The Old Man & The Gun

 

 

Basterebbe il duetto tra Robert Redford e Sissy Spacek all’inizio del film per giustificare le ragioni alla base di un’opera come “The Old Man & the Gun” di David Lowery, che, nella maniera in cui lo sono i grandi lavori cinematografici, non esaurisce le sue qualità nella bravura degli attori. E qui entriamo subito nel dettaglio, perché la sequenza appena citata non è solo un capolavoro di recitazione giocata sull’understatement e la complicità naturale esistente tra i protagonisti: come qualcuno forse ricorderà, Redford e Spacek sono due icone della cosiddetta Nuova Hollywood, espressione di quel cinema americano che negli anni Settanta è stato in grado di farsi promotore di un umanesimo fatto di storie e caratteri che non limitavano le proprie prerogative al fascino delle star di turno, ma erano capaci di regalare tipi umani la cui straordinarietà consisteva nel calarsi nel quotidiano da persone comuni.
È con la stessa filosofia di quegli anni che Lowery mette in scena la storia di “The Old Man & the Gun” incentrata sulla figura (realmente esistita) di Forrest Tucker, un anziano signore che, quasi ottantenne, fu capace di evadere dal carcere e riuscire a svaligiare più banche prima di essere catturato dall’esterrefatta polizia, presa alla sprovvista dal fatto di ritrovarsi tra le mani un, almeno in apparenza, tranquillo pensionato. Detto che, pur avendo la stessa età del protagonista, Redford regge ancora i primi piani come se il tempo fosse scorso più lentamente – per non parlare della Spacek, per certi versi, si passi la licenza, ancora la Holly Sargis de “La rabbia giovane“, minuta e magnetica come poche attrici del grande schermo – la versione che ne dà il regista ha più di un punto di contatto con l’universo psicologico e metaforico di quel periodo d’oro del cinema a stelle e strisce: il Tucker di Redford è infatti un ribelle a oltranza come il Sundance Kid di “Butch Cassidy” di George Roy Hill o il Benjamin Braddock de “Il Laureato” e l’Harold del quasi omonimo film di Hal Ashby, nel senso che a prevalere sulla mera trasgressione delle regole è il valore positivo assunto dalla libertà del gesto, allo stesso tempo sberleffo contro il sistema e ridefinizione del concetto di responsabilità secondo i codici di una morale del tutto personale. Da che parte stia Lowery lo fa intuire la presenza del personaggio di Casey Affleck, il detective John Hunt che, mentre si ritrova alle calcagna dell’imprendibile mascalzone, appare tanto meno convinto dell’utilità del suo lavoro quanto affascinato da uno stile di vita, quello di Tucker, che a lui, sposato con figli, la routine ha inesorabilmente sottratto. Anche qui esemplare risulta la sequenza in cui i due entrano in contatto per la prima volta di persona, con lo sguardo di Hunt, fino a quel momento spento e demotivato, pronto a illuminarsi e a sorridere di fronte a quello che, per paradosso, somiglia più a un interlocutore che a un avversario. D’altronde per la scelta di privilegiare toni intimisti – nostalgici, magari, ma mai lamentosi – e un punto di vista quotidiano sulla realtà, per lunghi tratti “The Old Man & the Gun” più che essere la narrazione di una caccia al ladro tratteggiata con gli stilemi dell’heist movie, si muove lungo le coordinate della commedia malinconica, sopratutto quando si tratta di seguire il corteggiamento di Tucker a Jewel (Spacek).

Ad alimentare questa linea narrativa contribuiscono anche le caratteristiche investigative assegnate al poliziotto di Affleck, la cui riluttanza a portare avanti l’indagine è pari solo alla sua indolenza, sintomo di una depressione da America di provincia a cui anche Tucker appartiene, ma solo come antidoto per poterne uscire. Il quale Affleck conferma anche, in un ruolo che non lo vede assoluto protagonista, una maturazione visibile soprattutto nel fatto di essere riuscito a imporre il suo particolare stile di recitazione solo in apparenza monocorde e invece capace di valorizzare, per successive sottrazioni, un già naturale sottotono. Al di là del suo indubbio valore, “The Old Man & the Gun” è destinato ancora prima della sua visione a passare alla storia avendo Redford annunciato che quella di Tucker sarà la sua ultima interpretazione. In attesa di sapere se il divo manterrà fede al proposito, Lowery organizza già la festa con un pre-finale in cui l’intera filmografia della star viene parafrasata tra il serio e il faceto, permettendo al nostro di uscire di scena senza fare troppi drammi e lasciando intatto l’eco della sua splendida carriera.

