Tre volti

 

A volte basta una “piccola” idea per portare sullo schermo un grande tema. Jafar Panahi, regista iraniano dissidente, a cui il regime da tempo ha vietato di realizzare film e di lasciare il paese, lo dimostra anche questa volta con Three Faces.

L’idea è questa: una giovane aspirante attrice (Marziyeh Rezaei) filma il proprio suicidio con uno smartphone, supplicando per l’ennesima (?) volta la star iraniana Benhaz Jafari di prendere a cuore la sua situazione, di ragazza osteggiata dalla famiglia e dalla comunità locale nel poter perseguire il proprio sogno.

Benhaz Jafari, sconvolta, parte insieme al regista Jafar Panahi alla volta di quel villaggio remoto, per sincerarsi che quel video sia una messa in scena.

Dopo l’Orso d’Oro a Berlino per Taxi Teheran (2015) e il corto-documentario Où en êtes-vous Jafar Panahi?, il regista de Il cerchio e Oro rosso riflette sull’attuale condizione della donna, e del cinema, nell’Iran di oggi.

Lo fa partendo da un mistero, la cui risoluzione dovrà necessariamente passare per le contraddizioni di un paese andate a scovare nelle viscere delle sue più arcaiche convinzioni.

È lì, in quel remoto villaggio nel nordest dell’Iran, raggiunto dopo un lungo viaggio in auto (caratteristica, questa del road-movie nella sua declinazione più intimistica, tanto cara al cinema iraniano di alta esportazione, si pensi al compianto Kiarostami e allo stesso, già citato Taxi Teheran), che il reale “svelamento” di Three Faces si compie.

Tre volti, tre epoche differenti, e un paradosso: i tre volti sono quelli dell’attrice affermata, dell’attrice emergente e dell’attrice reietta, una donna che “faceva film” prima della Rivoluzione del ’79 e ora vive da reclusa in una casetta al di fuori del villaggio (non la vedremo mai).

Il paradosso è quello legato al villaggio stesso, ai suoi abitanti, alla famiglia della ragazza, per loro scomparsa da tre giorni: Panahi e Benhaz Jafari vengono accolti con estrema cortesia, con l’attrice omaggiata in ogni modo possibile.

Per quale motivo, allora, sarebbe un disonore per la giovane Marziyeh entrare al conservatorio e tentare di seguire quella stessa strada? E perché l’altra attrice, quella del passato, si tiene ai margini della comunità?

Panahi – che nel film si ritaglia nulla più che il ruolo dell’autista, accompagnatore, “traghettatore” – si inserisce in questa contraddizione, continuando a far sì che il racconto proceda su questa continua sospensione tra realtà e finzione, sospensione su cui sin dall’inizio (con la Jafari che sospetta sia tutto un suo inganno ripensando a quella volta che le parlò di uno script basato su un suicidio…) il regista ha costruito l’intera operazione.

E fa in modo che la centralità della donna abbia il sopravvento non solo per la risoluzione narrativa, ma anche nel lascito del film stesso sul nostro immaginario, restando al di qua e inquadrando al di là del parabrezza l’incedere delle due attrici su quella mulattiera, mentre si allontanano per sparire dietro a un tornante, con tre camion che procedono in senso opposto, in direzione del villaggio, trasportando enormi giovenche per farle accoppiare con i tori locali.

Essenziale. Importantissimo.

Voto: 4 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Una celebre attrice iraniana riceve il video delirante di una ragazza che implora il suo aiuto per fuggire un destino che non è il suo. Marziyeh sogna di fare l’attrice ad ogni costo, anche a quello di suicidarsi. Allevata in un villaggio di montagna e nel rispetto delle tradizioni, la ragazza è allieva del conservatorio a Teheran ma un fratello autoritario e aggressivo la costringe a una vita rispettosa delle regole. Almeno fino a quando l’attrice prediletta non si mette in viaggio per raggiungerla e stabilire la verità sulla natura reale o simulata del suo suicidio.

