Tre manifesti a Ebbing, Missouri

 

Dopo In Bruges (2008) e 7 psicopatici (2012), l’opera terza ne conferma ed estende il talento: Martin McDonagh è oggi uno dei migliori registi-sceneggiatori al mondo. Sa filmare, sa dirigere gli attori e scrive, per farla corta, da Dio: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è il migliore film dei Coen da decenni a questa parte, senza essere un film dei Coen, e il migliore film di McDonagh per maturità, intensità e piacevolezza.

Fronte dei Coen, oltre al mood, c’è la protagonista Frances McDormand: la sua Mildred mesi dopo il brutale omicidio, con annesso stupro e rogo del cadavere, della figlia non ha ancora un colpevole e per ridestare l’attenzione affitta tre vecchi cartelloni pubblicitari fuori Ebbing, Missouri, chiamando in causa il capo della polizia locale William Willoughby (Woody Harrelson), malato di cancro al pancreas. Tra i suoi uomini, spicca per violenza, razzismo e balordaggine l’agente Dixon (Sam Rockwell), che proprio non tollera l’iniziativa di Mildred…

Nel cast anche Abbie Cornish, Lucas Hedges, Željko Ivanek, Caleb Landry Jones, Clarke Peters, Samara Weaving, nonché John Hawkes e Peter Dinklage, Three Billboards è una dark comedy sanguinolenta e arrabbiata, larger than life ma sottile, sapida e urticante, non bigotta e non scontata. La correttezza politica è il primo dei cadaveri, ma a cadere sono anche stereotipi e titubanze del genere di riferimento: nonostante la stilizzazione, qui si fa sul serio, e basterà la lettera di Willoughbly per farvi venire la pelle d’oca.
Genere d’autore, verrebbe da dire, in cui McDonagh ritrova e perfeziona se stesso: il controllo è totale, ma le battute così ficcanti ed esplosive da parere improvvisate. E che dire di Frances, Woody, Sam e gli altri attori? Sublimi, da farci una cura Ludovico Van per tanti loro “colleghi”.

Da lustri la dark-comedy dell’America profonda non brillava così fragorosa nell’oscurità: sui quei tre cartelloni la pubblicità è progresso.

Voto: 4,5 / 5

Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

 

 

Ed eccolo il film che mette tutti d’accordo: spassoso e intelligente, di genere e d’autore, scritto benissimo (verrebbe da dire “fin troppo”) e recitato meglio. Una commedia nera anche un po’ western con venature tragiche, battute/idee a raffica, svolte narrative à gogo, perfino una buona dose di “impegno” senza farla pesare. Si direbbe il graal di questo para-genere, calato nell’America profonda e nel cinema che l’ha raccontata, indipendente pensante ma spettacolare, post-Coenpost-Tarantino, forse pure post-True Detective.

Da urlo la prima parte, quella meno programmatica, dolente e divertente fino alle lacrime, in cui incontriamo Mildred (la sempre magnifica Frances McDormand), madre furiosa, ferita a morte, in cerca di giustizia/vendetta, che usa tre enormi cartelloni pubblicitari per denunciare l’indolenza della polizia. La figlia è stata stuprata e uccisa (anzi, come ha fatto scrivere, “raped while dying”), ma certi mezzi-uomini in divisa sembrano più impegnati a pestare a sangue i neri della cittadina (inventata) di Ebbing, nel Missouri. Il fatto è che in realtà lo sceriffo (Woody Harrelson, magnifico anche lui) sembra tutt’altro che un farabutto, l’eroica Mildred ha le sue colpe e i suoi spigoli che fanno male, perfino il poliziotto violento e idiota (un gigantesco Sam Rockwell) riesce a sorprenderci. Insomma, siamo dentro uno di quei film che fingono di raccontare la vecchia storia dei buoni e dei cattivi, il bianco e il nero, per poi farci smarrire dentro una fitta nebbia grigia, in cui il “male” sembra un destino inevitabile, una dimensione connaturata al mondo (quel mondo), e il “bene” una scelta quasi impossibile, che costa dolorosi sacrifici.

Martin McDonagh, ammirato commediografo e cineasta che ama le tinte forti (In Bruges7 psicopatici), riesce qui a creare un tono tutto suo, in cui il comico e il drammatico sembrano scaturire uno dall’altro, a un ritmo infernale, in un crescendo di violenza, rabbia, irrazionalità, che sfocia nell’inverosimile, senza che ne risenta la verità dolorosa della storia e dei personaggi (complessi).

Poi c’è l’altra faccia dell’impresa: il compiacimento, lo sfoggio di bravura (di scrittura più che di regia) e quei momenti in cui la trama del gioco è così palese da mostrare anche le cuciture. Ma è un eccesso di mestiere che gli si perdona volentieri. Da notare il finale aperto, senza prediche o soluzioni, poetico a modo suo (nel suo modo ruvido), umanissimo.

Voto: 4 / 5

Fabrizio Tassi, da “cineforum.it”

 

 

