Oltre la notte

locandina

 

Non fa altro che piovere, ad Amburgo: la pioggia cade così densa che fa tutt’uno con i muri degli edifici, si unisce al grigio dell’asfalto, striscia sui vetri, sui volti delle persone e tra i capelli biondi di Katja: ne scioglierà il trucco, poi si confonderà con le sue lacrime. È un lamento senza fine, la disperazione di una donna che ha appena vissuto l’orrore più atroce: il marito di origine turca e il figlioletto sventrati da una bomba imbottita di chiodi, esplosa nell’attentato che ha colpito l’ufficio dell’uomo.
Tra il 2000 e 2007, una decina di persone di origine non tedesca sono state uccise in Germania nel corso di vere e proprie esecuzioni: i media avrebbero raccontato questi omicidi come i “delitti del Kebab”, un puro regolamento di conti all’interno della malavita straniera. Qualche anno più tardi è venuto fuori che, in realtà, si trattava di attentati di estrema destra, i cui colpevoli erano tre ragazzi tedeschi di una cellula neonazista denominata NSU (Nationalsozialistische Untergrund). Due componenti del gruppo terroristico si sono suicidati dopo una rapina: la terza, Beate Zschäpe, è tuttora sotto processo in Germania.

“Il razzismo è una merda!” ha gridato Fatih Akin ritirando, insieme a Diane Kruger, protagonista della pellicola, uno dei numerosi premi assegnati a “Oltre la notte” in Germania e all’estero – in ultimo, il Golden Globe al miglior film di lingua non inglese. Il ragazzo terribile del cinema tedesco, nato ad Amburgo da genitori turchi, è tornato a quelle visioni di frontiera che gli sono sempre state più congeniali, dopo il difficile excursus storico de “Il padre” e la leggerezza senza pretese di “tschick”. Akin, come ogni artista interessato alla modernità, in “Oltre la notte” assimila la narrazione dei veri attentati della NSU, ma la traduce in fiction: la vicenda di Katja è una storia fittizia, dunque, però possibile, perché calata dentro una storia fortemente privata.
A ben vedere, il clima senza speranza che ci introduce nella vicenda non è perciò lontano dall’incipit de “La sposa turca“: qui, però, manca del tutto l’elemento umoristico che faceva da contrappunto alla folle storia d’amore tra Cahit e Sibel; d’altro canto, la ritrovata freddezza formale a cui Akin si obbliga va, invece, nella direzione intrapresa con le dolorose riflessioni viste “Ai confini del paradiso“. Le prime scene di “Oltre la notte” ci scaraventano immediatamente nell’abisso, grazie anche alle dolenti note della colonna sonora, che porta la firma prestigiosa di Josh Homme.

La Kruger, dicevamo: sono decisamente lontani i tempi in cui la diva tedesca prestava la sua bellezza ai blockbuster hollywoodiani – e il suo piede a Quentin Tarantino: l’attrice scivola completamente nel vuoto in cui è sprofondata la protagonista, e così Fatih Akin decide di non staccarsi più da lei. Fa bene: ne viene fuori un’interpretazione magistrale, l’ennesimo personaggio femminile che ha segnato la stagione cinematografica appena trascorsa (si vedano la “Jackie” di Natalie Portman ed “Elle” della Huppert). Un ruolo difficile da dimenticare, che ha assegnato alla Kruger, qui al suo primo film recitato nella sua lingua madre, il premio come miglior attrice al festival di Cannes 2017.
Nelle sequenze centrali del film, le più controllate – il processo ai due ragazzi neonazisti accusati della strage – Katja è costretta a rivivere l’orrore, ma non può più piangere o gridare, dentro l’asettica aula del tribunale. Perciò, si mostra fiduciosa e spera nella giustizia: la fiducia e la speranza, però, sono categorie dello spirito che non appartengono necessariamente al diritto penale; infatti, la macchina legale sembra incepparsi. Qui il riferimento è duplice: da un lato, gli incredibili errori della polizia tedesca durante le indagini sulla NSU, condite da omissioni e (forse) depistaggi che avrebbero favorito la latitanza dei neonazisti; dall’altro, la sensazione che la condotta non irreprensibile del marito di Katja (con un passato da spacciatore) non possa qualificare l’uomo al cento per cento come una “semplice vittima”.