Impedito a uscire dal suo Paese e condannato a non esercitare più la sua professione, Jafar Panahi si guadagna la vita come ‘conducente’. A bordo di un taxi (Taxi Teheran) o di un 4×4 (Three Faces) continua la sua riflessione nomade sulla società iraniana e in barba alla censura.

Three Faces si presenta allora come una nuova variazione sul confinamento dell’autore, che lascia la città e si spinge più lontano, sulle montagne del Nord-Ovest iraniano. Il cinema di Panahi prende aria e avanza irriducibile incrociando personaggi che compongono un campione rappresentativo di una società. Uomini e donne, contadini e commercianti, formali e informali, conservatori e contestatari, ciascun passante propone la sua drammaturgia, comica, tragica, pittoresca davanti al suo fuoristrada. Un fuoristrada che ‘gira’ senza permesso, un set montato su quattro ruote, il veicolo di un indomito. Opera illegaleThree Faces è una formidabile cassa di risonanza politica, una piazza itinerante ma soprattutto un viaggio introspettivo. Sotto una sarabanda di incontri sovente divertenti, qualche altra sconcertanti o poetici, il film è un autoritratto dell’artista al volante.

Rivelatrice in questo senso è la forma, frammenti di realtà rubati dalla camera nascosta si alternano a scene di finzione. Alla maniera di Taxi TeheranThree Faces si muove lungo i confini, occupando uno spazio confuso in cui ogni passeggero o pellegrino interpreta il proprio ruolo. Ma attraverso ciascuno di loro, è il suo posto da regista, testimone e creatore che Panahi mette in discussione. Al suo fianco Behnaz Jafari impersona se stessa, confrontandosi con la superstizione persistente dentro una società monoteista intransigente e con l’inferiorità giuridica della donna nel diritto iraniano.

Voto: 3,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Cinema e vita, la necessità della (auto)rappresentazione, i tempi passati e presenti dell’immaginario di un popolo. Tre volti di Jafar Panahi riflette sull’urgenza dell’espressione, sulle lusinghe dell’illusione. In concorso a Cannes 2018.

La libera immagine

La diva iraniana Behnaz Jafari riceve un videomessaggio di una giovane ragazza che filma il proprio suicidio, giunta alla disperazione per non poter realizzare il suo sogno di diventare attrice. Pur sospettando che si tratti di una simulazione per attirare l’attenzione su di sé, Behnaz si mette in viaggio col regista Jafar Panahi per recarsi al villaggio della ragazza. Sulla strada avvengono incontri, testimonianze, e prende forma la constatazione di un ricorrente rapporto popolare col sogno del cinema, nel presente di Behnaz e nel passato della diva Shahrzad, molto amata nel cinema iraniano prerivoluzionario e successivamente interdetta dal regime… [sinossi]

Il bisogno di esserci, il bisogno di fare e fruire cinema. Cinema come evasione, possibilità di riscatto, affermazione di sé, e anche illusione. Per un autore come Jafar Panahi, da anni in lotta con le autorità iraniane tra arresti, condanne, interdizioni e censure, oramai fare cinema s’identifica, oltre ogni possibilità, con la vita. Quando non vi è libertà d’espressione, l’affermazione di sé va oltre la scelta di un soggetto buono o meno buono, di come girare un film, a quali scelte estetiche aderire. Fare film finisce per equivalere ad atto di esistenza e resistenza. Azionare la macchina da presa per dire: «Sì, ci sono, nonostante tutti gli steccati che mi imponete». È su questo bisogno intimo (e necessità politica) che nasce Tre volti, film che si mette in viaggio col suo regista per rispondere al videomessaggio di un suicidio (probabilmente simulato) di una ragazza, inviato tramite social network a una popolare diva mediatica. L’esordio si configura come una scelta forte, con quel video realizzato al telefonino, nel consueto neo-formato verticale da smartphone, che subito apre interrogativi sulla collocazione ontologica di ciò che stiamo vedendo. I piani poi si complicano ancor di più con l’entrata in scena di Behnaz Jafari, attrice nei panni di se stessa, coinvolta dalla giovane in un estremo tentativo di trovare una via d’uscita alle proprie frustrate aspirazioni.