Bastano i primi minuti a “Tre cartelloni a Ebbing, Missouri” per far intravedere in filigrana l’evocazione di un paesaggio coeniano: la fascinazione diviene inevitabile se nell’incipit, sulla musica di Carter Burwell, si vede Frances McDormand guidare da sola in macchina, soffermandosi a osservare dei cartelloni pubblicitari ormai scrostati dal tempo che danno il benvenuto a Ebbing, Missouri. Era capitato anche per “Suburbicon” ma in quel caso, considerando la provenienza della sceneggiatura originale, non si poteva non contestualizzare la pellicola all’interno dell’universo-Fargo. Così, anche il terzo lungometraggio di Martin McDonagh sembra ripartire dallo scenario cristallizzato del tranquillo paese di provincia sconquassato da una violenza inaudita: si comprende presto, però, che vi è una sostanziale differenza, ossia che l’orrore si è già compiuto travolgendo la vita del personaggio interpretato dalla McDormand. Mildred Hayes è una donna divorziata, madre di due ragazzi e sette mesi prima ha perso la figlia adolescente il cui cadavere carbonizzato era stato ritrovato proprio sotto quei cartelloni; rivelando, a seguito dell’autopsia, di essere stata violentata prima di essere uccisa e bruciata.
Mildred affitta i cartelloni per affiggervi dei manifesti polemici: su sfondo rosso sangue vi fa inscrivere domande rivolte alla polizia e, in particolare, allo sceriffo Willoughby i quali hanno abbandonato le indagini dopo non essere riusciti a trovare alcuna pista da seguire. Il linguaggio arrabbiato ed esplicito riguardo all’omicidio (“stuprata mentre moriva” scrive la madre) sconvolge la cittadina, creando malumore ai colleghi dello sceriffo abituati a essere sempre rispettati e mai contraddetti. Inoltre, Willoughby si mostra una persona gentile, equilibrata e molto benvoluta dalla comunità; ancor di più  poiché sta morendo a causa di un cancro, segreto di Pulcinella che l’intera cittadina conosce ma di fronte al quale la donna non si ferma. E tutti provano a ostacolare la crociata di Mildred: da Willoughby che vorrebbe trascorrere gli ultimi mesi che gli rimangono in tranquillità, al dentista che prova invano a minacciarla, fino al prete che si presenta a casa per farle la predica ma si ritrova davanti all’incrollabile forza di volontà della donna che gli vomita addosso il suo odio per i preti pedofili. In questa galleria di personaggi che arricchiscono la narrazione, evidente l’importanza via via crescente giocata dall’agente Dixon: testa calda razzista, infantile e mammone, il poliziotto avrà l’arco narrativo più ampio fino a diventare personaggio umanissimo e a tutto tondo; tra l’altro, è lui a essere il protagonista di alcuni dei migliori siparietti comici del film. McDonagh affida alla penna un umorismo nero e caustico che non lascia scampo a nessuna delle sacre istituzioni americane: la chiesa, la politica, la polizia, ciascuna affronta la vis comica dell’autore – anche se il bersaglio prediletto rimangono le forze dell’ordine. Da antologia il momento in cui Dixon corregge chi lo accusa di essere un poliziotto brutale che tortura i neri, asserendo che non si può usare la parola “nigger” perché razzista e che avrebbe dovuto dire che “torturava le persone di colore”: l’ipocrisia linguistica che cerca di mascherare la realtà dei fatti.
Durante la conferenza stampa per “Suburbicon”, George Clooney aveva detto di non ricordarsi di un’America così arrabbiata: ed è esattamente il modo in cui l’inglese McDonagh dipinge il paese. L’autore di “In Bruges” e “7 psicopatici” rischia di rimanere scottato di fronte alla messe di temi e materiali incandescenti che si affastellano nella narrazione, ma grazie a una scrittura dei caratteri precisa e a dialoghi brillanti porta avanti la narrazione costruendola sempre rilanciando al rialzo le possibilità offerte dalle situazioni, in precario equilibrio tra paradosso e teorema. Prende di petto molte questioni care all’America di ieri e di oggi perché, se è palese come questo lavoro guardi a certo cinema neohollywoodiano degli anni settanta, la crociata di Mildred, seppur giusta e motivata da un dolore insopprimibile, diviene l’epitome di un inconscio collettivo covante odio sotto svariate forme (non l’ultima l’intolleranza razziale a cui più volte si fa riferimento). La sua non è una ricerca di giustizia ma di vendetta, di riscatto e il suo comportamento gradualmente più aggressivo e imprevedibile ne dimostra l’aspetto più inquietante di ossessione monomaniacale. L’indagine al centro di “Tre manifesti a Ebbing, Missour” è per il regista l’innesco per riflettere su un tema caro alla coppia Schrader-Scorsese, cioè la dialettica tra senso di colpa e redenzione; e il personaggio di Willoughby sembra indicare la via per diventare persone migliori, il miraggio a cui cercano di aggrapparsi per non scivolare in una spirale di follia e cieca violenza. Ma si può essere veramente persone migliori quando il mondo smette di funzionare? È questo il dramma che vive Mildred e in parte anche gli altri personaggi, Dixon compreso, tutti tesi come sono alla ricerca di un colpevole o perlomeno di un capro espiatorio su cui sfogare la propria rabbia.
McDonagh si discosta quindi sia dalla rappresentazione della provincia americana dei fratelli Coen sia dal Quentin Tarantino al quale è sempre stato paragonato per via del talento nei dialoghi, andando per la propria strada in un affresco diretto con uno stile registico asciutto e preciso. Il mélange di registro in bilico tra black comedy e tragedia greca non blocca la creatività visiva dell’autore che sviluppa il proprio lavoro puntando sì sulla bravura degli interpreti ma anche sulla gestione degli spazi e dei paesaggi su cui aleggiano suggestioni western. “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” mostra il lato sconsolato ma ancora vivo di un mondo in cui né Dio né Patria riescono a rimettere la realtà sui giusti binari, spostando la catarsi al di là dei titoli di coda quando lo spazio della cittadina si allarga virtualmente in un on the road che potrebbe coinvolgere tutta l’America.
L’autore che, come il fratello John Michael viene dal teatro, si conferma un ottimo direttore di attori: se la prova della McDormand avrebbe meritato la Coppa Volpi al 74° festival dei Venezia, non sono da meno le interpretazioni di Woody Harrelson, raramente così asciutto, e di un eccellente Sam Rockwell che riesce a dare spessore e umanità al poliziotto-bullo Dixon. Tra i titoli più applauditi della Mostra, ha vinto meritatamente l’osella alla miglior sceneggiatura.
Voto: 8 / 10
Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”

 

Prima di entrare ad Ebbing, Missouri, è inevitabile incrociare tre cartelloni pubblicitari in disuso. Mildred Hayes (Frances McDormand) vi si ferma davanti, li osserva, capisce che fanno al caso suo e si dirige verso l’agenzia pubblicitaria che li gestisce: cinquemila dollari sull’unghia, e questi sono solo per il primo mese. Il messaggio? Mildred pretende che la polizia faccia giustizia alla figlia trovando colui che l’ha stuprata e poi bruciata viva. Premessa torbida, alla quale però corrisponde una commedia nera con tutti i crismi, baciata da due prove d’attore ampiamente sopra la media, ossia quelle della McDormand e di Sam Rockwell. Martin McDonagh ha una sensibilità tutta sua, concettualmente britannica certo: perciò dialoghi impeccabili ed humor irresistibile, il tutto senza quasi mai sbavature, mantenendo costantemente il controllo sul del materiale così incandescente.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri peraltro sfiora, seppur tangenzialmente, temi analoghi a quelli trattati nell’altra dark comedy presentata alla Mostra di quest’anno, ossia Suburbicon, la cui menzione per il paragone chiarisce i limiti di uno ed i meriti dell’altro. Nel film di Clooney il grottesco è relegato ad episodi sporadici, essenzialmente slegati da una trama che non assimila mai fino in fondo questo tono; al contrario McDormand si dimostra ancora una volta uno che con la penna, prima ancora che con la camera, ci sa fare alla grande, non centrando a pieno, tutt’al più, un solo personaggio, vale a dire l’innocua moglie dello sceriffo Willoughby (Woody Harrelson), alla quale infatti vengono affidate poche battute di dialogo ed una presenza relegata al minimo, quanto basta per darle un senso nell’economia del racconto.