A questo punto, il film stesso entra in cortocircuito, e deve andare a cercarsi un altro finale. I colori impressi sulla pellicola, perciò, mutano. Non è ancora estate, ma l’azzurro è così limpido da non cercare compromessi nelle sfumature: il vento accarezza le onde del mare, ne accompagna il docile moto, in mezzo alle dune della spiaggia, tra l’erba fina; i capelli di Katja ora sono asciutti, così come i suoi occhi. Sembra una vacanza per dimenticare. Intanto, il processo potrebbe ripartire: ci sono nuove prove e secondo l’avvocato tocca insistere. Ma la giustizia, per Katja, è ancora possibile? Invecchiare insieme al marito, accompagnare suo figlio a scuola: questo era giusto, per lei; tutto ciò non potrà ritrovarsi nelle scartoffie di un tribunale. Nemmeno la condanna degli attentatori potrebbe riappacificarla, perché il suo amore è morto. Katja ha un piano: poi ci ripensa, lo perde in mezzo al vento, sulla spiaggia; arriva, dal mare, un’altra idea.
Questo terzo capitolo del film, diverso dai due precedenti, è stato girato come se fosse un cortometraggio d’azione. Akin sembra voler tornare alla furia dell’esordio di vent’anni fa, quel “Kurz und Schmerzlos” dove, dentro le ombre scorsesiane del gangster-movie, era già presente il tema di tutto il cinema del film-maker di Amburgo, che poi è di natura autobiografica: la doppia anima e la sua impossibile pacificazione, nelle storie della seconda generazione degli immigrati in Germania.

È ovvio che la mente dello spettatore non potrà non andare anche alle stragi terroristiche di matrice islamica che hanno insanguinato l’Europa negli ultimi anni, una sottile linea rossa che unisce le luci spente dei mercatini di Natale di Berlino a quelle del Bataclan di Parigi e all’Arena di Manchester, il lungomare di Nizza alle strade di Londra; senza dimenticare le vittime di religione musulmana in Medio Oriente e in Africa, le prime e più numerose della follia dell’Isis. A questo, si lega a doppio filo il tema delle ondate migratorie in corso che riempie quotidianamente le pagine dei giornali, così come i discorsi delle cancellerie europee. Non esiste, al momento, argomento che tenga più banco di questo: eppure, la forza di “Oltre la notte” è proprio quella di non farsi schiacciare dall’attualità, ma di accostarsi a essa, superandola, lasciando le speculazioni politiche e sociologiche mille passi indietro. Il film ci ricorda, semmai ce ne fosse bisogno, che l’unico movente di ogni terrorismo non è la religione, o la politica, ma l’odio: accecante, irreversibile, incomprensibile. Proprio in virtù di questo, la vicenda di Katja, fuori da ogni volontà di saggio paradigmatico o storia universale, resterà miracolosamente autentica.

Infatti, nonostante lo spunto narrativo aderisca continuamente alla realtà, Akin ha ripetuto più volte che il suo intento era quello di raccontare una storia personale. È proprio così che, come spesso è accaduto ai protagonisti dei suoi film, anche per Katja il mare diventa lo specchio della sua anima: dimenticata la vicenda di cronaca, resta quella senza speranza né più fiducia di una donna che si è persa, perché è stata abbandonata.

Voto: 8 / 10

Domenico Ippolito, da “ondacinema.it”

 

 

 

 

Come può continuare l’esistenza di una persona cui è stata strappata violentemente via la propria famiglia in un attentato? Cosa resta da fare a chi sopravvive, a chi deve caricarsi sulle spalle il fardello del dolore? Fatih Akin ce lo racconta nel suo Oltre la notte, un film che brilla purtroppo nella sua oscura attualità. Se la pellicola forse non eccelle in alcuni dettagli della sceneggiatura, ciò non impedisce allo spettatore di entrare nel cuore di una tragedia che si consuma in fasi narrative diverse, scandite in tre capitoli: la famiglia, la giustizia, il mare.

A consentirlo è soprattutto l’incisiva e viscerale interpretazione di Diane Kruger che incarna un personaggio dinamico, sfaccettato, vittima delle conseguenze di un terribile attentato e non solo. In seguito alla sua tragedia, riemergono inevitabilmente le taglienti dinamiche familiari fatte di incomprensioni e screzi, tensioni silenziose, commenti velenosi e mancanza di empatia, quella parola che persino il bambino riesce a scandire con cura e amore all’inizio del film. La mancanza di tatto è anche quella della squadra investigativa che non perde tempo per iniziare le indagini coprendo la protagonista di domande subito dopo aver ricevuto la conferma del DNA. Diane Kruger interpreta con una toccante intensità le nere sfumature del dolore e della rabbia: è al contempo una donna messa in ginocchio dal dolore, una donna che deve sottostare al sistema giuridico, una donna che crolla e si rialza, una donna che soffre e combatte, una donna che viene costretta a giustificare le sue azioni e che cerca la propria giustizia.

E’ interessante come nel film non venga tuttavia trattata come assoluta protagonista la questione politica e razziale dell’attentato. Non che quest’ultima sia assente, tutt’altro, e l’ideologia politica degli attentatori parla molto chiaro all’interno di un panorama politico europeo sempre più desolante e violento, specialmente quello tedesco; eppure l’attenzione dello spettatore è portata gradualmente a concentrarsi molto di più sulle dinamiche interne e sulle interrelazioni dei personaggi nei loro ruoli narrativi di vittima-carnefice. I carnefici di un attentato non strappano via soltanto la vita delle vittime, ma anche quella delle persone che sopravvivono alla tragedia, condannandola sia a non essere mai più quella di prima sia ad una sofferenza che non può essere spazzata via altrettanto facilmente. Analizzare e raccontare cosa accade al di là delle questioni brutalmente politiche e razziali che normalmente leggiamo sui giornali è sicuramente il pregio maggiore di Oltre la notte, che permette di parlare più facilmente sia a persone che purtroppo possono dire di aver vissuto un’esperienza analoga sia agli altri spettatori.

Un contributo essenziale per veicolare questo messaggio che riporta il dramma del sopravvissuto è dato dalla regia molto ricercata e coraggiosaIl film infatti è realizzato con un accostamento di diversi tipi di riprese: dall’uso della macchina a mano che rincorre letteralmente i personaggi a riprese più ferme e dettagliate; da sequenze volutamente amatoriali che ritagliano dei toccanti quadretti familiari a messe a fuoco, deformazioni dell’immagine e fotogrammi compositi più sperimentali in grado di trasmettere in modo disturbante quel senso di angoscia e dolore provato dalla protagonista. In questo senso il contenuto emotivo del film coincide con la forma del film stesso, che mette a disagio lo spettatore senza lasciarlo cadere in una piatta atmosfera melodrammatica.

L’unico piccolo appunto va ad un dettaglio onomastico non volutamente ironico: in italiano fa inevitabilmente sorridere sentire “l’avvocato Fava”, ma la co-produzione tedesca del film non lo poteva certo sapere…!

E’ un film che non si risparmia, che non cerca mezzi termini e compromessi e in fondo, per il tema trattato, è giusto che sia così.

