Sulla mia pelle

 

Non è la prima volta che Netflix produce internamente un film e opta per una distribuzione limitata in sala nel paese d’origine, ma è la prima volta che succede in Italia, e questo primato lo detiene Sulla Mia Pelle, straordinario adattamento cinematografico della terribile vicenda di cronaca inerente la morte di Stefano Cucchi in seguito al suo arresto per detenzione di stupefacenti.

La pellicola, che ha aperto la sezione Orizzonti (dedicata alle opere prime e seconde) della 75. Mostra del Cinema di Venezia, sarà infatti distribuita nelle nostre sale da Lucky Red dal 12 settembre – stesso giorno in cui debutterà su Netflix per tutti gli abbonati. Un esperimento non senza precedenti (la release cinematografica dei primi episodi della seconda stagione di Gomorra – La Serie, di Sky, è stata un clamoroso successo), per un film che vi assicuriamo vale tanto la prima visione sul grande schermo quanto una seconda visione dalla comodità del proprio divano.

IL TERRIBILE CALVARIO DI STEFANO CUCCHI

La storia è quella resa tristemente nota dall’informazione nostrana: la morte per cause ancora da definire (percosse ad opera di alcuni Carabinieri, è la tesi dei legali della famiglia Cucchi) avvenuta nel 2009 durante la custodia cautelare in seguito a un’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti e spaccio. La pellicola, firmata da Alessio Cremonini (che sigla anche la sceneggiatura a quattro mani con Lisa Nur Sultan), è proprio la cronaca amarissima degli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi; il resoconto asciutto ma non per questo meno doloroso del terribile calvario che dopo quella “caduta dalle scale” ha visto il trentunenne trascinarsi sempre più debilitato e agonizzante tra celle e ospedali.

La regia di Cremonini è asciutta e impeccabile, la fotografia incombente di Matteo Cocco è magnificamente funzionale nell’accentuare la trasformazione dell’attore protagonista e le musiche dei Mokadelic sono un perfetto completamento della narrazione visiva senza risultare mai invasive. È però l’incredibile performance di Alessandro Borghi a togliere il respiro per l’immane lavoro di costruzione che traspare: l’interprete di Non Essere Cattivo Suburra riesce infatti a stravolgere il proprio aspetto fisico, le proprie movenze e la propria voce portando in vita un ritratto impressionante eppure mai gigionesco (e il rischio era decisamente alto). In particolare per quanto riguarda la prestazione vocale e prossemica, Borghi fa un lavoro quasi inedito per il cinema italiano, che ricorda molto più – per fare un paragone importante ma non fuori luogo – le proverbiali trasformazioni di Christian Bale.

SULLA MIA PELLE È UNO DEI MIGLIORI FILM ITALIANI DEL 2018

Sono forse alcuni passaggi dei dialoghi (soprattutto quelli tra i componenti della famiglia Cucchi, ottimamente portati in scena da Jasmine Trinca, Max Tortora e Milvia Marigliano) a risultare non troppo naturali in termini di scrittura, ma nulla che infici il risultato d’insieme. Sulla Mia Pelle è infatti un film di una potenza rara, che farà star male lo spettatore stesso con il suo crescendo di paura, impotenza, umiliazione e dolore. Se con il riuscitissimo Rimetti a Noi i Nostri Debiti di Antonio Morabito Netflix aveva dimostrato di poter avere un ruolo produttivo importante nel panorama italiano, con questo film sul calvario di Stefano Cucchi ci regala di gran lunga uno dei migliori film italiani del 2018.

Luca Ciccioni, da “anonimacinefili.it”

 

 

Quelle foto terribili, dolorosissime del volto tumefatto di Stefano Cucchi le conosciamo tutti. Tutti sappiamo anche che Stefano è morto in una maniera assurda e ingiusta: come ha dichiarato il procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, «Non è accettabile, da un punto di vista sociale e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia non per cause naturali mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello stato.»
Pochi, in realtà, sanno esattamente chi fosse Stefano Cucchi, e cosa gli è accaduto dalla notte in cui è stato arrestato – con l’accusa di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti – alla mattina in cui è stato trovato morto, in ospedale, sei giorni dopo.

Sulla mia pelle si prende la briga di colmare questo vuoto, e di certo non è un compito facile, perché la ferita del caso Cucchi è ancora aperta, e perché nonostante siano passati quasi nove anni dal 22 ottobre 2009, una verità giudiziaria sulla sua morte non è ancora stata stabilita. Allora, quello che han fatto il regista Alessio Cremonini e la sua co-sceneggiatrice Lisa Nur Sultan è aggrapparsi ai fatti, ai dati, alle carte processuali, e cercare di ricostruire rimanendo con determinazione e tanta serietà su quel cammino stretto stretto, e piuttosto accidentato, che unisce la responsabilità della cronaca e le esigenze del cinema.

