Tonya

 

 

 

Dopo aver esaltato lil gigantesco Jake Gyllenhaal di Stronger, la dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma ha accolto con applausi scroscianti la straordinaria Margot Robbie di I, Tonya, film centrato sull’incredibile storia vera della pattinatrice Tonya Harding, nel 1994 protagonista di uno scandalo che sconvolse il mondo dello sport.

Nel 1991 campionessa nazionale all’età di appena 21 anni, e pochi mesi dopo 2° ai campionati mondiali, la Harding finì nel tritacarne mediatico e giudiziario a causa del brutale attacco ai danni della rivale statunitense Nancy Kerriga, colpita da uno sconosciuto ad un ginocchio a 24 ore da quei campionati nazionali che avrebbero decretato le atlete ammesse alle Olimpiadi invernali. Solo successivamente si scoprì che proprio la Harding, d’accordo con il marito, organizzò il diabolico e criminale piano per far fuori dai giochi la promettente Nancy.

E’ un film ‘scorsesiano’ nella struttura, quello diretto dall’australiano Craig Gillespie, chiamato a riportare in vita un’esistenza complicata, segnata sin dall’infanzia, costantemente alimentata dall’amore nei confronti dei pattini e rovinata da un temperamento semplicemente ingestibile. Partendo da alcune reali interviste rilasciate verso la metà degli anni ’90 da tutti i protagonisti di questa folle storia, Gillespie e lo sceneggiatore Steven Rogers hanno ricostruito l’intera esistenza di una campionessa cresciuta a insulti e ceffoni, perennemente sminuita, provocata, malsanamente amata.

Prima americana di sempre a compiere un triplo axel in una competizione ufficiale, Tonya, sulle piste di ghiaccio dall’età di 4 anni, ha il volto imbruttito, sofferente, determinato, furioso, competitivo, esaltato e malinconico di una Margot Robbieche vede l’Oscar come miglior attrice. Una prova mostruosa, quella della 27enne diva australiana lanciata da Martin Scorsese in The Wolf of Wall Street, paragonabile probabilmente all’indimenticabile e premiatissima Natalie Portman de Il Cigno Nero. La sua Harding, così burbera e inelegante, atleticamente esplosiva ed emotivamente scossa da un’esistenza vissuta sempre al limite, lascia senza fiato per credibilità e potenza espressiva. La Robbie tiene miracolosamente il peso di un personaggio dalle mille sfaccettature, abusato e violento, bugiardo, sboccato e mai neanche lontanamente attraversato da un semplice, quanto doveroso, senso di colpa.

Brutalmente divertente, il film racconta ascesa e rapida caduta di una ragazza per anni maltrattata da una terrificante madre, che ha i lineamenti di una diabolica, glaciale e mastodontica Allison Janney, e da un manesco e stupido marito, interpretato da un inedito Sebastian Stan. Educata a forza di soprusi, con un padre in fuga, nessun amico e una vita unicamente condita dagli allenamenti, la Harding, tecnicamente eccezionale ma sciatta e poco femminile, fumatrice incallita e asmatica, pagò sul ghiaccio questo contorno orrorifico, indirettamente rimastole appiccicato, neanche fosse un maleficio.

Gillespie, che magnificamente danza sul ghiaccio insieme alla Robbie tra lunghi carrelli e seduttivi avvitamenti, va oltre il semplice biopic sportivo virando inaspettatamente verso la dark comedy, con la stupidità del male tipicamente coeniana inattesa co-protagonista. La banda di cialtroni che porta a compimento l’aggressione ai danni di Nancy Kerrigan richiama infatti l’irresistibile delinquenza idiota di Fargo, tra risate di sbigottimento e mestizia.

Bello, sporco e cattivo, I, Tonya compie l’impresa di umanizzare una delle sportive più odiate d’America, a 23 anni appena radiata a vita dal pattinaggio professionistico e negli anni a seguire, sommersa dai debiti e marchiata dall’ignominia, costretta a reinventarsi prima cantante e a seguire pugile. Quale altro sport alternativo, d’altronde, per una donna cresciuta a ceffoni, calci e colpi di fucile. Un personaggio estremo di fatto nato per diventare cinema, con Gillespie e Rogers autori di un biopic inusuale, tanto affascinante nella sua rappresentazione narrativa quanto emotivamente disturbante, cinicamente esilarante e tecnicamente ineccepibile, condito da una prova d’attrice monumentale.