Voto: 8 / 10
Carlo Cerofolini, da “comingsoon.it”

Impreziosito di dialoghi brillanti, girato in un avvolgente 16mm e condito di zoom, panoramiche con dolly e dissolvenze insolite, The Old Man & The Gun di David Lowery evita gag citazioniste preferendo abbracciare un discorso sulla memoria e sul cinema, procedendo per la sua strada sicuro, ma con l’adeguato ritmo ondeggiante della camminata del suo anziano protagonista, Robert Redford. Alla Festa del Cinema di Roma.

Ricordati di me

Ispirato alla storia vera di Forrest Tucker, un uomo che ha trascorso la sua vita tra rapine in banca ed evasioni dal carcere. Negli anni del suo crepuscolo, dalla sua temeraria fuga dalla prigione di San Quentin a settant’anni, fino a una scatenata serie di rapine senza precedenti, Forrest Tucker disorientò le autorità e impressionò il pubblico. Coinvolti in maniere diverse nella sua fuga, ci sono l’acuto e inflessibile investigatore John Hunt, che gli dà implacabilmente la caccia ma è allo stesso tempo affascinato dall’impegno non violento profuso da Forrest nel suo mestiere, e una donna, Jewel, che ama Forrest nonostante la professione che l’uomo si è scelto. [sinossi]

Cosa ci tiene ben vigili anche davanti alla più anodina delle inquadrature? La risposta è semplice: due attori di razza e un dialogo ben scritto. Certo, qualcuno direbbe dei cavalli al galoppo e non avrebbe tutti i torti, in effetti The Old Man & The Guncontiene entrambe le soluzioni. Presentato alla 13esima Festa del Cinema di Roma, il nuovo film del talentuoso David Lowery (Storia di un fantasma, Senza santi in paradiso) si ispira a un articolo apparso sul New York Times e racconta la storia vera del rapinatore di banche Forrest Tucker, un gentleman d’antan che ha trascorso la sua esistenza fuori e dentro le prigioni di numerosi stati americani, riuscendo spesso ad evadere rocambolescamente pur di tornare all’opera (leggasi al furto bancario), sempre col sorriso sulle labbra.

Non poteva esserci ruolo più adatto per segnare l’addio alle scene di Robert Redford, ma va detto anche che Lowery ha saputo rendere il suo film non solo un omaggio – sarebbe stato sin troppo facile – ma anche una riflessione se non prettamente teorica di certo assai cinefila sull’attore e la sua carriera. Lo dimostra il fatto che nonostante la veneranda età di interprete e personaggio, The Old Man & The Gun non rientra nel genere “commedia corale senile” che ci ha già elargito film come Last Vegas, Insospettabili sospetti e prodotti similari, tutti incentrati sull’ingente quantitativo di anziane star raccolte e sulla loro ostentazione, un po’ in stile freak show.