Non è un film che scagli accuse veementi e infuocate, Sulla mia pelle. Non è un film che mira all’indignazione quella facile, quella dei proclami, dei social, delle gogne.
È invece un film che – in qualche modo, e in un’epoca in cui egoismo e ripiegamento su sé stessi sembrano farla da padroni – mette tutti noi di fronte alle nostre responsabilità, quelle delle vite che viviamo, nel momento in cui presenta con intelligente equilibrio tutta una serie di figure che con Stefano sono entrare in contatto dopo quella prima, fatidica notte, e che hanno scelto di non vedere, di girarsi dall’altra parte, di tutelare sé stessi prima che quel ragazzo pieno di lividi e ferite, dolorante,

Cosa avremmo fatto noi al posto di quei medici, infermieri, carabinieri, agenti di Polizia penitenziaria, volontari, giudici e avvocati? Perfino dei familiari, per certi versi. E siamo sicuri della nostra risposta? Questo sembra domandarci, e domandarsi, Sulla mia pelle. Senza condanne, senza cattiveria, con giusto quell’oncia di un’indignazione sacrosanta ma sempre tenuta a bada, più di quando non avvenga a una retorica forse inevitabile.
Con la forza testarda di Alessandro Borghi, capace di un’interpretazione dolorosa e filologica, che non diventa però mai inutile e poco opportuno tentativo d’imitazione o sterile sfoggio di bravura.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

9 anni sono passati dall’arresto e dalla successiva incredibile morte di Stefano Cucchi, nel 2009 deceduto all’ospedale Sandro Pertini dopo 7 giorni di indicibili sofferenze fisiche. 9 anni in cui la giustizia non ha ancora trovato un vero colpevole, con una sentenza di primo grado, un processo d’appello, un intervento della Cassazione, un secondo appello e una nuova inchiesta ad aver delineato realtà discordanti.

Nove anni dopo Alessio Cremonini, sceneggiatore di Private di Saverio Costanzo, porta al cinema quanto accaduto in quella terrificante settimana, iniziata la sera del 15 ottobre 2009, quando dei carabinieri fermarono Cucchi, visto cedere a un uomo delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Un calvario costellato di privazioni e menzogne, di diritti calpestati e atrocità, che ha segnato per sempre l’esistenza di un’intera famiglia.

Alessandro Borghi, 3 anni fa esploso proprio a Venezia grazie a Non essere Cattivo di Claudio Caligari, torna alla Mostra Internazionale del Cinema interpretando il ruolo di una vita, fisicamente ed emotivamente devastante. Il 31enne attore romano appare trasformato, negli abiti di Cucchi, magrissimo e scavato, provato dal dolore e segnato dal terrore. Borghi lavora magistralmente persino sul timbro vocale, nasale e quasi fanciullesco, dando credibilità ad una via crucis che ha visto un giovane entrare in carcere sulle proprie gambe ed uscirne in barella, sotto un velo mortuario.

Cremonini ricostruisce quei fatidici 7 giorni prendendo a piene mani dai verbali ufficiali dei processi, dai ricordi dei testimoni, dei parenti di Stefano, delle forze dell’ordine coinvolte. In 7 giorni Cucchi viene a contatto con 140 persone, tra carabinieri, giudici, agenti di polizia penitenziaria, medici, infermieri. Ma in pochi, pochissimi, capiscono il dramma che sta silenziosamente vivendo. Non i suoi genitori e non sua sorella, ai quali viene più e più volte negata la possibilità di poterlo vedere.

Cucchi è caduto dalle scale. No, Cucchi è stato pestato a sangue dai carabinieri. La verità non è stata ancora decretata, tanto da portare Cremonini a non mostrarci le (presunte?) violenze subite dal giovane. Stefano entra in una stanza, scortato da due carabinieri. Ne esce devastato, con il volto tumefatto e la schiena a pezzi. Da allora inizia il tormento di un uomo a cui non viene dato il diritto di parola. Sotterrato da un inaccettabile silenzio, da un’obbligata solitudine.

