veramente amata.

Dopo la parentesi di genere con The third murderKore-eda torna quindi ai suoi temi cardine e lo fa emozionando con la solita grazia, alternando poesia ed amarezza e toccando nel profondo: si conferma, così, degno seguace dell’arte poetica di Ozu.

L’occhio della camera è sempre minimale, la quotidianità è osservata in tutta la sua pacata complessità, i toni sono mirabilmente misurati e il messaggio, pur senza alcuna sottolineatura (melo)drammatica, risuona più che mai potente. Un capolavoro.

Alberto Leali, da “zerkalospettacolo.com”

 

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