Troppa grazia

 

Lucia è una geometra specializzata in rilevamenti catastali, nota per la pignoleria con cui insiste nel “fare le cose per bene”. La sua vita, però, è tutto fuorché precisa: a 18 anni ha avuto una figlia, Rosa, da un amore passeggero; ha appena chiuso una relazione pluriennale con Arturo; il suo lavoro precario non basta ad arrivare a fine mese. Approfittando della sua vulnerabilità economica, Paolo, il sindaco del paese, le affida il compito di effettuare un rilevamento su un terreno dove un imprenditore vuole costruire un impero immobiliare. Ma su quel terreno incombe un problema che Lucia individua immediatamente, anche se non ne vede con chiarezza i contorni. Paolo invece le chiede di “chiudere un occhio”.

A Lucia appare la Madonna: una figura femminile straniera e assai decisa che le ordina di far costruire una chiesa proprio su quel terreno comunale.

Troppa grazia è un film stra-ordinario, nel senso che è completamente fuori norma: dunque perfetto per raccontare la storia di un incontro paranormale fra un essere ultraterreno e un essere che con la terra campa. Lucia non si sente affatto benedetta dall’apparizione ma anzi, fa di tutto per sottrarsi a quella “sfiga”. Lei che insegna alla figlia che “i problemi non si sollevano, si affrontano”, si ritrova fra le mani la Madre di tutti i guai: una figura femminile che non accetta altro che la verità.

Risiede proprio nella femminilità contrapposta delle due protagoniste (tre, se contiamo anche Rosa) la chiave di lettura più potente di Troppa grazia. Ma dire che il film di Gianni Zanasi, scritto a otto mani (due sole delle quali appartengono a una donna, Federica Pontremoli) sia femminista è riduttivo, perché Zanasi segue un istinto e non un manifesto: l’istinto è quello di Lucia, ma anche quello di Alba Rohrwacher, mai stata più brava (e più bella) che in questo ruolo mette a disposizione corpo, mente e cuore senza mai tirarsi indietro. Rohrwacher si abbandona al turbinio della storia e alla guida del regista con la stessa impavida titubanza della geometra abituata alla razionalità e messa alla prova dal soprannaturale. È la sua essenza luminosa a dare a Lucia quella credibilità continuamente sfidata dagli sviluppi di una trama che incalza e provoca e spiazza noi come la sua protagonista.

Voto: 3,5 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

In una piccola cittadina della provincia veneta, Alba Rohrwacher è una geometra disoccupata, madre single con figlia adolescente, cui a un certo punto appare la Madonna, e le dice di bloccare i lavori per la costruzione di un grande centro commerciale che potrebbe portare una cospicua iniezione di denaro e di lavoro nella zona, per far edificare proprio lì una chiesa.
Detta così – che poi è così come va detta – la trama di Troppa grazia potrebbe evocare l’immagine di un film di quelli lì un po’ punitivi, naturalisti e depressi che piacciono solo ai critici o quasi. O far pensare in termini non troppo lusinghieri a un parallelo con la venire la linea di Boris 2 col Mariano di Corrado Guzzanti che ha incontrato Gesù sulla Roma-L’Aquila.
E invece no. Perché a scriverlo e dirigerlo c’è Gianni Zanasi, quello di Non pensarci e di La felicità è un sistema complesso, quello che fa commedie intelligenti dove tratta con leggerezza e disincanto di questioni spesso molto serie. Uno che è capace di andarci molto vicino a, quella linea narrativa di Boris 2, senza mandare tutto in vacca, e che a fare film “nuchisti” o da professoresse democratiche non ci pensa proprio.