Le sofferenze fisiche ed emotive vissute da Stefano, magistralmente rese credibili da Borghi, devastano, mentre una lunga catena omertosa prende vita alle sue spalle. In 7 giorni Cucchi perde 6 kg, ha lesioni ed ecchimosi al volto e alle gambe, una mascella fratturata, un’emorragia alla vescica, due fratture alla colonna vertebrale. La famiglia viene a sapere del suo decesso solo quando un ufficiale giudiziario bussa alla porta di casa per notificare l’autorizzazione all’autopsia. Una catena di orrori che in 100 minuti prende forma, palesando la chiara ingiustizia vissuta da Stefano e dai suoi parenti: i due pacati ma immobili genitori, frenati dalla burocrazia, dalla buona educazione e interpretati da un bravissimo Max Tortora e da un’esageratamente impostata e teatrale Milvia Marigliano, e la battagliera sorella Ilaria, impersonata da un’intensa Jasmine Trinca.

Inevitabilmente didascalico, Sulla mia Pelle si concede probabilmente momenti gratuitamente ‘beatificanti’, con Stefano inizialmente in chiesa e alla ricerca di una bibbia a poche ore dal decesso (‘credente io? Diciamo sperante‘), e al tempo stesso trancianti, nei confronti di quelle forze dell’ordine brutte, sporche, cattive e di fatto unicamente interessate a scaricare ad altri le chiare responsabilità dell’intera vicenda. Ma il regista porta avanti una visione delle cose imparziale, con Cucchi che tace più volte le presunte violenze subite, perché terrorizzato da eventuali vendette, e rifiuta una nutrizione artificale via endovenosa, in quanto segnato dal passato di eroinomane, pagandone purtroppo le più drammatiche conseguenze. Stefano, interpretato da un Borghi che vincerà tutto quel che ci sarà da vincere, fu il 148esimo decesso del 2009 nelle carceri italiane. Numeri spaventosamente impressionanti che Cremonini denuncia, di fatto, attraverso un durissimo film che fa luce su quei mostruosi 7 giorni di abusi, ai più probabilmente sconosciuti.

Voto: 7 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Sulla mia pelle, atteso film di apertura della sezione Orizzonti a Venezia75, ripercorre come noto gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, dall’arresto alla morte per le percosse subite. Una vicenda tragica che dopo nove anni non ha ancora avuto una risposta definitiva sebbene vi siano state sentenze e ribaltamenti delle stesse in un continuo gioco di verità, occultamenti, ammissioni e reticenze.

Alessio Cremonini, alla seconda regia, dimostra padronanza del mezzo e della narrazione giocando di sottrazione nelle scelte di regia e non addentrandosi oltre il dovuto nelle pieghe dell’inchiesta per concentrarsi invece su Stefano e il suo personale calvario.

Stefano che ha un rapporto di grande amore con la sorella e i genitori, che pure spaccia per sopravvivere, che conosce le regole degli arresti comprendenti anche la violenza, che nonostante questo decide di non tradire. Stefano ragazzo qualunque, a suo modo speciale. Tutto avviene in fretta, spaccio arresto e pestaggio, non la fine.

Sarebbe tuttavia un errore pensare che Sulla mia pelle rappresenti un’operazione di beatificazione. Aderente ai fatti, ai verbali dei processi, alle testimonianze, al contrario ricostruisce un’esistenza votata alla rovina senza nulla nascondere.

Nell’adesione alla cruda realtà sta del resto tutta la tragicità della storia, una concatenazione di errori che il ragazzo pagherà sul proprio corpo. Una figura esile e segnata fatta rivivere da un bravissimo Alessandro Borghi, immedesimato nel protagonista sino alla sofferenza estrema eppure mai eccessivo. Il dimagrimento, la voce, l’andatura cercati e trovati nello sforzo di aderire al vero Stefano lasciano senza fiato, ma a colpire più di ogni altra cosa è lo sguardo rassegnato di chi ha perso fiducia nel mondo e nelle istituzioni.

Che è come finisce per sentirsi lo spettatore di fronte a questo esempio di cinema civile, alto, necessario e senza appello.

Voto: 3,5 / 5

Greta Leo, da “cinematografo.it”
“Sei credente?” “Sono sperante.” Strappa più di un sorriso il rigoroso Sulla Mia Pelledi Alessio Cremonini, primo film presentato nella sezione Orizzonti di questo settantacinquesimo Festival di Venezia. E dire che, sulla carta, la vicenda di Stefano Cucchi ha poco o nulla su cui scherzare: a nove anni dal decesso del giovane romano, la responsabilità della sua morte resta ancora sospesa in un’inquietante incertezza, come rimarcato dalla conclusione del film di Cremonini.Il primo, essenziale merito di Sulla Mia Pelle prescinde, tuttavia, dalla veridicità della storia narrata: l’oggetto filmico presentato di fronte allo sguardo dello spettatore ha una forza drammatica interna che lo rende valido come prodotto artistico prima ancora che come – eventuale – manifesto di denuncia di una giustizia fallace e palesemente inadeguata rispetto al ruolo protettore che dovrebbe ricoprire nei confronti del cittadino.