Voto: 8 / 10

Bianca Friedman, da “intrattenimento.eu”

 

 

 

Mentre il mondo esterno continua a viaggiare secondo una sua logica precisa, ma opinabile, una moglie e madre, ferita dal trauma della morte e della perdita, continua una non vita in cui non c’è più spazio per il razionale e, in un universo di sorda solitudine, il dolore è l’unica voce a cui è possibile dare ascolto.

Non esiste legge, non esiste spirito di sopravvivenza quando esplode (in questo caso nel vero senso della parola), una sfera affettiva precostituita e costruita a fatica; e se inizialmente la necessità di giustizia e verità può sembrare un appiglio valido per andare avanti, con il tempo neanche le risposte della società bastano e la solitudine diviene lacerante e infaustamente letale.

Oltre la notte: oltre il terrorismo e la fatalità della vita

Oltre la notte Diane Kruger

Si mettono in scena le devastanti conseguenze di un atto terroristico in “Oltre la notte”, un terrorismo di matrice diversa da quello tristemente attuale, un terrorismo che affonda le proprie radici nella nostra Europa, dove gli estremismi causano – alla stessa stregua – vittime ignare, colpite da un destino fatale devastante.

Con “Oltre la notte”, premiato ai Golden Globe 2017 come Miglior Film Straniero, Fatih Akin torna ad affrontare il tema del dolore, sebbene declinato in modo ben diverso dai precedenti lavori. A differenza de “La sposa turca”, in cui i protagonisti mostravano le proprie attitudini distruttive in maniera plateale, creando un’empatia inevitabile con lo spettatore, in questo lungometraggio, che molto deve a una tematica – come quella della difficile convivenza del popolo turco con la popolazione tedesca, o per meglio dire con una parte di essa intollerante all’alta percentuale di stranieri in patria – molto cara al regista, poco spazio viene lasciato alle grandi manifestazioni di stati d’animo, universalmente identificabili al di là dei gesti e delle parole.

La poetica di Fatih Akin, così realistica da far male, subisce dunque un cambiamento di rotta, attraverso un’estetica che gioca più sull’omissione piuttosto che sull’espressione.

Oltre la notte: Diane Kruger in stato di grazia

Non serve molto a Diane Kruger (premiata per la sua prova al Festival di Cannes 2017), con gli occhi perennemente arrossati dal pianto e un look trasandato che esprime noncuranza, per mostrare la sua disperazione. Passati i primi momenti di lacerante strazio e incontrollata aggressività, Katja, donna ferita irreversibilmente, acquisisce, nonostante l’uso di stupefacenti, una sua lucidità che travalica la giustizia divina e oltrepassa il giudizio di chi fa parte di un passato ormai andato.

Questa moglie e madre dai capelli biondi con tanto di ricrescita molto ricorda Naomi Watts nei panni di Cristina Peck, protagonista di “21 grammi“, appartenente a quella schiera di diseredati e disperati dell’universo di Alejandro González Iñárritu, profondo conoscitore – proprio come Akin – della disperazione umana. Come Cristina, Katja cerca rifugio nelle droghe e, in maniera assai credibile, riproduce all’infinito alcuni momenti felici dei suoi cari (una attraverso una segreteria telefonica, l’altra tramite un filmato del cellulare); come Cristina, Katja elabora il suo lutto in modo assolutamente credibile, ma mentre per la prima – in un mondo negativo dove nulla sembra salvarsi – un barlume di speranza rimane vivo, per la seconda la tentazione è forte, il buio avanza e nulla lo può più fermare.

Laura Calvo, da “ecodelcinema.com”

 

Chissá cosa avrebbe pensato Jonathan Demme di un film cosí scettico nei confronti della giustizia e della democrazia come questa ultima fatica firmata da Fatih Akin, tedesco nato ad Amburgo ma di chiare e collaudate origini turche. In the fade. Nella sfumatura, indica il titolo inglese. Anche se quello originale tedesco è completamente diverso e forse piú calzante: Aus Dem Nichts, dal nulla. In ogni caso di sfumature non ce ne sono poi cosí tante nella dolorosa vicenda che ha per protagonista la sempre brava (e bella) Diane Kruger, premiata al Festival di Cannes come miglior attrice. Lei – alle prese con il primo ruolo interamente recitato nella sua lingua madre – interpreta Katja, madre e moglie che un giorno all’improvviso si vede portar via per sempre marito turco e figlioletto da una bomba dell’estrema destra tedesca. La donna piomba nella disperazione e imbocca un tunnel che, forse, solo la giustizia puó lenire. Viene imputata una coppia di giovani fidanzati tedeschi filonazisti  – del resto siamo ad Amburgo, che non è solo la cittá natale del regista e sceneggiatore, ma anche il centro in Germania con il piú alto numero di immigrati, con relative recrudescenze intolleranti e razziste. Inizia il processo, ma le prove sono indiziarie e non sufficienti a una condanna. E allora in Katja scatta il dilemma: lasciare le cose come stanno e perdonare i colpevoli o vendicarsi per conto proprio?

Forse è inutile storcere la bocca di fronte a un cinema palesemente grezzo e semplicistico come quello di Fatih Akin. E sarebbe bello riuscire a rintracciare una qualunque idea di cinema e di sguardo che non sia una, stilisticamente confusa ma solida narrativamente parlando, intermediazione tra intrattenimento e impegno d’autore. Eppure ormai Akin – che da tempo ambisce a essere un autore hollywoodiano – lo conosciamo e qui, tra rallenti, effetti vertigo (o contro-zoom) sul volto della Kruger, scene madri di rabbia e disperazione, momenti (pochi) di sottrazione e flashback famigliari in video, fa di tutto per far immedesimare lo spettatore nella via crucis della protagonista. A sua volta il percorso di Katja diventa presto una metafora della societá occidentale nei confronti di ogni atto di violenza terroristica (islamica, nazionalista, e cosí via) e non solo. Il conflitto è quello che alberga in ognuno di noi di fronte all’uccisione di coloro che amiano. E a partire da questa idea il film diventa sia una sorta di racconto di “genere” con tanto di suspanse nei momenti chiave, sia un chiaro percorso tematico, con la netta divisione in tre capitoli: la famiglia, la giustizia, il mare. Alla fine la tesi di In the fade ci porta tutti a un punto di non ritorno.

Per Fatih Akin nessuna parte è migliore dell’altra. Siamo tutti potenziali giustizieri e qui sarebbe il caso di fermarsi e discutere sull’ambiguitá e sull’onestá di un cinema che, a prescindere dalle sue qualitá narrative ed emotive (o forse proprio a causa di esse) ci appare sempre piú pericolosamente reazionario e sensazionalistico. Fatih Akin usa i sentimenti non per farli vivere ma per far esplodere… le persone! E qui si apre la discussione. È un cinema che per alcuni tiene incollato alla sedia e strappa l’applauso, ma sotto sotto nasconde un sentimento di chiusura nei confronti dell’altro e del mondo. Da guardare con sospetto. E qualche brivido.

Carlo Valeri, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

Germania. La vita di Katja cambia improvvisamente quando il marito Nuri e il figlio Rocco muoiono a causa di un attentato. La donna cerca di reagire all’evento e trova in Danilo Fava, avvocato amico del marito, il professionista che la sostiene nel corso del processo che vede imputati due giovani coniugi facenti parte di un movimento neonazista. I tempi legali non coincidono però con l’urgenza di fare giustizia che ormai domina Katja.
Tra il 2000 e il 2007 in Germania sono stati commessi numerosi assassinii di persone di nazionalità non germanica da parte dell’NSU (Nationalsozialisticher Untergrund) una formazione neonazista che nel 2011 è stata finalmente incriminata con prove. Fino ad allora la tendenza era stata quella di attribuire le uccisioni a problematiche interne alle comunità etniche o alla delinquenza comune.