Nel viaggio che segue al villaggio della ragazza, condotto in automobile insieme alla diva, Panahi ha modo di incontrare piccole realtà sociali, con il loro corredo di racconti e tradizioni, meraviglia davanti allo spettacolo del cinema e pure senso di devozione. Se da un lato Tre volti si delinea come un film dedicato alle difficoltà di fare cinema in Iran, con maggiore enfasi sulle difficili opportunità concesse alle donne, dall’altro Panahi sembra indagare anche i meccanismi di proiezione e identificazione innescati nel popolo dal miraggio stesso del cinema. Miraggio ancora garantito da forme istituzionali (la diva Behnaz Jafari, compagna di viaggio di Panahi, è molto popolare in Iran anche per aver partecipato a serie televisive), ma spesso confinato in sogni del passato. È infatti sulla presenza e assenza dei tre volti del titolo che Panahi racconta aspirazioni, nostalgie e negazioni. Esordendo sul volto della modernità (il video ricattatorio di cui è protagonista la giovane Marziyeh Rezaei), Panahi dedica poi lunghe sessioni di primo piano al viso del presente di Behnaz Jafari, per poi concludere il pellegrinaggio sul vagheggiamento di Shahrzad (vero nome, Kobra Saeedi), diva del cinema iraniano prerivoluzionario che come gran parte dei protagonisti di quel cinema è stata interdetta a girare altri film. Il suo è il volto rimosso, che si può ammirare solo da lontano. Volto nel quale Panahi non può che identificarsi in una comune negazione dell’attività creativa voluta dal potere. D’altra parte, sembra il potere dell’immagine un altro tema fertile del film, che identifica forme di riferimento loro malgrado anche nel professionista di cinema, al quale, trasformato quasi in simulacro, si affidano speranze di riscatto e forme rinnovate di rito propiziatorio (vedasi l’importanza del prepuzio, investito del ruolo di feticcio beneaugurante). Così Panahi indaga presente e futuro del proprio paese, evoca immaginari e forme mutevoli nel tempo di rapporto con l’illusione e la rappresentazione, affida poi a metafore visive le difficoltà di vivere su una “strada dritta” e senza scosse per chi vuol fare arte (e non solo) in Iran.

Tre volti si delinea anche come un’opera interrogativa nei confronti degli strumenti della rappresentazione. Panahi si confronta con le ultime frontiere dell’autorappresentazione digitale, che permette non solo di produrre immagini vere/false di noi secondo dopo secondo, ma anche di metterle in circolo in un rapporto continuo e potenzialmente illimitato con altri esseri umani. L’inganno della continua e simultanea “presenza di tutti”, che annulla la distanza tra esecutore e fruitore d’arte operando una sostanziale modifica al rapporto sul quale si reggeva la mitizzazione di figure come Shahrzad. Il digitale impedisce la costruzione di miti, mentre confonde i confini tra realtà e finzione, pur avendo ricadute nelle azioni (di fatto il video di Marziyeh dà l’avvio a una sorta di detection). È altrettanto interrogativa la natura del racconto, che vede personaggi nei panni di se stessi (Panahi stesso, Behnaz Jafari) coinvolti in un’opera di ambigua e parziale autodrammatizzazione.
In sostanza Tre volti sembra riaffermare l’unitarietà del cinema, scioglie i confini convenzionali tra “vero” e rappresentazione, aderendo a un’idea di cinema come occasione spontanea/preordinata d’incontro, viaggio, indagine psicologica, culturale e antropologica. Vivere e fare cinema si trasformano necessariamente in un unico momento. Se all’espressione spontanea della creatività e dell’immaginazione si nega il diritto all’esistenza, fare film si tramuta in atto in se stesso politico, così come fare cinema e riflettere su di esso si sovrappongono in un’unica messa in forma. Tre volti è cinema che nasce su un’interrogazione, sull’indagine di strutture culturali guardate con sguardo critico ma non aggressivo. D’altra parte, le figure di eroi alla Behrouz Vossoughi, star del cinema prerivoluzionario che campeggia su un manifesto esibito con orgoglio, parlano di un immaginario cinematografico e culturale fortemente maschilista, che confina la donna, tra le altre cose, anche nell’impossibilità di autorappresentarsi. Non manca nemmeno qualche nota ironica che piega forse verso un leggero compiacimento smussato, ma la riflessione rimane penetrante e problematica, appassionante nelle sue stratificazioni.