Affidando la parabola di discesa all’inferno di Stefano a frequenti primi piani del protagonista, astenendosi da qualsivoglia vezzo estetizzante per ridurre all’osso la grammatica visiva del racconto, Cremonini dà vita a un resoconto asciutto e mirabilmente sobrio, nascondendo all’occhio del pubblico ciò che costituisce il punto nodale della caduta di Stefano: il pestaggio per mano di carabinieri in vena di lezioni brutali. Non assistiamo alla violenza, ma i restanti tre quarti del film provvedono a farci sentire il peso di ogni singolo calcio e pugno inferto sulla pelle del ragazzo.

A dispetto di quanto ci si potrebbe aspettare, Sulla Mia Pelle è estremamente onesto nell’affrontare la figura di Cucchi, evitando l’invitante trappola di un’agiografia che avrebbe fatto leva su una commozione ricattatoria: tutto, nel film di Cremonini, sembra suggerirci che la tragedia sia stata innescata dal pestaggio, ma che abbia raggiunto il suo straziante epilogo a causa di una miscela letale di trascuratezza negli accertamenti medici, superficialità nell’iter di custodia e, non ultimo, profonda – e motivata – sfiducia del protagonista nelle autorità, dimostratesi più carnefici che tutrici.

Proprio in virtù della sua sobria lucidità, il ritratto di Stefano Cucchi che Sulla Mia Pelle colpisce al cuore senza l’ausilio di facili stratagemmi melodrammatici, delegando alla lineare crudezza dei fatti il compito di narrare senza la presunzione della propaganda. La verità – o, in questo caso, ciò che di essa trapela – non necessita di orpelli, questa abissale tragedia umana non necessita di idealizzazioni.

Pur risentendo di qualche piccola scorciatoia didascalica nelle scene familiari, la sceneggiatura non conosce cedimenti in termini di ritmo, calamitando senza soluzione di continuità l’attenzione dello spettatore. Merita inoltre il nostro plauso l’ottimo cast, in cui spicca una Jasmine Trinca misurata e incisiva; al vertice, giganteggia un Alessandro Borghi che cuce sulla sua pelle il personaggio del protagonista, schivando il rischio dell’imitazione per restituire al suo Stefano Cucchi una verosimiglianza che si fa, nell’ombra di una lacrima solitaria scivolata nella solitudine del suo letto, straziante verità.

Per questo e per molti altri motivi, Sulla Mia Pelle è un film necessario al cinema italiano, nonché la miglior dimostrazione di come si possa drammatizzare un evento biografico toccando le corde dell’animo senza ricadere nei cliché della santificazione post-mortem.

Alessia Pelonzi, da “badtaste.it”

 

Sulla mia pelle – gli ultimi sette giorni di Stefano Cucchi racconta uno degli episodi di cronaca giudiziaria più incredibili e violenti degli ultimi anni. La storia della devastante via crucis di un ragazzo romano di 31 anni, arrestato dai carabinieri il 15 ottobre 2009 perché trovato in possesso di pochi grammi di hashish e di cocaina. Processato il giorno dopo per direttissima, si presenta davanti al giudice con evidenti traumi ed ematomi agli occhi, procurati a suo dire da una fantomatica “caduta dalle scale” (dopo essere stato evidentemente picchiato e minacciato se avesse rivelato la verità), in tribunale dove abbraccia per l’ultima volta il padre. Dopo una settimana trascorsa tra carcere e ospedali (Regina Coeli, Fatebenefratelli, Pertini) rimbalzato da medici, carabinieri e polizia penitenziaria, la sua morte avvenuta il 22 ottobre viene notificata freddamente a domicilio da un ufficiale giudiziario accompagnato da un carabiniere alla famiglia, che per assurdi intoppi burocratici non era riuscita neppure ad incontrarlo quando negli ultimi giorni era ricoverato all’ospedale Pertini. I genitori e la sorella riusciranno a rivederlo solo all’obitorio, dove verranno scattate le foto che lo hanno reso famoso e che daranno il via alle indagini sulla sua morte che non si sono ancora concluse.