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Dicevamo sopra in merito all’indole squisitamente britannica, e questo è senz’altro riscontrabile negli spassosi, brillanti botta e risposta che fungono più che da mero contorno. Ci sono alcune scene che rischiano già ora di entrare nell’Olimpo del cult, più per la spigliatezza delle battute che per quella della messa in scena, quest’ultima funzionale alle prime e non viceversa. Si tratta però di un grottesco che non è mai totalmente a briglia sciolta, anche in quei casi in cui effettivamente si è lì lì sull’orlo dell’inverosimiglianza, pericolo che a certe condizioni bisogna correre. McDonagh lo sa e prende le misure, non per niente Three Billboards parte come un whodunit per poi cambiare pelle, diventando qualcos’altro. In parte analisi di un luogo, quel Sud degli USA che ci viene costantemente restituito come retrogrado, razzista e chi più ne ha più ne metta, tutte peculiarità che qui non vengono negate ma per lo meno superate; in parte ensemble di profili assurdi.

A tal proposito, tipico del genere è proprio l’analisi dei comportamenti umani, con la scusa di seguire una o più storie diverse, perché in fondo a chi si occupa di dark comedy interessano più le persone e le loro imprevedibili reazioni agli stimoli circostanti. È così pure nel terzo lavoro del regista britannico, che in tal senso incalza come un rullo compressore, sottoponendoci un ventaglio variegato, contraddistinto di cose insolite, magari (volutamente) stupide, ma in ogni caso oltremodo accattivanti. E divertenti, certo. Un passo indietro rispetto al mood gelido di maestri del genere come i fratelli Coen o (ancor più) Roy Andersson, quello di McDonagh è un ritratto meno attento allo stile, che a questo punto si può dire al regista di In Bruges non freghi più di tanto.

E pur non rinunciando al turpiloquio, prendendosi gioco un po’ di tutti, l’ironia di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri non è mai fuori posto, mai sciatta ma nemmeno troppo sofisticata, sebbene propenda per questa seconda fattispecie. Si ride anche solo per uno che prova ad accendersi una sigaretta, non senza motivo; le frasi stupide di un’ancora più stupida quantunque innocente diciannovenne; l’aggiramento di certi luoghi comuni anche laddove il processo potrebbe sembrare un pelo forzato, e via discorrendo. Ma soprattutto ci si scalda per la presenza scenica di due fuoriclasse come i sopracitati McDormand e Rockwell, due che s’incontrano davvero solo in quell’azzeccato finale: fino a lì non hanno fatto altro che rubare la scena a tutti quelli che gli stanno attorno. Molto si deve a questi due, alle loro maschere oramai interiorizzate a tal punto da non renderti più nemmeno conto se stiano recitando o meno. Altro punto a favore di un’opera pressoché irresistibile.

Voto: 8 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

 

Presentato in concorso a Venezia 2017, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è una ballata dolente, nerissima, grottesca. Divertente e tragica. Sorprendentemente vivissima. Drammaturgo e cineasta, Martin McDonagh incastra la debordante umanità dei suoi personaggi in un meccanismo che rischia di essere soverchiante e claustrofobico. Alla fine, però, a emergere prepotentemente sono le parabole umane, le traiettorie distruttive o salvifiche; il dolore che prevale sul giocattolo, sul minuzioso (e prezioso) meccanismo narrativo.

Raped While Dying

Dopo mesi trascorsi senza trovare il colpevole dell’omicidio della figlia, Mildred Hayes compie un gesto audace. Lungo la strada che porta in città, noleggia tre cartelloni pubblicitari sui quali piazza un controverso messaggio diretto allo stimato capo della polizia locale William Willoughby. Quando nel caso viene coinvolto anche il vice Dixon, uomo immaturo dal temperamento violento e aggressivo, lo scontro tra Mildred e le forze di polizia di Ebbing diventa sempre più duro… [sinossi]

Non tutto torna nel cinema di McDonagh (dei McDonagh), così sapientemente costruito, intrecciato, complesso, moralmente debordante. Gli artificiosi incastri del fato tendono a prendere il sopravvento sulle umane debolezze, sui percorsi di redenzione e vendetta, sulla stessa riuscita e fluidità dell’intreccio. La penna di Martin McDonagh accumula senza sosta, assecondata da una messa in scena che ondeggia classicamente tra il cristallino e il sontuoso; quella stessa penna, a volte, sovrasta e soffoca. È il rischio che corre a ogni sequenza, a ogni snodo narrativo, Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Un rischio sfacciatamente calcolato. McDonagh sa giocare col fuoco, con la carne e con lo spirito. E sa tratteggiare una ballata dolente, nerissima, grottesca. Divertente e tragica. Sorprendentemente vivissima.

Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2017, Tre manifesti a Ebbing, Missouri aggiunge un tassello importante al cinema di McDonagh – non dissimile per temi, stile e scrittura a quello del fratello, John Michael McDonagh (Un poliziotto da happy hourCalvarioWar on Everyone). Archiviato l’arzigogolato 7 psicopaticidivertissementmetacinematografico e grandguignolesco che dal Belgio brumoso di In Bruges traslocava il cinema di McDonagh tra torridi paesaggi losangelini e californiani, è tra altre nebbie del Missouri che il regista/sceneggiatore britannico scova la quadratura del cerchio.
Già, la nebbia. Quella nebbia densa che avvolge Ebbing e la poco battuta Drinkwater Road, luogo di un tremendo delitto che quasi tutti vorrebbero lasciarsi alla spalle. Tutti tranne Mildred Hayes, madre tenace e burbera che trova in Frances McDormand un volto perfetto, segnato dal tempo; una fisicità nervosa, mascolina per necessità, per lotta e sopravvivenza. La nebbia, gli attori. Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film di scrittura, di messa in scena, di attori, di paesaggi. Un meccanismo forzatamente ingarbugliato e perfettamente coincidente. Uno sguardo non banale su un luogo, su una vicenda e su uomini e donne sull’orlo del baratro. Lo script di McDonagh riesce a tenere a bada tutto questo, trova l’equilibrio (precario, su una punta di spillo) tra il carnevale e la tragedia. Sulla scacchiera disegnata da McDonagh non si muovono pedine, spennellati cliché, ma sgomitano disperatamente persone/personaggi in cerca di qualcosa, fosse anche la morte.