Voto: 8,5 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

 

Che I, Tonya sia un film derivativo è immediatamente chiaro dalle prime scene in cui i personaggi, oggi, sono presentati con un’inquadratura da finta intervista televisiva in 4:3. Sono nelle loro case e sembra di vedere per un attimo un film di Wes Anderson tanto la coerenza dei colori e scenografie si accoppia con i caratteri di chi le abita. Saranno loro a raccontare, da molti punti di vista diversi, cosa è accaduto 30 anni prima, con la confidenza con lo spettatore (a cui si parla anche direttamente rompendo la quarta parete) di The Wolf of Wall Street, film che è un modello per I, Tonya tanto quanto La Grande Scommessa.

Gillespie si capisce che vuole realizzare un film che appartiene al genere delle vere storie anni ‘80 e ‘90 raccontate nella loro naturale assurdità, trame ed intrecci credibili solo perché veri, altrimenti troppo implausibili ed idioti per stare in un film. Lo vuole così tanto da usare i carrelli veloci in avanti ad inizio scena di Scorsese e l’ossessione per l’umorismo a tutti i costi di La Grande Scommessa, aggiungendo la passione per la sottolineatura dell’idiozia di Pain And Gain e un po’ di materiale di repertorio.
Così riesce a ricostruire questa storia di bugie e di menzogne, i cui contorni ancora adesso non sono molto chiari ma che gira intorno all’incidente causato alla pattinatrice Nancy Kerrigan, probabilmente commissionato dalla rivale Tonya Harding, sicuramente perpetrato dal marito di lei.

L’obiettivo di I, Tonya però non è cercare la vera versione dei fatti ma, come i film del genere cui appartiene, raccontare il passato come un momento di follia, la realtà come bacino di storie assurde e l’umanità come contaminata dall’idiozia, come se la vita di tutti fosse sceneggiata dai fratelli Coen. Tale è il suo obiettivo che il film è disposto a tutto per un po’ di risate in più. Nonostante sia in piedi come grande veicolo per l’affermazione di Margot Robbie, lo stesso il desiderio di essere commedia e di esserlo con una nobiltà maggiore delle altre, sembra la sua missione: far ridere con classe.

Se tutto questo un po’ tira giù un film indubbiamente godibile, effettivamente divertente e molto abile nel gestire i vari snodi di un racconto a più voci (è capace anche di tenersi da parte per il gran finale il personaggio più assurdo di tutti, l’amico del marito), a tirarlo su invece è Margot Robbie. La sua Tonya Harding è una pattinatrice brava ma tenuta ai margini del mondo del pattinaggio per la sua natura popolare, un’esclusa sempre e comunque che rifiuta di assumersi qualsiasi responsabilità, bambina viziata che non si adegua alle regole estetiche del suo sport ma lo stesso è determinata a vincere con una forza che è nulla rispetto alla determinazione di Margot Robbie stessa nell’interpretare il ruolo. È la maniera tenace in cui dà vita ai mille toni del personaggio a infondere la vera linfa al film e, risate a parte, a portarlo sul terreno del cinema più serio.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

Il cinema esegue un salto triplo sul ghiaccio in Tonya, un biopic anomalo, vibrante, che denuncia le ipocrisie della società contemporanea. Tonya Harding ha infiammato il mondo del pattinaggio all’inizio degli anni Novanta, quando ancora scivolava veloce nei palazzetti di tutto il globo. Lei era la figlia del mito targato Ronald Reagan, di quel liberismo che avrebbe rilanciato il sogno americano. Non a caso la foto del presidente compare anche sul muro di un garage, per ricordare che se un attore poteva sedersi nello Studio Ovale, anche una ragazza di Portland sarebbe arrivata alle olimpiadi.

Lei non è la principessa di una favola per bambini, i risultati li ottiene col sangue e con le urla di una madre che non accetta il fallimento. A tre anni, Tonya è già schiava delle sue passioni. Il “sergente in gonnella” che la mantiene ha costruito una campionessa in miniatura, che non può abbandonare la pista neanche per andare in bagno. I pattini nutrono la sua anima, le botte induriscono il suo corpo.