Troppa grazia è un film coraggioso e sorprendente, la cui grazia – quella della regia, e della scrittura – non è mai troppa, nemmeno per sbaglio. Un film dove finalmente Alba Rohwacher viene sottratta al cliché troppo pauperista e lagnoso nel quale è stata rinchiusa da un’industria cinematografica (la nostra), che troppo spesso, e da troppo tempo, mette etichette che poi invecchiano male, e che è straordinaria in un ruolo difficile ma divertentissimo.
Perché quando la sua geometra, Lucia, incontra la Santa Vergine Mariainterpretata da Hadas Yaron, dapprima la scambia per una profuga, e quando capisce che non è così, lei che è non credente, pensa di essere pazza; e quando inizia a pensare che quella è veramente la Madonna, comunque non vuole fare ciò che le viene chiesto, e finisce che per farsi ascoltare Maria debba alzare le mani, per spingere Lucia verso gesti che agli altri sembrano bizzarri e inconsulti.

E già da questa dinamica un po’ manesca chi legge può facilmente intuire che con la religione in senso stretto, col cattolicesimo, col culto mariano, il film di Zanasinon ha nulla a che fare. Non è proselitismo, quello di Troppa graziaZanasi, con cristallina coerenza rispetto a quanto raccontato in precedenza dal suo cinema, usa la forza evocativa dell’apparizione per parlare del bisogno sempre più impellente che esiste, e che abbiamo tutti, di trovare nella nostra vita di tutti i giorni – nella nostra società – qualcosa di straordinario che nasca comunque da noi, e che ci possa dare il coraggio e la determinazione per compiere gesti nuovi, ribellarci a logiche logore e controproducenti, ritrovare nelle cose e nel mondo quella magia e quella bellezza che abbiamo dimenticato, rimosso o seppellito. Di liberarci da ciò che ci opprime.

Vicino ad Alba Rohrwacher, che dovrebbe fare la commedia più spesso, e a un’altra sempre brava come Hadas YaronZanasi piazza un cast solidissimo – il fido Battiston, un Elio Germano non inedito ma stranamente quasi moderato, e attori solidissimi e di talento come Carlotta Natoli, Thomas Trabacchi e Teco Celio – e lascia che la fotografia satura di Vladan Radovic regali al film quella leggera patina da cartoon che non contraddice mai la verosimiglianza paradossale di quanto sta raccontando.
E poco importa che nella sua parte finale il film si perda un po’, e non sia compatta come dovrebbe.
Perché Maria e Lucia sono riuscite in quel che volevano: nel regalare meraviglia, e bellezza, e novità; nel coinvolgere nella loro apparente follia anche i più pragmatici: e questo vale tanto per certi personaggi del film quanto per noi spettatori.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

Che Gianni Zanasi sia regista fuori dal comune è un fatto assodato ma che lo siano anche i film da lui realizzati è tutto un altro paio di maniche. Un po’ come i personaggi dei suoi lavori il regista di Vignola è abituato a parlare poco e a comparire ancora meno, preferendo che a farlo sia il risultato del suo lavoro e cioè i suoi film, anche questi, come si conviene, centellinati con il contagocce: appena cinque in oltre venti anni di carriera sono un record di parsimonia che per l’appunto fanno di ogni uscita una specie di piccolo grande evento. In realtà, rispetto alle usanze, “Troppa grazia” rappresenta un’eccezione visto che il film arriva sugli schermi italiani dopo essere passato (e aver vinto un premio) alla Quinzaine des Réalisateurs dell’ultimo festival di Cannes e quindi, una volta tanto, facendo leva su un ritorno pubblicitario che in questo caso trova terreno fertile in una materia come quella delle apparizioni mariane antropologicamente connaturate alla natura della nostra storia.