Sulla mia pelle - La famiglia Cucchi (Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano)
La famiglia Cucchi (Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano)

La famiglia Cucchi

Stefano è cresciuto a Torpignattara, in una normale famiglia di onesti lavoratori: il padre Giovanni geometra (interpretato da Max Tortora, nel ruolo forse più insolito e drammatico della sua carriera, mai sopra le righe né tantomeno comico o spiritoso come al suo solito), con cui lavora lo stesso Stefano (geometra come lui), la sorella maggiore Ilaria amministratrice di condominio con due figli piccoli (la bravissima Jasmine Trinca entra perfettamente nel ruolo e coglie anche il lato protettivo e nascosto della sorella, che riesce anche ad essere severa quando occorre) e la madre Rita (Milvia Marigliano, insegnante in pensione). Stefano stava cercando di cambiare vita dopo un periodo difficile in cui aveva cercato di disintossicarsi (era stato in comunità e il padre ce lo avrebbe voluto riportare quando sarebbe uscito dal carcere), faceva anche boxe (nei giorni dell’arresto si stava allenando, quindi era in buone condizioni fisiche, pur pesando solo 43 chili) e aveva anche una certa fede in Dio. Quando in carcere gli chiedono se crede lui risponde che è uno che “spera”. Stefano non viveva più stabilmente con la famiglia (che gli aveva preso una casa dove poteva stare per conto suo e dove saranno rinvenute altre quantità di droga dalla famiglia stessa, e prontamente denunciate). Ogni tanto passava ancora a trovare i genitori e la sorella Ilaria a cui amava fare anche degli scherzi e delle sorprese affettuose per i nipotini Valerio e Giulia.

Sulla mia pelle
Alessandro Borghi e Jasmine Trinca (Stefano e Ilaria Cucchi)

L’evoluzione di Borghi da Caligari a Cremonini

Lanciato dal film Non essere cattivo di Claudio Caligari, presentato postumo proprio a Venezia nel 2015, e dopo la partecipazione in Suburra di Stefano Sollima (per entrambi i ruoli ottiene la candidatura come miglior attore rispettivamente protagonista e non protagonista al David di Donatello e nel 2016 vince il Nastro d’Argento come attore rivelazione), con questo film Alessandro Borghi dimostra una volta di più di essere uno degli attori migliori del cinema italiano. Il corpo dolente e il volto scavato e sofferente di Stefano Cucchi viene interpretato da Borghi in maniera magistrale, con una somiglianza fisica impressionante ottenuta grazie ad un grande lavoro di dimagrimento (sfruttando in parte il ruolo ne Il primo Re per la regia di Matteo Rovere di prossima uscita). Sulla mia pelle è un film definitivo sulla morte e sul potere, per fare un paragone (con le debite differenze estetiche e artistiche) come lo era stato Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini, dopo aver visto il quale non si è più gli stessi e niente è più lo stesso. Anche le varie tappe della “via crucis” di Cucchi nel film di Cremonini richiamano i gironi danteschi infernali in cui era diviso l’ultimo film di Pasolini e in particolare il Cerchio dei Violenti. Un film che forse avrebbe dovuto chiudere e non aprire la 75ª Mostra del Cinema di Venezia, perché vedere qualsiasi altra cosa dopo è molto difficile.

Sulla mia pelle - Stefano Cucchi (Alessandro Borghi)
Stefano Cucchi (Alessandro Borghi)

L’obiettivo e la forza del film

Il regista Alessio Cremonini (autore anche del soggetto e della sceneggiatura con Lisa Nur Sultan) ha letto e studiato a fondo circa 10 mila pagine di verbali per fare questo film, che risulta quindi molto rigoroso nella narrazione, che segue fedelmente le testimonianze processuali e i racconti della famiglia Cucchi. La sceneggiatura non strumentalizza i fatti, il regista non indugia mai nel voyeurismo, il rispetto e la misura con cui vengono sviluppati i personaggi sono fondamentali. Una delle prove del pestaggio di Stefano è proprio “sulla sua pelle” (da qui il titolo del film), Cucchi porta addosso evidenti i segni di quello che gli è stato inferto mentre era stato preso in custodia dallo Stato. Il regista è per sua stessa ammissione un garantista e i film non sono aule di giustizia, i processi si fanno in tribunale. Tuttavia Sulla mia pelle è un fortissimo atto di denuncia, il tentativo di fare diventare carne il cinema, un pugno allo stomaco necessario e diretto a minare tutte le certezze che possiamo avere sullo Stato di diritto e sulle “forze dell’ordine”, soprattutto in un momento come questo in cui l’attuale ministro dell’interno si dichiara contrario all’introduzione del reato di tortura in Italia “perché carabinieri e polizia devono poter fare il proprio lavoro, e se qualcuno si fa male sono affari suoi”.

Sulla mia pelle - Stefano Cucchi (Alessandro Borghi)
Stefano Cucchi (Alessandro Borghi)

Una lunga serie di ingiustizie e storie sbagliate

«Non è accettabile, da un punto di vista sociale e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia non per cause naturali mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello stato», così ha scritto Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di Roma. Che in uno Stato di diritto, quale dovrebbe essere l’Italia, ancora negli anni 2000 possa accadere qualcosa del genere è davvero inconcepibile e terribile allo stesso tempo. La vicenda di Stefano Cucchi è un concentrato assurdo e combinato di tutto quello che non dovrebbe capitare ad un cittadino nelle mani dello Stato, anche quando abbia avuto dei comportamenti devianti e sia stato tratto in arresto, o forse proprio per questo. Nulla giustifica il pestaggio gratuito e violento, l’abbrutimento e l’indifferenza in cui è stato lasciato morire Stefano, e la cosa peggiore è che non è stato certamente il primo né l’ultimo: il documentario 148 Stefano mostri dell’inerzia di Maurizio Cartolano aveva dimostrato come il caso Cucchi sia stato solo uno dei tanti, forse il più eclatante, tra i decessi avvenuti per mano dello Stato. Ma prima c’era stato il caso di Federico Aldrovandi, ucciso da quattro poliziotti nel 2005, e prima ancora del caso Cucchi il caso di Giuseppe Uva, morto nel 2008 dopo essere stato portato in caserma. Qualunque sarà la verità che emergerà dal processo, ci sono già elementi sufficienti per ritenere che la morte di un ragazzo preso in consegna dallo Stato sia stata provocata da “tutori dell’ordine” che invece sono diventati i suoi aguzzini, e questa fine impietosa grida e pretende a gran voce giustizia. Hanno ammazzato Stefano, ma Stefano è vivo!

Alessandro Sgritta, da “spettacolo.eu”

 

 

Raccontare una ferita aperta per la giustizia e la società italiana come la morte di Stefano Cucchi quando ancora la verità processuale non è stata accertata rischia di essere un’operazione pericolosa. Non (solo) per la delicatezza del tema, ma perché l’intera operazione rischia di apparire esattamente come ce la aspetteremmo: politica, dura, senza appello. Insomma, un film già visto ancor prima di entrare in sala.

Sulla mia pelle è tutto questo, ma ha il sorprendente pregio di trovare un equilibrio e una giusta distanza dalle vicende caldissime che racconta. Tratteggia con precisione e puntualità l’odissea durata sette giorni di un uomo finito in carcere per possesso di sostanze stupefacenti e morto una settimana più tardi in una struttura ospedaliera protetta, senza che il lungo iter processuale ancora in corso abbia saputo accertare cosa gli sia successo esattamente. In mancanza di una verità processuale acclarata, il regista Alessio Cremonini sceglie di attenersi ai fatti per ricostruire la sua, sin dall’apertura.

Una scena di Sulla mia pelle
Sulla mia pelle racconta l’odissea carceraria di Stefano Cucchi

Una giusta distanza

Sulla mia pelle si apre infatti con Stefano che corre, va a messa e lavora al fianco del padre: capiremo dallo svolgimento del film che si è appena aperto nella sua vita un nuovo capitolo, in cui gli stupefacenti potrebbero essere messi da parte, così come le ansie dei genitori e della sorella.

Alessandro Borghi in Sulla mia pelle dà un’intensa performance dalla mimesi incredibile

È solo un’intenzione a cui Stefano lavora da poco, lungi dal non fare errori: poco prima di uscire in quella notte fatale, ci viene mostrato mentre porziona con attenzione delle dosi di hashish, il cui ritrovamento lo condurrà al fermo nella stazione dei Carabinieri. Poi c’è una stanza buia in cui viene condotto da due carabinieri in borghese e da uno reticente in uniforme (scelta guardinga da parte della produzione, ma tutto sommato quasi obbligata) e poi c’è tutto il resto. Un calvario ricostruito a partire dalle testimonianze dei protagonisti e dalle prove processuali seppellite in diecimila pagine di atti.

Alessandro Borghi diventa Stefano Cucchi

In un film che rischia di cadere in un taglio eccessivamente documentaristico – complice una regia così sobria da divenire incolore – a sorpresa a fare la differenza è proprio il protagonista Alessandro Borghi. Quella basata sulla vita e sulla morte di Cucchi potrebbe essere la sua miglior interpretazione di sempre, maturata in un contesto non certo semplice per l’attore.

Nelle fasi finali di lavorazione solo Alessio poteva venire a parlarmi, ero intrattabile. Mangiavo 40 grammi di lenticchie per cena – ha spiegato l’attore durante la conferenza stampa – non uscivo per evitare tentazioni, andavo subito a dormire ossessionato dall’idea che mi venisse troppa fame per resistere.

Passavo le mie giornate confinato in un letto d’ospedale a girare scene in cui interagivo pochissimo con gli altri. Mi sono ritrovato solo con me stesso.

La sua interpretazione di Cucchi dà i brividi e non solo per la drammaticità del suo calvario clinico e umano. Vederlo perdere la speranza nelle istituzioni, nella sua famiglia e nell’umanità scena dopo scena, delusione dopo delusione, è forse lo spettacolo più duro e traditore, molto più di quei lividi e quei presagi che si fanno via via più scuri. Il confronto con il timbro vocale e le foto di Stefano Cucchi poi è impressionante e candida Borghi a una bella tornata nella stagione dei premi cinematografici italiani.

Jasmine Trinca in Sulla mia pelle
Jasmine Trinca è altrettanto impressionante nei panni di Ilaria Cucchi in Sulla mia pelle

Al suo fianco brilla ancor di più una Jasmine Trinca quasi irriconoscibile nei panni di Ilaria Cucchi. Anche il suo è un ruolo sofferto e non certo facile, perché racconta la durezza e la sfiducia che la sorella espresse in quei drammatici giorni, inconsapevole di cosa stesse succedendo. Una durezza attraverso cui si vede l’amore, certo, ma non è un ritratto mediato e lusinghiero.

Sulla mia pelle insomma è un film che trova una quadratura sorprendente, anche a costo di essere un po’ monotono, rischiarato dalle performance davvero intense di un cast più che indovinato. Cremonini ridà la sua umanità contraddittoria e complessa a quella che rischiava di essere una vittima, un simbolo politico, un grimaldello ideologico; era quanto di meglio si potesse sperare.

Voto: 7,5 / 10

Elisa Giudici, da “mondofox.it”

 

 

Come scrivere e dirigere una storia su cui si è detto tanto, troppo ma forse non tutto? Questa deve essere stata la domanda che Alessio Cremonini e la co-sceneggiatrice Lisa Nur Sultan devono essersi posti prima di iniziare questo lavoro. Uno dei fatti di cronaca nera italiana che più ha sbigottito e indignato: la morte di Stefano Cucchi avvenuta nel 2009.

Sulla mia pelle ha aperto la sezione Orizzonti della 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia meravigliando pubblico e critica. Al termine della proiezione uno scroscio di applausi ha accompagnato il commosso abbraccio tra l’attore protagonista Alessandro Borghi e la famiglia di Stefano.

Sulla mia pelle: recensione del film su Stefano Cucchi

Il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi viene fermato dai carabinieri dopo essere stato visto cedere ad un uomo dei pacchetti non ben identificati. Portato immediatamente in caserma, viene perquisito e trovato in possesso di varie confezioni di hashish, cocaina e una pasticca di un medicinale per l’epilessia. Per lui viene decisa la custodia cautelare; in tale data Cucchi non ha alcun trauma fisico, ma risulta solo molto magro e denutrito.

sulla mia pelle recensione film stefano cucchi

Il giorno dopo viene processato per direttissima mostrando già difficoltà nel camminare e nel parlare ed evidenti ematomi agli occhi e sul volto. Il giudice stabilisce che deve rimanere in custodia cautelare al carcere di Regina Coeli ma dopo l’udienza le condizioni del ragazzo peggiorano ulteriormente; viene quindi visitato in ospedale dove vengono messe a referto lesioni, fratture ed ematomi diffusi su tutto il corpo. In carcere le sue condizioni peggiorano ulteriormente fino a trovare la morte il 22 ottobre 2009.

Dopo la prima udienza i familiari cercano a più riprese di vedere, o perlomeno conoscere, le condizioni fisiche di Stefano ma senza successo. Le uniche informazioni che arriveranno alla famiglia saranno quelle relative al decesso, unitamente ad una richiesta di autopsia per capirne le ragioni.

Sulla mia pelle: analisi del film

L’obiettivo dichiarato del regista era quello di dare voce a chi, fino a questo momento, non aveva potuto dire la sua in nessun modo: Stefano.

Di tutta la vicenda, le polemiche, i processi, è l’ovvia ma allo stesso tempo penosa impossibilità di difendersi, di spiegarsi, da parte della vittima ad avermi toccato più profondamente: tutti possono parlare di lui, tranne lui. […] Sulla mia pelle, tra le varie cose, è un modo di battere, di opporsi alla più grande delle ingiustizie: il silenzio.