Ritroviamo in una sequenza di Tre manifesti a Ebbing, Missouri quelle compagnie dell’anello che tanto piacciono a Del Toro. E a Clooney. In una cittadina bianca e maschilista, che deve fare (ancora) i conti con razzismo e omofobia, una donna dai modi spicci, un nano e due negri uniscono almeno per un attimo le forze. Un passaggio tra i tanti, che sfugge a retorica e banalità, ma che si somma ad altri tasselli, accenni, piccoli ritratti, affondi ironici e violente sferzate.
Nella silenziosa provincia, nel verde lussureggiante della provincia, nelle notti alcoliche della provincia… Tre manifesti a Ebbing, Missouri racconta le dinamiche di un territorio, di solitudini forzate e disperate, di storture quotidiane dure a morire. La penna di McDonagh non risparmia nessuno, ferisce e uccide: la violenza sadica della polizia (fulminante la battuta di Willoughby/Harrelson su razzismo e omofobia), l’ipocrisia strisciante della Chiesa (un J’accuse affidato alla McDormand che ha strappato applausi al Lido), il maschilismo che sfocia nella sopraffazione e nella violenza. Allo stesso tempo, la penna di McDonagh non chiude porte, non condanna, mostrandoci debolezze e contraddizioni, ma anche ribellioni, riscatti, atti di coraggio. I tasselli di questa frammentazione e deframmentazione della provincia statunitense, alla fine, ci restituiscono un quadro stratificato, densissimo; (quasi) tutti gli ingranaggi del meccanismo, del giocattolo, si dimostrano indispensabili, rimettendo insieme i pezzi di personaggi a tutto tondo.

Sulla strada che porta da Ebbing a Los Angeles, al Dolby Theatre, Frances McDormand veste ancora una volta i panni di Marge Gunderson. Profondamente coeniana, Mildred è una Marge con sfumature alla John Wayne, e Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un racconto morale che dai Coen ha saputo prendere molto. Un racconto morale che trova oasi di riappacificazione, immagini anche lancinanti, come l’altalena vuota, il succo di frutta con la cannuccia, la strada verso l’Idaho. E quei personaggi che restano avvinghiati alla retina (Willoughby/Harrelson, Dixon/Rockwell), pronti a ferire e a essere feriti, a vivere e a morire.

Enrico Azzano, da “quinlan.it”

 

 

I più attenti l’avevano già capito con In Bruges, e anche col sottovalutato 7 psicopatici, che Martin McDonagh aveva stoffa e talento per fare il regista ad altissimi livelli, lui che che era già considerato uno dei maggiori commediografi viventi.
Tre manifesti a Ebbing, Missouri – che è bello fin dal titolo, e dal manifesto diffuso mesi prima il debutto del film sugli schermi del Festival di Venezia – è la consacrazione sua e la conferma di queste considerazioni.

Com’è giusto che sia, considerato da dove viene il suo autore, Tre manifesti è un film che nasce sulla base di una sceneggiatura solidissima: tanto per l’intreccio che mescola commedia nera, neo-noir e western contemporaneo con sfacciata agilità, quanto per i dialoghi che sono secchi, divertentissimi, pieni di d’insulti e di sarcasmo ma senza l’ombra di inutili tarantinismi. Come non ha nulla di coeaniano, ma è estremamente personale, il giocare sottile del film con l’assurdo e il paradossale.
E però McDonagh è uno che sa sempre molto bene dove mettere la macchina da presa e come muoverla; uno che ha un gran bel gusto per l’inquadratura ma non si perde in inutili svolazzi estetici e retorici.
Come se questo non bastasse, è anche uno che sa dirigere benissimo i suoi attori: e qui Frances McDormand, Woody Harrelson e Sam Rockwell (ma anche tutti gli altri) sono pressoché perfetti.

Potrebbe bastare, perché in tutta onestà non si sa bene cos’altro si possa chiedere a un film, prima di ogni altra cosa, se non raccontare una bella storia e a raccontarla molto bene.
E invece Tre manifesti è ancora qualcosa di più: è un film che non tira mai in ballo esplicitamente questioni “alte”, che rimane attaccato con orgoglio alle dinamiche dei generi e ai loro codici, ma che è anche capace di evocare per struttura e personaggi gli archetipi più incisivi della tragedia greca senza scimmiottarli, e che riesce a essere intensamente e dolorosamente politico senza mai dare l’impressione di volerlo essere, o di volerlo sbandierare.

Una madre in cerca di giustizia, o di vendetta, per la morte atroce di una figlia; uno sceriffo malato; i suoi assistenti razzisti e bifolchi; un mondo violento e indifferente, ignorante; odio che alimenta altro odio, violenza che si somma alla violenza. Fino a quando un gesto estremo non apre uno spiraglio alla calma e alla compassione, non versa una goccia d’amore in quel mare scuro e profondo fatto di cattiveria riuscendo – forse – a dare la stura a un processo inverso. Perché, se il male è contagioso, può esserlo anche il bene.
Ma attenzione, perché McDonagh non è tipo da buonismi zuccherosi, e rimane ruvido e cinico fino alla fine: una fine che è aperta, che è tutta da vedere.

Ebbing, Missouri, è un concentrato degli Stati Uniti d’America, e del mondo in cui viviamo. Un mondo sporco e cattivo, dove il male accade senza motivo, o per abitudine, o per pigrizia, o per vendetta. Un mondo difficile, da affrontare solo se si hanno le spalle abbastanza larghe per farlo, ma nel quale la speranza non è ancora andata perduta, sebbene siano necessari sacrifici estremi e dolorosi, per riaccenderne la flebile fiamma.
Accenderla e tenerla viva – dice McDonagh tenendoci attaccati allo schermo, facendoci ridere, appassionare e commuovere – sta ai personaggi; sta a noi.
Chissà se ce la faremo.

Voto: 4 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

Tre grandi cartelloni pubblicitari sono al centro di un bellissimo film che tratta questioni di grande attualità negli Stati Uniti: il razzismo e la questione femminile. Così il film quasi diventa a sua volta il manifesto di un potenziale rovesciamento in positivo di situazioni stagnanti.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, premiato per la miglior sceneggiatura all’ultimo festival di Venezia e terzo lungometraggio del regista e drammaturgo britannico Martin McDonagh, si muove costantemente lungo una linea di confine.

Ambientato nel Missouri dei nostri giorni, in una cittadina situata nel verde intenso di una vallata e incuneata tra le montagne circostanti, il film offre un ritratto di abitanti per lo più chiusi in sé stessi, di persone che hanno accumulato livore e grettezza, come se fossero afflitti dalle montagne incombenti invece che alleggeriti dal verde della vallata e degli spazi che li circondano. Come se all’interno di questa comunità fosse implosa, fin nell’animo di gran parte dei suoi abitanti, quell’ampiezza dei vasti spazi americani che proprio il cinema ha sublimato artisticamente e mitizzato come forse nessun altro mezzo d’espressione.