In realtà, pur nel suo tratto distintivo, “Troppa grazia” sembra la naturale prosecuzione del film che lo ha preceduto a cominciare dal titolo – “La felicità è un sistema complesso“, il cui significato si addice come meglio non si potrebbe al percorso esistenziale di Lucia (a cui presta corpo e voce una effervescente Alba Rohrwacher), madre di una figlia adolescente e geometra specializzata in rilevamenti catastali, impegnata a barcamenarsi tra la fine della relazione con Arturo (Elio Germano) e i rimorsi di coscienza dovuti alla possibilità di nascondere – per bisogno di soldi – le anomalie presenti sul terreno nel quale dovrà nascere un importante polo immobiliare. A conti fatti, più o meno ciò che capitava all’Enrico Giusti di “La felicità è un sistema complesso”, alle prese con una altrettanto dolorosa consapevolezza sulle implicazioni negative poste in essere dalle risultanze del proprio lavoro. E come nel lavoro del 2015, attraversato da un’anarchia che in entrambi i casi si manifesta, da una parte, come critica fatta a se stessi prima ancora che agli altri, rispetto all’accettazione passiva delle storture del sistema capitalistico, una volta di più combattuto anteponendo a quest’ultimo il primato dell’ambiente e la sua salvaguardia; dall’altra, orientandosi a combinare gli aspetti teorici e pratici della questione con una “chiamata alle armi” che nel caso di Lucia – e come vedremo anche di Arturo – si profila come una svolta personale, indispensabile a farle riprendere in mano la propria vita e quella della sua famiglia.

“Troppa grazia” però ha dalla sua il fatto di portare a compimento alcune delle peculiarità emerse in maniera embrionale nell’ultima produzione del regista a partire da una certa propensione al metafisico che, se altrove era stata affrontata più sul piano teorico che materiale (e comunque segnalata dalla presenza di distorsioni visive e accentuazioni cromatiche), qui diventa addirittura apoteosi mistica nel momento in cui il risveglio di Lucia avviene per il tramite della Vergine Maria (la Hadas Yaron di “La sposa promessa” e dello stesso “La felicità è un sistema complesso”), disposta a tutto, anche alle maniere forti (in una delle scene più esilaranti sembra di essere nel bel mezzo del “Fight Club” fincheriano), pur di convincere la donna a contrastare le speculazioni economiche dei suoi datori di lavoro.

Detto che quella di Zanasi non è la manifestazione di una professione religiosa bensì l’ammissione di una religiosità laica (testimoniata dall’umanità anche sgraziata di cui la Vergine si fa portatrice come pure della prosaicità del contesto nel quale Zanasi ce la propone) applicata alla bellezza del creato e, nel caso di Lucia, delle sue creature, “Troppa grazia” legittima la pregnante spiritualità dei personaggi zanasiani, i quali, almeno sul versante dei protagonisti, ci appaiono svuotati dei loro bisogni organici (non a caso, qui come altrove la sessualità è assente anche nel fuori campo) e, sulla scia del modello mariano, rivestiti di pura anima. Una mancanza di fisicità, questa, compensata da un surplus emotivo e sentimentale di cui l’espediente del film è materializzazione drammaturgica e insieme narrativa. In tal senso. la scelta della Rohrwacher appare più che azzeccata non solo per la bravura dell’attrice ma anche per l’eccezionalità di un ruolo che, andando contro l’immaginario dei personaggi da lei interpretati, rende ancora più forte lo straniamento della “commedia” surreale in cui la vediamo coinvolta. La debolezza di qualche nesso logico relativo alle motivazioni della protagonista e, in particolare, di quello che dovrebbe giustificare lo scarto tra l’iniziale scetticismo di Lucia e la successiva adesione alle volontà del sua interlocutrice così come una certa tendenza a divagare nella parte conclusiva della vicenda non diminuiscono la bontà del risultato né l’originalità del cinema di Zanasi.

Voto: 7 / 10

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

 

 