 

La violenza diventa il pane quotidiano nelle giornate di Tonya, sempre malmenata da chi invece dovrebbe proteggerla. Lo scandalo nasce dagli schiaffi, da una fanciullezza che se n’è andata con gli allenamenti selvaggi e l’impossibilità di ricevere una carezza. Più che per meriti sportivi, lei viene ricordata per l’aggressione all’avversaria Nancy Kerrigan, nel 1994, dopo un allenamento. Il resto è storia, ma non dimentichiamoci che fu la seconda al mondo ad eseguire un triplo axel, un salto che quasi trent’anni fa illuminava i volti di appassionati ed esperti. Poi tutto si è spento.

Il film di Craig Gillespie (L’ultima tempestaFright Night) punta il dito contro una società di maschere, che si preoccupa solo dell’apparenza. La verità non interessa a nessuno. La Federazione deve promuovere un’atleta che sia un esempio sano per il Paese, non una ribelle che insulta i giudici durante la gara e sembra uno scaricatore di porto nei modi e nel linguaggio. L’immagine è essenziale, il talento passa in secondo piano. I media plasmano gli eventi, non si interrogano sulle cause o sui drammi che hanno preceduto la follia: per fare audience bisogna alzare il volume, sembra gridare il regista. E nell’era delle fake news, fa più ascolti un albero che cade di una foresta che cresce.

Qual è la verità? Di chi ci si può davvero fidare mentre si rivolge direttamente alla platea? Ognuno ha la sua versione dei fatti, e la sensazione è che non sapremo mai dove la cronaca si trasforma in inganno, un raggiro che la sportiva di turno deve mettere in piedi per sentirsi innocente. Assolta dal pubblico, condannata per l’eternità. Già Kurosawa si interrogava sul limite di ogni punto di vista, sull’impossibilità di svelare il mistero che si nasconde dietro alla violenza. Bisogna superare le apparenze, andare oltre gli ammicchi e le lacrime (spesso di coccodrillo), e forse, anche così, lo spettatore non riuscirà a riemergere da questa pioggia di bugie.

 

La macchina da presa è il primo inquisitore: non abbandona mai Tonya, non la lascia respirare. I carrelli la inseguono sulla pista nelle sue indimenticabili evoluzioni, i primi piani catturano i falsi sorrisi alla fine di ogni gara, quando lei vorrebbe piangere di dolore perché, in realtà, è sola. La protagonista ha le sembianze angeliche di un’intensa Margot Robbie, che regala la migliore interpretazione della sua carriera. Ne ha fatta di strada da quando era la sventola di The Wolf Of Wall Street: adesso si imbruttisce per essere molto più di una bionda armata di solo glamour.

Tonya riesce anche a far ridere a denti stretti e racconta la parabola di una vita turbolenta, di una donna forte che non è mai riuscita a essere l’eroina che tutti volevano. Gillespie chiede ai suoi attori di sfondare la quarta parete, di parlare al pubblico attraverso delle interviste girate per l’occasione, giocando con il documentario e la commedia amara. I generi si fondono, i sogni s’infrangono, mentre l’incontenibile Tonya ci stupisce con un altro triplo axel.

Voto: 3,5 / 5

Gian Luca Pisacane, da “cinematografo.it”

 

 

Tonya Harding non ha avuto un’infanzia facile e le cose non le sono andate meglio crescendo. Eppure, sebbene sofferente d’asma e forte fumatrice, da sempre e per sempre poco amata dai giudici di gara, che non la ritenevano all’altezza di un modello da proporre, la Harding è stata una grande pattinatrice, la seconda donna ad eseguire un triplo axel in una competizione ufficiale e tuttora una delle pochissime ad averne avuto il coraggio, tanto che il film di Gillespie, che racconta la sua ascesa e la sua caduta, ripercorrendo la sua biografia dai 4 ai 44 anni, ha dovuto supplire con effetti speciali, non trovando nessuna controfigura disposta o capace di farlo.

Tonya è anche un film sulla contro-figura, quella che ogni attore che si cimenta con un personaggio realmente esistito o esistente, è chiamato a impersonare.