Fatih Akin si ispira a quelle azioni per realizzare un film che intende indubbiamente provocare una discussione.

In tempi di terrorismo di matrice islamico-integralista che colpisce in modo assolutamente criminale ci viene ricordato che la guardia va tenuta indubbiamente alta su questo versante ma contemporaneamente non va abbassata su altri fronti. Perché proprio la recrudescenza del terrorismo ha risvegliato gruppi xenofobi che non avevano mai smesso di esistere. Akin è molto attento nel definire il ritratto della sua vittima: ha dei precedenti penali per spaccio di droga ed è un curdo di nazionalità turca. Questo lo libera da un lato dall’apologia dell’innocente (anche se viene sottolineato come il suo recupero alla società fosse stato esemplare) e anche la possibile identificazione tout court con la numerosissima comunità turca in Germania.

Di fatto poi la sua protagonista è totalmente teutonica (una Diane Kruger di grande intensità a cui viene finalmente concesso di recitare nella sua lingua madre) ed è su lei e sulla sua sofferenza che si concentra la narrazione. La lunga fase processuale, che occupa la parte centrale del film, la vede subire il pregiudizio di una difesa che ricorre a qualsiasi mezzo per invalidare la sua testimonianza. A chi ama il cinema vengono in mente i nomi di due autori che non è dato sapere se siano conosciuti dal regista amburghese di origini turche: Costa-Gavras e Monicelli.

Voto: 3 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

 

La festa della donna è passata da una settimana ma il cinema continua a festeggiare il gentil sesso con la settimana cinematografica della donna. E così, mentre le nostre sale si riempiono per Alicia Vikander in Tomb Raider, Rachel Weisz in Rachel e Rooney Mara in Maria Maddalena, non poteva proprio mancare la splendida (e arrabbiatissima, in questo caso) Diane Kruger, che per la sua interpretazione nel nuovo film del regista tedesco di chiare origini turche Fatih Akin, Oltre la Notte, ha vinto il premio per la miglior attrice all’ultimo festival di Cannes.

Vincitore del Golden Globe come miglior film straniero e rientrato nella cinquina dei nominati agli Oscar nella medesima categoria, Oltre la Notte è un film durissimo sulla rabbia e la ricerca di vendetta che racconta la storia di Katja (Diane Kruger), una madre che a causa di un attentato terroristico perde sia il marito che il figlio ed entra in una spirale di dolore e autocommiserazione dalla quale potrebbe uscire solo trovando le persone responsabili del suo terribile lutto.

Tre atti (la famiglia, la giustizia, il mare), tre luoghi (Amburgo, le aule del tribunale, la Grecia), tre momenti della vita di questa donna spezzata, che forse non è in grado di sopportare quello che le è capitato ma che tuttavia tenta comunque di andare avanti, mossa dalla sete di vendetta che le attanaglia il cuore. Una sete di vendetta così grande e terribile che, forse, la consumerà del tutto.

Vincitore dell’Orso d’oro al festival di Berlino del 2004 per La Sposa Turca, Akin dimostra ancora una volta la sua sensibilità quando si tratta di raccontare storie drammaticamente coinvolgenti e appassionanti. Dalla tesissima sequenza iniziale dell’attentato dinamitardo fino all’ultima, tragica inquadratura, Akin ritrae attraverso la storia di Katja una società xenofoba e crudele, in un film politicamente schierato che ci ricorda – e di questi giorni ne abbiamo sempre più bisogno – quanti danni possano arrecare l’ignoranza e l’odio razziale; non solo, ovviamente, alle dirette vittime di quell’odio, ma anche alle persone che rimangono a piangere quelle vittime.

Diane Kruger, che incarna il cuore di tenebra del film, nei panni di questa madre alcolista tatuata tossica, dal passato turbolento (la relazione sporca col marito, ex spacciatore di droga, ricorda un po’ quella dei protagonisti de La Sposa Turca; anche lì eravamo ad Amburgo), torna a recitare nella sua lingua natia e regala al personaggio sceneggiato da Akin la performance della carriera.