I geofisici ci dicono spesso che la modernità urbana sta demolendo il nostro senso dei luoghi e il loro orientamento spaziale e simbolico, con la conseguente cancellazione delle caratteristiche millenarie delle culture locali, con piani architettonici e ingegneristici che purtroppo  sostituiscono il lavoro degli abitanti locali che un tempo hanno plasmato il territorio in una accorta alleanza secolare con la natura. Troppa Grazia di Gianni Zanasi, il film di chiusura della Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes, e presente anche al Filmfest München 18, si basa sull’idea di aderire al genius loci. Viaggiando attraverso il paesaggio italiano con le sue dolci colline e la rigogliosa campagna (il film è stato girato quasi interamente a Viterbo e nella zona della Tuscia, la regione tra Lazio, Toscana e Umbria), troviamo Lucia (Alba Rohrwacher, molto brava in questa sua interpretazione naturale e spontanea), una trentaseienne geometra che vive con sua figlia adolescente e trova difficoltà a cavarsela. La giovane donna, timida e scrupolosa, ha un fidanzato (Elio Germano), un abile operaio che lavora in un cantiere edile e che l’ha tradita.

Ci vengono presentati durante una discussione, che alla fine si traduce in una separazione. Attraverso un amico (Giuseppe Battiston), Lucia riesce a ottenere un incarico dal comune locale in cui vive: le viene chiesto di effettuare indagini e controlli su una vasta area di terra nel mezzo della campagna, che dovrebbe essere sviluppata in un gigantesco investimento immobiliare chiamato la Grande Onda. Ma qualcosa non quadra, i documenti e le mappe che il nostro geometra ha ricevuto sono stati modificati e non sembrano corrispondere alla realtà. Determinata a perseverare e incoraggiare la nascita di questa nuova “cattedrale nel deserto”, probabilmente a rischio geologico, Lucia torna in campagna per continuare il sondaggio quando viene avvicinata da una giovane donna con un velo (l’israeliana Hadas Yaron), che sembra essere a metà strada tra un migrante e la Madonna, diciamo non una Madonna da iconografia classica, ma piuttosto una di quelle immaginate dai bambini. L’incarnazione mistica riappare quella sera a casa sua e le ordina di diventare il suo portavoce, chiedendo che venga costruita una chiesa dove è apparsa per la prima volta.

E così un elemento trascendente entra nella storia che in generale mantiene un tono comico, prima di abbandonarlo verso la fine del film. Il conflitto tra la laicità di Lucia e queste apparizioni soprannaturali si risolve in alcune situazioni alquanto divertenti. Durante la conferenza stampa e la presentazione del progetto di costruzione, Lucia viene spinta e gettata sul pavimento da una forza invisibile, perché l’unica persona che può vedere questa energica “Madonna personale” è il geometra. La parola si diffonde attraverso il villaggio: Lucia ha visto la Madonna e non vuole che la Grande Onda, questo il nome del complesso edilizio progettato, venga costruita. Così sia. L’acqua è la parola chiave che porterà a un “miracolo” e in definitiva allo stato divino dell’ambiente, dalla mano devastante ma a suo modo prodigiosa dell’ex fidanzato di Lucia. L’avvertimento di Troppa Grazia è chiaro: solo una ritrovata consapevolezza della nostra terra e la cura di tutto ciò che contribuisce alla vita dell’originalità irripetibile dei nostri luoghi può aiutare a evitare il degrado, l’abbandono, la bruttezza e lo sradicamento dell’identità.

Voto: 4 / 5

Maria Capozzi, da “nocturno.it”

 

La felicità continua ad essere un sistema complesso. Come per Stefano di Non pensarci anche gli obiettivi di Lucia appaiono fuori fuoco. Nel continuo scarto tra desiderio e realtà, nell’illusione della vita che vorrebbe mentre deve fronteggiare una difficile quotidianità. Lei è una geometra che ha appena rotto con il suo compagno Arturo. Vive con la figlia adolescente che è piuttosto isolata rispetto ai suoi coetanei e fronteggiare una situazione economica non facile. Per questo accetta ogni tipo di lavoro. Finalmente riesce ad ottenere un impiego dal Comune: deve controllare un terreno che è stato scelto per costruire una grande opera architettonica. Lei si accorge subito che qualcosa non va. Il giorno dopo, mentre si trova sul posto, vede una giovane donna che inizialmente confonde per una profuga. Ma l’immagine le appare ancora. E intanto iniziano ad accadere degli strani eventi.