Il cartello che apre il film avverte che è stato “tratto da interviste assolutamente vere, totalmente contraddittorie e prive di qualsiasi ironia con Tonya Harding e Jeff Gillooly”, ma quel che segue è un film in cui ironia e verità, in dosi massicce, vanno a braccetto per tutto il tempo. Perché Tonya, la madre LaVona (interpretata da una straordinaria Allison Janney), il marito Jeff e il suo sodale Shawn sono personaggi da commedia, cinema allo stato precotto, pronti da riscaldare, senza tradirne la voce né l’apparenza.

I due uomini, in particolare, sembrano usciti da un saggio sulla stupidità umana: persone che causano danni ad altre persone senza realizzare alcun vantaggio e anzi subendo perdite gravissime, di cui Gillespie restituisce sullo schermo l’assurdità e la pericolosità, forte del buon copione di Steven Rogers ma soprattutto di un materiale di partenza, ampiamente presente nell’archivio audivisivo contemporaneo di YouTube, che balla da solo tra farsa e dramma.

Voto: 3,5 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

Non aspettatevi che i fatti che vedrete raccontati in Tonya siano tutti veri, ce lo dice lo stesso regista Craig Gillespie all’inizio del film. La confezione è quella di un falso documentario, un mockumentary che inizia a giocare con lo spettatore dal primo fotogramma e non la smette più. L’autore di Lars e la ragazza tutta sua prende una sceneggiatura che accumulava polvere nei cassetti di Hollywood e ne fa una parabola sull’ossessione per la riuscita di una pattinatrice, Tonya Harding, figlia del proletariato white trash della provincia americana, sguaiata e senza grande talento. La perfida madre, una Crudelia Demon interpretata magnificamente da Allison Janney, le inculca l’ossessione per la vittoria, per lei unica ragion d’essere dello sport; diventare i migliori e farci un mucchio di soldi. In questo senso il pattinaggio non è una scelta legata a sincera passione, ma solamente un mezzo, l’unica cosa in cui Tonya riesce nella vita, come urla disperata quando i suoi piani di gloria si schiantano contro un muro di fatti da cronaca nera.

Quali piani? Arrivare sul podio alle Olimpiadi invernali di Albertville e battere la rivale e connazionale Nancy Kerrigan, più bella, aggraziata, elegante e talentuosa di lei. Perché il film di Gillespie è anche una delle molte variazioni di questa stagione del cinema americano sullo sport come terreno di battaglia fra talento e applicazione, doti naturali e sacrificio spinto all’ossessione. Tonya è Borg, la Kerrigan è McEnroe, se ci consentite.

Non fatevi ingannare dal ritmo trascinante e l’ironia a palate, il film si svela nell’ultimo terzo come uno struggente ritratto della solitudine di una donna incapace di sfuggire a un destino di mediocrità scritto nei geni. La figura tragica spesso lascia spazio al suo beffardo alter ego grottesco, specie quando Gillespie si fa prendere la mano e nell’ultima parte sembra scimmiottare un commedia nera con dei criminali da due tacche alla Fargo. Il compagno che la sfortunata Tonya si ritrova è semplicemente un veicolo per fuggire dalla tremenda madre, il primo che l’ha degnata di più di uno sguardo distratto; non è certo più furbo di lei, è anzi l’anello debole del mezzo complotto per spaccare le gambe alla rivale di piroetta. Per di più picchia la nostra eroina la quale, dopo una fugace speranza di rinascita, sembra ricadere nella terribile auto convinzione di meritarsele, quelle botte.

Come avete intuito gli argomenti drammatici non mancano, mentre la capacità del regista australiano sta nel dosarli con originalità per dare maggiore spessore alla sua Tonya, fermandosi appena prima di renderla una macchietta. Merito anche di una convincente Margot Robbie, che sarà anche imbruttita per l’occasione, ma senza che la circostanza ci resti in testa durante la visione, lasciando spazio a un senso di empatia e di vicinanza di cui le va riconosciuto in pieno il merito.

Tonya Harding nello spazio di pochi mesi divenne una delle tante vittime dello schiacciasassi mediatico americano, vittima sacrificale dell’indignazione generale, proprio perché anello debole della catena alimentare di quella società, senza troppe armi per difendersi. Niente seconda opportunità per lei, solo patetici tentativi di riciclarsi come pugile; ma la carriera fu breve, durò solo sette incontri, per problemi d’asma. Almeno così spiegò, che sia o no l’ennesima menzogna di una vita più simile a un mockumentary.