Massimiliano Schiavoni, da “quinlan.it”

 

 

Dopo averci mostrato il volto ordinario della sua città nel precedente Taxi TeheranJafar Panahitorna ad appassionarci con un nuovo lungometraggio ancora più evoluto e sofisticato. Il film in questione presenta non pochi tratti in comune con Taxi Teheran (a cui si farà spesso riferimento nel corso del testo per semplificare la spiegazione).

In Tre volti il confine tra finzione è realtà si assottiglia fino ad avvolgerci di una sensazione piacevolmente disorientante. Tutto sembra sfuggire a qualsiasi definizione univoca, perfino lo stesso materiale visivo, diviso tra il dramma e la commedia, tra il viaggio etnografico e la cronaca di una morte annunciata.

Il film si apre con una sequenza in stile Happy End (titolo diretto l’anno scorso da Michael Haneke). Ci viene infatti mostrato un video girato con un comunissimo smartphone in cui si vede una ragazza riprendere il proprio suicidio per impiccagione. Marzieh – questo è il nome della giovane – sogna infatti di diventare un’attrice proprio come il suo idolo Behnaz Jafari, interprete molto nota in terra persiana. È proprio quest’ultima la destinataria del video di Marzieh ed è a lei che la ragazza, prigioniera di un fratello autoritario e tradizionalista, si rivolge per implorare aiuto.

Rimasta turbata da quel macabro e disperato messaggio di incerta veridicità, Behnaz decide di mettersi sulle tracce di quella giovane sconosciuta. Ad accompagnarla nel suo viaggio è il regista Jafar Panahi, il quale improvvisa un set su un fuoristrada che circola senza permesso. I due giungeranno infine sulle montagne del Nord-Ovest iraniano (con tanto di riconoscibilissimo confine con la Turchia), dove ad accoglierli li aspetta un paesaggio rurale e spesso ostile, così diverso dalla caotica città da cui provengono.

Tre volti è quindi la risposta più ovvia e immediata a Taxi Teheran, meno folle e geniale ma con un approccio più ampio.  Qui il mosaico di storie (visto peraltro anche ne Il cerchio) trova infatti un valido rimpiazzo nel viaggio etnografico di cui il regista è testimone e co-protagonista. Questo dà a Panahi l’occasione di muovere la macchina da presa in spazi ben più estesi e paradossalmente con più controllo ma con meno forzature. In effetti potremmo tranquillamente affermare che Tre volti mostra quello che succede una volta usciti dal taxi, rappresenta quindi una seconda tappa nella personale battaglia del regista in cui la posta in palio è la sua stessa libertà di espressione.

Da autore perseguitato in patria, Panahi – che ha in passato ha documentato persino i suoi arresti domiciliari (This Is Not a Film) – non ha mai smesso di sprizzare creatività con idee sempre innovative e in barba a qualsiasi restrizione.

La sua condizione di “bandito” non sembra però essere riuscita nell’intento di farlo sentire un escluso: non per niente i suoi ultimi film sono caratterizzati da un forte spirito di solidarietà e non fa eccezione neppure Tre volti (l’attrice che va in cerca della ragazza oppressa, il regista che l’accompagna perché in fondo si identifica in questa storia di emancipazione femminile…). Ma la determinazione dell’autore si traduce soprattutto nel suo sguardo. Proprio questo costituisce uno degli aspetti più essenziali di Tre volti, con cui il regista ci regala alcune delle inquadrature più belle di questa annata cinematografica. Anzi, lo sguardo qui si raddoppia (o meglio si triplica) grazie al filo conduttore rappresentato dalla storia di Behnaz e Marzieh, accanto alla quale ci viene mostrato il rapporto spesso conflittuale che Panahi ha con i suoi connazionali (e che avevamo in parte già visto in Taxi Teheran).