Non è un film spirituale. Troppa grazia si porta addosso i segni di un anomalo fantasy. Già evidente nell’immagine iniziale, attraversato dalla citazione ironica di Interstellar, ma ancora più incisivo nella scena dell’allagamento e nel bel finale. Lo spazio, che nel cinema di Zanasi riveste spesso un’importanza primaria, sembra ribaltarsi, diventare verticale, mostrare luoghi sommersi. La fotografia di Vladan Radovic – alla seconda collaborazione con il cineasta dopo La felicità è un sistema complesso – sembra rendere il posto liquido e il personaggio di Lucia, dove Alba Rohrwacher regala a Lucia una fisicità astratta, sospesa tra dimensione comica e al limite del grottesco.

Forse Troppa grazia appare eccessivamente diretto nel filmare le apparizioni. Una visione che ha contorni precisi, che assegna un compito preciso da svolgere. E il cinema di Zanasi appare a volte alla ricerca del tono giusto, di una chiave che deve essere necessaria per arrivare a una soluzione determinata dalla sceneggiatura scritta, oltre che da lui stesso, anche da Federica PontremoliGiacomo Ciarrapico e Michele Pellegrini. Ma forse è impossibile per Troppa grazia trovare la sua stabilità. Non è solido, ha qualche debolezza soprattutto nella caratterizzazione delle figure secondarie, a cominciare da Battiston. E con qualche stonatura, come la squadra di scherma che si inginocchia. Però ha dentro una sua rabbia autentica. Come nella potente scena iniziale del litigio tra Alba Rohrwacher ed Elio Germano. Ma anche nella sfida a scherma tra la figlia di Lucia e un coetaneo. E che si apre a mondi fantastici. Quel terreno richiama Kevin Costner quando gli compare la squadra di baseball. Quasi L’uomo dei sogni italiano. Soprattutto con Lucia lì da sola. Con il mondo che può andare sottosopra. Annunciato alla fine della seconda stagione di Stranger Things. E per certi versi Troppa grazia potrebbe essere il pilot di una serie tv. Ci piacerebbe davvero vedere come continuano le avventure della geometra Lucia.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

Evidentemente in Italia i santi non sono più un tabù e la divinità – più che la religione – un qualcosa di cui si può parlare con disinvoltura se non proprio scherzare. Lo ha fatto Sorrentino con The Young Pope, Aronadio con Io c’è, Ammaniti con Il miracolo e ora Gianni Zanasi con il suo nuovo film, Troppa grazia.

La protagonista è una geometra (Alba Rohrwacher) molto precaria che accetta un lavoro di misurazione per un imprenditore non sempre trasparente: ma nel bel mezzo di un campo, le appare la Madonna che le intima di far costruire lì una chiesa. Nessuno però è disposto a crederle, nemmeno lei stessa.

Una commedia surreale dall’idea brillante – scritta da Zanasi con Federica Pontremoli – che racconta con un’atmosfera gioiosa e un po’ folle una storia più complessa delle sue apparenze.

Perché Troppa grazia guarda in modo surreale e ironico all’Italia che spera sempre nel miracolo, nel deus ex machina, nel sotterfugio per poter campare e prosperare, in cui l’assenza di risposte o speranze concrete si riversa nel bisogno del soprannaturale, dell’imprevisto: e allora l’apparizione di una Madonna come raramente se ne sono viste, diretta, concreta, anche sanguigna e severa e buffa (perfetta Hadas Yaron, la Sposa promessa nel film di Rama Burshtein e già con Zanasi nel precedente La felicità è un sistema complesso), sono la speranza di un mondo migliore qui, se non esiste l’aldilà.

Zanasi cambia registri di continuo, la commedia di caratteri diventa prima spirituale e poi “politica”, alterna gag impreviste (la “rissa” tra Alba e la Madonna) a passaggi opachi, si perde e lo spettatore non sa mai davvero dove voglia arrivare, cosa voglia dire con i personaggi e gli eventi, cosa farne delle luci curatissime di Vladan Radovic e delle musiche di Niccolò Contessa de I cani.