Voto: 3,5 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Io: pronome personale, prima persona singolare. Tonya: nome proprio, femminile, un po’ middle class e un po’ supereroina, a suo modo perfetto per andare sulle prime pagine dei giornali, sport o cronaca giudiziaria poco importa. I, Tonya, sin dal titolo, racconta di queste due entità in una. L’Io che si confessa senza filtri davanti alla macchina da presa e la “crudele” Tonya Harding sono la stessa persona? Due facce della stessa medaglia o due visioni diverse che non combaciano mai? La verità non esiste dice alla fine la protagonista nello sguardo delirante e dolente che le trasmette una clamorosa Margot Robbie, produttrice – ormai a Hollywood i film gli attori se li fanno da soli o quasi – e musa dark dell’America campagnola, quella densa di kitsch anni 80, che vota Reagan ed è disposta a tutto pur di eccellere, soppiantando con ogni mezzo lo snobismo delle classi alte e delle Nancy Kerrigan che si mettono in mezzo. Self made… woman in questo caso. Che storia quella della pattinatrice Tonya Harding: la gloria arriva nel 1991 con la vittoria dei campionati nazionali e il primato di essere la prima americana a effettuare un triplo axel, ma dietro si nascondono un’infanzia-incubo vissuta a Portland, una madre senza cuore, un padre fuggito, e certo una passione per il pattinaggio tutta sacrificio, piroette impossibili, caviglie di ferro e rivalità nevrotiche pronte a esplodere. E c’è poi c’è la figura cruciale di Jeff il marito debole e violento che orchestra un piano improbabile per escludere la rivale Nancy Kerrigan dai giochi olimpici invernali e mette tutti e due nei guai. È  il 6 gennaio 1994 quando quest’ultima si infortuna al ginocchio in seguito a un’aggressione. Le indagini scoprono una connessione con Tanya e Jeff. Scoppia lo scandalo e la società dello spettacolo impazzisce. Trasmissioni televisive, esibizioni in diretta mondiale, accuse, menzogne. Tanya viene squalificata dalla federazione americana ma si dichiarerà sempre innocente, dando la colpa al marito, mentre lui accuserà la moglie. Per alcuni mesi la loro diventa la storia più folle d’America, finché scoppia il caso OJ Simpson – ce ne accorgiamo di sfuggita su uno schermo televisivo – e l’asticella si alza. 

Craig Gillespie, australiano di nascita ma cresciuto professionalmente a New York, scherza a più riprese con i codici scorsesiani (ritmi veloci, voice over, impennate violente, soundtrack pop/rock), come fosse un David O’ Russell più iconoclasta e politicamente scorretto. Sicuramente meno serioso. Ed è un bene perché questa è una black comedy sul sogno americano dove tutto sembra improbabile e invece è realmente accaduto. Più che un biopic sportivo ecco il dietro le quinte di un personaggio contraddittorio che si porta dietro altri personaggi impossibili e grotteschi. Le finte interviste ai protagonisti accavallano prospettive differenti ma più che rileggere i fatti, forniscono elementi per una ricca comica finale. La fiction segue una cronaca dei fatti che è già spettacolo all’americana. Alla fine assistiamo a una storia senza vincitori, dove rimangono soltanto i vinti, questi looser con il loro ghigno ignorante e perverso che sono necessari al Sistema. E sotto sotto ci scopriamo ad amarli come fossero amici nostri, perché sappiamo che senza di loro lo “spettacolo” non potrebbe nemmeno iniziare.