La fotografia di Rainer Klausmann – stretto collaboratore del regista tedesco – dipinge le atmosfere tese e irrequiete di questa Amburgo oscura e piovosa, resa tangibile dalle location e i set del production designer Tamo Kunza. La colonna sonora di Joshua Homme, delicata e malinconica, vi accompagnerà dalla Germania fino alle sponde del mar della Grecia, dove Katja si recherà per la malinconica coda. Dopo la quale il giudizio etico-morale per le sue azioni sarà rimesso nelle mani degli spettatori, che avranno di che discutere.

Voto: 8 / 10

Matteo Regoli, da “mangaforever.net”

 

 

In un attentato di matrice neonazista perdono la vita un uomo e un bambino. E’ la famiglia di una donna di Amburgo, che nel momento in cui perde quanto di più caro è chiamata a reagire. Ad interpretarla, nella performance migliore della sua carriera – che le è già valsa la Palma d’oro come miglior attrice al 70 Festival di Cannes e che la vede finalmente recitare nella sua lingua, il tedesco – c’è una portentosa Diane Kruger. Viscerale, generosa, memorabile.

Cosa succede quando esplode una bomba? Cosa si innesca nell’animo di chi sceglie di piazzare un ordigno e mandare all’aria ogni cosa (compreso se stesso)? Sono gli interrogativi che percorrono senza sosta il nuovo film del regista Fatih Akin, che si serve di generi come dramma e legal movie per mettere in scena tutta la rabbia, l’impotenza e il senso di profonda ingiustizia che un atto terroristico genera. Punta diretto alla pancia dello spettatore occidentale per domandargli: cosa saresti disposto a fare se ti uccidessero la famiglia?

Insieme a Diane Kruger e al suo strazio seguiamo le indagini, cerchiamo il colpevole, lo spettatore si fa tutt’uno con la protagonista nella sua dolorosa sete di giustizia.

O vendetta? Il confine è labile, e Akin volutamente lo fa implodere per indicare che a volte, quando la giustizia pubblica sfuma in una sospensione “pro reo”, è quella privata a farsi inesorabilmente avanti. Fino ad osare tutto, a mettere in atto l’impensabile.

Diane Kruger ha sintetizzato così il suo notevole lavoro attoriale: “Ho chiuso gli occhi e mi sono buttata, certa della direzione di Akin”. Mai commento fu più appropriato, il lasciarsi andare al buio e ad un vortice di tenebre è evidente nel film, che la vede sprofondare prima nell’angoscia, poi nell’ansia di una vendetta da compiere a ogni costo. Ecco che il legal movie cede il passo al revenge movie, e il fiato si sospende, e ogni mossa e ogni gesto pesa ed è studiato. Tutto può scoppiare, da un momento all’altro. Altre vite sono in pericolo. Sono/Solo quelle degli attentatori? Se ti uccidono tuo marito e tuo figlio, fin dove saresti disposto a spingerti? E se conoscessi il volto dei loro assassini?

Funziona perfettamente come disseminatore di dubbi e interrogativi multipli, questo Oltre la notte. A cos’altro serve un film – direbbe Ken Loach – se non a sollevare quesiti, far discutere, riflettere, a porre dei dubbi e costringere chi guarda a sospendere ogni giudizio? In un momento sociale di odio generalizzato, xenofobia, attacco cieco all’altro, un film come questo ricorda che l’arte può far luce su tutte le ombre dell’animo umano che tendiamo a trascurare. Al contempo si fa denuncia potente contro l’odio (sotto forma di terrorismo, ma non solo) indiscriminato, oggi come ieri, al di là di ogni cultura e religione. Da vedere.

Claudia Catalli, da “wired.it”

 

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