Loro 2

 

Se c’erano dubbi sulla ragionevolezza di dividere il film in due capitoli, Loro 2 li spazza via con decisione fin dalle prime battute. Si tratta, infatti, di un secondo episodio a tutti gli effetti, che si distanzia dal primo sotto molti punti di vista.

Ma andiamo con ordine. Ci eravamo lasciati con uno degli estremi tentativi di Berlusconi di riconquistare Veronica Lario tramite la performance live a Villa Certosa di Domenica Bestiale, la loro canzone, interpretata da Fabio Concato in persona. Chiusura che poteva sembrare un gustoso ma sterile divertissement, a cui peraltro Sorrentino ci ha abituato (si pensi, nei panni di loro stessi, a David Byrne in This Must Be the Place o Antonello Venditti ne La grande bellezza, o ancora Paloma Faith e Sumi Jo in Youth). Questa volta è diverso. La chiusura di Loro 1 fa presagire un cambiamento, tanto nel tono del film quanto nella rappresentazione di coloro che circondano Silvio Berlusconi, in questa seconda parte dominatore della scena e protagonista indiscusso. I personaggi totalmente immaginari non scompaiono, così come quelli fittizi ma “riconoscibili”: Sergio Morra/Gianpaolo Tarantini (Riccardo Scamarcio), Kira/l’“Ape Regina” Sabina Began (Kasia Smutniak), Roberto De Francesco/Lele Mora (Fabrizio Sala), Santino Recchia/Sandro Bondi-Roberto Formigoni (Fabrizio Bentivoglio) e diversi altri.

loro 2

Loro è forse il progetto più ambizioso della carriera di Sorrentino. Il regista ci spiazza un’altra volta portando a termine un dittico complesso e affascinante, denso di significati e riflessioni, con risultati straordinari. Se nella prima parte abbiamo assistito ai desideri e tentativi di entrare nel sistema solare di cui “lui” è centro luminescente, ora dobbiamo fare i conti con un altro tipo di “loro”: quelli veri, quelli grossi, quelli che davvero gli sono stati vicini tutta la vita e hanno contribuito a plasmare l’indecifrabile enigma vivente di nome Silvio Berlusconi.

Mentre Loro 1 fondava le basi della storia sui personaggi e sugli effetti del berlusconismo nella sfera pubblica italiana, senza sconfinare nella demagogia o nello spot propagandistico, Loro 2vira sull’indagine introspettiva e diventa antitesi del primo atto, focalizzando lo sguardo sul Berlusconi uomo e sulla sua vita. E allora c’è spazio per Ennio Doris (simbolicamente interpretato dallo stesso Servillo), che gli ricorda la sua abilità a “vendere” e a “convincere”, Mike Bongiorno (Ugo Pagliai), Fedele Confalonieri (Mattia Sbragia), alleato di lunga data.

Sorretto da una sceneggiatura solida e granitica, il film ha un evidente cambio di rotta nella scelta di affiancare alla potenza delle immagini quella dei dialoghi: su tutti, sublime per intensità quello che sancisce la separazione tra Silvio e Veronica (strepitosa Elena Sofia Ricci) e, terribilmente potente per significato, quello tra Silvio e Mike Bongiorno.

loro 2 recensione

In LORO 2 l’ironia lascia il passo al dramma, alla solitudine umana, agli abissi dell’anima, alle insidie del potere, all’ineluttabilità del tempo (come la metafora della giostra che richiama quella de L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi). L’evocativo universo, colmo di vitalità, che ha riempito gli occhi in Loro 1 è sparito e ora siamo davanti all’incapacità, in un certo senso eroica, di rendersi conto dei propri limiti. È il timore intimo e razionale di negare a se stessi le proprie fragilità e disconoscere le proprie debolezze. Più che un trattato biografico o un panegirico ossequioso su Silvio BerlusconiLoro 2 è una lunga rincorsa all’irraggiungibile, è l’arte della persuasione che illude l’essere e inganna paure, sentimenti, desideri. È l’emisfero emotivo di Berlusconi che Sorrentino cerca di esplorare e lo fa, riuscendoci, con intelligenza, rispetto e sensibilità per il tema trattato.

Nella sua totalità, LORO si disinteressa della politica e dei suoi meccanismi deleteri, dei compromessi e delle sue dinamiche ritorsive: l’intento di Sorrentino è quello di mettere a nudo una delle personalità che hanno maggiormente segnato la storia della Seconda Repubblica, di smitizzare la figura onnipotente del Cavaliere per riportarla alla normalità, alla sua dimensione più naturale, alla forma primaria dell’esistenza.

Se la tattica vincente del venditore è quella di sposare il principio del “tutto vero, tutto falso”(slogan di Loro 1) per convincere il cliente, quel “tutto non è abbastanza” (slogan di Loro 2) nel momento in cui il venditore si accorge di aver fallito nella sua strategia. E allora ecco che diventa emblematica la chiamata di Berlusconi a una donna, trovata ‘casualmente’ sull’elenco telefonico, per proporle di acquistare una casa in costruzione.

loro 2 recensione

Benché in Loro 2 siano più accennati i riferimenti alla biografia reale del ex Presidente del Consiglio, anche in questo caso Sorrentino decide di costruire una storia di finzione, una narrazione fatta di ritratti, meno deformi ed iperbolici di quelli descritti in altre pellicole, ma certamente attenti a scandagliare le fragilità di ogni personaggio. Scavando in profondità tra le “macerie” dei fallimenti e accettando l’inevitabile corso della vita (e degli eventi), come suggerisce il finale onirico e cristologico del film. Per mostrarci un pezzo di storia d’Italia, di ieri e di oggi. Per mostrarci perché lui è “lui” e gli altri, noi compresi, siamo “loro”.

Voto: 4,5 / 5

Marco Tomasoni & Andrea Rurali, da “cineavatar.it”

 

Dopo una prima parte in cui Paolo Sorrentino si è basato essenzialmente su Loro, adesso il regista napoletano completa il suo grande capolavoro spostando finalmente l’attenzione su di Lui, sul Silvio Berlusconi che egli ha deciso di rappresentare, senza pregiudizi, armato solamente da una bellezza artistica a tutto tondo che ben combacia con quella filosofia esistenziale capace di dilagare a ogni livello della classe sociale, tenendo in sospeso i punti interrogativi di qualsivoglia generazione.

Loro 2 di Paolo Sorrentino circumnaviga i vizi degli altri per andare dritto al cuore del vizio per eccellenza, di colui che di tutte le cattive abitudini, l’ironia idiota, la malafede, le promesse non mantenute, ha fatto uno stile di vita non solo nella sfera privata ma anche in quella pubblica. Ma in effetti quel Lui è più un Loro, lo è nella misura in cui ogni uomo possiede molti volti ed è costretto a servire tanti padroni; lo è poiché ogni aspetto tagliente della personalità sa insinuarsi nell’intercapedine prismatica di un solo battito al fine di proiettare esternamente una luce apparentemente omogenea e naturale che però, se vista attentamente, sa scindersi in tanti piccoli pezzi di un puzzle che, se tenuti distanti, perdono completamente il senso d’esistere.

In questo Loro 2 Sorrentino smette di celare il premier regalandoci piuttosto uno sdoppiamento iniziale in cui lo stesso Toni Servillo interpreta sia il personaggio principale che il suo alter ego. Così, se Silvio Berlusconi – con gli occhi e i capelli scuri e rigorosamente vestito di blu – appare deluso, preoccupato e avvilito per l’andamento delle ultime elezioni; Ennio Doris – capelli bianchi, occhi azzurri, vestiti chiari – è del tutto positivo e gli ricorda le sue imprese (dalla fondazione di Mediaset a Forza Italia senza tralasciare Milano 2 e senza di fatto lasciar trasparire i nomi propri di queste imprese), tessendo le sue lodi e dandogli qualche suggerimento su come agire.

Loro 2 – L’altruismo è la forma più alta di egoismo

Loro 2 Cinematographe.it

Si palesa in queste battute iniziali un’implosione di ciò che è il genere umano: la trappola mortale in cui il nostro io immobilizza se stesso, negandogli l’impossibilità di cambiare. Allo stesso modo, un Silvio di tanti anni fa riemerge dal ricevitore di una cornetta telefonica nel suo vecchio abito da persuasore e venditore di sogni: una linea diretta tra passato e presente; un biglietto di sola andata per dimostrare che Lui può ottenere ciò che vuole, e forse non è solo una questione di soldi!
Si calca la mano sulle feste esagerate, sulle donne che bramano di conoscere il premier, di mostrargli i loro seni tonici, di far parte di quel piccolo universo, godendo di una scialba e ridicola celebrità.

In Loro 2 Paolo Sorrentino si diverte a creare parallelismi tra presente e passato, insistendo col riportare fatti reali ma da una prospettiva psicologica che sa plasmare tutto con la comprensione e la tenerezza di un uomo che si affaccia nella mente di un altro uomo, senza nessun pregiudizio, speranzoso di trovare semplicemente un suo simile.
Una regia come sempre imponente e ben equilibrata, che non sfugge dal proporre riferimenti quasi biblici che incarnano nella presenza di serpenti e agnellini un misto tra peccato da estirpare e immobilismo di massa, iperbolizzando l’andazzo generale del nostro e di qualsiasi altro tempo.

Loro 2 – uno sguardo tenero e umano

Loro 2 Cinematographe.it

Sorretto dalla nitida fotografia di Luca Bigazzi e da location scenograficamente imbattibili, Loro 2 proietta i propri personaggi in un limbo mono-dimensionale; un universo in cui Berlusconi è l’unico sole, che si avvicina però inesorabilmente al declino, cercando di esorcizzarlo come meglio può, provando a essere giovane e finendo per essere, però, solo ridicolo.
E alla fine è questa la spunta amare del film, il ritratto di un uomo che nonostante i soldi, il potere, il successo e l’abilità si ritrova da solo col proprio io, riscoprendosi vecchio e frangibile, non abbastanza bravo e potente da aggirare gli anni che passano, capace invece solo di ferire le uniche persone vere della sua esistenza, prima tra tutti la moglie Veronica Lario.

Quest’ultima, interpretata magnificamente e con sincerità da Elena Sofia Ricci, ricalca la parte più autentica del protagonista, una donna che con amarezza si accinge a chiudere il sipario della sua vita coniugale, passando ai raggi X tutto il marcio che è in lui, dando così voce a quella parte del popolo italiano che, invece di provare misericordia per un uomo come Berlusconi, nutre ribrezzo nel sapere che la res publica è divenuta un’escamotage come tante per fuggire dagli impegni privati.

Veronica Lario in Loro 2 rappresenta la parte più autentica Silvio Berlusconi

Loro 2 Cinematographe.it

Inutile sottolineare che Loro 2 non vuole solo tratteggiare un personaggio noto della scena politica, ma una serie di maschere che si muovo in simultanea in un inferno fatto di equilibri labili e muraglie cinesi invisibili; un labirinto sociale in cui solo gli asociali come Paolo Spagnolo (Dario Cantarelli) sono in grado di muoversi.

Concludendo, Paolo Sorrentino conferma di essere in grado di giocare con le sue pedine sia nell’ambito del cast – schierando e valorizzando una serie di attori italiani più o meno noti – sia in tutti gli altri ambiti, mettendo in mostra una pellicola sublime, ritratto della decadenza del genere umano.
Quasi un invito a invecchiare in pace, a lasciarsi trasformare dalle rughe, a cedere alla quiete della notte; un invito a non essere come Lui e neanche come Loro, semplicemente a essere se stessi, fuori dalle logiche obbligate della società odierna.

Voto: 4,3 / 5

Teresa Monaco, da “cinematographe.it”

 

 

Loro 2.
Loro due.
Silvio e Veronica.

Siamo lì, siamo ancora lì, alla coppia, alla tenerezza, al Berlusconi lato umano, che va di pari passo e a braccetto con quello lato pubblico, olgettine, cene eleganti, figuracce internazionali e compravendita di senatori.
Siamo ancora lì, al tentativo disperato di salvare un matrimonio, e una carriera, e una giovinezza che non c’è più da tempo, ma alla quale non si vuole rinunciare nemmeno quando tutto diviene patetico, quando la più giovane e riluttante tra le tue invitate ti dice che hai lo stesso alito (“né profumato, né maleodorante”) di suo nonno, e che quando tutto è patetico tutto è anche triste.
Eccola, allora, la tristezza. Che in Loro 1 era nascosta, e negata, e che in questoLoro 2 fa capolino fin dalla prima scena del film, quella nella quale – con intuizione spregiudicata e riuscita – mette Silvio a confronto con un Ennio Dorische ha il suo stesso volto, che è quello di Toni Servillo: perché tutto e tutti, in Loro (1 e 2) sono solo funzionali al riflesso di Lui, della sua megalomania, dei suoi complessi che questa volta hanno una definizione chiara (“d’inferiorità”) e una firma (quella di Javier Marias).

“Noi siamo venditori,” dice Ennio/Silvio a sé stesso. E in quanto venditori sono due cose: soli e persuasori. “La prima la mettiamo da parte perché ci renderebbe inutilmente tristi,” dice Ennio, “ma poi la riprendiamo, ce la ricordiamo.”
E difatti, a cena con MikeSilvio, più avanti nel film, si sentirà apostrofare: “Sei triste. Non penso di averti mai visto triste.”
E sì, Silvio è triste, perché davvero non lo capisce, perché tutti ce l’abbiamo così tanto con lui, perché non lo amano come lo amavano prima, perché è finito all’opposizione, perché i giudici lo perseguitano, i giornali lo attaccano, Veronica lo vuole lasciare. Perché deve diventare vecchio.
Silvio è triste, è solo, è un venditore. È un persuasore. Silvio è allora Augusto Pallotta, il venditore di case che impersona in una sequenza esaltante, divertente e divertita, telefonando a una casalinga genovese per vendergli (e vendersi) un sogno fatto di salotti, balconi e aria condizionata: altro che le solide realtà di Roberto Carlino.

Perché Silvio la sa usare la psicologia, sugli altri, mentre se gli altri provano a usarla su di lui non succede niente. O forse non è così, visto che una casa riesce ancora a venderla (vendere case, dice, è quello che lo divertiva di più), ma non il resto: non la sua credibilità politica, o quella matrimoniale.
E allora torniamo alla tristezza, alla solitudine, ai complessi d’inferiorità, al patetismo, e alla decadenza. La decadenza di Silvio, del berlusconismo, di un paese che è stato innamorato di lui – come Veronica, contro ogni evidenza – ma che adesso basta, non ce la fa più, non gli crede più, e che è messo al tappeto da un terremoto che per Sorrentino è tanto metaforico (la rielezione a Presidente del Consiglio del 2008) quanto reale e concreto e drammatico (quello de L’Aquila del 2009).
Cade, Berlusconi, e con lui cade l’Italia, siamo caduti noi. Altro che loro.
Caduti e caduti male, come cade il Sergio di Scamarcio, come è caduta una città.
Noi caduti e Lui deposto, come la statua del Cristo estratta da una chiesa distrutta dell’Aquila nell’ultima scena del film.

Tutto è chiaro, evidente esplicito. Quasi didascalico.
Molto didascalico, nel caso del dialogo tra Silvio e Veronica nel momento chiave del loro matrimonio.
Sorrentino lo fa apposta. Gioca a banalizzare, come ha banalizzato, tutto, la tv di Mediaset, come ha banalizzato, tutto, il dibattito attorno a Berlusconi.
“La sinistra non riesce a mettermi a fuoco: pensa che tutto sia complicato,” dice il Silvio di Servillo. Mentre invece tutto è chiaro, come ricorda il mefistofelico braccio destro di Dario Cantarelli: sotto alla megalomania, l’infantilismo, l’erotomania, le barzellette e le canzoni napoletane e l’abilità del venditore non c’è niente. Quello che di Silvio vedi è quello che Silvio è.
Poi c’è quello che di Silvio non vedi, del tutto o per niente, e che è quello che Sorrentino ha voluto raccontare in questi due film, senza cadere nelle facili trappole del giudizio morale, né tantomeno politico, che non gli interessa distruggere un’icona, un simbolo, ma casomai umanizzarlo e quindi neutralizzarlo, disinnescarlo.
Ha provato a sbirciare sotto a quella maschera che, gli dice Veronica, non toglie mai, e di capire che uomo era, è stato, è, Silvio Berlusconi. Tra farsa (in Loro 1) e tragedia (in Loro 2). Dove la farsa è anche tragica, e la tragedia farsesca.
Raccontando la storia di un venditore che è rimasto un piazzista, di uno che ha svenduto l’Italia e sé stesso, cercando di comprendere, ma anche di divertirsi.
Come quando, col finto spot di una fiction intitolata “Congo Diana” Sorrentinopare rimandare ai b-movie di Bruno Bonomo, il protagonista – guarda un po’ – di un film dal titolo Il caimano.

Voto: 4 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

“Ma te che cosa ti aspettavi? Di poter essere l’uomo più ricco del Paese, fare il premier, e che anche tutti ti amassero alla follia?”.

“Sì: io mi aspettavo proprio questo”.

L’unico dialogo presente (con doppia voice over) nel teaser-trailer di Loro 1 lo ritroviamo verso la fine di Loro 2, ultima parte del dittico che Paolo Sorrentino ha dedicato alla figura di Silvio Berlusconi e ad alcuni personaggi (reali, “di fantasia”) che hanno popolato (e che popolano) il suo universo.

A domandare è Fedele (Confalonieri), a rispondere è Silvio. E in quella risposta è racchiuso tutto il senso del berlusconismo e, allo stesso tempo, quello dell’operazione Loro nel suo complesso.

In questa seconda parte (in sala dal 10 maggio) Sorrentino alza definitivamente il sipario su quello che veramente desiderava raccontare: “i sentimenti e le paure, in primis quella della morte”, e lo fa partendo dal duetto tra Berlusconi e il suo storico socio Ennio (Doris, fondatore di Mediolanum), interpretato dallo stesso Toni Servillo, generando il primo corto circuito di un film che, lo capiremo a giochi fatti, è strutturato, anche a livello estetico, come un insieme di continui corto circuiti.

“Noi siamo venditori. E il venditore è l’uomo più solo del mondo, perché parla sempre e non ascolta mai”, ricorda Ennio all’amico Silvio, spronandolo a riconquistare il governo perso per quei miseri 25.000 voti con un suggerimento “geniale”: portare 6 senatori dalla sua parte e costringere così l’esecutivo al fallimento per ripresentarsi poi alle elezioni, e vincerle.

Andrà così. Ma succederà anche altro. Dalle intercettazioni telefoniche (quando faceva pressioni affinché in alcune fiction venissero scritturate “attrici” sue amiche) al 18° compleanno di Noemi Letizia, dall’incontro con Sergio Morra (il Tarantini di Scamarcio) alle “cene eleganti”, dal viaggio in solitaria di Veronica in Cambogia alla richiesta di divorzio che la stessa farà, una volta tornata a casa. Fino al disastroso terremoto de L’Aquila e all’incontro con Mike – che da tanto aspettava una sua chiamata – liquidato fondamentalmente perché ormai “dietro di te hai solo ricordi, mentre io ho ancora dei progetti”.

Il Berlusconi privato e il Berlusconi pubblico si sovrappongono, la solitudine dell’uomo – un 70enne che per esorcizzare l’incombenza della fine si contorna di splendide ventenni – incomincia a minare le certezze del politico, la sfera intima deflagra, l’Italia crolla a pezzi.

E Sorrentino cerca di intercettare tutto questo alternando a guizzi esplosivi (quella specie di videoclip in cui tutte le aitanti signorine smettono di allenarsi, poi cantano e ballano Meno male che Silvio c’è, o l’irresistibile finto trailer di Congo Diana, terrificante fiction “prossimamente in tv”) momenti di vera e propria decadenza, su tutti la ragazza che si sente fuori luogo alla festa, trovando la situazione patetica: “Lei ha lo stesso alito di mio nonno. Che non è profumato, né maleodorante. È l’alito di un vecchio”.

Loro – che probabilmente avrebbe funzionato meglio come corpo unico piuttosto che diviso in due parti – è dunque il tentativo di inquadrare, attraverso l’inconfondibile sguardo del regista premio Oscar de La grande bellezza, il momento in cui l’uomo-simbolo degli ultimi 25 anni di questo paese ha incominciato a percepire la caducità del tutto.

È la tristezza il sentimento predominante, la cifra emotiva, laddove nella prima parte a governare l’andamento del film era la farsa, qui ci ritroviamo a raccogliere i cocci di un involucro che oltre al proprio simulacro ha lasciato dietro di sé solamente l’annuncio di incredibili sogni (e si ritorna a inizio film, con Silvio che chiama una donna a caso dall’elenco telefonico e spacciandosi per Augusto Pallotta, finge di essere tornato a vendere appartamenti), qualche farfallina dorata e un paese sotto le macerie. Che intrattiene i sodali (e approfittatori adoranti) cantando le solite canzoni napoletane e, subito dopo, si strugge al pensiero di non essere più amato come una volta e attaccato su più fronti.

“Ma perché sei rimasta tutto questo tempo se non ho mai avuto nessuna qualità?”, chiede Silvio più volte a Veronica quando lei lo aggredisce annunciandogli il divorzio.

“Perché mi avevi fatto innamorare”.

Succede nelle coppie. Succede anche nelle democrazie.

Voto: 3,5 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Ci eravamo lasciati qualche giorno fa con la positiva sorpresa e il senso d’incompiutezza lasciato dalla visione di Loro 1, il film di Paolo Sorrentino su Silvio Berlusconi che ha saputo disattendere ogni aspettativa di critica e pubblico. Dopo aver cambiato pelle come regista per seguire il tardo impero dell’istrionico senatore ed ex Premier, eterno Cavaliere e imprenditore d’Italia, Paolo Sorrentino scopre finalmente tutte le sue carte. Insomma, Loro 2 chiarisce il senso di un’operazione biograficafittizia e fasulla con al centro uno dei personaggi cardine – nel bene e e nel male – della storia italiana degli ultimi 50 anni.

Toni Servillo canta nei panni di Berlusconi

Pur conservando un senso unitario e uniforme con la prima parte, Loro 2 cambia registro e punto di vista sul suo protagonista, fotografato non a caso nel primo momento di lampante decadimento di una trentennale carriera politica ed imprenditoriale, con una cappa opprimente di ineluttabilità che lo avvolge. Se Loro 1 si chiude con il Cavaliere che tira faticosamente a lucido la sua immagine un po’ appannata di marito e uomo politico, Loro 2 fa saltare sistematicamente lo smalto e l’intonaco della facciata, lasciando emergere ma senza mai rivelare con chiarezza l’oscura penombra che regna all’interno della testa di Silvio Berlusconi.

Loro 2: chi è veramente Silvio Berlusconi

La vera riflessione di Paolo Sorrentino sembra proprio essere questa: anche quando ossessivamente spiato, intercettato dalla magistratura, sbugiardato dagli amici e dai giornali, analizzato dagli scrittori e dalla Sinistra, Berlusconi rimane inconoscibile, un fitto mistero le cui uniche verità non sono mai dette ad alta voce. La vera cifra stilistica ed esistenziale di Silvio Berlusconi viene esplicitata non a caso dal misterioso personaggio di Paolo Spagnolo, sempre discretamente alle spalle o al capezzale del Cavaliere per consigliarlo o prevenirne il bisogni. Quando gli viene chiesto cosa faccia esattamente, Spagnolo risponde:

Costruisco muri che vediamo solo io e lui.

Certo Loro continua ad essere popolato di passaggi brillanti, dissacranti e irresistibili (il pranzo in apertura con Ennio Doris, il trailer della fiction di Canale 5 su Diana in Congo), ma il tono è più stridente e sinistro. La stella di Berlusconi sembra irrimediabilmente appannata, l’opulenza attorno a lui si trasforma in decadenza, eppure continua ad essere un uomo vincente. La differenza è che ora il Cavaliere è stanco, talvolta abbassa la guardia, ogni tanto persino Spagnolo non riesce a difenderlo da qualche stoccata improvvisa, dalla noia di un codazzo di traditori e leccapiedi.

Toni Servillo è Silvio Berlusconi

Quando viene messo in difficoltà dall’onestà o dall’opportunismo altrui, ecco che il suo modo di agire si fa più brutale, l’ironia più cattiva, il potere più palese e minaccioso. Di fatto però il vero segreto di Berlusconi l’identità del Cavaliere. Man mano che il film prosegue e i tradimenti e le delusioni fioccano intorno a lui, è chiaro che il suo professare di non infrangere le promesse o non offendersi mai non siano qualità, bensì una cifra disturbante di quanto l’opinione altrui s’infranga addosso all’indifferenza che prova verso chiunque non sia utile ai suoi scopi.

Confessioni di una maschera

Non è un caso quindi che i momenti in cui la maschera sembra più vicina a scivolar via dal vero volto di Berlusconi siano quelli in cui si parla dellesue storie d’amore. Sarà Veronica Lario – personaggio ancora una volta centrale per Sorrentino – ad andare vicinissima all’origine (economica) del mistero di Berlusconi. La maschera vacilla, la verità è lì lì per emergere: per arrivare così vicino al nocciolo berlusconiano Lario non gli lascerà tregua, subendo un trattamento di brutale verità altrettanto feroce.

Apicella canta per Silvio Berlusconi

Dall’altro lato dello spettro c’è il fedele, mite Mike Buongiorno. L’affetto incondizionato per il premier che lo licenzia senza nemmeno un incontro dopo decenni di fedele servizio mette in luce la brutalità di Berlusconi,sempre occultata da un sorriso, sempre più vicina alla superficie.

Con una regia meno sperimentale del primo capitolo e una sceneggiatura altrettanto brillante, Paolo Sorrentino conclude il suo ritratto fittizio ma non troppo dell’Italia che ama e odia Berlusconi. Il regista di La Grande Bellezza sceglie di farlo con un’immagine fortissima, il grande shock che risveglia la Penisola dall’incanto berlusconiano. Dopo aver sapientemente suggerito che il Cavaliere potrebbe contenere uno spazio vuoto e gelidoa cui altri hanno attaccato sentimenti e motivazioni, Sorrentino ne scuote il mito e il fascino dalle fondamenta. Il risultato è un silenzioso, intenso piano sequenza sui titoli di coda, forse la prima volta in cui Sorrentino ricorre a un’eleganza stilistica senza un grammo di compiacimento.

Elisa Giudici, da “mondofox.it”

 

 

La visione della seconda metà di Loro – ovvero Loro 2 – , che avrebbe dovuto riempire di senso la prima, paradossalmente glielo toglie, lasciando allo spettatore l’impressione che le due parti siano state presentate invertite. Il modo in cui è stato suddiviso il film lascerebbe infatti intendere che il degrado a cui si assiste nella prima ora di Loro 1 (la nostra recensione) sia il contesto nel quale Silvio Berlusconi aspira ad entrare, quando invece si tratta, al contrario, dell’eredità che egli lascia all’Italia dopo il suo passaggio. Anche Paolo Sorrentino sembra pensarlo, come pare dalla scelta spiazzante di non far sfociare nella vita di Silvio tutto il caos orgiastico del primo film. Berlusconi entra sì in contatto con le ragazze della villa di fronte alla sua, ma soltanto per organizzare insieme a loro una cena che è davvero elegante.

A voler attribuire al film un senso più profondo del biografico (che peraltro, come scritto in occasione della precedente puntata, è del tutto carente), questo può essere soltanto che “Noi”, tutti noi (Sorrentino compreso), abbiamo finito per ambire a essere come “Loro”, diventando persino peggio. Per questo la pellicola sarebbe stata più coerente con sè stessa avendo per antefatto la parte dedicata al predicatore e per conclusione quella sui seguaci. Così com’è, Loro 1 diventa inutile nel momento in cui Sergio Morra e la moglie si ritrovano da soli sulla giostra nel giardino di Villa Certosa, a ripensare che non hanno ottenuto quel che desideravano, mentre Silvio Berlusconi si diverte. Tutto questo poteva essere detto senza un film-premessa piuttosto tedioso. E’ Loro 2 il vero film su Berlusconi. Non soltanto perché resta sempre in scena, ma perché il regista napoletano tenta quello scavo nel suo modo di essere che risultava mancante in Loro 1. Il film si apre con una chiacchierata in giardino con Ennio – Doris, lo storico socio di Mediolanum – al quale Sorrentino ha voluto dare lo stesso volto di Silvio (cioè Toni Servillo), come per sottolineare l’esistenza di uno stampo Fininvest. Ma Doris ci appare uguale a Berlusconi anche per le cose che afferma circa le doti di un buon venditore, per l’istinto geniale e soprattutto per la capacità di far apparire spontanea ogni mossa in realtà studiata a tavolino, perfino gli slanci di generosità (“l’altruismo è la miglior forma di egoismo” dice Ennio a Silvio a chiusa di un ragionamento su quanto sarebbe proficuo per l’immagine, dunque per le casse future, rimborsare investitori mal consigliati). Potrebbe forse querelare, Doris, perché dal film sembra essere stato l’ispiratore della compravendita di sei senatori per far cadere la maggioranza di centro-sinistra e tornare al Governo. Ma quella scena è per il film una svolta felice, perché da lì prende il via il racconto del Berlusconi seduttore. Convinto di essere fuori allenamento come venditore, prima realizza una prova generale vendendo per telefono un appartamento immaginario a una signora scelta a caso dall’elenco (gran bella scena, peccato troppo lunga), poi sfodera tutta la sua arte con i sei senatori. Non è l’unico passaggio ben costruito riguardo alla parabola di Silvio Berlusconi: è efficace anche la resa della trasformazione da uomo che ragiona da imprenditore a professionista della politica a tutti gli effetti. Loro 2 lo mostra nell’atto di promettere un posto nelle sue aziende al figlio di un senatore per avere quest’ultimo dalla propria parte o di piazzare le amichette di vari uomini politici nei film da lui prodotti, ben sapendole incapaci di recitare. Da liberale, almeno a parole, era ormai diventato di fatto statalista, per non dire comunista.

Fin qui il film funziona, perché libero da schemi. Ma quando arriva il momento di rispettarli, creando un collegamento tra le due metà e stilando un bilancio definitivo sull’uomo Berlusconi, è allora che ritorna debole. Da questo momento, nonostante si sia preso complessivamente circa tre ore e mezza, Paolo Sorrentino inizia a correre troppo. Non nelle singole scene, che anzi durano più a lungo dell’accettabile – anche se non si tratta di errore tecnico ma di marchio di fabbrica – ma nell’affannoso tentativo di inserire nel film ciò che era mancato fino a quel punto. Subito dopo il ritorno di Berlusconi alla Presidenza del Consiglio, Sorrentino ci mostra il terremoto dell’Aquila (una forzatura: il Governo nasce nel maggio 2008 e il terremoto si colloca all’inizio del 2009) come metafora di una vita privata che va a rotoli. La frequentazione delle ragazze portategli in casa da Morra diventa infatti l’incipit per una lunga scena a due in interno con un’inquisitrice Veronica Lario / Elena Sofia Ricci (al confronto Michele Santoro e Marco Travaglio sembrano Gianni e Pinotto …), che lo demolisce come imprenditore e soprattutto come marito e padre, non risparmiando nemmeno allusioni sugli inizi oscuri delle sue fortune. E’ una scena che manderà in sollucchero i nemici di Berlusconi, ma apparirà sgradevole a tutti coloro che lo guardano con neutralità, perché pretende di rimestare nell’intimità di un uomo ancora pubblico, interpretando arbitrariamente i sentimenti di chi gli ha certamente voluto bene e mettendogli in bocca parole che probabilmente non ha mai pronunciato e magari nemmeno pensato.

Dopo questo confronto, il leader di Forza Italia appare inevitabilmente come un uomo finito, che cerca consolazione incontrando l’amico Fedele Confalonieri (Mattia Sbragia) e l’ugualmente sofferente (perché allontanato senza riguardi da Mediaset) Mike Bongiorno. Un edificio che crolla troppo in fretta in un film che, viceversa, non è mai stato del tutto in piedi. La seconda parte riscatta parecchio la prima, e regala dei lampi ben riusciti. Ma visto nella sua interezza, oltre alla poca logicità della struttura, che soffre di una prima parte totalmente inutile e dunque è affetto anche da un minutaggio spropositato, risulta privo di senso della storia e al tempo stesso di senso del grandioso cinematografico. Se il Giulio Andreotti de Il Divo funzionava perché, come in un ritratto cubista, veniva deformato e presentato sotto una luce magari falsa ma suggestiva, il Berlusconi di Loro (1 e 2) non può funzionare perché è la rappresentazione trattenuta del Silvio reale. Sapendo di non riuscire a ingigantirlo, il regista ha creato un personaggio per sottrazione: un seduttore decadente pieno di malinconie di cui all’epoca non soffriva e dubbi che non lo sfioravano. Berlusconi viene trattato senza ferocia o malignità, ma con la crudeltà di chi gli imputa di aver perso nelle cose che contano, ritenendolo consapevole tanto di questo quanto dell’impotenza di rimediare agli errori compiuti. Ma Sorrentino imbroglia, perché non era questo il Berluconi del 2010.

Nei suoi ultimi anni di vita, Indro Montanelli era solito dire che di Silvio Berlusconi ne aveva conosciuti due: l’editore liberale che per vent’anni gli aveva lasciato carta bianca nel fare “Il Giornale” e il despota che, una volta entrato in politica, non aveva esitato a mettergli contro la redazione pur di averla al proprio servizio. In entrambi i casi, un uomo forte, artefice del proprio destino. Morendo nel 2001, Montanelli non ha potuto vedere il terzo Berlusconi, quello sciupato di questi ultimi mesi, che del destino è diventato vittima fino a dover per la prima volta definire un altro uomo politico “il nostro leader”. Neppure Sorrentino poteva vederlo negli anni in cui ha ambientato il suo film. Perciò per girarlo ha compiuto uno sforzo d’immaginazione, agevolato dal fatto di dover prevedere quel che già è accaduto.

Giovanni Mottola, da “ilcineocchio.it”

 

 

Silvio Berlusconi (Toni Servillo in splendida forma attoriale) è un uomo triste. E solo. Paolo Sorrentino lo dipinge così nel suo Loro 2, seconda puntata del più variopinto Loro 1. Fedele come sempre a memorie felliniane, il regista ci regala un coinvolgente finale: una gru solleva dall’interno di una chiesa distrutta dal terremoto de L’Aquila la statua di un Cristo dolorante sulla croce e la deposita con delicatezza sul terreno sotto gli occhi stanchi dei cittadini rimasti senza casa, dei vigili del fuoco, dei volontari, tutti come unificati, affratellati da un lungo piano sequenza che si snoda sui titoli di coda. Andiamo a ritroso: villone del Cavaliere, in Sardegna, teatro delle ennesime feste organizzate da Gianpaolo Tarantini (un ottimo Riccardo Scamarcio al suo top), il faccendiere pugliese già protagonista di insistenti tentativi di arrivare a Lui attraverso la fornitura di ragazzine obnubilate dal mito del successo. Ce ne sono veramente tante, di queste strafighe “finte”. Ed è un bel vedere per i convitati, ma anche per lo spettatore maschio (e chissà, anche femmina) del film. Si riconosce, fra le tante, anche Alessia Fabiani che nella vita reale venne iscritta nel registro delle notizie di reato insieme con Aída Yéspica e Ana Laura Ribas, dal pubblico ministero Frank Di Maio, nel 2007, per favoreggiamento e false dichiarazioni nell’inchiesta di Vallettopoli (le loro posizioni vennero poi stralciate e archiviate). (Anche) nel film le ragazze sono sempre mezze nude, sfilano su sandali tacco 12 per la verità un po’ dozzinali. Non credo farebbero lo stesso effetto viste al mattino appena alzate, mentre si lavano i denti. Il Berlusca le guarda, con aria apparentemente assente, lo sguardo perso nel vuoto.

E quando tenta un approccio più intimo con quella (Stella, Alice Pagani) che fra tutte pare essere la meno decerebrata, lei non cede, perché Silvio ha «l’alito di un vecchio, né profumato né maleodorante». Ma Stella è una. Le altre, a decine, gli si offrono senza indugi. Spesso lui sembra non volerle. Una di loro, specializzata in canzonette fischiate alla Micheline Dax, che gli porta Lele Mora (che qui si chiama Fabrizio Sala interpretato troppo macchiettisticamente da Roberto De Francesco), Silvio la caccia e caccia pure Lele che gli chiede pietosamente quattrini. La moglie Veronica lo snobba, si interessa alle teorie antroposofiche stineriane e ai templi cambogiani e gli chiede il divorzio dopo la nota vicenda di Noemi Letizia, la minorenne che lo chiama Papi: «Sei un uomo senza qualità», forse pensando all’Ulrich di Musil. Il marito le obietta, giustamente: «Allora perché sei rimasta con me tutti questi anni?».  Un film, questo di Sorrentino, dove il circo berlusconiano (o meglio dei leccaculo berlusconiani) riempie la scena con trovate grandiose: da una specie di Gabibbo-rana, di colore verde, che gira fra gli ospiti e viene insultato da una delle zoccolette («Ma ti togli dal cazzo?») e che appare poco dopo, stanco e non più mascherato, appoggiato a un muro (scena fra le più agghiaccianti); alle canzoni napoletane folkloristicamente interpretate da Mariano Apicella (Giovanni Esposito, somigliantissimo all’originale) in procinto di partire per L’isola dei famosi; ma anche imposte dallo stesso Berlusconi per deliziare gli ospiti obbligati a tributargli il trionfo; ai suggerimenti strategici del vecchio amico Ennio (presumibilmente Doris, impersonato ancora da Servillo in un faccia a faccia con se stesso): «fai vedere ai nostri correntisti fregati che sei buono, ripiana il debito della banca, così potrai riconquistarli»; al povero Mike Bongiorno (Ugo Pagliai), spiaggiato dopo il licenziamento e che, finalmente invitato a cena, viene ridicolizzato e umiliato («Cos’hai fatto nella vita Mike? Solo quiz…»; alla bella compagna di Tarantini (Tamara e tamarra, EuridiceAxen) che – pur di arrivare a Silvio – si immola in un rapporto-lampo («Ma che hai tredici anni?») con il ministro forzaitaliota Santino Recchia (Sandro Bondi?) che, in quei pochi secondi di coito, la mette incinta; all’Ape Regina tedesco-estarola Sabina Began (Kasia Smutniak) che, amante storica dell’allora premier, per amore di Silvio accetta ogni compromesso.

La vera Began, artatamente senza trucco e un po’ invecchiata, accusata di favoreggiamento della prostituzione, piangerà davanti giudici: «Io quell’uomo l’ho amato. Davvero!». Il film si apre con Tamara-Euridice ripresa completamente nuda, di tre quarti, che, a bordo piscina e a gambe aperte, si depila la passera con un rasoio a pochi passi dal figlio che la spruzza con una pistola ad acqua («Ma hai finito di rompere il cazzo?»). Una scena particolarmente volgare, anche se sessualmente intrigante, che ben introduce il noumeno – come lo chiamava Platone – dell’intero film e dell’intera vicenda. Già, perché Loro altro non è che uno stralcio iper-realistico dell’ultimo quarto di secolo della storia d’Italia, tratteggiato dal regista napoletano con la consueta cifra stilistica felliniano-grottesca. Magistralmente. Come magistralmente Berlusconi ha saputo incantare buona parte del Paese. Vendendo sogni impossibili. «Un torero», come lo ha definito Sorrentino parafrasando Hemingway. Un torero che, ancora oggi, ottantaduenne, si agita nell’arena.

Voto: 4 / 5

 

 

 

 

Nella recensione di Loro 1, la prima parte del nuovo film di Paolo Sorrentino (la trovate qui), abbiamo già premesso quanto sia rischioso dover esprimere un giudizio su un’opera della quale si è visto solo quello che – di fatto – ne è il primo tempo. Il sospetto era infatti che la pur straordinaria esperienza di Loro 1 non fosse che un prodromo al vero cuore della narrazione, quello in cui i turbamenti sentimentali di Silvio Berlusconi (Toni Servillo) avrebbero incrociato la strada con lo tsunami incarnato dai volti di Riccardo Scamarcio Kasia Smutniak. La direzione che prende Loro 2 effettivamente muove anche verso quei lidi, ma nel secondo capitolo la visione registica si fa molto più ampia, e i toni e il focus che assume l’interezza dell’opera finiscono per essere inaspettati seppur non del tutto imprevedibili.

MOMENTI MEMORABILI, MA TROPPA CARNE AL FUOCO PER 100 MINUTI

Tanto per cominciare, con la seconda metà, il mondo di Loro si allarga. Sembra che Sorrentino non voglia e non possa sottrarsi all’onere di fare riferimento a un contesto più ampio, che non sia solo quello del Berlusconi privato ma che ritragga anche l’emanazione pubblica della sua persona, con tutti i temi scottanti che questo implica. Fare un film significa lasciare un’impronta, e omettere tanti aspetti (seppur ovvi e ormai addirittura abusati) probabilmente avrebbe offerto una chiave di lettura errata del film, che non vuole essere un atto di denuncia ma nemmeno un’apologia.

Finiscono così per entrare (fuggevolmente) in campo le accuse politiche e giudiziarie, le intercettazioni, gli arresti della cricca e – con un peso considerevole e una lettura simbolica non proprio originale – il terremoto de L’Aquila. Al centro della storia rimane il rapporto tra un uomo, l’amore di una vita, il potere e la tentazione, ma la necessità di includere alcuni passaggi imprescindibili della biografia di Berlusconi quasi finisce per distogliere l’attenzione dall’equilibrio perfetto promesso dalla prima parte del film, senza per questo arricchire particolarmente l’arco evolutivo del protagonista.

I soli 100 minuti di durata di Loro 2 finiscono quindi per stare stretti a una storia il cui respiro vuole essere quantomai ampio ma in cui il materiale che finisce sul pavimento della editing room è evidentemente tanto (troppo), dando vita a un ibrido che è probabilmente frutto della ragionevole ma improvvida scelta di dividere in due un’opera cui avrebbe piuttosto giovato un metraggio o decisamente più breve (snellendo lo script) o addirittura più lungo (magari in tre o più episodi televisivi, nei quali valorizzare lo straordinario potenziale di tanti momenti che intravediamo appena sullo schermo).

Ciò non toglie che Loro 2 rimane una pellicola straordinaria con momenti straordinari, e che anche solo la memorabile scena di Berlusconi che si finge un venditore immobiliare, quella in cui con fare predatorio si appresta a sedurre una giovane a disagio (la bravissima Alice Pagani) e quella in cui Servillo si sdoppia incarnando sia il Cav che Ennio (Doris, sembra suggerire l’attore in conferenza stampa), da sole bastano per etichettare l’ultimo lavoro di Sorrentino con un altissimo esempio del Cinema più ispirato.

IL CIARPAME SENZA PUDORE CHE ISPIRA UNA PARABOLA SORRENTINIANA

Era il 28 aprile 2009 quando Veronica Lario, rispondendo all’ANSA in merito al dibattito aperto il giorno precedente da un articolo della Fondazione Farefuturo, parlò di «ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere» in merito a quanto emergeva in quei giorni dai giornali, e cioè la scelta dell’allora marito di candidare alle elezioni europee anche ‘veline’ e avvenenti attricette, nonché la presenza del Cavaliere a Casoria per la festa dei 18 anni di Noemi Letizia. «Voglio che sia chiaro – spiegava allora la sig.ra Berlusconi – che io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione. Dobbiamo subirla e ci fa soffrire», e in una sorta di manifesto #metoo ante-litteram contrapponeva alle «vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo e la notorietà» donne di tutt’altra pasta, denunciando «la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che (…) va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono state sempre in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti».

Sono proprio i passaggi pieni di amarezza e dignità di quella lettera che, alla luce della visione di Loro 2, sembrano esser stati la scintilla che ha animato l’ultima fatica di Sorrentino. Un racconto di caduta e perdizione che sembra quasi una delle grandi catabasi letterarie; che mettendo a confronto l’amarezza dei sentimenti con una vertiginosa spirale di edonismo (pesate entrambe sulla figura-fulcro di Silvio Berlusconi) re-immagina e trasforma alcune delle più incredibili pagine della recente storia italiana in un racconto perfettamente e squisitamente sorrentiniano, certamente corrosivo ed emozionante, ma che difficilmente potremmo reputare verosimile se non avessimo letto i giornali negli ultimi 10 anni. Una storia che parla di cuore e dissoluzione, e in cui la dimensione della cronaca giudiziaria e politica sembra a volte voler entrare quasi a forza.

IL CORAGGIO DELLA DECADENZA RACCONTATA AI TEMPI DEL #METOO

Loro 2 – o meglio, Loro – è un film incredibilmente coraggioso non solo per la scelta di mettere in scena il quasi-presente (con un’operazione molto più vicina alla storiografia narrativa tipica della Grecia classica che al bio-pic), ma anche e soprattutto per l’ardire di prendere indirettamente una posizione fuori dal coro nel grande e importantissimo dibattito sollevatosi in seguito al caso Weinstein – dibattito nato come doverosa denuncia e poi sempre più appiattito dalle posizioni di comodo decise dagli agenti e dagli uffici stampa delle star.

Se è evidente il tema di come certi uomini di potere sfruttino la propria posizione per abusare e ricattare ragazze che vengono ingannate, molestate e trasformate in oggetti sessuali (la scena dell’incontro ravvicinato tra il protagonista e Stella è esemplare), è altresì chiaro che al fianco delle vittime ci sono anche le predatrici, e che per alcune il divano del produttore (o la ‘cena elegante’ del Presidente) sono tappe consapevoli di una scalata ambiziosa e spregiudicata. Le ‘vergini’ di cui parlava la Lario si offrivano al ‘drago’ con tutta la propria determinazione e abnegazione, e non erano necessariamente prostitute, ma anche figlie di famiglie dabbene. Non era però una questione di genere, ma di poterecerti uomini e donne, più o meno comuni, erano attirati da tutto quello che una certa idea di influenza rappresentava, e chi quel potere lo incarnava era a sua volta magneticamente attirato da essi.

La messinscena di quello che il regista stesso definisce «un momento storico (…) amorale, decadente, ma straordinariamente vitale» diventa così non solo una lettura compendiosa di una certa Italia che ora finge di non essere mai esistita, ma anche un contributo per ritrarre la complessità che ruota attorno a un personaggio sostanzialmente semplice (come sottolinea lo stesso Berlusconi cinematografico); un ritratto sconfortante che però assume un retrogusto vagamente retorico nei titoli di coda. Una sarabanda di esseri umani terribili verso i quali finiamo però per provare non solo disgusto, ma anche un certo senso di pietà, al fianco dei quali si intravedono però anche “i buoni”, come a sottolineare che non siamo tutti uguali.

GAMBERI, SQUALI, OSTRICHE E SOLITUDINE: LA POETICA SORRENTINIANA

Nell’epitaffio di Theodore il poeta, sulla pagine dell’Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters ricordava come il compito di un poeta, in fin dei conti, sia quello di osservare le persone con lo stesso sguardo affascinato e curioso con cui i bambini più meditabondi guardano i gamberi che provano a emergere dalla propria tana nel fiume, come fossero esseri alieni in merito alle cui intenzioni, desideri e pensieri ci interroghiamo senza grandi risposte. Stando a tali premesse, Sorrentino è uno dei più grandi poeti del cinema italiano, perché quegli «uomini e donne che si nascondono in tane del destino nel cuore di grandi città» l’autore partenopeo sembra sempre osservarli con l’avida meraviglia e la malinconica incomprensione di un bambino cresciuto. E, in più, con corrosiva ironia.

Lo stesso discorso vale ovviamente per Silvio, Veronica, le ragazze del bunga bunga, i politici in svendita e gli imprenditori ambiziosi: spogliati di prospettiva cronachistica, diventano gamberi da studiare, in relazione ai quali perde senso ogni denuncia moralistica o moraleggiante. Quelle sono categorie troppo banali e lapalissiane per l’immaginario visionario del regista e poi, come abbiamo giù detto, il fascino della corruzione è un colore narrativo straordinariamente cangiante nella tavolozza di Sorrentino. Quello che conta per un grande cineasta sono sempre le storie e la poetica, e così anche in Loro lo spettatore si immerge in quell’universo così riconoscibile in cui al fianco di personaggi che sembrano nati per nuotare come squali nelle acque profonde, ci sono figure quasi verghiane, che, quando decidono di non restare attaccate al proprio scoglio come un’ostrica, vengono punite per la propria mal riposta ambizione.

Potenti o ultimi, onesti o corrotti, i personaggi di Sorrentino sono sempre tutti irrimediabilmente sulla stessa barca (ormai per qualche inspiegabile ragione abbiamo preso il largo verso i paragoni marinari, perdonateci). Qualunque sia la situazione di partenza, sembra che le maschere del Cinema del regista premio Oscar siano sempre accomunate da uno sconsolato senso di smarrimento, quasi costantemente costrette a relazionarsi con una fine più o meno incombente. Uno dei temi ricorrenti nel Cinema del regista di Le Conseguenze dell’Amore e La Grande Bellezza è infatti quello della solitudine, e osservando i protagonisti di Loro 2 viene da pensare che, dietro tanta dissolutezza e spregiudicatezza, ci sia il costante richiamo di un grande vuoto, di una glaciale incapacità di agganciarsi agli altri. Berlusconi ha tutto, ma come dice in una scena di Loro 1 (e come recita la tagline di Loro 2), «tutto non è abbastanza» per saziare una fame irragionevole, devastante e che prende le mosse da chissà quali traumi.

DATECI LORO

In conclusione Loro 1 e Loro 2 sono film radicalmente diversi nella concezione e nella realizzazione, e l’impressione è che la necessità di suddividere in due capitoli quasi autonomi un’unica opera abbia costretto a ridistribuire in modo un po’ forzato i passaggi della storia, portando a un montaggio che, se nel primo capitolo è da storia del cinema, nel secondo sembra peccare di una incolpevole incertezza.
Siamo pronti a scommettere che chiunque veda Loro 1  e Loro 2 non possa dire di aver davvero visto Loro, e che solo quando sarà possibile assistere a un’unica lunga versione del film (con evidenti rimaneggiamenti al montaggio, immaginiamo), si potrà dire di esser veramente entrati in contatto con la visione di Sorrentino.

Rimane il fatto che per regia, scrittura, interpretazioni e realizzazione tecnica, l’ultimo film di Paolo Sorrentino (inteso come somma dei due capitoli) è di quelle esperienze che da sole basterebbero comunque a far innamorare del Cinema. Nonostante quegli ironici e orribili numeri tricolori che scandiscono la compravendita dei senatori.

Luca Ciccioni, da “anonimacinefili.it”

 

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