Carlo Valeri, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

Nel 1994 il mondo del pattinaggio artistico venne travolto da uno scandalo, che godette di un’eco mediatico internazionale: all’indomani dei giochi olimpici invernali, la giovane promessa americana Nancy Kerrigan fu aggredita durante un allenamento: un uomo si avvicinò alla pattinatrice colpendola violentemente al ginocchio con una sbarra di ferro e costringendola così a un ritiro momentaneo che le precluse però le gare. Dall’indagine risultò che il mandante dell’aggressione era stato Jeff Gillooly, ex marito di un’altra grande stella del pattinaggio: Tonya Harving appunto, la cui implicazione nell’episodio non fu però mai del tutto chiarita.
Il regista Craig Gillespie, nel riprendere le vicende di Tonya e nel portarle sul grande schermo, nutre tuttavia aspirazioni ben più alte di chi vuole semplicemente rievocare uno scandalo sportivo o un episodio biografico. Uno dei finti filmini amatoriali in 4:3 che aprono la visione del film ci rivela la chiave di lettura dell’intera vicenda: “Tonya was totaly american!”, sostiene uno degli intervistati: la storia di Tonya non è che una sineddoche della storia americana, una storia che racconta il riscatto, la volontà di spiccare, di inseguire il grande sogno a stelle e strisce, ma anche e soprattutto una storia che, scorsesianamente, si fonda, si sviluppa e si conclude nella violenza.

La brutalità dell’America è la vera protagonista del film, della quale Tonya non è che una marionetta: la sua vita è costruita sulle violenze: la violenza psicologica e fisica di una madre alcolizzata (Allison Janney in quella che è probabilmente la sua migliore performance) che vede nella figlia l’occasione della propria rivalsa, un modo per vendicarsi di una vita che non è stata capace di darle nulla e che disprezza; la violenza domestica di un marito dispotico e squilibrato; ma anche la violenza del mondo delle piste da pattinaggio e dello spettacolo, dove persino la più dolorosa ferita interiore deve essere nascosta da un sorriso smagliante. Non stupisce che, una volta espulsa dal mondo del pattinaggio artistico, Tonya si sia data alla box: “Violence was always what I knew, anyway”, spiega la protagonista: “la violenza era ciò che avevo sempre conosciuto”. A ciò si affianca una piccola ma incisiva riflessione sulla deresponsabilizzazione che investe l’Occidente contemporaneo, un’ammissione di innocenza più volte sostenuta, ma che lascia le mani ugualmente sporche di sangue.

Il cineasta australiano dimostra di aver imparato la lezione di Scorsese, rivestendo la pellicola di una poetica già vista dallo spettatore in molti dei suoi film, da “Toro Scatenato” a “The Wolf of Wall Street“: l’immedesimazione nella vicenda narrata è evitata a ogni costo e, al contrario, abbondano i meccanismi di estraniazione, dalla voce narrante che spezzetta la narrazione in una lunga serie di flashback, all’utilizzo di ralenti, split-screen, sguardi in macchina, fino allo sfondamento totale della quarta parete, al rivolgersi direttamente dei personaggi al pubblico.
Una logica questa che, tra le produzioni recenti, oltre a Scorsese può rimandare anche all’esperimento de “La grande scommessa“, probabilmente uno dei riferimenti più immediati del film, dove la narrazione era più volte interrotta dall’aprirsi del mondo diegetico a quello extradiegetico e da una serie di spiegazioni dei termini economici specifici lì introdotti, spiegazioni che qui sono sostituite da quelle dei filmini amatoriali che spezzettano il fluire della narrazione.

Questo, a ben vedere, è allo stesso tempo l’aspetto più interessante del film e quello più problematico. La pellicola dimostra infatti una certa fatica nel trovare una propria originalità, un proprio marchio personale, un proprio posto riservato, e rischia di finire presto a far parte della lunga fila di epigoni e di “figli di”, di cui già il cinema contemporaneo abbonda. Complessivamente, questo “Tonya” risulta essere dunque un prodotto che certamente intrattiene, ma che si costruisce su regole prefissate da altri e niente affatto personali.

Tolte le reminiscenze scorsesiane e gli altri elementi presi in prestito da quella succitata tradizione cinematografica in cui il film si inserisce, rimane però alla pellicola di Gillespie un ultimo elemento su cui contare, ovvero le ottime performance non solo di Allison Janney (la cui interpretazione le è valsa l’Oscar come miglior attrice non protagonista, meritatamente), ma anche di Margot Robbie, la quale, pur riciclando in parte la vena di follia sensuale della sua Harley Quinn, compie un encomiabile lavoro sulla propria espressività, rendendo appieno il ruolo di chi sta in bilico tra la fame di successo e il dolore della sconfitta.
Voto: 6,5 / 10
Eugenio Radin, da “ondacinema.it”