Chiaramente questo rovesciamento lo si può leggere come una metafora di tutte le chiusure americane, ma anche di quelle italiane ed europee.

Le ragioni della rabbia
A Ebbing, città immaginaria che rappresenta tutte le località che lo spettatore vorrà vederci, Mildred Hayes, interpretata da una Frances McDormand in gran forma, domina in un film per lo più composto da personaggi maschili, come il vicesceriffo ottuso, grottesco, aggressivo e insieme gigione interpretato da Sam Rockwell, o, in una certa misura, lo stesso sceriffo, interpretato da Woody Harrelson.

Mildred vuole sempre dominare, quasi fosse posseduta da un demone. Come se secoli di frustrazione e oppressione maschile sulla donna la portino a eccedere, a essere perfino spietata, anche se il film mette altrettanto in luce quante ragioni abbia di esserlo.

Donna divorziata da un marito violento, madre in rapporto conflittuale e insieme tenero con il figlio adolescente, non si è mai ripresa dall’assassinio della figlia stuprata e dal fatto che la violenza sia rimasta impunita, e fa di tutto perché si trovi la soluzione. Eccedendo, a volte a torto a volte a ragione. Come quando incarica il giovane direttore di un’agenzia pubblicitaria, altro personaggio interessante nella sua mascolinità poco chiara, di allestire sui tre giganteschi cartelloni pubblicitari situati sulla strada all’entrata della cittadina una campagna pubblicitaria per ricordare l’assassinio della figlia e per chiedere a che punto siano le indagini. Per scuotere le sabbie mobili. Un’iniziativa che provoca reazioni accese dando inizio a una specie di telenovela.

Un nuovo clima
Il tono del film, in bilico tra dramma e commedia nera, non perde mai finezza, sfumature e intensità. McDonagh, conosciuto per i suoi provocatori lavori teatrali, lancia la sfida di un cinema umanistico, senza retorica, in un paese dove la cinematografia anche d’autore forse si compiace troppo nel ritrarre un’America solo cinica e nera, priva di ideali e generosità.

Non tutti sono David Lynch, il quale del resto ormai è andato oltre, dato che il suo cinema ha raggiunto una dimensione eterea ma dalla grande profondità, mentre troppa cinematografia statunitense ancora si gingilla nel proporre l’ennesima variazione sul tema sul volto nero e grottesco della società americana. Magari a volte anche con risultati brillanti come nel caso di Suburbicon.

Eppure la società americana sorprende ancora, anche in positivo, e forse l’esempio più eclatante sono state le primarie democratiche del 2016, quando Bernie Sanders ha dimostrato che un’intera generazione di giovani, profondamente interconnessa e al suo interno estremamente paritaria, desidera rapporti umani radicalmente nuovi oltre che una rinnovata parità socioeconomica. Per Sanders hanno infatti votato in misura quasi uguale giovani donne e giovani uomini, giovani neri e giovani bianchi, le altre minoranze (compresi tanti non giovani), i giovani etero e quelli della comunità lgbt.

Il manifesto di questo nuovo clima resta la celebre simulazione in cui si mostrava che se alle ultime elezioni negli Stati Uniti avessero votato solo i giovani quasi tutti gli stati sarebbero andati ai democratici. Possibile che su circa 300 milioni di abitanti il cinema americano, decisamente troppo autoreferenziale, non sappia raccontare con generosità questa nuova America e il suo anelito a un mondo più generoso?

Tre manifesti a Ebbing sembra condannare la presunta immutabilità delle persone

Giocando sul paradosso, potremmo dire che Tre manifesti fa lo stesso gioco di quest’altra cinematografia, fatto salvo che è esattamente l’opposto e coglie così il clima nuovo.

Il grottesco trova un equilibrio perfetto con la sottile linea surreale, irreale e poetica del film. La struttura per certi versi teatrale (la ripetizione costante dei tre pannelli pubblicitari, quasi da meccanismo iterativo da strip a fumetti, le scenette nella stazione di polizia) regge perfettamente la dimensione più filmica, lasciando affiorare momenti aerei che sono ottimo e puro cinema, di cui la sequenza con Mildred Hayes e l’apparizione del cerbiatto resta l’esempio forse migliore.

Il riflusso positivo
Soprattutto Tre manifesti sembra condannare la presunta immutabilità delle persone e delle situazioni, a cominciare da lei, la protagonista caparbia e dal volto fisso, fino ai personaggi dei poliziotti. Su questi vogliamo lasciare la sorpresa limitandoci ad accennare che Woody Harrelson (celebre e memorabile interprete di Mickey in Natural born killers – Assassini nati di Oliver Stone) pratica un’inversione radicale rispetto alla gran parte dei personaggi che ha interpretato, seguendo in questo un segreto percorso cinematografico comune a tante star di Hollywood.

Tutto è reversibile, nulla e nessuno è condannato per sempre all’inferno-purgatorio dell’eterna palude. Quasi panteisticamente siamo un tutt’uno, un unicum, sembra dire il film nelle sue pieghe più nascoste (ancora la sequenza del cerbiatto che ha pure un’ambiguità: illusione o utopia?).

Ma ci vuole una presa di coscienza per un riflusso in positivo. La parola riflusso – che dà il nome alla cittadina del titolo, Ebbing – non per nulla è stata usata negli anni ottanta per indicare lo spostamento regressivo verso il disimpegno e la superficialità dopo i decenni del secondo dopoguerra segnati da una tensione costante verso l’impegno e gli ideali progressisti.

In questo caso è invece sinonimo di rinnovato movimento, di uscita da idee stagnanti diventate quasi fissazioni ossessive, causa di infelicità e di comportamenti spesso gravi quanto grotteschi. Anche qui il film, polivalente, lascia spazio a un’ambiguità giocata sui diversi significati della parola.

Nel cuore del Midwest, il Missouri confina con otto stati e contiene i flussi di due grandi fiumi, il Missouri e il Mississippi. Uno stato che è una potenziale porta aperta che spinge a muoversi, viaggiare, conoscere e cambiare idee in tutte le direzioni, soprattutto quelle più inattese, come sembra dire il finale aperto.

Andando infatti a cercare la zona adatta per le riprese e rappresentativa della palude, la produzione non l’ha trovata tra le Ozark mountains, dove è ambientato, ma, dopo un lungo giro tra Ohio, New Mexico, Missouri, Mississippi e Georgia, l’ha individuata nella cittadina di Sylva, in North Carolina.