Clamorosamente al Festival di Cannes 2018, la giuria presieduta da Cate Blanchett ha assegnato il Prix du scénario proprio a Tre volti a pari merito con Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, due film che fanno della rappresentazione visiva il loro linguaggio più efficace (nel film di Panahi più pulito e agevole). In Tre volti però si alternano diverse scelte tonali e questo sicuramente va ad arricchire una trama in fondo esigua conferendogli una potenza apparente di cui riesce a beatificarsi. Ma l’onestà con cui il regista racconta i personaggi (e ovviamente sé stesso) cancella qualsiasi dubbio di vanagloria.

Claudio Rugiero, da “darksidecinema.it”

 

Jafar Panahi continua fare cinema nonostante gli arresti domiciliari a cui è relegato, seppur con una flessibilità nell’applicazione tipica degli (sciocchi) regimi liberticidi. L’iraniano, solo per aver svolto il suo lavoro con autonomia intellettuale è da alcuni anni costretto a girare piccoli film, dal budget limitato, ma per i quali le idee non mancano. Dopo il precedente, Taxi Tehran, vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2015, resta presente in prima persona, volante in resta, in un’avventura con molte tappe che lo porta a incontrare delle persone, in questo caso non nella capitale ma nelle campagne quasi desertiche; sono tre, come suggerisce il titolo, le persone che intrecciano le loro storie con l’autista/regista.

Il punto di partenza è un video lasciato su instagram, in cui una giovane ragazza, a cui viene impedito dalla famiglia e dal contesto rurale da cui proviene di proseguire il suo sogno del cinema, si suicida. I social network sono molto diffusi in Iran, un paese molto giovane in cui il 60% e oltre della popolazione ha meno di trent’anni. Panahi ha preso spunto da una notizia letta sui giornali, incuriosito poi dai tanti messaggi e video che riceve. Come avrebbe reagito nel caso gli fosse mandato un video così disperato?

Le cose in Three Faces non sono così semplici, non vi preoccupate, non vi abbiamo svelato informazioni che non si risolvano nei primi cinque minuti del film. Il viaggio proposto da Panahi non è solo fisico, ma anche nel tempo, alla riscoperta della storia del cinema iraniano, incarnato dalle caratteristiche di tre donne di tre età diverse, unite da una strada impervia, ventosa e in cui non passa due macchine affiancate, nel mezzo di alture brulle.
C’è un omaggio a Abbas Kiarostami de Il sapore della ciliegia, scomparso da poco, capostipite del nuovo cinema iraniano, fra i primi a conquistare i festival e poi il pubblico dei cinefili occidentali negli anni Novanta. C’è un protagonista in macchina, in cui attraverso degli incontri cruciali costruisce un vero microcosmo che diventa semplice metafora delle dinamiche sociali di un grande paese in evoluzione.

Tre non solo solo i volti, ma anche i villaggi in cui il film è girato, nel nord ovest turcofono: quelli di origine della madre, del padre e dei nonni del regista, la cui figlia, residente in Francia, gli ha procurato una videocamera particolarmente adatta a girare con scarse condizioni di luminosità, specie la notte, che ha un ruolo cruciale nel film.

Three Faces ci conduce nell’Iran profondo, quasi arcaico in alcune abitudini sociali ben lontane rispetto alle aperture alla modernità degli appartamenti chiusi della capitale Tehran. Ma al centro del film sono comportamenti eterni, i sogni di un futuro migliore, l’amore per una figlia che rischia di soffocarla, e lui, Panahi, sornione cantore di queste avventure al femminile, dopo Taxi Tehran sempre più a suo agio alle prese come attore. Una piccola nota di speranza alla fine del film arriva, non solo da un percorso intrapreso con convinzione verso un domani per cui vale la pena mettersi in gioco, ma anche più prosaicamente dalla presenza di titoli di coda completi, quando per Taxi Tehranin molti avevano preferito non apparire per timore di ritorsioni. Un segnale di un regime meno chiuso in se stesso, che sarebbe bello giungesse anche dalle parti delle Trump Tower di questo mondo.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

L’ultima volta avevamo lasciato Jafar Panahi mente vagava nel trambusto della caotica Teherannel celebrato Taxi Teheran (Orso d’Oro alla Berlinale del 2015). In Tre volti, invece, ritroviamo il cineasta iraniano, accompagnato dalla sua fedele camera, tra i remoti monti della regione azera nel nord-ovest dell’Iran, dove un viaggio per indagare su un inquietante video inviato da una ragazzina diventa pretesto per mostrare come le tradizioni ancestrali determinino ancora oggi la vita delle persone in una delle zone più misteriose del pianeta.
L’efficacia e la semplicità con cui il cinema di Jafar Panahi si propone allo spettatore sono sempre spiazzanti. Tre volti arriva prepotentemente al cuore, senza dimenticarsi però di stimolare a dovere occhi e cervello.
I tre volti del titolo sono metafora del tempo che scorre e rappresentazione simbolica del ruolo dell’attrice nel cinema iraniano e, più in generale, di chiunque tenti di dedicare la propria vita ai mondi di cultura e intrattenimento.
Il primo è quello di Behnaz Jafari, il presente, la diva dal carattere forte che si ritrova catapultata in una situazione estranea e lontana dai riflettori; il secondo volto è quello di Shahrzad, attrice del cinema popolare dell’epoca pre-rivoluzionaria, fine intellettuale costretta alla solitudine e commovente emblema di un passato che non tornerà più (simbolicamente non è mai inquadrata di fronte, ne sentiamo solo la voce e la vediamo dipingere di spalle); infine c’è Marziyeh Rezaei, il grande punto di domanda, l’incognita di un futuro in bilico tra sconforto e barlume di speranza mai del tutto affievolito.
tre volti recensione
La ciliegina sulla torta dell’ennesima, piccola, perla di Panahi è la riflessione sulla natura dell’immagine cinematografica nell’epoca dei social media. Per alcuni aspetti infallibile (lo stesso regista nel video che riceve non riconosce il montaggio), per altri fallace come non mai, rappresenta nel mondo per molti giovani una prepotente richiesta d’attenzione e un grido di affermazione della propria libertà di espressione, troppo spesso negata.
Non esiste oggi un cinema d’autore come quello di Jafar Panahi, che riesce a far coesistere con tanta armonia sete di realtà e sguardo poetico, analisi meticolosa di presente e passato della propria terra e un apparato allegorico universale.

Voto: 4 / 5

Marco Tomasoni, da “cineavatar.it”

 

 

 

A tre anni dal suo ultimo lavoro, ritorna nei cinema il regista iraniano con un nuovo film che si rivela fedele ai suoi ideali e non abbandona i temi a lui cari sulla libertà di espressione e di perseguimento della felicità individuale che tanto è osteggiata nel suo Paese d’origine.

Ma andiamo con ordine e parliamo brevemente della trama di Tre Volti. La storia parte con una famosa attrice (Behnaz Jafari) ossessionata da un video inviatole da una ragazzina, sua ammiratrice, che documenta il proprio suicidio per il divieto di inseguire la tanto desiderata carriera cinematografica. La donna chiede aiuto ad un amico cineasta (Jafar Panahi) per scoprire se il video sia autentico e per trovare il villaggio della giovane.

Inizia così un viaggio attraverso non solo il profondo Iran ma anche, e soprattutto, attraverso le sue tradizioni ancestrali. I pregiudizi, le credenze e le visioni più radicate con cui i due si scontrano, sono lo specchio di un popolo incapace di staccarsi da quella visione fortemente misogina e patriarcale che affonda le sue radici in usanze perse nella notte dei tempi (che sembrano non poter cambiare mai).

Il grido di aiuto della ragazzina diventa cosi il megafono di un’intera generazione di ragazzi e ragazze che, in questi anni come non mai, fanno un forte uso dei social network per far sentire la propria voce. Disperato tentativo di ottenere una vita il più possibile moderna e fatta di quelle libertà personali ancora negate.

