Renzo Piano: l’architetto della luce

 

Ci sono voluti quasi otto anni per veder realizzato il Centro Botin di Santander, luogo di aggregazione e creazione culturale della città spagnola, omaggio della fondazione legata al colosso bancario. Ci sono voluti quindi sempre otto anni, naturalmente con cospicue interruzioni, al regista Carlos Saura per realizzare il documentario sulla realizzazione dell’edificio, Renzo Piano: The Architect of Light. Presentato in prima mondiale al Biografilm Festival di Bologna 2018, sarà nelle sale italiane entro fine anno come evento speciale per I Wonder.

Non è un lavoro sul complesso delle carriera dell’architetto ligure, come il titolo potrebbe far immaginare, ma l’analisi precisa di cosa voglia dire costruire un edificio come quello di Santander, dalla forte rilevanza sociale e culturale e in un luogo specifico, sul mare, come la città cantabrica.

“Non lo conoscevo, quando mi è stato chiesto realizzare documentario”, ha dichiarato alla stampa presente a Bologna Carlos Saura. “Mi è sembrato interessante, e per la prima volta ci siamo incontrati a Genova; alla fine è nato un rapporto di vera amicizia, sono molto contento mi abbia dato questo opportunità. Renzo Piano è quasi ossessionato dalla luce, così come dell’acqua in questo specifico scenario. Lui è stato un rivoluzionario, ha cambiato la tendenza nei musei, in cui la luce arrivava laterale dalle finestre, mentre lui per la prima volta l’ha fatta scendere dall’alto, in perpendicolare. Quasi una luce metafisica. Ha cambiato la forma dell’edificio rispetto al primo progetto proprio per un maggior passaggio della luce e oggi, con l’opera finita, sono davvero affascinato dai riflessi e penso migliorerà con il tempo, con il giardino che farà sempre più parte della struttura, e i giochi di luce e acqua che miglioreranno la loro resa.”

Saura ha sempre subito il fascino, lo dimostrano anche i suoi film, da Tango a Carmen Story a Io, Don Giovannidel processo di evoluzione di un’opera d’arte, dalla prima idea fino al concepimento portato a termine. “Di Piano mi ha colpito la sua capacità di adattamento che l’ha portato a evolvere la sua idea originaria in base al contesto della città di Santander. Ci sono stati ritardi, dalla fase di progettazione del 2010, fino all’inaugurazione dell’opera nel giugno 2017. Anni che hanno dato modo a Piano e Saura di conoscersi meglio, incontrandosi a Santander, ma anche a Genova e Madrid e a Parigi, dove l’architetto lavora e vive per la maggior parte dell’anno. “Ho due grandi maestri italiani come amici”, ha aggiunto Saura. “Oltre a Piano, Vittorio Storaro, che ha diretto la fotografia di sei miei film; si somigliano, sono molto rigorosi, ci tengono tanto e fanno le cose al massimo delle loro possibilità, hanno una forte personalità e sono maghi della luce.”

‘La creazione vuol dire entrare nel buio e metterci un po’ per abituarsi’, sostiene nel documentario Renzo Piano. “Penso anche io che sia impossibile creare se non in solitudine”, sostiene il regista spagnolo. “Dipende da quello che fai, naturalmente, visto che in architettura e nel cinema devi avere una troupe intorno, ma in linea di principio la solitudine è cruciale. Ho vissuto in questo modo gran parte della mia vita, mi piace stare da solo, le chiamo solitudini condivise, poche persone ma buone che capiscano anche questa mia esigenza e scegliere persone rispettose del mio lavoro, che non siano d’intralcio. Poi, una volta finita la creazione dell’opera, inizia la fase di trasmissione, di trasferimento agli altri. Come dice Renzo nel documentario, non si può fare qualcosa che piaccia a tutti, ma prima deve piacere a te stesso, è un passo che bisogna avere il coraggio di compiere”.

Sono stati anni di visite a Santander, di un’opera che si completava in tempi più lunghi del previsto. “A volte è più affascinante seguire l’evoluzione di un progetto che non vederlo terminato, mi ha affascinato la struttura, che sembrava fragile e semplice, ma di una bellezza assoluta. Poi la struttura è stata coperta con ceramiche e trasformata. Renzo dice che nonostante il rivestimento sarà possibile indovinare cosa c’è sotto, ma lui dice così perché lo sa, mentre per uno spettatore esterno è impossibile indovinare come fosse prima. Non sappiamo se, una volta finito quale sarà la scala dell’edificio all’interno del contesto che lo circonda. Mi piace tantissimo risultato finale, ila sua intuizione geniale, anche se lui non la considera fra le più importanti, quasi una minore, ma ha avuto molta attenzione e affetto, l’ha costruita con entusiasmo. Come dimensione non è enorme, ma è quella sociale a essere molto importante.”

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Nel 2010 la Fondazione Botín di Santander, sulla costa cantabrica, legata al grande gruppo di credito spagnolo, affida al Renzo Piano Building Workshop l’incarico di costruire un centro culturale che porti il nome del suo fondatore. Un edificio che ridisegni il profilo della città, in dialogo attivo ed emotivo con la cittadinanza. A seguire i lavori e intervistare l’archistar fino all’inaugurazione del centro nel 2017, il regista Carlos Saura.

Luce, poesia, utopia: in fondo a guidare l’architetto e il regista sono gli stessi elementi, le medesime pulsioni. Illuminare il mondo, dargli bellezza, ispirare altri uomini col proprio lavoro a creare ulteriore grazia, come unico antidoto alla barbarie umana.

Su questo parallelismo di intenti – e su una decisa celebrazione del committente e della comunità politica locale – si muove il documentario di Carlos Saura, che segue lo stato dei lavori del centro e insieme raccoglie il punto di vista di Piano, il metodo, la visione, aspirazioni e ispirazioni (tra cui Italo Calvino, ma in primis la natura, la luce naturale, il potere del cinema e della fotografia di fermare il tempo e rendere la realtà immortale).

La struttura, la cui forma ricorda un visore, quasi un omaggio implicito all’atto del contemplare arricchendo se stessi, è poeticamente sollevata da terra, circondata dal verde, lontana dal traffico e divisa in due corpi che guardano e si affacciano sul mare con un camminamento che mima un pontile. Nel suo disegno aperto, nel rivestimento di ceramica bianca abbacinante e cangiante, si riflette l’intenzione di Piano di stimolare e coinvolgere l’immaginazione dei residenti, chiamati anche a dibattere pubblicamente sul progetto, anche se le implicazioni, gli sviluppi “drammatici” del dibattito locale e politico sono superficialmente accennati.

Voto: 3 / 5

Raffaella Giancristofaro, da “mymovies.it”

 

 

 

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