La sensibilità visiva è da grande cinema classico della New Hollywood degli anni settanta, per esempio di quello del grande e un po’ troppo dimenticato Arthur Penn. A cominciare da Missouri (1976), splendido western atipico con Marlon Brando e Jack Nicholson, paradigmatico di un cinema che rappresentava eroi disillusi, figli di un’epoca dove si perdevano gradualmente le illusioni negli ideali, ma sapeva farlo con umana malinconia.

Francesco Boille, da “internazionale.it”

 

 

Mildred Hayes non si dà pace. Madre di Angela, una ragazzina violentata e uccisa nella provincia profonda del Missouri, Mildred ha deciso di sollecitare la polizia locale a indagare sul delitto e a consegnarle il colpevole. Dando fondo ai risparmi, commissiona tre manifesti con tre messaggi precisi diretti a Bill Willoughby, sceriffo di Ebbing. Affissi in bella mostra alle porte del paese, provocheranno reazioni disparate e disperate, ‘riaprendo’ il caso e rivelando il meglio e il peggio della comunità.

Al suo terzo film, Martin McDonagh conferma una visibile impronta: infiltrare la tragedia dentro la commedia nera. Tre manifesti a Ebbing, Missouri sposa la pratica prediletta ma sposta più avanti la riflessione.

La speculazione sale e progredisce, affondata nel Missouri, situato al centro degli States e rivelatore della crisi che scuote il Paese. Nello stato che non ha mai completato il percorso dallo schiavismo e genocidio delle origini al garantismo costituzionale e all’ideale pluralista multiculturale, l’autore svolge la storia di una madre che vuole giustizia. La pretende da poliziotti distratti, affaccendati a escludere gli omosessuali dalla protezione del “Civil Rights Act”, approvato nel 1965, o a “torturare persone di colore”, la sceneggiatura di McDonagh sottolinea lo slittamento semantico per bocca dell’agente di Sam Rockwell.

Richiamati al loro dovere dai manifesti del titolo e dall’inconsolabile dolore di una madre, i cops adottano misure repressive, criminalizzando chi vuole soltanto giustizia. Ma è a questo punto della vicenda che il drammaturgo irlandese, cresciuto a Londra ma all’ombra di Samuel Beckett, scarta e rilancia realizzando il desiderio di Marty (7 psicopatici), lo sceneggiatore alcolizzato di Colin Farrell che provava a fuggire l’apologia della brutalità, la mitologia del crimine caustico, la verbosità prolissa e i motherfucker interposti. Lo scarto è incarnato dallo sceriffo di Woody Harrelson, magnificamente contre-emploi. Attore nato per uccidere, che misura sovente la propria performance in situazioni estreme, Harrelson è il cuore morbido di questa ‘commedia profonda’ che cerca e trova l’anima dell’America sotto l’intolleranza acuta e la mentalità settaria. È il suo gesto, ‘inoltrato’ con tre lettere, a impegnare gli altri personaggi.

Voto: 3,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

In piena notte, in un paesino della provincia del Missouri, vengono affissi degli avvisi su tre cartelloni pubblicitari posti sul ciglio di una strada secondaria. La tranquillità della cittadina viene sconvolta da un gesto che pone nuovamente sotto l’attenzione popolare un omicidio avvenuto mesi prima quando la diciottenne Angela veniva violentata e uccisa. Da quel momento, la madre, Mildred Hayes non è mai riuscita a darsi pace. Decide, così, di punto in bianco di sollecitare la polizia ad indagare e a trovare il colpevole tramite una serie di azioni che assumeranno sempre più i caratteri di una piccola guerra civile. Ad interpretare i personaggi dell’ultimo dramma di Martin McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri sono grandi volti del cinema americano. Frances McDormand porta in scena il dolore di una donna che ha perso la figlia e che ha visto inficiata la speranza che la giustizia riesca a fare il suo corso. I conflitti che animano la vita della popolazione sono incarnati dai continui battibecchi tra Mildred e l’agente Jason Dixon (Sam Rockwell), antieroe verso cui il regista non calca mai la mano ma che è sempre pronto a sfiorare con delicatezza, concedendogli una seconda chance. Il corpo della polizia è guidato dal rispettato sceriffo Whillougby, un Woody Harrelson dallo sguardo spiritato, tornato alle atmosfere poliziesche dopo le incursioni televisive. I rancori individuali e le continue liti, che hanno trovato nel gesto di Mildred la propria detonazione, diventano emblematici di una situazione universale: ogni oggetto presente in scena apre lo sguardo su dolorosi eventi avvenuti nel passato, su sensi di colpa e su rimpianti mai perdonati. Questo terzo film di McDonagh è un vivace frullato di generi che regala dialoghi scoppiettanti a scambi in cui il dolore dei personaggi esce dal guscio di protezione all’interno del quale era stato rinchiuso. Il rancore, tuttavia, non è mai totale ma è segnato da continui gesti di solidarietà: sguardi di intesa che rendono i personaggi meno lontani tra loro, deboli ed inadeguati, come la società in cui vivono, ma alla ricerca di un riscatto, lungo un percorso che, lentamente, accompagna lo spettatore verso un nuovo probabile mondo. Il film, a costo di sacrifici dolorosi, concede ai suoi personaggi la possibilità della speranza e del bene che si insinuano in dialoghi e traiettorie dello sguardo. Non tutto è perduto. A volte, basta un semplice gesto a fare in modo che il bene si lasci alle spalle l’oceano di male in cui rischia perennemente di annegare. Grazie a gesti e ad azioni che riecheggiano la struttura tragica senza dimenticare la componente popolare del grande cinema americano classico.

Matteo Marescalco, da “cinema4stelle.it”

 

 

Durante una notte come tutte le altre, la tranquillità ostentata di Ebbing, cittadina del Missouri, è squarciata dall’apparizione di un vero e proprio atto di guerra. Su una strada provinciale quasi abbandonata, tre enormi cartelloni pubblicitari lanciano, infatti, un grido: Raped while dying and still no arrests? How come, Chief Willoughby? L’intera città è costretta a fare i conti con la propria coscienza, assistendo alla guerra civile tra Mildred Hayes, madre spezzata ma non sconfitta di una figlia assassinata e l’intero corpo di polizia, guidato dal rispettato sceriffo Willoughby.