Tonya Harding è una pattinatrice americana, vince la sua prima competizione a quattro anni ed è la prima atleta a inserire il triplo axel in una competizione ufficiale, vincendo i campionati nazionali statunitensi del 1991. Ancor più, però, è la protagonista di uno dei maggiori scandali sportivi: l’attacco alla rivale Nancy Kerrigan che le vale l’esclusione a vita dal pattinaggio su ghiaccio. Il resto, quindi, è storia. Tonya, la ragazza dal talento mostruoso, è colpevole di sapere e di non aver evitato, pur rimanendone estranea, l’aggressione alla bella Nancy: la figlia che tutti gli americani vorrebbero avere. E’ brava, sa di esserlo e vuole spingersi oltre ogni limite, per questo è pericolosa e malvagia. Una combattente insicura che rivendica il suo diritto ad essere parte dell’american dream, nonostante la sua visibile anima ammaccata. Nasce come una ragazzina equilibrata che spara alle lepri e cresce combattendo una guerra che vuole vincere arrendendosi a se stessa. Ha un temperamento focoso e potente, è oltraggiosamente intimidatoria. Non è aggraziata, per cui non vi aspettate di vederla camminare sinuosa, ondeggiando la sua chioma bionda. La mascolina Tonya non lo farà.

Eppure, una volta calzati i pattini, sa volare. Lo fa senza troppi lustrini, o con qualche velo cucito male. A lei importa meno di quanto importi alla giuria. Vive l’orrore di una madre che la inasprisce, che la tormenta, che la tortura psicologicamente e finanche fisicamente. Ed è proprio sua madre, LaVona Harding, caratterizzata dal premio oscar Allison Janney, a menomarla del sogno della sana famiglia americana. A proposito, Allison Janney (pensate a West Wing-Tutti gli uomini del presidenteMom) è fottutamente brava, interpreta in modo impeccabile un personaggio astioso, è capace di esprimere livore soprattutto con i dettagli. La vita della pattinatrice è trasposta, attraverso un rapporto di contiguità quantitativa, diventando emblema della società americana la cui struttura rifiuta tutto ciò che lei rappresenta. Craig Gillespie (lo ricorderete al debutto col sociofobico Lars e una ragazza tutta sua, 2007) firma un dramma a stelle e strisce che ha il cattivo odore della vita. Abbandona ogni formalità e rivela una confessione documentaristica, basata su interviste originali, che parla direttamente allo spettatore. Tonya non vi apparirà come un animale da studiare mentre si muove nervosamente in gabbia. Vi confesserà, senza essere mielosa, la sua vita e vi parlerà di verità nell’unico modo in cui è capace di farlo: sputando sangue e rialzandosi. Margot Robbie veste i panni di un’eroina negativa, una di quelle che la società punisce perché immensamente brava, ma non abbastanza stereotipata. Ciò è quanto contribuisce a frenare il suo talento. Il biopic vi racconterà una favola in cui gli asinelli e gli elefanti della società sono i nemici da abbattere. Un mondo malsano in cui il talento è sfruttato e sprecato. Gillespie ricorre a qualche effetto speciale, così l’attrice australiana diventa un’esperta pattinatrice, ma il triplo axel non è eseguito da alcuna controfigura, non sarebbe stato semplice trovarne. La fotografia ricorre a colori saturi mentre dipinge uno scenario fatto di perdenti.

Tonya è un film sui sogni infranti, su quelli che si dissolvono nella tossicità della nicotina. I sogni di una madre che sfrutta il talento di sua figlia, forgiandola a colpi di spazzola sulla schiena. I sogni di un’atleta unconventional che perde appena si illude che, per vincere, sia sufficiente la sola bravura tecnica. Tutti questi sogni guadano un torrente in cui confluiscono musiche che impiegano abilmente alcuni successi d’epoca; musiche in grado di veicolare il racconto e in qualche frammento vi sembrerà di sentire Tonya dirvi “hold me tight and tell me you’ll miss me while I’m alone and blue as can be. Dream a little dream of me”, ma quel frammento sarà presto vanificato da qualche sguardo burbero. La vita che resta, invece, sarà lei stessa a raccontarvela. Fumando.

Voto: 4 / 5

Lorenzo Belfiore, da “nocturno.it”

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog