Morto Stalin se ne fa un altro

 

 

Armando Iannucci è il profeta della satira politica: The Thick of ItIn the Loop e Veep vi dicono qualcosa? Con Morto Stalin, se ne fa un altro, tratto dalla graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, mette basi storiche pesanti al suo feroce talento e lo usa per rappresentare le disfunzioni governative e le leadership squilibrate dell’élite bolscevica, impegnata in una lotta di successione in seguito alla dipartita del tiranno.

 

Tutto va per il meglio nella Grande Russia Socialista e nulla sembra poter intaccare il potere del suo grande leader, Stalin.

Questo finché al grande Stalin non viene un infarto nel bel mezzo di una notte qualunque. Solo poche ore prima lui e la sua ristretta cerchia di fedeli si erano ritrovati attorno a un tavolo discutendo amabilmente di liste di proscrizione, nuove leggi e astute manovre politiche. Ora il grande leader giace riverso a terra in una pozza non meglio identificata dei suoi stessi liquidi corporei. Al suo capezzale accorrono tutti, ovviamente, e per quanto il dolore e la disperazione offuschino loro la mente, i suoi fedelissimi devono trovare al più presto un sostituto, per garantire la stabilità alla Russia e al suo popolo.

Presentato all’ultimo Torino Film Festival, The Death of Stalin, che nei nostri cinema esce il 4 genaio distribuito da I Wonder Pictures con il titolo Morto Stalin se ne fa un altro, è un piccolo film-rivelazione.

Come spesso accade, viene raccontata una Storia (quella con la S maiuscola, si badi bene) che rasenta l’assurdo e in cui i dettagli romanzati non sono minimamente scioccanti quanto quelli realmente avvenuti. Il regista, Armando Iannucci, un inglese con un nome italianissimo, riesce a muoversi egregiamente in questa dicotomia, misurando ironia e comicità e facendole diventare un accessorio fondamentale di una storia assurdamente tragica e vera. Ne risulta un film “leggero” e godereccio, dove la risata risulta priva di ogni senso di colpa anche davanti a torture e uccisioni, colpi di stato e rastrellamenti di oppositori politici nel bel mezzo della notte. Gli unici a patire questa mancanza di serietà sono proprio quei fedelissimi di Stalin, nomi come Khrushchev o Beria o Molotov, che vengono trasformati in una parodia di sé stessi, macchiette che in maniera tragicomica portano avanti i loro giochi di potere.

I personaggi, coloro che decideranno la sorte non solo della Russia ma del comunismo stesso, si muovono sullo schermo come tante galline senza testa, cercando di anticipare le mosse degli avversari (un tempo amici fidati), di creare alleanze sottobanco da un lato, cercare di screditare i concorrenti al potere dall’altro. Una sorta di esilarante campo giochi con bambini un po’ troppo cresciuti viziati, egoisti e inetti.

The Death of Stalin è uno di quei film che facilmente possono mettere d’accordo tutti. Divertente ma con quel sapiente dosaggio di cruda realtà che fa di questa pellicola una piccola gemma, una visione che non solo intrattiene ma dà a noi spettatori quel senso di appagamento che sempre più raramente i film in sala ci regalano.

Un cast incredibile porta sullo schermo questo dramma esilarante. Grandi nomi del cinema internazionale si avvicendano, dando vita a personaggi assurdi e complessi allo stesso tempo, con sfaccettature così profonde che diviene impossibile definirli semplicemente comici. E tuttavia è la grande faida fra Khrushchev, uno strepitoso Steve Buscemi, e Beria, Simon Russell Beale, che tiene tutti con il fiato sospeso. Due personaggi agli opposti e due interpretazioni magnifiche che portano l’intero film ben oltre la commedia, oltre la semplice risata.

Ho avuto la fortuna di essere in sala al Torino Film Festival, quando Iannucci introduceva il suo lavoro. Durante le ricerche per il film ha scoperto che la popolazione russa, sebbene fosse non solo vietato ma severamente punito, continuava a far circolare libretti comici su Stalin, una presa in giro che poteva costare la prigione. Ma ridere contribuiva a rendere più sopportabile una situazione altrimenti invivibile e nemmeno le più terribili ritorsioni hanno potuto fermare queste opere popolari. E questo è ciò che si prova durante la visione di The Death of Stalin: una risata spontanea e liberatoria che, senza sminuire le atrocità rappresentate, aiuta ad affrontare un passato scomodo e terribile.

Un film assolutamente consigliato.

Michela Marocco, da “darksidecinema.it”

 

 

Siamo nella Mosca del ’53 che vive di paranoia e purghe, dove Stalin (Adrian McLoughlin) è un bullo che ama i western. Quando viene colpito da emorragia cerebrale, è impossibile trovare medici competenti, perché li ha fatti deportare quasi tutti nei gulag. E mentre il dittatore tira le cuoia, i suoi potenziali successori danno vita a una farsa sfrenata sperando di conquistare il potere o, almeno, di rimanere in vita.

Lo spirito brit di Iannucci punge, grazie anche a un super cast di lingua inglese che non si sogna nemmeno per un momento di smorzare l’accento. Steve Buscemi è Chruscёv, Jeffrey Tambor il vicepresidente Malenkov, Simon Russell Beale il capo della polizia segreta Berija, mentre l’ex Monty Python Michael Palin interpreta Molotov.

Pensate di mettere in scena Veep in Unione Sovietica. Il risultato è una surreale black comedy che disgusta trovando lo humor nell’orrore storico. E conquista.

Voto: 4 / 5

Benedetta Bragadini, da “rollingstone.it”

 

 

Che succede quando muore un dittatore? Come si comportano gli uomini a lui più devoti? Lo piangono o cercano di accaparrarsi il suo posto? Il regista scozzese Armando Iannucci (dopo aver canzonato il governo britannico con la serie mocumentary The Tick of it) si infila nel dietro le quinte del comunismo russo, con l’adattamento del libro La morte di Stalin di Fabien Nury e Thierry Robin.

In seguito al decesso per emorragia celebrale di Iosif Stalin, la squadra ministeriale del dittatore si scontra per ottenere il potere. Fra loro ci sono Nikita Kruščëv (Steve Buscemi), Lavrentij Berija (Simon Russel Beale), Georgij Malenkov (Jeffrey Tambor), il generale Georgij Žukov (Jason Isaacs) e il compagno Vjačeslav Molotov interpretato dal Monty Python Michael Palin. Non sembra casuale la presenza di uno dei membri dell’impareggiabile gruppo comico. Se c’è una cosa che i Monty Python sono sempre riusciti a dissacrare, nel pieno della loro follia, è la ridicolezza di alcuni aspetti del potere, la megalomania di certi uomini che in fondo sono piccoli piccoli. Come dimenticare Michael Palin nei panni del generale dell’esercito ne Il senso della vita, o in quelli di Msr. Heimlic Blimmer nello sketch Mr.Hilter del Flying Circus? E Ponzio Pilato che spargeva terrore in Brian di Nazareth con la sua erre moscia? E il capo dell’Inquisizione Spagnola? Uomini potenti lanciati in situazioni surreali, che alla fine, non si rivelano di certo più surreali del concetto stesso di potere.

In Morto Stalin Se Ne Fa Un Altro manca sicuramente l’aspetto paradossale, quella atmosfera di incredibile follia che pervadeva il mondo dei sei comici inglesi, composto da pesci parlanti e enormi signori che esplodono. A Iannucci, esattamente in The Tick of it, interessa dissacrare rimanendo su un piano prettamente concreto, dove la realtà della situazione conta più del folle e dell’irrazionale, perché sprigiona continuamente il grottesco che la pervade.