Forrest Tucker (Redford) è un rapinatore di banche sulla settantina che con gentilezza e smagliante sorriso sotto ai baffi finti, accumula bottini in giro per gli States. Durante una fuga dalla polizia pensa bene di fermarsi a soccorrere una signora con l’auto in panne, Jewel (Sissy Spacek), poi la seduce con una chiacchierata in un diner, una scena che pur non avendo nulla di notabile, a parte i volti, i corpi e le voci dei suoi attori, trascina inesorabilmente nel loro mondo, qualunque esso sia. Tra l’altro, all’interno della sequenza fa capolino un omaggio alla frammentazione spazio-temporale di The Getaway di Sam Peckinpah, per cui sentimentalismo tout court e sentimentalismo cinefilo sono entrambi appagati.
A fare da contraltare al nostro antieroe (figura che di fatto latita ultimamente dallo schermo) troviamo poi un detective depresso e disilluso (incarnato da Casey Affleck, attore feticcio per Lowery) che si destreggia tra l’indagine e il nucleo familiare, costantemente aggiornato – bambini compresi – sui suoi scarsi progressi lavorativi. Di contro, la famiglia di Tucker è decisamente più spassosa e comprende due soci del calibro di Danny Glover e Tom Waits. Impreziosito di dialoghi brillanti pieni di humour, girato in un avvolgente 16mm e condito di zoom, panoramiche con dolly e dissolvenze insolite, The Old Man & The Gun evita l’esibizione di gag citazioniste preferendo abbracciare un discorso sulla memoria e sul cinema, procedendo sicuro per la sua strada, ma con l’adeguato ritmo ondeggiante della camminata del suo anziano protagonista, con la sua grazia e il suo portato di ricordi, personali e collettivi.

Sospeso tra il sentimentalismo del classico “film per mature signore” e l’omaggio colto al cinema del passato, il film di Lowery eccede forse nei suoi exploit musicali – la colonna sonora à la Lalo Schifrin composta da Daniel Hart non lascia un attimo di tregua – ma in fin dei conti riesce a raggiungere un miracoloso equilibrio che lo allontana dal rischio del patinato e dello strumentale. Perché se è vero che Lowery gioca con la memoria dei nostalgici è altrettanto vero quanto riesca a costruire dei personaggi verosimili, dimostrando inoltre una notevole inventiva nel posizionarli in situazioni quotidiane che però riescono sempre a tenere desta l’attenzione, fino a far credere all’esistenza, sul set, di momenti di reale improvvisazione attoriale.

Oltre al senso della misura e all’accortezza che gli consente di lasciare sempre spazio ai suoi interpreti, Lowery dimostra poi di avere idee numerose e assai brillanti, che raggiungono l’apice in quella sequenza a episodi delle evasioni di Tucker, all’interno della quale il regista inserisce foto d’epoca di Redford e un suo primo piano contenuto in La caccia di Arthur Penn. Distante dunque da un citazionismo gratuito, The Old Man & The Gun è un film “romantico” che esprime costantemente il suo amore per il suo protagonista e per la relativa filmografia, raggiungendo una forma di cinefilia toccante e appagante che ci blandisce e ci rassicura. Perché finché avrà un passato da rispolverare e rimpiangere, il cinema non sarà mai del tutto finito.

Voto: 8 / 10

Daria Pomponio, da “quinlan.it”

 

 

Miglior commiato non poteva chiedere, l’82enne Robert Redford, due volte premio Oscar e sessant’anni di carriera. Con The Old Man and the Gun di David Lowery, con cui aveva già girato Il drago invisibile nel 2016, il fondatore del Sundance Film Festival ha annunciato l’addio alla recitazione, indossando gli abiti di Forrest Tucker, ladro gentiluomo che ha continuato a delinquere fino alla soglia degli 80 anni, con centinaia di rapine, decine di arresti e quasi 20 evasioni. Una delle quali, dal mitico carcere di San Quintino, passata alla storia.

Nei primi anni ’80 Tucker salì alla ribalta nazionale perché a capo di una ‘banda dei vecchietti d’assalto’, attempati over 70 che con le buone maniere, ovvero senza mai sparare un colpo, rapinarono un centinaio di banche. Autorità disorientate e opinione pubblica conquistata, i tre vennero messi alle strette da un investigatore, affascinato dalla passione ‘pacifica’ di Tucker nel portare avanti il suo ‘mestiere’, mentre al fianco di Forrest si stagliava una donna, follemente innamorata nonostante fosse un ladro.

Tratto dall’omonimo articolo scritto da David Grann, pubblicato nel 2003 sul New Yorker, The Old Man and the Gun conferma ancora una volta il talento assoluto del 37enne Lowery, lo scorso anno giustamente acclamato grazie al folgorante Storia di un fantasma e qui alle prese con un romantico western moderno, con protagonista un antieroe dai tratti malinconici, che ai suoi occhi non delinque ma molto semplicemente porta avanti una professione che ama. Quella del ladro.

