The Silent Man

 

In questi mesi varie volte il cinema americano ha rievocato i (pochi) anni drammatici della presidenza Nixon. Vivendo in piena era Trump fa un certo effetto, ben diverso rispetto anche solo a un paio d’anni fa, vedere le drammartiche immagini di repertorio delle sue dimissioni; del resto non sono pochi i commentatori politici a trovare dei parallelismi fra i mezzi sbrigativi e le scorciatoie etiche spesso e volentieri caratterizzanti i due discussi personaggi. Il momento chiave della presidenza Nixon è stato lo scandalo Watergate, dal nome dell’hotel di Washington sede del comitato elettorale democratico in cui alcuni dubbi figuri, dal passato nell’intelligence governativa e dal presente come prezzolati della Casa Bianca, fecero irruzione per organizzare delle intercettazioni illegali; ma furono beccati.

Gola profonda: con questo nome diventato proverbiale è passata alla storia la fonte che permise a Bob Woodward e Carl Bernstein di denunciare le malefatte di Nixon e del suo comitato per la rielezione, costringendolo alle dimissioni prima di finire vittima di impeachment. Il suo nome è rimasto segreto fino al 2005 quando, in un’intervista a un settimanale, il vice direttore dell’FBI dell’epoca, Mark Felt, ammise di essere lui il proverbiale informatore.
Il giornalista investigativo diventato regista Peter Landesman (Zona d’ombra) ha diretto ora The Silent Man, un ritratto di quest’uomo devoto al Bureau per oltre trent’anni e uomo di fiducia del proverbiale J. Edgar Hoover.

Proprio la morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1972 dopo 48 anni ininterrotti come capo assoluto dell’agenzia federale, sconvolse la carriera di Felt, specie dopo che venne ignorato nella corsa al suo successore per ‘inaugurare una nuova era’. Un momento cruciale in cui si ruppe qualcosa all’interno di quest’uomo dal rigore assoluto e devoto alla causa, vero ortodosso della religione hooveriana. Il rapporto con la Casa Bianca non era mai stato facile per l’FBI, considerati oltretutto i fascicoli segreti con cui Hoover teneva in ostaggio potenti e politici a colpi di scatti proibiti e di vizi svelabili. The Silent Man è un film di corridoi percorsi da scarpe eleganti, scrivanie occupate da segretarie con occhiali, rigorosamente le uniche donne, di anonime lavanderie, telefoni a gettoni e tavole calde aperte tutta la notte, oltre al garage notturno reso celebre da Tutti gli uomini del presidente. Proprio quello in cui Robert Redford (alias Bob Woodward) incontrò Gola profonda (alias Mark Felt).

Landesman va dritto per la sua strada, senza scene madri e con la cocciutaggine anti spettacolare che ha sempre segnato la carriera del suo protagonista. Proprio l’interpretazione di uno straordinario Liam Neeson è la cosa migliore del film, la stella polare che permette di non annoiare lo spettatore nel grigiore delle sigarette sempre accese e delle moquette usurate. Meno riuscito, nonostante una brava Diane Lane nei panni della moglie, è il tentativo di fare spazio, appena un po’, alla vita privata del burocrate, alla sua disperata ricerca della figlia modello improvvisamente scappata di casa per simpatizzare con i terroristi del movimento Weather Underground. Ironia della storia, Felt ebbe guai giudiziari dopo la sua pensione proprio per aver approvato irruzioni illegali contro questi radicali di sinistra, protagonisti di attentati dinamitardi negli anni ’70.

La lotta sotterranea fra poteri è delineata con pazienza da Landesman, alle prese con la fine di un’era per l’FBI che la Casa Bianca non riuscì a utilizzare a suo vantaggio, nell’ottica di un riallineato dei poteri, a causa della drammatica crisi del Watergate. Gli amanti del genere sapranno apprezzare le figure di contorno, i ritmi rallentati delle indagini governative, e le ottime interpretazioni. Se invece quando intravedete la visione di Washington dall’alto vi prende l’orticaria, allora The Silent Man non fa per voi.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Washington, 1972. Mark Felt è il vicedirettore dell’FBI, presso cui presta servizio da trent’anni, quando il suo capo, il temibile J. Edgard Hoover, muore lasciando vacante la poltrona di direttore. A modo suo, Hoover era un architrave del sistema e la sua assenza scardina un sistema di potere, un’architettura istituzionale ben codificata. Tantopiù che Felt, delfino ed erede designato di Hoover, viene invece bypassato in favore di Pat Gray, legato a doppio filo con la Casa Bianca. Mancano circa duecento giorni alle elezioni presidenziali, il Repubblicano Richard Nixon si aspetta una riconferma e la sua campagna elettorale non risparmia i colpi bassi: fra questi, una pesante intrusione nella sede del Partito Democratico. È l’inizio dello scandalo Watergate e le indagini dell’FBI vengono chiaramente ostacolate dalla presidenza.

Felt, che ha sempre rivendicato l’autonomia della sua agenzia rispetto alle ingerenze della politica, non ci sta, e comincia una battaglia sotterranea, che non esclude le soffiate strategiche alla stampa.

The Silent Man racconta la vicenda dell’informatore del Washington Post definito come Gola Profonda, strumentale nel trascinare Nixon verso le dimissioni. Da uomo abituato a mantenere segreti, Felt non rivelò la sua identità fino al 2005 in un’intervista al Vanity Fair americano, e nonostante molti all’interno dell’FBI (e della Casa Bianca) conoscessero la sua storia, non fu mai rimosso dall’incarico perché era “l’uomo che sapeva troppo”, e le sue eventuali rivelazioni avrebbero fatto crollare il gigantesco castello di informazioni tenute nascoste “per il bene pubblico”.

La sua parabola, raccontata nell’autobiografia che Felt consegnò alle stampe nel 2006, è la base di The Silent Man, scritto e diretto da Peter Landesman, giornalista investigativo passato al cinema come sceneggiatore e poi regista: il che spiega il fatto che The Silent Manmanchi in azione e abbondi in dialoghi. Ma anche la regia, che potrebbe sembrare televisiva (nell’accezione contemporanea di televisione di qualità), rivela aspetti interessanti ed è fortemente debitrice di un mentore: quel Ridley Scott che produce il film, e il cui punto di vista “filosofico” pervade l’intera narrazione visiva.

Voto: 3 /5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

Il Watergate, uno dei più grandi scandali politici di sempre, torna sul grande schermo, raccontato dal punto di vista di Gola Profonda. Infatti The silent man di  Peter Landesman si concentra su uno dei protagonisti della vicenda, la cui identità è rimasta celata dietro uno pseudonimo fino al 2005, quando Mark Felt, ex vicedirettore dell’FBI, rivelò di essere stato lui quell’informatore che passò notizie top secret ad alcuni giornalisti americani rivelando tutta la verità a partire dalle intercettazioni illegali registrate presso il Comitato Nazionale Democratico di stanza nel palazzo del Watergate Hotel, ad opera di uomini legati al Partito Repubblicano, alla Casa Bianca e al Comitato della Rielezione del Presidente.

Per avere un quadro completo dei fatti storici chiamati in causa, cinematograficamente parlando, si potrebbe iniziare dalla visione di The Post continuando con Tutti gli uomini del presidente e infine The silent man. Perché dopo lo scandalo dei Pentagon Papers, studi sulle fallimentari imprese americane condotte in Vietnam e tenuti segreti fino alla presidenza Nixon, ma poi pubblicati dal Washington Post per volere della proprietaria Katherine Graham, ci fu proprio il Watergate. E se The silent man ce lo racconta dal punto di vista di Mark Felt, Tutti gli uomini del presidente, invece, ha come protagonisti i due reporter Bob Woodward e Carl Bernstein, le firme del Post che indagarono sul caso grazie portando la verità agli occhi dell’opinione pubblica, anche grazie alle soffiate di Gola Profonda.

A vestire i panni di Mark Felt è un composto Liam Neeson, serio e solenne, che incarna con eleganza le tensioni e gli slanci di un uomo che sapeva troppo, e per questo considerato ancor più pericoloso. Accanto a lui Diane Lane come sua moglie: una presenza fondamentale per condurci oltre il lavoro, i segreti e i complotti, ma nella dimensione privata di un padre che non rinunciò mai a ritrovare la figlia sparita all’improvviso, servendosi di ogni mezzo.

Neeson viene inquadrato in una fotografia che predilige i toni freddi e fa proprie le ombre e i giochi di luce, diventando metafora di un uomo che operava nascondendosi. Una rappresentazione di questo personaggio, quella di The silent man, che non poteva essere più fedele all’originale, essendo il film ispirato direttamente all’autobiografia di Felt del 2006 e riadattata proprio da Landesman, giornalista prestato al cinema e quindi ancor più interessato a rendere al meglio un evento del genere.

Voto: 3 / 5

Eleonora Materazzo, da “filmforlife.org”

 

 

 

Con The Silent Man Peter Landesman torna su un topos del cinema “politico” statunitense, l’affare Watergate che vide per protagonisti il presidente Nixon da un lato e il Washington Post dall’altro. Landesman concentra però la sua attenzione sul punto d’incontro tra le due parti, l’informatore passato alla storia come Gola Profonda.

L’infinita fabbrica del Watergate

Washington, maggio 1972: alla morte di Hoover, Nixon mette a capo dell’Fbi un suo uomo di fiducia scavalcando Mark Felt, vicedirettore del Bureau e in servizio da trent’anni. Mancano infatti pochi mesi alle elezioni e la Casa Bianca vuole il pieno controllo su indagini e informazioni. Anche per insabbiare il caso Watergate. Ma Felt decide di rivelare ai media ciò che sa. [sinossi]

The Silent Man comincia idealmente là dove termina The Post di Steven Spielberg, ma ribaltando il punto di vista. Il film diretto dall’ex giornalista Peter Landesman è anche infatti, idealmente, il controcanto di Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, poiché i cronisti Woodward e Bernstein lasciano la scena alla fonte dell’inchiesta, ossia Mark Felt, per lustri sospettato di essere la celeberrima “Gola Profonda” del Washington Post e che nel 2005 – tre anni prima di morire – ha rivelato a Vanity Fair America di esserlo stato davvero. Il portato del caso Watergate che spinse Richard Nixon alle dimissioni è, a distanza di oltre 40 anni, ancora fondamentale per l’identità americana, rappresentando una vera e propria rivoluzione condotta con le armi della democrazia, una moderna deposizione del “tiranno” (figura, anch’essa, portata sullo schermo più volte, dall’ottimo Nixon di Oliver Stone al duello Frost/Nixon di Ron Howard) che ha calpestato l’autonomia dei poteri e dei partiti e tradito il Paese. È una rivolta della storia contemporanea, perseguita attraverso l’uso del quarto potere e il ripristino del sistema dei pesi e contrappesi, necessario per il bene della Nazione e che Nixon aveva manomesso.
The Silent Man si inserisce in questo affresco narrativo mettendo in scena non il giornalismo né il Presidente, ma il pezzo mancante e fondamentale: l’uomo dell’Fbi che ha reso possibile la rimozione del più potente del mondo dallo Studio Ovale. Prodotto, tra gli altri, dai coniugi Scott (Ridley e Giannina) e Tom Hanks, The Silent Man è un intrigo interessante se visto come tassello di un mosaico, di un grande autoritratto a Stelle e Strisce, composto da opere più o meno efficaci o stratificate: il film di Landesman (regista de La regola del gioco, sulla tragica storia del giornalista Gary Webb, ma anche di Zona d’ombra Parkland) non è però tra le più affascinanti.