Eppure il suo modo sbilenco e vitale di guardare il mondo, di metterlo in immagini, di farlo interpretare da attori magnifici (tutti, nessuno escluso, con menzione per la sempre puntuale Carlotta Natoli) fa dimenticare il punto di arrivo che forse non c’è e fa godere moltissimo il viaggio.

Voto: 3 / 5

Emanuele Rauco, da “cinematografo.it”

 

 

Commedia insolita e originale che affronta con un sorprendente realismo la realtà lavorativa odierna, Troppa grazia di Gianni Zanasi è un oggetto curioso quanto prezioso nel panorama del cinema italiano odierno. Film di chiusura della Quinzaine des Réalisateurs.

Lavorare è un miracolo

Lucia è una geometra che vive sola con sua figlia. Mentre si arrangia tra mille difficoltà, il Comune le assegna il compito di fare i rilievi su un terreno dove sorgerà una grande opera architettonica. Lucia si accorge che nelle mappe del Comune qualcosa non va, ma per paura di perdere l’incarico decide di non dire nulla. Il giorno dopo, mentre continua il suo lavoro, viene interrotta da quella che sembra una profuga. Lucia le offre 5 euro e riprende a lavorare. Ma la profuga le appare di nuovo e le dice: «Vai dagli uomini e dì loro di costruire una chiesa là dove ti sono apparsa…». [sinossi]

L’attuale crisi della commedia nostrana, con il suo cospicuo calo degli incassi, in atto già dalla passata stagione cinematografica, sta infine producendo effetti insperati: basta con i soliti conflitti nord/sud e destra/sinistra, largo invece a qualche idea più originale. Di recente infatti abbiamo visto emergere, all’interno dei codici del genere più frequentato dal nostro cinema, tematiche come il mancato pagamento dell’IMU da parte della chiesa cattolica (Io c’è) oppure ancora l’applicazione dell’economia capitalista all’interno di un gruppo di barboni (Io sono Tempesta), chissà che non sia venuto davvero il momento di ampliare il canovaccio comico abituale, e magari lasciare spazio a una “commedia d’autore” che resusciti il tanto sospirato “cinema medio”.
In attesa di scoprire quali saranno le sorti del nostro cinema, ecco approdare sulla Croisette Troppa grazia nuovo film di Gianni Zanasi, autore garbato, mai prono ai codici della commedia da box office e che tra alti (l’esordio con Nella mischiaNon pensarci) e bassi (il poco riuscito La felicità è un sistema complesso) ha portato avanti una sua poetica umanista accompagnata da uno sguardo curioso e personale, specie nel tratteggio di personaggi mai conciliati con la società che li circonda, imprevedibili quanto basta da renderli accostabili agli indimenticabili outsider del cinema americano della New Hollywood.

Selezionato come film di chiusura della Quinzaine des Réalisateurs, Troppa grazia possiede un indubbio appeal internazionale, e non solo perché di fatto si tratta di una co-produzione europea tra Italia, Grecia e Spagna, ma anche per il suo svilupparsi come una parabola che sfiora temi di rilevanza sociale cari al Vecchio Continente – il problema del lavoro e, seppur in maniera più suggerita, quello dell’immigrazione – senza restare però del tutto legato al qui e ora. Insomma, Troppa grazia si candida serenamente a remake e nuovi adattamenti in ogni latitudine del globo terraqueo.
La geografia, il paesaggio e le possibili ri-letture e re-interpretazioni da parte dell’uomo sono d’altronde al centro di questa storia, pronta a scivolare dal calcolabile all’incommensurabile, dal realismo sociale al soprannaturale.

Protagonista di Troppa grazia è una spettinata Alba Rohrwacher, madre single di una ragazza pre-adolescente, che si è da poco lasciata con il suo ultimo compagno (il solito, ruspante Elio Germano) e ora si barcamena come può. L’occasione d’oro le arriva quando il Comune decide di assegnarle il rilevamento catastale su un terreno, dove di lì a breve sarà edificata un’importante opera pubblica: L’Onda (una simil Nuvola di Fuksas), attesa manna dal cielo per una comunità locale bramosa di lavoro. Il tempo a disposizione non è molto, ma Lucia, questo il nome della protagonista, si accorge subito che qualcosa non va in quel campo, per ora, incolto, dal momento che le sue misurazioni non trovano corrispondenza nelle mappe catastali del Comune. Il suo collaboratore però la invita a soprassedere: meglio far finta di niente e “portarsi a casa la giornata”, il lavoro e la relativa remunerazione, d’altronde, servono a entrambi. La questione si complica però quando, proprio lì nel campo, appare a Lucia una giovane donna, da lei inizialmente identificata come una “giovane profuga” che le dice: «Va dagli uomini, ferma il cantiere, dì loro di costruire una chiesa dove ti sono apparsa». E le apparizioni continueranno, insistentemente, perché questa “madonna” (incarnata da Hadas Yaron) è piuttosto tenace e non esita anche a strattonare, tirare i capelli, trascinare malamente la povera Lucia, pur di essere ascoltata.

Non è tanto il plot basico, ovvero la riflessione sul cosa avverrebbe se la Madonna apparisse oggi, in una società poco propensa al soprannaturale e indaffarata con questioni relative al denaro e alla sussistenza quotidiana, il vero punto di forza di Troppa grazia, quanto il suo declinare con un realismo piuttosto crudo le dinamiche odierne del “lavoro”. Prestare la propria opera senza farsi troppe domande, in tempi rapidi, non “creare problemi”, incassare, dimenticarsi nel mentre ogni possibile problematica etica. In fondo è così che funziona da tempo, se si vuol lavorare: bisogna chiudere un occhio e mettere da parte il proprio orgoglio professionale. In questo Lucia è un personaggio esemplare della nostra epoca, e il fatto che sia una donna con figlia a carico la rende ancora più esposta ad andare incontro a situazioni di tal fatta. D’altronde, come le ricorda senza peli sulla lingua il suo datore di lavoro (il consigliere comunale incarnato da Giuseppe Battiston): lei è stata scelta per quel lavoro, proprio perché ne aveva bisogno, e le sue ristrettezze economiche si sposavano alla perfezione con le necessità di un progetto che forse non sta sorgendo sul terreno giusto.

Trascinato da dialoghi che non si fanno scrupoli di oscillare tra il ricercato e il trash – spassosa la battuta sulle donne “ovipare” contenuta nell’alterco con Elio Germano che apre il film, così come la dichiarazione: «Non è un miracolo, sono le fogne» presente più avanti nel racconto – Troppa grazia, al di là dell’esposizione della sua idea centrale, carbura però lentamente, relegando l’azione vera e propria negli ultimi venti minuti di film e temporeggiando in alcune sequenze tutto sommato esornative. Nonostante infatti siano il frutto proprio di quell’afflato umanista che da sempre caratterizza il cinema di Zanasi, le brevi scene dedicate a presentarci il padre di Lucia o le problematiche sportive (la ragazza tira di scherma) e relazionali della figlia, risultano digressioni accessorie, che anziché arricchire il discorso (sulla fede nei miracoli, sul lavoro) scivolano verso altre direzioni, che non hanno poi alcuno sbocco.
Dal canto suo, Zanasi panoramica entusiasta intorno alla sua protagonista, carrella rapido su architetture di ieri (i portici) e di oggi (le villette a schiera) si intrattiene sarcastico nell’osservare situazioni sospese tra il realistico e il grottesco.

È un oggetto insolito Troppa grazia, magari imperfetto, ma vitale, coraggioso e a tratti assai spassoso. Un film che scardina le coordinate usuali della commedia e si spera contribuisca a mutare il paesaggio del cinema nostrano.

Daria Pomponio, da “quinlan.it”

 

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