Marzieh Rezaee in una scena del film Tre Volti - Photo: courtesy of CINEMA srl
L’idea per la sceneggiatura è arrivata a Panahi proprio dai numerosi messaggi ricevuti dai suoi fan e da aspiranti attori e cineasti che sperano di uscire dal buio delle costrizioni cui il governo iraniano li costringe.

Interrogatosi su cosa avrebbe fatto in una situazione del genere, il regista ha creato un lungometraggio che si rivela come il logico proseguimento dei suoi lavori precedenti, anche se con impronta e ambientazione nuovi.

A differenza di This is not a film, Closed curtains e Taxi Teheran, interamente ambientati in luoghi chiusi, claustrofobici, con Tre volti si apre una nuova pagina nella sua cinematografia. Le scelte registiche privilegiano infatti inquadrature più larghe, a dare finalmente respiro ai personaggi e a collocarli in modo quasi simbiotico nell’ambiente che li circonda. Difatti viene utilizzata una macchina da presa molto sensibile alla luce, in grado di rendere ancora più nitide e avvolgenti le riprese anche in notturna.

I due compagni di viaggio, una perfetta Behnaz Jafari Jafar Panahi, nella loro esplorazione dei centri abitati sperduti tra le montagne, vengono seguiti dalla telecamera con approccio quasi documentaristico. Una modalità che catapulta lo spettatore direttamente nell’azione insieme ai protagonisti, mentre un modo di vivere completamente diverso si dispiega davanti ai loro occhi.

Behnaz Jafari e Jafar Panahi nel film Tre Volti - Photo: courtesy of CINEMA srl
Non mancano, come d’abitudine, gli spunti, a volte forti a volte ironici, di ferma denuncia sociale.

La stessa presenza di una figura femminile indipendente come quella di Behnaz Jafari è già un elemento fondamentale e di grande contrasto in luoghi dove vige il patriarcato.

Panhai ha inoltre aggiunto alla storia l’iconica attrice iraniana Shahrzad, che vive ormai in esilio e a cui è stato vietato girare film. La sua figura non appare in nessuna scena e questa scelta rappresenta un ulteriore tassello che va a delineare una società che ancora considera l’essere attrice qualcosa di deprecabile e da tenere lontano dagli occhi.

*** Alert! Il paragrafo che segue contiene un dettaglio della trama utile a comprendere il titolo ma potreste non volerlo sapere se non avete visto il film. La lettura non ne risentirà. Proseguite sotto la foto ***

La casa dell’artista esiliata diventa così il rifugio, fisico e simbolico, della giovane ribelle prima e dell’affermata star dopo. Una sorta di luogo non luogo in cui tre generazioni di donne si incontrano. Tutte sono decise e consapevoli del proprio passato, del proprio presente e del proprio futuro. Ognuna, con il bagaglio della propria forza e determinazione, diverrà padrona della propria vita, con tutte le conseguenze di una simile scelta.

Behnaz Jafari nel film Tre Volti - Photo: courtesy of CINEMA srl
Tre volti è un film profondo, forte e delicato, come i volti dei suoi protagonisti.

È un pugno nello stomaco ed allo stesso tempo una carezza. In alcuni momenti si rimane scioccati ed in altri si ride grazie alla capacità dell’autore di presentare gli eventi con l’ironia necessaria ad alleggerire le situazioni.

Panahi sembra suggerirci che la sua cinematografia stia imboccando un nuovo corso. E grazie al premio come miglior sceneggiatura originale ricevuto all’ultimo Festival di Cannes, ora noi rimaniamo in attesa che ci sveli presto, anzi prestissimo, i prossimi step di questa sua personalissima storia.