Mark Felt (interpretato da Liam Neeson) non ha certo avuto remore a usare metodi repressivi contro i “nemici” dell’ordine, tanto che nel 1980 venne condannato per aver violato i diritti civili di membri di formazioni dell’estrema sinistra e dei loro famigliari (venne poi graziato da Reagan). Ma The Silent Man – ispirato dal libro che lo stesso Felt e il giornalista John O’Connor scrissero nel 2006 – si concentra di più sul fatto che fosse un servitore dello Stato, un funzionario dell’Fbi che non avrebbe permesso a nessuno di impedire l’azione del Bureau. E la frase centrale è certamente: “Nessuno può fermare un’indagine investigativa dell’Fbi. Nemmeno l’Fbi”, pronunciata da Neeson. Il film cerca di mostrarci anche il lato privato del vice di Hoover, il suo rapporto con una moglie (Diane Lane) dal passato problematico e piuttosto dedita agli alcolici da quando la figlia è fuggita di casa per unirsi a non si sa quale comune (la vera moglie di Felt si suiciderà negli anni Ottanta): un po’ di lato intimo, insomma, per dare più tonalità al protagonista. Il conflitto principale – ovvero liberare il Bureau dal controllo della Casa Bianca – prende corpo fin dall’inizio, per arrivare all’acme, all’insabbiamento delle indagini sul Watergate che Felt e la sua squadra avevano portato avanti, e che finiranno grazie a lui in prima pagina su quello stesso Washington Post che un anno prima aveva pubblicato i Pentagon Papers (di cui ci parla, appunto, il recente The Post che con The Silent Man condivide l’idea che solo chi ha del potere può veramente agire sul potere). Il ritratto dell’uomo che, per lealtà nei confronti dell’istituzione di cui è parte, farà da fonte dell’inchiesta giornalistica per antonomasia non è però psicologicamente raffinato, nonostante il tentativo di umanizzarlo con l’esile sottotrama famigliare e con i turbamenti che, evidentemente, sono compresi nel “prezzo” dell’insubordinazione messa in atto. La verità è che le ombre di Felt non sono storicamente poche, ma sebbene The Silent Man ne menzioni alcune e non si sottragga del tutto dall’evidenziare le contraddizioni del personaggio, l’accento è puntato sulla peculiare forma di idealità che spinse il probo funzionario a rivelare informazioni segrete: la difesa delle istituzioni, il netto rifiuto del controllo di un sol uomo sulle Agenzie, la convinzione che i singoli siano vettori per finalità superiori, e ovviamente giuste, date dal buon bilanciamento dei poteri (americani).

Dal punto di vista stilistico le tante vedute di Washington dall’alto si traducono e volutamente riducono in ambienti chiusi, in uffici asfittici dove funzionari e potenti si muovono costretti da spazi e ruoli, ben attenti a ciò che dicono e fanno. Per renderci partecipi di questi luoghi inospitali e intrisi di sospetti, la fotografia di Adam Kimmel vira al grigio, allo stinto, o alle striature verdastre e innaturali, foriere di astenia psichica. I fitti dialoghi che disvelano la trama prevalgono nettamente sull’azione, mentre la onnipresente colonna sonora di Daniel Pemberton ha una funzione drammatizzante fin troppo invasiva. I canoni estetici sono piuttosto convenzionali così come il ritratto di Mark Felt che, al netto di qualche macchia, tutto sommato è un personaggio positivo, come padre e come uomo che ha fatto il proprio dovere e aiutato il Paese. Liam Neeson, già nazista pentito e salvatore di uomini in Schindler’s List, è idoneo per la parte, e il cast è intelligentemente costruito comprendendo in ruoli secondari molti attori riconoscibili al grande pubblico: da Tom Sizemore (Black Hawk Down di Ridley Scott, tra i tantissimi altri) a Diane Lane (già moglie di Dulton Trumbo ne L’ultima parola), da Marton Csokas a Tony Goldwyn (che nella serie tv Scandal interpreta proprio un immaginario Presidente degli Stati Uniti). È però l’invisibile legame con le altre narrazioni che ruotano attorno alla fine di Nixon a rendere il film interessante, almeno per chi vuole avere uno sguardo esaustivo sulla materia così come trattata da una cinematografia che non ha mai la minima ritrosia a confrontarsi, da tante angolature, con la propria storia.

Elisa Battistini, da “quinlan.it”

 

 

Liam Neeson, in “The Silent Man” è Mark Felt l’uomo con il ruolo più alto al comando dell’FBI durante gli anni ’70. Alla morte del direttore di una delle organizzazioni più potenti degli Stati Uniti d’America, il sedicente presidente Nixon designa Patrick Gray come nuovo Direttore Ad Interim dell’FBI. L’intento di Nixon èdi trasformare l’ente investigativo in un appendice della Casa Bianca.

La pellicola di  Peter Landesman apre una finestra sullo scandalo del Watergate del 1972 dove vengono rese pubbliche delle intercettazioni illegali effettuate nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico, da alcuni uomini legati al Partito Democratico Repubblicano.

Il film segue due linee narrative differenti: la prima è di stampo politico, infatti assistiamo allo scandalo Watergate e alla diffusione di intercettazioni dal The Washington Post grazie a Mark Felt sotto lo pseudonimo di Deep Throat (Gola Profonda). Scandalo che si è rivelato distruttivo per la storia politica americana. Nixon infatti è stato l’unico presidente degli Stati Uniti a dimettersi, il 9 agosto 1974, poco prima dell’imminente impeachment.