Cremonini riesce in pieno a centrare l’obiettivo che si era prefissato, narrando l’ultima settimana di Cucchi con grande sensibilità e lucidità. Usando toni pacati, usando quasi solo il suono della voce di Stefano, riesce a guidarci lungo giorni terribili e pieni di sofferenza.

sulla mia pelle recensione film stefano cucchi

Il regista decide di non mostrare mai direttamente la violenza in quanto sul come e sul dove vige ancora un velo di mistero e omertà. Preferisce mostrare l’evoluzione dei segni lasciati sulla pelle, quelli che siamo abituati a vedere solo nell’istante catturato dalle fotografie che ritraggono il corpo esanime.

L’interpretazione di Borghi lascia senza fiato, nonostante al suo personaggio sia concessa una piccola varietà di battute. Stefano nei diversi frangenti si limitava infatti a ripetere le stesse poche cose, cercando di non mettersi in guai ulteriori e di uscire il più in fretta possibile. Un lavoro di fino quello di Borghi, fatto di gestualità, occhiate e smorfie che riescono a toccare lo spettatore nel profondo, generando livelli di empatia rari di questi tempi.

L’attore romano dopo il non facile ruolo in Non essere Cattivo torna a stupire, proiettandosi definitivamente tra i migliori interpreti italiani della sua generazione.

Sulla mia pelle: un film dai tratti documentaristici

Un grande pregio del film è che si presenta come un’opera super partes, Cremonini rinuncia a schierarsi in modo semplicistico da uno dei due lati. Il mondo dell’arma non viene mai demonizzato e Cucchi non viene santificato. Nel corso del film si parla in modo chiaro e diretto dei problemi con la droga del ragazzo; a più riprese si sottolinea come ne abusasse e della gran quantità che nascondesse a casa al momento dell’arresto.

sulla mia pelle recensione film stefano cucchi

L’abilità nella stesura della sceneggiatura risiede nel fatto che il film non dipinge i secondini e i carabinieri come mostri sanguinari. I carnefici sono facilmente individuabili dallo spettatore, gli altri risultano essere figuranti che per colpa di un sistema fallato non possono e non vogliono denunciare. Il film evolve come un vero e proprio “documentario” che si attiene alla narrazione dei fatti, non lanciandosi in voli pindarici e lasciando allo spettatore le conclusioni da trarre.

La regia e la fotografia sono essenziali, volte a sottolineare la freddezza degli ambienti e delle persone con i quali Stefano è entrato in contatto. Le scene di vita familiare mostrate nonostante siano poche, rimangono impresse. A colpire sono la tristezza e la malinconia con cui vengono rappresentate.

La banalità del male, un tema fin troppo vicino a noi

La banalità del male” un concetto che la scrittrice tedesca Hannah Arendt ha formulato in occasione del processo ai danni di Adolf Eichmann, gerarca nazista. L’idea è che il male perpetrato da Eichmann, come dalla maggior parte dei nazisti, non fosse dovuto ad un’indole maligna quanto piuttosto a una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni.

Questo è esattamente il quadro che Cremonini dipinge con il suo film, a più di 70 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Durante ogni trasferimento, durante ogni visita e controllo gli addetti nei carceri e negli ospedali si preoccupavano solo di non finire dei guai. Il giovane era solo l’ennesimo sbandato finito in carcere chissà come e chissà perché, l’ennesima pratica da sbrigare senza troppe grane.

Il regista stesso si è detto molto colpito da questo fatto, come dai numeri che girano intorno a questa vicenda:

Stefano Cucchi viene a contatto con 140 persone […]. In pochi, pochissimi, hanno intuito il dramma che stava vivendo. È la potenza di queste cifre; quelle relative al personale incontrato da Stefano durante la detenzione che mi ha spinto a raccontare la sua storia. Sono numeri che fanno impressione, perché quei numeri sono persone

Paradossalmente colpisce ancora di più quando viene mostrata qualche figura benevola che cerca di interessarsi a Stefano. Come un animale ferito il ragazzo cerca di allontanare chiunque, sperando che il dolore che prova passerà da solo, evitando ulteriori ripercussioni.

Sulla mia pelle si presenta quindi come un’opera coraggiosa e cruda che colpisce esattamente dove si era prefissata di colpire. Un film forte che lascerà spazio alla riflessione in ognuno degli spettatori, qualsiasi sia la sua opinione sulla vicenda.

Flavio Musetti, da “filmpost.it”

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