Nostalgico nei confronti di un decennio, gli ’80, in cui tutto era più semplice e rallentato, causa mancanza di quelle tecnologie che oggi rendono tutti noi immediatamente rintracciabili, The Old Man & the Gun ha la ‘grana’ di un titolo anni ’70, anche se girato 40 anni dopo. Lowery, qui anche autore della brillante sceneggiatura, omaggia titoli come Butch Cassidy e La Stangata, Bonnie e Clyde e Nick mano fredda, pennellando i lineamenti segnati dal tempo di un uomo che ha consapevolmente sacrificato i propri affetti pur di portare avanti la propria arte. Quella della rapina.

Redford, meraviglioso protagonista, incarna straordinariamente i modi gentili di questo Tucker che ha passato la propria esistenza ad uscire ed entrare di galera, fino a quando casualmente non incontra Jewel, interpretata da una sublime Sissy Spacek, donna che lo farà innamorare, tentennare. I due, mai visti insieme fino ad oggi, sono una lettera d’amore per il cinema, in quanto commoventi nel rendere credibile un rapporto che lentamente, tra sorrisi, sguardi e battute gentili, si fa sempre più incisivo.

Casey Affleck, attore feticcio di Lowery (siamo alla 3° collaborazione), è uno stanco investigatore che fa di tutto pur di catturare Tucker per poi quasi pentirsene, perché visto con profonda stima e rispetto, mentre Danny Glover e Tom Waits completano la ‘banda dei vecchietti d’assalto’ capitanata da Redford. Perfettamente raccontato e gestito nei suoi 92 essenziali minuti, The Old Man & the Gun ha una rara delicatezza di regia e di scrittura, profonda nella sua elegante e ironica leggerezza. Tucker rapina banche perché ha bisogno di emozioni forti, di ‘vita’, che solo quella borsa piena di soldi da portar via senza neanche aver tirato fuori la rivoltella riesce a dargli. Con annesso sorriso stampato sul volto.

Lowery gestisce con maestria una storia criminale che si fa duplice romanticismo (da una parte Jewel, dall’altra le banche), senza mai giudicare il suo Forrest, rapinatore nobiluomo con la pistola volutamente scarica. L’arma del titolo, in realtà, Tucker non la mostrava mai. Il regista ha letteralmente cucito l’intero film sulle vecchie spalle di Redford, che ha saggiamente annunciato il suo ritiro dopo aver interpretato con estrema grazia un uomo che non ha mai smesso di fare quel che amava. Esattamente come Robert, eccezionale rapinatore di ruoli e vite altrui per oltre 60 anni. Felicemente trascorsi sorridendo.

Voto: 8 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

Rapinatore e gentiluomo. Il cappello da cowboy in testa, l’espressione scanzonata di Sundance Kid: Robert Redford nello spirito non è mai cambiato. A ottantadue anni mantiene il fascino del bravo ragazzo, anche quando svaligia una banca. In fondo è sempre l’agente segreto che cerca di salvare la pelle ne I tre giorni del Condor, l’ex campione di rodeo che scappa su un cavallo da un milione di dollari verso le montagne (Il cavaliere elettrico). Quelle stesse alture a cui ci aveva abituato in Corvo rosso non avrai il mio scalpo, dove da solo, nella neve, sfidava il mondo intero.

Lui, che sul grande schermo è stato un campione anche nello sport (Il migliore). Non ha mai abbassato la testa davanti alle ingiustizie (Brubaker), ha vissuto l’America degli anni Trenta (Come eravamo), ha raccontato la gente comune anche dietro la macchina da presa. Ha attaccato frontalmente la Casa Bianca (Tutti gli uomini del presidente)… Mentre nel tempo libero faceva perdere la testa a Jane Fonda (A piedi nudi nel parco), duettava con Paul Newman (La stangata), e naturalmente sussurrava ai cavalli.

 

“Non mi basta guadagnarmi da vivere, io voglio vivere”, dice convinto nei panni di Forrest Tucker in The Old Man & The Gun. Qui presta il volto a un criminale che, anche di là con gli anni, continua a farsi un baffo della legge. L’adrenalina di ogni colpo gli fa dimenticare gli acciacchi, lo rende giovane. E insegue la felicità, come un eterno sognatore. Il carcere non lo ferma: è già evaso sedici volte. Ma anche quando minaccia le sue vittime, lo fa con il sorriso sulle labbro, cerca di rassicurare, non di incutere paura.

Come spiegava Cechov: “Se in palcoscenico compare una pistola, prima o poi bisogna che spari”. Quella di Redford invece non spara mai. Perché il suo Tucker rifiuta la violenza, e sembra un antieroe dal cuore buono. Impossibile non essere dalla sua parte. È il simbolo di un cinema nostalgico, che riporta lo spettatore al gusto delle scorribande in stile Bonnie & Clyde, agli amori senili de I ponti di Madison County.

 

Sissy Spacek (la diva di Altman, De Palma, Stone e tanti altri) si specchia nello sguardo di Redford. I due scoprono un rapporto tenero, equilibrato, che li potrebbe accompagnare per sempre. Li legano tante piccole bugie, conoscono i segreti l’uno dell’altro. Si capiscono in silenzio. La macchina da presa li accarezza, il regista David Lowery li tiene d’occhio con affetto mentre affrontano ogni difficoltà.

Commedia romantica, noir, titolo preso in prestito da Hemingway: The Old Man & The Gun è una storia crepuscolare, il monumento a un attore che ha creato un immaginario, il manifesto che ogni fan vorrebbe scrivere per celebrare il suo beniamino. Redford ha dichiarato che qui si chiude la sua carriera. Ma noi continueremo a ricordarlo con la sua aria spavalda, mentre la polizia sta per acciuffarlo. Vincitore anche nella “sconfitta”. Non un epilogo, ma un nuovo inizio.

Voto: 3,5 / 5

Gian Luca Pisacane, da “cinematografo.it”

 

 

Il mondo, e la vita, regalano storie bellissime, che sarebbe un crimine non raccontare: a questo servono il giornalismo, e il cinema.
La storia di Forrest Tucker è una di queste: quella di un uomo che ha rapinato banche per tutta la vita, che è evaso innumerevoli volte di prigione, l’ultima a 70 anni suonati, per riprendere a fare quello che amava fare fino ad un ultimo arresto avvenuto alla veneranda età di 78 primavere.
E per fortuna c’è stato il giornalista del New Yorker David Grann a raccontarla per primo, in un pezzo divenuto celebre che si chiama proprio come il film di David Lowery che lo porta sul grande schermo: The Old Man & the Gun.

Nel film di Lowery il bandito gentiluomo Forrest Tucker, che ha il volto (e la storia) di Robert Redford, si divide tra la sua attività preferita e un nuovo amore per una donna (Sissi Spacek) conosciuta per caso, dopo il colpo che apre il racconto, mentre un detective fresco del quarantesimo compleanno che ha incrociato la sua strada (Casey Affleck) si fa un punto d’orgoglio nello scoprire la sua identità, e mettergli le manette ai polsi.
Anche se poi le cose si fanno più complicate di così, perché Tucker è un tipo particolare, e in fondo anche il poliziotto.

Quelli dei personaggi di Redford e di Affleck sono ritratti di uomini d’altri tempi. Due facce della stessa medaglia, la medaglia di chi fa quello che fa per passione prima che per dovere, che non è abbagliato dall’ego e dalla voglia di mettersi in mostra, e che segue un codice di condotta che è dettato da criteri umani, prima che morali.
D’altri tempi, d’altronde, sono anche la regia di Lowery, il suo essere piana e ispirata al cinema americano della New Hollywood, e l’ottima colonna sonora, e la scelta di una grana – quella del 16mm – che se sta lì non è certo solo perché il film è ambientato nel 1981.
Il fatto è che, prima ancora che sulla storia divertente e incredibile del rapinatore agé Forrest Tucker, The Old Man & the Gun è un film sui tempi (quelli di allora, e quelli di oggi) e ancora di più sul tempo.

Il tempo, il tempo che passa. E il tempo che passa è la vita, e il memento di cosa ci fai di quella vita che hai tra le mani, e che prima o poi finirà.
Cosa ne hai fatto, i rimpianti che magari hai: “ora è il tempo di essere egoisti,” dice a un certo punto Sissi Spacek, raccontando la sua, di vita, a Redford, e spiegando che se ti lasci catturare dalle cose in cui la vita t’incastra, magari finisci per non essere felice.
Cosa ne hai fatto, della tua vita, e cosa ne farai. Specie quando non sei più un ragazzino, ma rispetto al ragazzino che eri, dice sempre la Spacek, lo sai davvero cosa sono il tempo (guarda un po’) e il mondo.

Che le tue scelte siano allora legali o non legali, ma comunque umane e a modo loro ugualmente morali, c’è una bella differenza tra vivere e guadagnarsi da vivere. Vivere, sorridendo, facendo quello che ti fa felice davvero. Per il detective di Affleck, fare il poliziotto. Per il personaggio di Redford, rapinare banche.
Allora forse non poteva chiuderla meglio la sua carriera, l’attore americano. Perché questo è un film che lo celebra, e celebra quello che ha fatto per tutta una vita: recitare, col sorriso sulle labbra. Quella recitazione e quel sorriso che ha fatto felice lui, e noi spettatori.
In passato, e in questo film.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Robert Redford trova la porta chiusa. Sta per bussare. Poi di colpo ferma la mano. I suoi gesti restano sempre nella testa. Il modo in cui simula la pistola con le dita. Il suo saluto in La stangata. Per il suo addio allo schermo l’attore statunitense sembra ripercorrere tracce di tutta la su carriera in questo ottimo The Old Man & the Gun, terzo lungomeggio dietro la macchina da presa di David Lowery. Dove il regista riprende alcune tracce del suo secondo film, Ain’t Them Bodies Saint, dove i modelli di riferimento, nella vicenda dei due fuorilegge interpretati da Rooney Mara e Ben Foster, apparivano ancora quei gangster-movie a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, tra Gangster Story e I cmpari.

Ma stavolta, con Robert Redford che trascina in modo perentorio il film contrapposto a un altrettanto prodigioso Casey Affleck, il risultato è decisamente migliore. Il regista, anche sceneggiatore, si ispira a un articolo del New Yorker per raccontare la storia vera di Forrest Tucker, un uomo che ha trascorso gran parte della sua vita tra rapine in banca ed evasioni dal carcere. Ora, assieme ad altri due complici, continua instancabilmente la propria ‘professione’. Un ladro gentiluomo, che non minaccia e non ferisce mai nessuno. L’investigatore Hunt (Casey Affleck) inizia a argli la caccia. Ma al tempo stesso è anche affascinato da lui.

Un’ipnotica danza, che si manifesta anche nella scena del ballo di Hunt con la moglie, con a musica al piano e la colonna sonora che richiamano le atmosfere della New Hollywood. In un cinema che lavora con abilità e autentica nostalgia sul Mito, che riattiva il passato attraverso ricordi, fotografie (quella di Tucker con la moglie e la figlia), che ha un andamento lento, che va quasi contromano rispetto al genere oggi. in cui un pezzo di carta racchiude già tracce della sua storia, con le 16 evasioni dal carcere mostrate come flash, a partire da quella del 1936 da un riformatorio. Dove gli inseguimenti sembrano sovrapporsi sulle immagini di un cinema del passato. Con le auto della polizia dietro quella di Tucker. Il cofano che si apre. I soldi che escono. Oppure ancora il cinema on the road. Il viaggio senza meta  (i diversi spazi, tra cui Dallas a San Francisco, attraversati da Forrest nel 1981, anno in cui è ambientato The Old Man & the Gun). Dove i protagonisti non avevano più una casa. E Redford trova provvisoriamente quella di Sissy Spacek. Con i cavalli. Con l’apparizione dell’attrice fulminante come in Una storia vera di Lynch. Il loro primo incontro dove che si è rotto il motore dell’auto della donna è già il segno di tutto un film che spazia continuamente tra il desiderio e il rimpianto. E che ha un fascino nascosto anche nel mettere in gioco il fuorilegge e l’investigatore. Nel loro incontro nel bagno di un locale, Lowery lascia interamente la scena ai due attori. Sguardi e parole di un cinem perduto. Dove altre immagini si sovrappongono. Quelle di Warren Oates in tv in Strada a doppia corsia di Monte Hellman. Quella di Redford giovane in La caccia di Arthur Penn dove Forrest Tucker potrebbe essere l’incarnazione di Bubber Reeves di quel film, anche lui criminale evaso dal penitenziario. Che si combina anche con le identità di Sundance Kid di Butch Cassidy e il truffatore di strada Johnny Hooker di La stangata, entrambi diretti da George Roy Hill. Un congedo dal grande schermo sontuoso quello di Redford. Ma ha attorno anche un film che funziona alla grande.

Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

 

Per il suo addio alle scene Robert Redford ha scelto di farsi dirigere da David Lowery, conosciuto al Sundance Film Festival, e vestire i panni del rapinatore Forrest Tucker, i cui colpi in banca, in una carriera durata un’intera vita, lasciarono di stucco le forze dell’ordine ed affascinarono molti cittadini americani.

Lo spunto narrativo viene da un articolo di David Grann sul The New Yorker, dal quale deriva anche il titolo del film, in cui il giornalista ripercorre la carriera del ladro gentiluomo, impossibile da inserire in qualsiasi tipo di schema criminale: era semplicemente uno che amava il suo lavoro, talmente tanto da portarlo ad entrare ed uscire, spesso con evasioni rimaste nella storia, dalle patrie galere per tutta la vita.

Old Man & The Gun: un film ben fatto che riporta alla memoria altri personaggi cui Redford ha donato l’immortalità

The Old Man & The Gun Robert Redford

Lowery, che ha curato anche la sceneggiatura, realizza un film brillante, giocoso, divertente, omaggiando la carriera di Redford e quei suoi ruoli da antieroe che lo hanno fatto amare dal pubblico di ogni dove, uno per tutti il Johnny Hooker  de “La stangata”, in cui recitava a fianco dell’indimenticabile Paul Newman.

“Old Man & The Gun” è un tuffo negli anni Ottanta, gli ultimi senza social e cellulari (che cambieranno per sempre le abitudini umane, compreso il modo di fare rapine ed investigazioni), e di quei film polizieschi che proprio in quell’epoca hanno fatto le fortune di Hollywood. “Old Man & The Gun” è infatti costruito con uno stile classico, che fa sentire subito a casa lo spettatore, grazie anche all’aver optato per una narrazione ironica, che ben si sposava con i desideri dell’attore americano, che per quest’ultima fatica voleva qualcosa che portasse al pubblico il sorriso.

Old Man & The Gun: Redford e Affleck due artisti da Oscar

Cosa si può dire di Redford che non sia già stato detto: grande uomo oltreché grande artista, che col Sundance ha permesso la crescita e la diffusione di un cinema indipendente, libero da vincoli e costrizioni alcune. La sua è una recitazione ammaliante, che lo scorrere del tempo non ha scalfito, il sorriso è sempre quello, e la sua innata eleganza si confà a quanto la storia racconta di questo singolare malvivente, che negli ultimi anni di ‘carriera’, superati di gran lunga i settanta, mise a segno dei colpi leggendari con quella che nella finzione cinematografica viene chiamata ‘La banda dei vecchietti’ (‘Over The Hill Gang’).

A  duettare sullo schermo con Bob c’è Casey Affleck, che veste  i panni del detective John Hunt in modo eccellente. Le poche scene che li vedono appaiati davanti alla telecamera sono scoppiettanti, a dimostrazione che il talento non è acqua fresca alla cui fonte tutti possono dissetarsi.

“Old Man & The Gun” contiene tutti gli ingredienti necessari alla buona riuscita di un film: una buona storia, un cast di rango, con un mattatore d’eccezione come Redford, una fotografia e  una colonna sonora in grado di supportare il girato, e una regia limpida, che permette a chi sta in sala di vivere accanto ai personaggi che si muovono sullo schermo: questo è cinema!

Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

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