The Silent Man: il biopic con Diane Lane

The Silent Man scena film

Diane Lane (“Every Secret Thing”, “L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo“) nel ruolo di Audrey Felt, moglie di Mark è la protagonista della seconda linea narrativa, quella sulla vita privata di Mark Felt. L’attrice statunitense interpreta in maniera impeccabile la figura di una donna triste, depressa e con problemi di alcool. Nel film si capisce chiaramente che Audrey è stanca di essere la moglie di un membro dell’FBI, è stanca di dover traslocare, è stanca di dover stare in silenzio.

“The Silent Man” è in generale un buon film con l’unica pecca di avere al suo interno molte informazioni difficili da cogliere da chi non ha mai sentito parlare dello scandalo Watergate. La fotografia di Adam Kimmel è molto suggestiva, capace di donare al film quell’alone di mistero e segreto proprio della vicenda.

Si evince perfettamente la potenza dell’ente investigativo di polizia federale degli Stati Uniti d’America: “I presidenti vanno e vengono, la CIA e l’FBI restano“.

Matteo Farinaccia, da “ecodelcinema.com”

 

 

Questa è la vera storia di “Gola profonda”. No, non di Linda Lovelace, protagonista dell’omonimo porno-cult di Gerard Damiano (quello era, appunto, Lovelace).

Il periodo di riferimento è lo stesso, i primi anni ’70, nell’America che si apprestava a rieleggere Nixon per il secondo mandato (1972). E l’uomo silenzioso del titolo è Mark Felt (Liam Neeson), vice-direttore dell’FBI che, lo svelò solamente nel 2005, tre anni prima di morire, è stato la fonte anonima (la “Gola profonda”, appunto) del famoso scandalo conosciuto come Watergate.

Peter Landesman, giornalista investigativo prima che regista, lo aveva già dimostrato nel suo film d’esordio, Parkland, confermandolo poi nel successivo Concussion: l’oggetto del suo cinema è da ricercarsi sempre dietro le pieghe delle verità, negli angoli nascosti di vicende realmente accadute.

Ispirato ai libri dello stesso Mark Felt e di John O’Connor, Mark Felt: The Man Who Brought Down the White House (questo il titolo originale del film) potrebbe essere considerato “il dietro le quinte del dietro le quinte” di Tutti gli uomini del Presidente, opera che mai come in questa annata cinematografica (si pensi anche a The Post di Steven Spielberg) sta tornando alla ribalta.

Più nello specifico, però, Landesman è interessato a soffermarsi sull’uomo dietro il whistleblower e, soprattutto, sul momento cruciale vissuto all’interno dell’FBI all’indomani della morte di J. Edgar Hoover (che guidava il Bureau dal 1935): la Casa Bianca colse la palla al balzo per poter finalmente mettere mano sull’istituzione che, fino a quel momento, da statuto era sempre stata indipendente e libera da qualsiasi forma di controllo governativo.

È questo, senza dubbio, l’aspetto più interessante del film, che si concentra sul difficile momento di Felt – i più lo immaginavano sarebbe stato il naturale successore di Hoover – chiamato a dover sottostare a L. Patrick Gray (Marton Csokas), nuovo direttore e uomo vicino a Nixon, primo informatore della Casa Bianca allo scoppio del caso Watergate.

Ancora una volta, Landesman non stupisce per chissà quale sguardo o trovate particolari, ma prosegue lungo un percorso coerente e inteso a scavare dentro i segreti di un’America che, a quanto pare, ancora oggi non ha imparato dalla propria storia.

E il grande merito del film è quello di portare a galla un personaggio come Mark Felt: malgrado il suo nome sia ormai di dominio pubblico da un decennio, in pochi conoscono la sua vita professionale e privata (sposato, sullo schermo con Diane Lane, in quel periodo conduceva indagini private per ritrovare la figlia poco più che adolescente, fuggita di casa chissà dove), soprattutto il fatto che rischiò e sacrificò ogni cosa, non solo la carriera, per rendere note le informazioni di cui era a conoscenza: il coinvolgimento della Casa Bianca nel Watergate e il successivo tentativo di insabbiare le indagini FBI che avevano scoperto la cosa.

Voto: 3 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Durante la visione di The Silent Man, nuovo lavoro di Peter Landesman con un grande Liam Neeson nel ruolo del protagonista, mi sono ripetutamente chiesto a chi fosse indirizzato il film, a quale pubblico volesse rivolgersi, e soprattutto chi avrebbe avuto voglia di vederlo.

Le risposte più scontate, in ordine decrescente di ovvietà, sono tre:  tutti coloro che si sentono traditi e/o sfiduciati dall’attuale situazione politica statunitense (e/o quella del proprio paese: noi italiani, nel nostro piccolo, non siamo da meno); gli appassionati di film biografici, e ben venga se la biografia raccontata dal film è quella di un pezzo grosso dell’FBI, numero due al tempo dell’a dir poco tribolato secondo mandato del trentasettesimo presidente USA, Richard Nixon; infine tutti i fan di Liam Neeson, che a sessantacinque anni d’età sa ancora giostrarsi ottimamente fra film d’azione di serie b e drammi più seri in cui smette di ammazzare a colpi di pistola milioni di persone (cosa che sa fare) e torna a recitare (cosa che sa fare molto bene, eThe Silent Man ne è l’ennesima dimostrazione)

Purtroppo al momento in cui questa recensione viene scritta, la conta al box office segna un deprimente 1.2 milioni d’incasso: digito purtroppo perché The Silent Man non è solo un buon film (tutt’altro che perfetto ma sicuramente buono, e sicuramente capace di soddisfare ampiamente tutte e tre le categorie di pubblico di cui sopra), ma è soprattutto un film per cinefili, legato a doppio filo tanto al recente The Post di Steven Spielberg quanto (e ancor di più) al capolavoro della New Hollywood firmato Alan J. Pakula, Tutti gli Uomini del Presidente, con i tumultuosi Robert Redford e Dustin Hoffman.

Perché l’uomo silente del titolo italiano (in originale Mark Felt: The Man Who Brought Down the White House) altri non è che Gola Profonda, l’informatore misterioso che nel film di Pakula aiutava i giornalisti del Washington Post Woodward (Redford) e Bernstein (Hoffman) a svelare al mondo le magagne del presidente Nixon, quel Gola Profonda che recitava una delle battute più famose della storia del cinema: “Segui i soldi”.

Il ruolo che in Tutti gli Uomini del Presidente fu di Hal Holbrook, in The Silent Man diventa di Liam Neeson, praticamente perfetto nei panni dell’agente FBI Mark Felt (alias Gola Profonda), uomo austero dalla voce tonante e particolarmente rigido di fronte agli ideali di dovere, giustizia e fedeltà, fedeltà non tanto alla nazione e ai suoi politici quanto alla causa e al buon nome dell’FBI.

Dopo il mediocre Zona d’Ombra con Will Smith, Peter Landesman torna ad analizzare le pagine nere della storia americana (come aveva fatto nel suo film d’esordio, Parkland, incentrato sulla morte di Kennedy), che evidentemente lo interessano e lo affascinano non poco: prima di entrare nel cinema, guarda caso, è stato un giornalista importante del New York Times e di altri quotidiani americani, reporter d’inchiesta come erano reporter d’inchiesta i protagonisti di Tutti gli Uomini del Presidente (come se non bastasse, Landesman è anche l’unico autore della sceneggiatura de La Regola del Gioco di Michael Cuesta, altro film in cui un reporter d’assalto mette in luce i giochi oscuri delle istituzioni americane)

Prodotto da Ridley Scott, The Silent Man è un thriller politico di buonissima fattura, la cui ragion d’essere travalica l’intrattenimento cinematografico e va ad intersecarsi con la storiografia della settima arte: se The Post è da considerarsi come un prequel diretto del film di Pakula (Spielberg lo fa finire con la stessa identica inquadratura con la quale Tutti gli Uomini del Presidente iniziava) allora secondo le regole del cinema contemporaneo – fatto di franchise e universi condivisi – The Silent Man allora ne è lo spin-off, lo stand-alone dedicato a Mark Felt/Gola Profonda che va a completare un trittico di opere sulla “mala-politica”, oggi più attuale che mai.

Voto: 6,5 / 10

Matteo Regoli, da “mangaforever.net”

 

 

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