Martin McDonagh continua il suo viaggio celebrativo nel cinema americano degli anni ’90. Dopo aver saccheggiato Tarantino con 7 psicopatici, il regista inglese affronta la tappa Coen, spostandosi nei territori neri dei fratelli di St. Louis Park. McDonagh, a differenza del suo film precedente (che scontava un’eccessiva voglia di emulazione) trova l’equilibrio giusto tra l’omaggio appassionato e la rilettura indipendente. Al di là dei chiari riferimenti ai registi di Fargo (il volto di Frances McDormand, le splendide musiche di Carter BurwellTre manifesti a Ebbing, Missouri trova una strada personalissima in una trama che, prima di confermarsi black comedy, si dimostra il racconto di un dolore cristallino. La rabbia infinita di Mildred, la sua ossessiva sete di giustizia e di speranza, diventa il nucleo su cui il regista costruisce l’impalcatura emotiva di un film dove la risata e la battuta sarcastica sono i primi appariscenti strati di una sofferenza vibrante e universale. I conflitti, anche virulenti, che dividono l’agguerrita protagonista contro i suoi “antagonisti” (il sofferente sceriffo, il rabbioso ex-marito, l’infantile agente Dixon), pur segnati da un rancore manifesto, sono continuamente attraversati da attimi di vicinanza, da gesti di solidarietà. Sono tutte vertigini, sempre coerenti, che aprono sguardi commoventi in un passato accennato, in rapporti umani incrinati ma mai davvero spezzati.

tre manifesti a ebbing missouri sam rockwell frances mc dormandE’ cosi che, soprattutto nell’accesa diatriba tra Mildred e Willoughby, motore iniziale della storia, si ritrova il vero senso della battaglia della protagonista. Tutta la città conosce il dolore della donna, lo comprende, lo sente vicino ma non è tollerabile vederselo sbattere in faccia, essere costretti a ricordarlo costantemente. Il buon sceriffo, realmente mortificato per non essere riuscito a trovare il colpevole dell’atroce delitto, diventa così il simbolo di una società che ha accettato le debolezze e le inadeguatezze, interessato a impegnarsi egoisticamente sui propri problemi che sobbarcarsi i pesi degli altri. Come sineddoche di tutto ciò, anche per il suo ruolo, Willoughby non può non essere considerato il bersaglio perfetto per la rabbia di una donna che non è disposta a rinunciare, che non vuole rassegnarsi. Il legame tra i due “avversari”, oltre a regalare ottimo materiale per la sfida recitativa tra due incredibili McDormand e Harrelson, è il metro morale ed emotivo con cui l’autore misura le distanze tra tutti i personaggi, pur su posizioni opposte, mai davvero troppo lontani per scambiarsi uno sguardo commosso d’intesa.

tre manifesti a ebbing missouri woody harrelson sam rockwellMcDonagh, consapevole della sua bravura nella scrittura, è autore innamorato dei propri dialoghi. Mai come questa volta, però il fiume verboso che di solito attraversa i suoi film è arginato dal bisogno di rimanere incollato sul vero cuore dei suoi personaggi. L’autoreferenzialità esibita dalla battuta sagacemente volgare, sullo scambio elettrico e cinico, anche se usato con la solita generosità, diventa davvero funzionale alla storia. L’anticlimax comico è l’ideale riflesso dei percorsi dei personaggi, tutti inseriti in questa commovente escalation sentimentale che ci guida con misura verso un finale perfetto, dove ogni parola è usata nel modo giusto. Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un’opera sorprendentemente misurata e sincera che apre una vita artistica per un autore finalmente libero di esprimere, senza condizionamenti cinefili, pienamente una personale e straziante poetica.

Luca Marchetti, da “sentieriselvaggi.it”

 

Presentato in concorso alla 74esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è il terzo film del regista Martin McDonagh (In Bruge7 psicopatici).

Un successo eccezionale sia di critica (si è guadagnato un lunghissimo applauso in sala stampa) che di pubblico, che alla prima in Sala Grande ha fatto tremare le pareti tra applausi e standing ovation.

La vita della relativamente tranquilla cittadina di Ebbing in Missouri viene sconvolta quando Mildred Hayes (Frances McDormand) affitta tre immensi cartelloni pubblicitari rimasti a lungo inutilizzati lungo una delle strade secondarie di collegamento alla città. “Stuprata mentre moriva”, “Ancora nessun arresto”, “Perché sceriffo Willoughby?”, sono le parole che la donna, dopo mesi di silenzio sulle indagini per la morte della figlia, stuprata, uccisa e data alla fiamme nove mesi prima, ha deciso di imprimere nella memoria di tutti i cittadini e soprattutto delle forze dell’ordine.

A nulla servono i tentativi di rassicurazione (e dissuasione) dello sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson), uomo ligio al dovere e rispettato da tutta la comunità, a cui a causa del cancro, restano solo pochi mesi di vita. Mildred sembra inarrestabile e inconvincibile, ma la strada verso la verità è lunga e carica di dolore.

Three Billboards Outside Ebbing, Miossouri trova la sua forza in una sceneggiatura solida, fatta di umorismo nero e parole pesanti come macigni, ma sempre consegnate con una confezione accattivante. Risate e tensione si mescolano creando un equilibrio che impedisce al pubblico, anche alla seconda visione (provare per credere!), di perdere la concentrazione. Una storia originale dalle tinte pulp, ma dove l’intrattenimento si mescola a chiari intenti di denuncia alle discriminazioni, di tipo razziale, di genere e sessuale.

Frances McDormand domina la scena. La sua Mildred è una donna dura, intransigente e carica di rabbia, che riversa sugli altri a ogni occasione. Un atteggiamento che cela risentimento anche verso sé stessa, al ricordo del rapporto con la figlia pieno di parole che potevano essere non dette e azioni che potevano essere fatte diversamente. Una durezza che l’attrice ha voluto rendere visivamente deprivando Mildred di gran parte della sua femminilità, ispirandosi per mimica e movenze del personaggio a… John Wayne.

Nel film non si vede, perché è stato tagliato, ma cammino come lui” asserisce l’attrice scherzando con il regista che replica prontamente “no, si vede”.

Attorno alla sua figura ruota un mondo di personaggi tratteggiati con forza, pensati evidentemente su misura per i loro interpreti (la maggior parte del cast aveva già lavorato con il regista) che li indossano come un guanto.

Il Bill di Woody Harrelson è un uomo di principi, ma calato e adattato alla dimensione in cui vive e dalla quale cerca di ricavare il meglio. Rivela un’inaspettata saggezza finendo per svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo emotivo e nella maturazione di coloro che lo circondano.

Tra questi spicca il detective Jason Dixon (Sam Rockwell), forse il personaggio più sfaccettato e interessante dell’intera vicenda. Razzista, violento e omofobo, che a quarant’anni vive a casa con la mamma, Dixon rappresenta quella faccia dell’umanità (e dell’America in questo caso) che è il risultato dell’ambiente chiuso in cui vive e cresce. Sam Rockwell è esilarante nel rendere al meglio i “tumulti” (non interiori, li vedono tutti!) di un personaggio che apparentemente è tutto pugni, sarcasmo ed emotività, ma che infine regala alcune delle svolte più interessanti della storia, scoprendosi un ottimo detective e un essere umano migliore.

Tra i protagonisti assoluti di Three Billboards Outside Ebbing, Missouritroviamo anche il paesaggio. La statale lungo la quale sono collocati i tre imponenti “billboards”, di un rosso acceso che si staglia tra il verde e l’azzurro dell’ambiente circostante, è il palco su cui si consuma il dramma principale e il luogo dove, ciclicamente, vediamo radunarsi in cerca di risposte tutti i personaggi della nostra storia.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, è il film che tutti ci auguriamo di incrociare in occasione di un festival (e non solo), in grado di far riflettere ed emozionare, ma senza rinunciare ad intrattenere. Divertente, dinamico, emozionante, violento, malinconico, ben scritto, ben interpretato… è la prova che ancora oggi si ha la possibilità di raccontare storie originali e di valore, senza necessariamente riadattarle da romanzi o ricorrere ad espedienti tecnico-narrativi troppo sperimentali e oscuri.

Il consiglio, naturalmente, è di non perdervelo.

Susanna Norbiato, da “darksidecinema.it”

 

 

 

Il nome di Martin McDonagh non è certo il più popolare di Hollywood, ma state certi che dopo Tre Manifesti a Ebbing, Missouri lo sentirete nominare sempre più di frequente. Questo perché il suo film (che abbiamo avuto la fortuna di vedere in anteprima in settembre a Venezia 74) è una pellicola di straordinaria grandezza, capace di esprimere pienamente l’idea di cinema che abbiamo già visto nelle precedenti opere del regista (7 psicopaticiIn Bruges) e di elevarla oltre ogni aspettativa, portandola al paro della produzione teatrale di McDonagh. A conferma dell’importanza della pellicola, il suo straordinario successo ai 75° Golden Globe, dove ha vinto ben 4 statuette: , miglior film drammatico, miglior attrice protagonista in un film drammatico, miglior attore non protagonista e miglior sceneggiatura.

IL RUOLO DELLA VITA PER FRANCES McDORMAND

Mildred (una Frances McDormand inarrivabile, sicura candidata agli Oscar) decide di acquistare per un anno tre grandi spazi pubblicitari (i tre cartelloni del titolo) sui quali lanciare un messaggio di sfida allo sceriffo Willoughby (un commovente Woody Harrelson). La polizia locale viene accusata di non aver saputo risolvere un grave crimine consumatosi proprio nei pressi di quei cartelloni, e nonostante lo sforzo del violento ufficiale Dixon (il poliedrico e bravissimo Sam Rockwell) di mettere tutto a tacere, viene a crearsi un piccolo caso mediatico che metterà in moto la macchina narrativa e costringerà ognuna delle parti in causa a fare i conti con le proprie responsabilità.

tre manifesti a ebbing, missouri

McDONAGH, UN GRANDE COMMEDIOGRAFO TEATRALE CHE NON SBAGLIA UN FILM

Martin McDonagh, che firma la regia quanto la sceneggiatura di Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, con la sua terza opera rivendica una mano riconoscibilissima (anche se in questo caso molto debitrice al cinema dei fratelli Joel e Ethan Coen) e si conferma un autore a tutti gli effetti; uno di quei nomi con cui i cinefili di tutto il mondo dovranno fare i conti d’ora in avanti. McDonagh non è certo un dilettante, e con le proprie pièce ha avuto un tale successo da arrivare ad esser considerato uno dei più importanti commediografi del teatro Irlandese.
Da quando poi è approdato alla settima arte, non ha sbagliato un colpo. Il suo esordio con In Bruges (2008), black comedy su due killer in fuga con Colin Farrell, Brendan Gleeson e Raplh Fiennes, ha stupito per l’inusuale sbilanciamento del lato crime su quello comedy e il successivo 7 Psicopatici (2012), con il suo cast semplicemente mozzafiato, ha una matrice teatrale capace di renderlo una delle pellicole più inusuali e sorprendenti degli ultimi anni. Ora, a cinque anni di distanza dal suo ultimo folgorante lavoro, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri si presenta come la sua opera più compatta, matura ed emozionante.

tre manifesti a ebbing, missouri

UN’ALTALENA DI EMOZIONI INTENSISSIME E UNA RIFLESSIONE SULLA GIUSTIZIA

Senza entrare nel dettaglio nella trama, possiamo dirvi che l’aspetto che colpisce più di ogni altro in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è la capacità del film di lanciare lo spettatore verso le risate più spensierate e farlo poi immediatamente sprofondare nell’emozione più commovente; questo ripetutamente e inaspettatamente durante le quasi due ore di durata (che passeranno in un baleno).
Quella di alternare dramma e commedia nella stessa pellicola (abbracciandone gli eccessi più di quanto conceda una comune dramedy) è una tendenza che ha decretato il successo di molti registi e sceneggiatori di culto (basti pensare ad autori cult come Wes Anderson o i Coen), e ormai è diventata la ricetta magica per molti prodotti della serialità televisiva (sfociando nell’animazione artistica di BoJack Horseman).
Quando si cerca di far coesistere pianto e risata si cerca sempre di muoversi lungo un confine sottile, con toni delicati e solo occasionalmente calcando la mano. McDonagh invece sceglie una strada opposta e, pur riuscendo a conseguire un equilibrio e una coesione d’insieme perfetti, non ha paura di mettere in scena gli estremi della vita, che – proprio come accade nell’esperienza umana – si susseguono e sovrappongono caoticamente e al di fuori del nostro controllo. Questa corsa sulle montagne russe della drammaturgia del regista non solo intrattiene ed emoziona, ma riesce a trasmettere quella stessa imperscrutabile poetica dell’esistenza che permette a ogni protagonista del film di trovare a suo modo un riscatto, un superamento, il cambiamento.

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è Cinema vero, completo, di quello capace di avere una profonda dimensione artistica e al compenso di essere accessibile alle masse. Una riflessione su cosa sia la giustizia e sul diritto naturale, ma anche un ritratto ironico, amaro e ispirato delle vite umane come monadi impazzite. Forse il miglior film del Festival di Venezia 2017, e sicuramente la consacrazione per un Martin McDonagh che rivendica la propria grandezza autoriale. Imperdibile. Il film sarà in sala dall’11 gennaio su distribuzione 20th Century Fox e, se volete evitare spoiler, non guardate il trailer.

Luca Ciccioni, da “anonimacinefili.it”

 

 

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