Così ridiamo quando Stalin pretende la registrazione di un concerto che è appena terminato, e ancor di più ci divertiamo di fronte al comportamento dei suoi collaboratori, impegnati a tutti i costi a portare acqua al proprio mulino. Ma niente di tutto ciò è davvero folle, almeno non come Hitler sotto copertura in un agriturismo inglese (John Cleese nel Mrs. Hilter di cui sopra). In realtà nell’ottica già di per sé assurda di una dittatura, tutto è perfettamente normale. Iannucci quindi sfrutta la situazione, il decesso di un uomo così potente, e compie un’operazione di satira. Non aggiunge follia alla la realtà, ma esagera i caratteri, spinge al massimo i momenti di crisi, sfrutta l’ottimo cast scelto per il suo film. Perchè il cast, davvero eccellente, contribuisce in massima parte alla riuscita del film che nei dialoghi e nei movimenti acquisisce un ritmo incessante, come uno spasmo continuo alla conquista dello scettro del potere.

Alice Catucci, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

La sete di potere offusca la mente, diventa un’ossessione e rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Le cospirazioni sono animali selvaggi difficili da domare, che spesso si rivoltano contro il proprio padrone, lasciandolo morente sulla strada del cambiamento. Il regista e sceneggiatore Armando Iannucci racconta la fine di un’epoca in Morto Stalin, se ne fa un altro, una commedia nera, pungente, dove le parole sono colpi di pistola. Un termine sbagliato può decretare la vita o la morte di migliaia di persone innocenti, mentre a palazzo le più alte cariche del regime cercano di spartirsi la Grande Madre Russia.

Siamo nel 1953, il periodo delle purghe, delle torture della polizia segreta e dei rastrellamenti di massa. Joseph Stalin crolla sul pavimento per un’emorragia cerebrale, ma la sua morte verrà annunciata alcuni giorni dopo. Il Paese si stringe attorno al feretro del suo leader, mentre nell’ombra si scatena una lotta in stile House of Cards, con falce e martello.

I fedelissimi di Stalin chiocciano come galline impaurite attorno al loro gallo senza vita, e si preparano a prendere il suo posto. Il successore legittimo è Georgy Malenkov, un burattino nelle mani di un partito di squali, che aspettano il momento giusto per sbranarsi a vicenda. Il depravato Lavrentiy Beria, capo della polizia segreta, cerca di eliminare il suo diretto avversario Nikita Khrushchev, per poi circuire Malenkov e governare la nazione. Ma nessuno ha fatto i conti con il generale Georgy Zhukov, un uomo senza scrupoli, pluridecorato sul campo, che può scatenare un golpe tra un banchetto e una messa. Si aprono le danze, che vinca il più dannato.

Morto Stalin, se ne fa un altro è una satira feroce sulla follia che regola un regime totalitario. I politici se ne infischiano del popolo e pensano solo al proprio tornaconto, con la tracotanza di ritenersi al di sopra della legge. I peggiori crimini rimangono impuniti e a pagare è la gente comune, che non ha i mezzi per difendersi. Passano i decenni, ma certe dinamiche non cambiano. I leader degli Stati continuano a dare scandalo, però non abbandonano il comando, e restano al vertice nonostante i processi in corso.

Il film di Iannucci, tratto dalla graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, è un affresco incisivo, che fa riflettere anche sul marcio delle democrazie occidentali. Il regista scozzese segue la scia del suo In The Loop, una sferzata sarcastica sulla guerra in Iraq, e dopo aver attaccato il capitalismo vola dall’altra parte del mondo per affrontare il comunismo. La sua arma è una sceneggiatura quasi teatrale, ambientata nei saloni sfarzosi e negli angoli più bui, dove nessuno può sentire i sussurri dei congiurati. Vedremo se, come preannunciato, Morto Stalin, se ne fa un altro sarà censurato in Russia, in un clima da nuova Guerra Fredda in cui anche un film può rappresentare un attacco alla Storia.

Voto: 3,5 / 5

Gian Luca Pisacane, da “cinematografo.it”

 

Nel racconto Il pappagallo, Ennio Flaiano immagina il simpatico pennuto quale custode del segreto circa la morte di Iosif Stalin. Uno scenario grottesco a priori, immaginandoci il dittatore russo intrattenersi con la bestia nel suo bunker, unica creatura sulla faccia della Terra di cui oramai può fidarsi. Armando Iannucci non se la figura meno ingloriosa la fine di Stalin e nel suo ultimo film ci dà giù che è un piacere, quasi senza riguardo. Morto Stalin, se ne fa un altro (d’ora in avanti The Death of Stalin, titolo originale) è spietato, solo che somministra questa sua irriverenza nella maniera soave, quasi dolce del sarcasmo spinto, dell’humor senza compromessi.

L’ultimo lavoro di Iannucci è per certi versi meno efficace del suo penultimo, In the Loop, ma non per questo meno brillante: l’italo-scozzese sa scrivere e possiede una verve comica ed un’intelligenza non comune nell’escogitare le battute giuste, quelle che colpiscono là dove i suoi personaggi sono più vulnerabili. Sin da subito si cerca d’inquadrare il temutissimo tiranno. A Mosca si sta tenendo un concerto: qualche minuto prima della fine, Stalin contatta i responsabili chiedendo una registrazione su vinile; nulla da fare, nessuno ha registrato alcunché. Ecco allora il malcapitato a cui è stato affidato il compito prodigarsi nel far rientrare tutti, intimando ai collaboratori di recuperare gente per strada se necessario: il concerto si fa da capo.

L’attacco che porterà alla morte non è meno stupido: basta una risata, la stessa che seppellisce l’uomo che da anni guida e spadroneggia il Partito. Viene trovato il giorno dopo, disteso per terra e ricolmo del suo piscio, mentre i membri del Consiglio cominciano già a fare i loro calcoli. Iannucci lavora su questo segmento, ossia sui meccanismi innescati da una morte che cambia definitivamente il volto di un Paese, e con esso la Storia sua e del mondo intero. Molotov, Chruščëv, Malenkov e Berjia, che sono stati gli ultimi a vederlo vivo, accorrono manifestando un dolore di circostanza, sebbene due di loro stiano già tramando, non solo perché la sera prima costretti dal grande capo a vedere l’ennesimo western di cui non gliene fregava nulla.

Va detto che da qui in avanti i meccanismi diventano analoghi a quelli del giallo, ovvero… chi ammazzerà per la seconda volta Stalin imponendosi come suo successore? A prescindere dal fatto che si conoscano o meno i fatti, lo squilibrio tra la propensione alla commedia grottesca, per quanto nera, è talmente soverchiante che lo sviluppo in sé passa in secondo piano: troppo brillanti i botta e risposta tra i vari protagonisti, e troppo assurde certe situazioni nel loro umorismo nero. D’altronde Iannucci scherza su una pagina estremamente delicata, tutto sommato recente, foriera di sofferenze indicibili. E questo è un altro punto: fin dove è lecito spingersi? La comicità di The Death of Stalin, per quanto misurata, dal piglio tipicamente britannico, non risparmia niente e nessuno, mettendo lo spettatore nella non sempre comodissima condizione di chi spontaneamente ride o sorride, per poi un istante dopo magari farsi qualche scrupolo.

Ci troviamo nel reame della satira, altro argomento borderline, apparentemente accantonato, sebbene caldo lo fosse fino a pochissimo tempo fa, a seguito degli eventi di Charlie Hebdo. La domanda perciò è: quand’anche i personaggi che Iannucci argutamente motteggia fossero in larga parte spregevoli, è il caso di ridicolizzarli a quel modo? Non ci si fraintenda. Non sono dei buffoni: l’approccio a ciascuno di loro non si discosta affatto dal trattamento medio di un qualsiasi postmodernista di professione, per cui dissacrare non è un’opzione bensì un obbligo. E al di là della risposta che ciascuno di noi può dare a tal proposito (per quello che vale, chi scrive ritiene l’intera operazione, dal concepimento allo svolgimento, fino al risultato finale, più che accettabile), è innegabile che il problema si ponga.