Anna Falciasecca, da “masedomani.com”

 

Di nuovo in auto, di nuovo un Panahi nei panni del taxi driver.Sebbene stavolta il viaggio abbia il pretesto narrativo di un’indagine, condotta innanzitutto sulla questione della verità e del grado di manipolazione dell’immagine.Tutto comincia dal drammatico videomessaggio di una ragazza, Marziyeh che non può realizzare il sogno di studiare recitazione perché la famiglia glielo proibisce. È l’ultimo atto che si conclude con un cappio al collo, tra le rupi di una grotta tra le montagne. Dallo schermo verticale dello smartphone (dispositivo di cui Panahi è stato un pioniere, ricordiamolo) l’inquadratura si allarga e scopriamo la destinataria del messaggio, la famosa attrice Benhaz Jafari, che, sconvolta, chiede al regista di accompagnarla al villaggio della ragazza, nell’estremo nord ovest dell’Iran, nella regione dell’Azerbaigian orientale. La Jafari dubita dell’effettiva realtà dell’accaduto, molte cose non quadrano, il tronco d’albero da cui pendeva la corda, il salto finale che sembra “montato”. Mette in dubbio la stessa buona fede di Panahi, sospettato di aver contribuito alla messinscena con il semplice scopo di un film da fareMa questo non è un film. È il gioco di specchi del cinema, sospeso tra il dubbio e il credito. Ma il groviglio teorico in cui Panahi sembra ancora una volta volersi infilare, si scioglie ben presto. O, forse, con un ennesimo colpo di mano, si moltiplica all’infinito. Perché, svelato il mistero, 3 Faces, come da titolo, mette in mostra una pluralità di facce che divergono e si sovrappongono allo stesso tempo. Fino a smarrire, come sempre, i confini tra la vita e la riflessione sul cinema.

C’è innanzitutto la suggestione del ritorno alle origini, del viaggio nella memoria. Perché, guarda caso, i luoghi di Marziyeh sono gli stessi in cui è nato e cresciuto Panahi, quelli in cui hanno vissuto i suoi avi. Ed è terra di confine, brulla, difficile, terra in cui le lingue si mescolano e il persiano trascolora nell’azero, terra in cui la modernità di una “scervellata” ragazza con lo smartphone fatica ancora a trovare posto accanto al vecchio sistema di valori, di regole che poggiano sull’uso e quindi vanno oltre la codifica e la certezza. Panahi ha gioco facile a ironizzare sul mito del potere virile che ancora regge quelle comunità (e non solo), sul culto del toro da monta o dell’eroe senza paura. Ma al tempo stesso riconosce i segni di una condivisione nel sacro dell’ospitalità, nel senso di umanità inscalfibile, e ancor più in un immaginario che si è nutrito di cinema, nonostante tutte le remore e le arretratezze. Non a caso l’attrice e il regista sono accolti con gran calore dagli anziani del luogo. E durante un’incredibile conversazione sui rituali del prepuzio circonciso, conservato sotto sale o seppellito, un vecchio tira fuori una locandina del grande attore Behrouz Vossoughi in Tangsir di Amir Naderi. Ecco che il viaggio a ritroso di Panahi diventa anche un ritorno alla storia del cinema iraniano. Che diventa vivo nella figura, a un tempo reale e mitica, di Shahrzad, la grande star degli anni ’70 Kobra Saeedi, condannata all’invisibilità dopo la rivoluzione islamica. Panahi immagina di ritrovarla in Azerbaigian, come una vecchia gloria rinnegata dalla comunità. Ne scruta il fantasma dalla sua macchina, la scorge di spalle, intenta a dipingere tra i boschi. Mentre la voce della “vera” Shahrzad riemerge da un disco registrato, squarciando di nuovo tutte le pareti tra la storia immaginata e quella vissuta.

Panahi forse si deforma, a furia di smarrirsi tra i suoi specchi. Ma ha lo slancio poetico di far ballare le attrici di ieri, oggi, e domani nel sogno di un’ombra intravista. Il condannato riflette se stesso nell’esilio di Vossoughi, nella clausura di Shahrzad, nella vocazione soffocata di Marziyeh. E gira da fuorilegge anche per loro, con l’ostinazione di chi oppone la fluidità della pratica al rigore delle norme, mentre le mille forme dell’immagine sfuggono alla lapidazione e scivolano fuori, oltre i finestrini. A cominciare da quelle non viste, assenti. Il nemico pubblico è ancora invisibile.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

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