Peraltro non tutto è così “a limite”, anzi, buona parte delle trovate sono pure simpatiche, come Chruščëv che alla notizia della morte s’infila il vestito sopra il pigiama, gli svariati giochi di parole, il racconto personale di Svetlana Stalin che ricorda il papà inseguire il figlio Vasily per tutta la stanza mentre quest’ultimo cavalca un maiale, i nomignoli che ciascuno dà agli altri (tipo Nikita Chruščëv: per gli amici Niky). Insomma, Iannucci integra spiritosamente certa verve britannica ad una storia profondamente estranea dal proprio mondo, e forse anche per questo The Death of Stalin è meno penetrante rispetto ad altri suoi lavori come il già citato In the Loop o la serie TV Veep. Nondimeno questa sua rivisitazione è briosa, incalzante, aggettivi che ben si addicono a quello che ancora una volta è il vero valore aggiunto con Iannucci, ossia i dialoghi.

Mantenendo l’unità di tempo, Iannucci segue l’azione praticamente nel suo naturale dipanarsi, consentendoci di accedere a tutte le fasi successive rispetto all’evento catalizzatore di tutto che è per l’appunto la morte di Stalin. Dapprima il terrore di sbagliare, di commettere il minimo errore che può costare la vita: eccoli lì infatti seguire scrupolosamente una prassi alla quale già hanno smesso di credere, o rispetto a cui, per meglio dire, possono finalmente manifestare insofferenza. La prima convocazione post-mortem racchiude un po’ il senso di tutto, a partire dalla logica del compromesso, impensabile fino a che Stalin era in vita; ora finalmente una sorta di democrazia comincia a farsi timidamente strada, a partire dal seppur piccolo contesto di un Consiglio composto da poche persone, che raggiungono l’unanimità su tutto in pratica assecondando i desideri di uno solo.

L’avida scalata al potere che s’innesca dà adito al resto, malgrado si sia talmente presi da questo generale clima graffiante che tale percorso finisce con l’interessarci fino a un certo punto. Per dire, non importa cosa farà il capo dell’Armata Rossa, Zhukov, finché sbeffeggia a quel modo il compagno Nikita nel momento più delicato di tutti. E giunge l’epilogo, in cui Iannucci mette da parte l’ironia e si concentra sulla brutalità di una macchina che continua a funzionare perfettamente nonostante l’attore principale sia venuto meno. Ed è evidente che qui Iannucci ha paura; paura che qualcosa del genere possa ripetersi, in modalità e forme diverse magari. Allora sì, se così fosse, a quel punto ci sarebbe davvero poco da scherzare.

Voto: 7,5 / 10

Antonio Maria Abate, da “cineblog.it”

 

 

Iosif Vissarionovič Džugašvili, noto come Josif Stalin, viene riconosciuto dalla storia come uno dei leader politici dai regimi più aggressivi e totalitari di sempre. Succeduto a Lenin nel 1922, portò cambiamenti radicali nella scena politica dell’Unione Sovietica; come il film recita più volte: “Ha distrutto lo status quo e lo ha ricostruito”. Determinò la vittoria dell’URSS nella Seconda Guerra Mondiale e la trasformò da paese rurale a potenza industriale. La sua strategia politica a partire dalla metà degli anni ’30 si basava sull’eliminazione fisica dei propri avversari, e nel confinamento di tutti i rivoltosi in campi di detenzione denominati gulag.

Alla sua morte, avvenuta nel 1953, lasciò uno spazio vuoto che in molti ambivano a colmare, creando nei giorni immediatamente seguenti una repentina lotta al potere tra le personalità più a lui vicine. Non esattamente il materiale più adatto su cui basare una commedia di stampo classico, vero? Una commedia forse no, ma una graffiante satira politica condita con brillante black humour sì.

Cosa serve per guardare Morto Stalin se ne fa un altro?

Serve essere ferventi conoscitori della storia sovietica? No. Serve avere una conoscenza basilare della vita del personaggio storico che dà il nome al film – rapidamente assimilabile anche nella sua pagina Wikipedia  e soprattutto una massiccia dose di senso dell’umorismo. Perché non esiste al mondo linguaggio più efficace dell’umorismo, meglio ancora se ben riuscito, per comunicare qualunque messaggio.

Lo sa bene il regista scozzese Armando Iannucci, già autore dell’apprezzata commedia satirica In the Loop, proponendoci un sommario resoconto dei principali fatti avvenuti in quei giorni (da notare che il titolo originale della pellicola recita semplicemente The Death of Stalin). Ogni singolo passaggio della trama è realmente avvenuto, con la differenza cruciale che Iannucci sceglie di farne interamente una grande caricatura. Ogni personaggio non rappresenta una versione fedele della sua controparte storica, ma una che metta comicamente in risalto i suoi aspetti più grotteschi. (Potrete trovare la nostra intervista al regista su questo articolo).

Morto Stalin se ne fa un altro

Per dare un volto a questi personaggi Iannucci gioca un autentico poker d’assi.

Vediamo da una parte il membro interno del Partito Nikita Chruščёv, intepretato da uno Steve Buscemi finalmente libero dal vortice di produzioni scadenti a cui ha preso parte negli ultimi anni, in una delle sue migliori prove cinematografiche dai tempi de Le iene; Chruščёv tenterà una delicata manovra per subentrare al potere. Manovra che, come la storia ci insegna, riuscirà a portare a termine.

Dall’altra l’avido e spietato capo del NKVD Lavrentij Berija (Simon Russell Beale), che approfitterà immediatamente della situazione per imporre il proprio potere, occupando la città con le sue Forze Armate e sostituendo le liste nere di Stalin con le sue.

Morto Stalin se ne fa un altro

In mezzo a tutto ciò, troviamo la figura esilarante del Premier Georgij Malenkov, che si ritroverà ad assumere temporaneamente il comando della Nazione. Questi viene ritratto dall’eccezionale attore comico Jeffrey Tambor (famoso per il suo ruolo nella serie comedy-drama Transparent) come un povero diavolo che si è ritrovato improvvisamente al potere suo malgrado. La persona meno adatta a ricoprire un ruolo così cruciale, non avendo la minima idea di cosa fare; questo contrasto genera un irresistibile effetto comico, vera e propria linfa vitale dell’umorismo di numerose scene. Berija lo userà come un’autentica marionetta, accompagnandolo nella sua ascesa al potere per trarre vantaggio personale.

Nella zona semineutrale c’è il Ministro degli Esteri Vjačeslav Molotov (il mitico Michael Palin, ex membro dei Monty Python), sempre fedele al suo vecchio leader nonostante questi lo avesse inserito nella propria lista nera prima di spirare. Egli si ritroverà in mezzo al fuoco incrociato e alle moine di Berija e Chruščёv, che tenteranno disperatamente di portarlo dalle rispettive parti.

A completare il quadro ci sono i due figli di Stalin: la nevrotica Svetlana (Andrea Riseborough) e il mentalmente instabile Vassilij (Rupert Friend), che al funerale del padre dà vita ad una delle scene più divertenti del film.

Morto Stalin se ne fa un altro
Il Maresciallo dell’Unione Sovietica Georgij Žukov, interpretato da Jason Isaacs (principalmente conosciuto per aver interpretato Lucius Malfoy nella saga di Harry Potter).

Ciò che Morto Stalin se ne fa un altro mette maggiormente in risalto è la sensazione di panico collettivo che aleggia nell’aria durante tutta la sua durata. Quella che si va a narrare è una situazione che nasce e muore nella precarietà, ed ogni azione dei personaggi ad essa correlati è dettata dalla frenesia e dall’arrivismo.

MORTO STALIN SE NE FA UN ALTRO LA RECENSIONE – Il regista fa un eccellente uso della scrittura sagace. Ogni passaggio viene evidenziato dalle esilaranti reazioni dei presenti, rendendo le importanti riflessioni scaturite dalle assurdità di un regime come lo stalinismo quantomai accessibili allo spettatore amante del dark humour. Può a tutti gli effetti considerarsi una versione de Il dittatore di Larry Charles che non basi il suo umorismo su una performance comica centralizzante come quella di Sacha Baron Cohen. Qua al contrario si evita un ampio uso (a volte affossante) della trivialità, ma ci si esalta grazie alla costruzione di geniali gag basate sulla paradossalità degli eventi storici. Allo stesso tempo, le situazioni mostrate non schiacciano mai troppo il pedale della farsa, restando sempre ancorate alla linea generale della propria base storica. E’ una satira politica mirata, calibrata e molto più efficace nel messaggio di molti altri film storici di stampo puramente cronachistico.

Morto Stalin se ne fa un altro
L’esilarante scena del funerale.

Morto Stalin se ne fa un altro è un autentico gioiellino di black humour, che possiede piena consapevolezza della materia che va a trasporre e trova la forma migliore per estrarne il suo massimo potenziale satirico, facendo un eccellente uso degli interpreti scelti. La storia dell’Unione Sovietica non sarà mai più così dissacrante!

CONSIGLIATO IN ITALIANO?

. Il film gode di un doppiaggio italiano particolarmente ispirato, con voci ben associate ad ogni personaggio che non snaturano affatto la resa dell’umorismo. In particolare è apprezzabile la prova di Mino Caprio (celebre per essere la voce di Peter Griffin) sul depravato Lavrentij Berija. Inoltre, la natura politica del film potrebbe rendere faticoso seguire i dialoghi con l’uso dei sottotitoli. Per la combinazione di questi fattori, almeno ad una prima visione la versione in italiano è consigliata.

Daniele Bellucci, da “lascimmiapensa.com”

 

La sera del 28 febbraio del 1953, Radio Mosca diffonde in diretta il “Concerto per pianoforte e orchestra n.23” di Mozart. Toccato dall’esecuzione che ascolta nella sua dacia di Kountsevo, Joseph Stalin domanda una registrazione. Ma nessuna registrazione era prevista per quella sera. Paralizzati dalla paura, direttore e orchestra decidono di ripetere il concerto. Tutti tranne Maria Yudina, la pianista che ha perso famiglia e amici per mano del tiranno. Convinta a suon di rubli, cede, suona e accompagna il disco con un biglietto insurrezionale. L’orchestra si vede già condannata al gulag. Ma l’indomani Stalin è moribondo. Colpito da ictus, muore il 2 marzo scatenando un conflitto feroce per la successione tra i membri del Comitato Centrale del PCUS.

La morte, annunciata tre giorni dopo, sgomenta il Paese che si riversa in piazza ‘agevolando’ tradimenti, abili manovre e un colpo di stato, concluso con la morte di Beria e aperto all’avvento di Krusciov (e alla cospirazione di Brežnev).

Alla teoria (romanzesca) dell’avvelenamento o all’ipotesi ricorrente e inaccertabile dell’assassinio di Stalin per mano di Beria, Fabien Nury preferisce quella di una logica paranoia. Indecisi tra la paura (di essere purgati) e la speranza (di succedergli), i suoi compagni lo lasciarono crepare. Centrato sull’agonia del tiranno e basato sulla graphic novel di Fabien Nury (sceneggiatura) e Thierry Robin (disegno), Morto Stalin, se ne fa un altroevoca in filigrana la destalinizzazione e si consacra alla feroce guerra di successione aperta con la dipartita di Joseph Stalin. Scritto e diretto da Armando Iannucci, rodato specialista della satira politica (The Thick of It, Veep, In The Loop), Morto Stalin, se ne fa un altro è fedele al precetto hitchcockiano che associa la riuscita di un film alla qualità del cattivo.

E in questa farsa crepuscolare, vero-falso racconto storico, di cattivi ce ne sono tanti e tutti di grande fattura. Niente eroi, soltanto una gerarchia violenta e dannata, guidata da una sete di potere annegata nella vodka. In quell’areopago di farabutti che è il Politburo, Beria è il peggiore di tutti. Interpretato con disinvolta dissolutezza da Simon Russell Beale, alterna alla contrizione ufficiale la soddisfazione intima. Bramoso di potere, ruba i dossier segreti di Stalin per ricattare i suoi compagni-avversari. Il sorriso sardonico, dietro le lenti opache, fa il paio col sadismo ostentato (Beria fu predatore sessuale seriale), producendo un personaggio decisamente mostruoso.

Voto: 3 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

 

La dittatura più spietata raccontata come una commedia nerissima, all’insegna dell’adagio: “una risata vi seppellirà”. Siamo nella notte del 2 marzo 1953, all’interno dei massimi circoli di potere di un’Unione Sovietica reduce dalla trionfale e sanguinosa vittoria del 1945 e con una nuova guerra, fredda, pronta a decollare, ma anche da vent’anni di terrore staliniano giunto ormai al parossismo, con una paura di dire qualsiasi cosa, di essere svegliati nel cuore della notte e portati nei gulag, pieni ormai delle migliore intelligenze del Paese. Anche dei migliori medici, beffa per il dittatore Josep Stalin, che durante la notte si sente male e muore. Occasione per un gioco di ruolo degno delle migliori serate passate a giocare a Cluedo durante le feste; solo che questa volta la ricerca non sarà dell’assassino, visto che è proprio quello appena morto ad esserlo stato in maniera seriale e spietata, ma del successore, fra i membri del Presidium più vicini a lui.

Il più grottesco, in questa tragicommedia, è il colonnello Mustard della situazione, a cui somiglia anche fisicamente, Berija, leader dei servizi d’intelligence NKVD, predecessori del KGB, e scrupoloso compilatore di proverbiali liste di morte che seguivano ogni cambio di vento. Bastava un refolo o uno sguardo per finire fra i dead man walking. Insieme a lui altre figure celeberrime come Molotov, il ministro degli esteri, non si capisce bene se caduto in disgrazia o meno, il vincitore di Stalingrado, generale Zukov, l’inetto vice, il burattino Malenkov, per non parlare dei figli di Stalin, il beone Vasilij e la povera Svetlana, animo sensibile da scrittrice, il cui amato regista Aleksej, ebreo, fu fatto fuori dal poco amorevole padre in un gulag; e infine Nikita Krusciov, destinato a un ruolo importante nel decennio successivo.

Un ritmo frenetico da coreografia farsesca, almeno nella prima parte, seguito da un più riflessivo momento di disperazione nazionale, con il corpo di Stalin esposto alla reverenza di una quantità torrenziale di cittadini, non si sa per omaggiarlo o per assicurarsi di persona della sua morte. Immobilismo solo apparente, in realtà il momento decisivo per la giostra che decreterà chi finirà in disgrazia e chi al centro della terrazza gelida da cui si affacciavano i papaveri del regime, in alto sulla Piazza Rossa.

Morto Stalin, se ne fa un altroper una volta titolo italiano all’altezza e in linea col tono satirico di un film, adattamento di una graphic novel francese, affidato alle mani sapienti, e caustiche al punto giusto, di Armando Iannucci. Scozzese di origini italiane – padre napoletano e madre di Glasgow – si è fatto un nome seminando fiele e ironia nei corridoi del potere, con le serie Veep e prima The Thick of it.
Il clima di quei giorni è reso con dialoghi taglienti ed efficaci (del tipo, “sono esausto, non ricordo più chi è morto e chi no), talvolta di grana grossa e farseschi, in maniera da rendere bene, per paradossale che possa sembrare, quell’atmosfera di raggelato terrore collettivo, quella patina costante di dissimulazione. Una cancrena etica facilmente messa in parallelo con la malattia fisica del suo untore, dopo la quale morte rimane, non il peso dell’anima, ma “una puzza da pisciatoio di Baku”.

Senza il leader il comitato centrale è ossessionato dal quorum, anche per decidere di chiamare un dottore. Iannucci si diverte a indagare il rapporto impossibile fra dittatura e scienza, irrazionalità e raziocinio, mettendo al centro della sua storia un cadavere, ma soprattutto un’icona, una figura di cui si accenna una predisposizione per la musica classica, unico barlume di umanità che accomuna questi grotteschi sbandieratori del motto “non puoi mai fidarti di un uomo debole”. Parole che vanno bene anche oggi, pur con una corruzione del potere declinata in maniera più omeopatica.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog