Loro 1

 

Dopo qualche decina di minuti dall’inizio di Loro 1 si ha la netta sensazione che, se fosse il primo episodio di una serie tv sarebbe letteralmente perfetto.

Si ha la sensazione che quello che stiamo vedendo, cioè la voglia di un imprenditore pugliese di uscire dal suo piccolo mondo e ambire a Roma con gli stessi mezzi con cui si è fatto strada lì, cioè regalando cocaina alle donne più belle (lui è più radicale e le chiama “Le puttane migliori”) per farle andare con il potente di turno che gliene sarà poi grato, sia un mondo così vasto che per raccontarlo ci vorrebbe una serie tutta così, girata con quello stile. Per almeno metà di Loro 1 infatti non vedremo lo stile del Sorrentino recente, contemplatore di bellezze giovani, vecchie, papali o grandi ma uno che è la versione evoluta di quello di L’Uomo in Più, elettrico, eccitato da tutto, vogliosissimo di unire la musica e il ritmo, che usa zoom a schiaffo, monta in maniera audace e vuole imprimere un passo indemoniato ad un film per eccitare anche lo spettatore come i personaggi.

In questa maniera è raccontata tutta la piccola scalata di Sergio Morra, ovvero Riccardo Scamarcio in un ruolo che ai più può ricordare Tarantini ma che non ha il suo nome perché, evidentemente, le sue azioni non seguono gli atti dei processi (cioè le verità acclarate) e così del resto anche il personaggio di Kasia Smutniak, che a lui si assocerà di lì a poco, non si chiama Sabina Began benché la ricordi. Non sono loro, sono versioni romanzate di loro.

E romanzate davvero bene!

Stavolta dei suoi numi tutelari Sorrentino ha scelto Scorsese, fa tirare tutti di coca, fa piovere MDMA e spinge fortissimo uno Spring Breaker sardo a pochi passi dalla villa di Silvio Berlusconi, lungo, perenne e senza sosta, messo in piedi apposta al massimo volume perché LUI lo noti.

E LUI ovviamente lo nota.

Nella seconda parte di Loro 1 abbandoniamo la scalata e finalmente entra in scena Toni Servillo con una maschera appropriata alla maniera in cui è reso Berlusconi: da cartone animato. Non farà cadute clamorose o movimenti impossibili (anzi è molto composto) ma il Berlusconi di Loro è una versione cartoonesca del reale, sembra Richie Rich, così comicamente ricco che l’impossibile diventa sempre possibile per lui palesandosi all’improvviso in maniere esilaranti, contornato da lussi senza senso. Sta nella sua villa, annoiatissimo e un po’ triste (ma il sorriso non manca), non riesce a credere di essere all’opposizione. È il 2006 (la coppia di film arriverà fino al 2010, avverte un cartello all’inizio) e costretto alla vacanza in villa cerca di riconquistare una Veronica Lario disamorata da come la sta trattando. Ma sono bagatelle in attesa che arrivi qualcosa. Quel qualcosa sarà il vero cuore del film, quella che Paolo Guzzanti definì “mignottocrazia”, l’incrocio di sesso e politica in quello specifico periodo e con quei modi. I “loro” del titolo, lo dice Scamarcio, sono “quelli che contano”. Il film dunque non racconta dell’ex primo ministro ma la storia di come si sia arrivati alla punta massima di incrocio tra sesso e politica in Italia, tutto intorno a lui.

Assieme ad alcuni sorrentinismi di sorprendente miseria (il simbolismo terribile di un camion della nettezza urbana che fa un incidente e si riversa con tutto il suo carico sui fori di Roma è il punto più basso di un film che fino a quel momento è stato superbo) è questa la parte peggiore di Loro 1, quella un po’ meno concreta (del resto è solo una prima parte, non un film intero) e interlocutoria. Servillo si impegna molto nel nascondersi in questo moderato cartone animato di Berlusconi che tutto può ma che si sente in decadenza, con qualche infedeltà scoperta dalla moglie e il rumore di sottofondo della musica che viene dalla villa accanto o dalla barca accanto, sempre più forte, accompagnato dalla visione di donne mezze nude, un tam tam sempre più evidente che sappiamo a cosa porterà e che Sorrentino piazza come briciole di pane sul nostro sentiero. Il bunga bunga sta arrivando e nasce così, dal senso di sconfitta, dalla consapevolezza dell’età che avanza e dalla paura di non vincere più.

Certo Loro 1 corre tantissimo e dura un attimo ma davvero non è un film, è l’introduzione ad un film. La divisione in due capitoli non è funzionale e non funziona, somiglia più a quella in due puntate di una miniserie, manca tutto l’intreccio e la sua soluzione, manca l’essenza della storia e ci sono solo le presentazioni dei personaggi, dinamiche come in un film inglese degli anni ‘90 oppure sornione come in una commedia ben scritta. Quello che è chiaro semmai è il tono: il massimo della vita (il sesso, il denaro, la bellezza sconfinata di persone, luoghi e possibilità) si accompagna necessariamente allo squallore, alla piccineria, all’ignoranza e alla decadenza. Filo conduttore di tantissimo cinema di Sorrentino e qui (coerentemente) applicato ad un contesto indubbiamente appropriato.
È insomma molto bello Loro 1, ma è solo un inizio. Anche tutto quello che di stimolante si può intuire è più in potenza che in atto.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Tutto vero, tutto falso, come recita la tagline sul manifesto di Loro 1.
O, per dirla meglio, e con l’esergo del film, “Tutto documentato, tutto arbitrario”, che è una frase di Giorgio Manganelli scritta nell’introduzione del suo “Pinocchio: un libro parallelo.”
Ecco che allora diventa chiaro che quanto raccontato da Paolo Sorrentino in Loro 1 va preso esattamente da quel punto di vista, e non da quello di una ricostruzione più o meno fedele e rabbiosa, sarcastica di una verità (storica, politica o di qualsiasi altro tipo).
Quella di Sorrentino è la messa in scena di un mondo parallelo possibile e probabile, magnifico e immaginifico, dove il Pinocchio bugiardo patologico è il Silvio Berlusconi di Toni Servillo, che spiega al nipote che la verità è solo la convinzione e il tono con cui si fa un’affermazione, che sceglie una dichiarazione da mandare in onda solo al grado di suadente seduttività che essa può avere nei confronti di una massaia che guarda la televisione.
Ma non basta.
Quello che Sorrentino vuole vedere è quello che sta sotto alle bugie, quello che nessuno di noi è stato in grado di capire e conoscere, e del suo Pinocchio, di un Berlusconi espanso, e complicato, vuole raccontare il bambino e l’uomo che si nasconde sotto le sembianze del burattino, della messa in scena, che va a braccetto con essa.
E quel che Sorrentino vuole fare, anche, è separare Berlusconi dal berlusconismo, l’uomo dalla sua ideologia, quella che ha plasmato l’immaginario e il comportamento di questo paese facendo leva sui suoi istinti più bassi e primordiali: quelli che già stavano lì, e che stanno ancora al loro posto.

Quindi, due parti, nella prima parte del dittico Loro.
La prima parte è il berlusconismo più becero e feroce, è una versione cattiva, priva di stupore e in botta di cocaina della Grande bellezza, con lo Scamarcio/Tarantini venuto dal sud che mette assieme una banda di olgettine, comprate con coca e promesse allo scopo di farle arrivare al Presidente ed entrare così nelle sue grazie; con il politico porco e intrallazzatore e servile di Bentivoglio, che è un mix tra Sandro Bondi, Formigoni e chissà chi altri, e che al Presidente vuol fare le scarpe perché alla fine lo sa che gli italiani “fanno la somma inconscia di tutte le cazzate che gli hai raccontato”; con una Roma barocca e cupissima che oramai è “come l’Albania quando stava con le pezze al culo” e che finisce infatti sotto una pioggia di rifiuti quando un camion dell’AMA finisce ai Fori imperiali per colpa di una pantegana.

Ma quando quella pioggia di rifiuti diventa una pioggia di pasticche di ecstasy, e la droga dell’abbraccio prende il posto della coca, e si lascia Roma per sbarcare nella Sardegna di Villa Certosa, ecco che qualcosa cambia.
Se fino ad allora Sorrentino era stato stilizzato e manierista come mai prima, e frammentario, ruvido, aggressivo, episodico, disturbante in maniera epidermica (perché della Grande bellezza non c’è più nemmeno la mollezza, né l’incanto), qui cambiano toni e stile. Se fino ad allora non si erano fatti nomi, ecco che qui è tutto un Silvio, e una Veronica, e c’è il Milan, e il celebre vulcano della villa, e si parla della visita di Putin.
Ma soprattutto, se fino a quel momento di è parlato solo di corruzione (fisica, morale, materiale), qui c’è una cosa sorprendente, al centro del racconto: c’è il sentimento. Magari nascosto sotto la caricatura che fa, e la freddezza del cinismo che racconta, ma nemmeno troppo.

Mentre Scamarcio ritrova la compagna Tamara, Silvio vuole riconquistare la sua Veronica, la Veronica che “legge i libri difficili”, che gli toglie il telefonino, che gli chiede come sia mai stato possibile non aver mai prodotto un programma culturale (“Ma c’erano i quiz di Mike!”), che non è gelosa ma vuole salvaguardare la sua dignità.
E allora, tra la visita di un possibile nuovo numero 10 rossonero e quella del traditore Bentivoglio, tra una chiacchiera col nipotino e un confronto col misterioso e mefistofelico assistente di Dario Cantarelli (“l’uomo che sa le cose”) e una puntatina a Roma per incontrare Noemi Letizia, il Silvio by Servillo e Sorrentino scruta lontano in cerca di qualcosa, lui uomo del fare inchiodato all’inerzia dell’opposizione, e soprattutto usa tutto il suo charme perverso e bambinesco per cercare di riconquistare Veronica: con l’aiuto di Fabio Concato e di “Una domenica bestiale”, e per lo scorno di Apicella.

Per capire bene dove e come Sorrentino vuole andare, toccherà aspettare Loro 2, ma già adesso è evidente che – come già per il Divo Andreotti, che guadava Renato Zero cantare “I migliori anni della nostra vita” in tv, assieme alla sua Livia – al regista non interessa per niente mettere alla berlina un nemico politico, o ritrarlo come un Belzebù.
Verrebbe quasi da pensare che ci sia della vaga simpatia: non certo per l’agire berlusconiano, per le sue azione e le sue devastanti ricadute sulla nostra società, ma per l’uomo. Una certa simpatia e la voglia di comprendere un personaggio ai limiti del patetico, per un megalomane frustrato che ha il complesso nei confronti di Agnelli e della cultura che non ha e reagisce a colpi bassi; forse perfino una malcelata ammirazione per il suo essere genio, seppur del male.

L’unica frase di un comunista condivisa appieno dal Silvio di Sorrentino è di Natalia Ginzburg, e recita: “Non si dovrebbe mai mettere da parte soldi, sentimenti e pensieri. Perché dopo non si usano più.”
Sono soprattutto i sentimenti, che interessano a Sorrentino, e di certo quelli che racconta, e che ha, non li mette da parte.
Se in questo Loro 1 c’è il Sorrentino più acido e nevrotico e grottesco, c’è anche quello più disteso, lineare, e più – sorpresa! – tenero. E di certo c’è anche che, con quel titolo che pare mettere delle distanze, Sorrentino invece racconti di tutti, di noi, di sé; e facendo come fa, umanizzando, smitizzano, cerchi di estirpare antropologicamente dal nostro inconscio il seme del berlusconismo una volta per tutte.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Una ballata napoletana, una tenera pecorella nel paesaggio idilliaco della Sardegna, Villa Certosa a Porto Rotondo. Attratto dalla frescura l’animale entra dalla veranda dentro il salone deserto. Tre schermi riflettono una trasmissione quiz di Mike Bongiorno, Ugo Pagliai, senza volume. Il condizionatore abbassa la temperatura, tre gradi, due, un grado, zero. Con conseguenze fatali per la pecorella. Si apre così Loro1, il film di Paolo Sorrentino sulla figura di Silvio Berlusconi e la sua corte, il film (scritto con Umberto Contarello, fotografia di luca Bigazzi), attesissimo (anche dagli avvocati) e diviso in due parti: una presentata oggi alla stampa. Prodotto da Indigo e da produttori francesi, distribuito da Universal, sarà in sala domani (400 copie). Il secondo film, Loro2, il 10 maggio.

All’affollato appuntamento al cinema The space, a Roma, più di una risata durante la proiezione, scambi di idee alla fine del film che Paolo Sorrentino descrive come  “un racconto di finzione in costume che mette in scena fatti verosimili, o anche inventati, avvenuti in Italia tra il 2006 e il 2010”. Un racconto ambientato tra la Roma dei Fori e la Sardegna di Villa Certosa, quando il terzo Governo Berlusconi è caduto e, poi, quando inizierà la crisi del quarto.

L’idea dell’autore di La grande bellezza e Il divo è quella di tratteggiare a squarci e intuizioni un momento storico ormai chiuso e che il regista definisce “amorale, decadente, ma anche straordinariamente vitale”. E’ un Berlusconi nel racconto del suo personale, del quotidiano, delle delusioni e delle paure, dei rapporti umani con chi gli è vicino, la politica è liquidata in poche battute, spesso sui comunisti. Sorrentino parla di Berlusconi come di “un mistero avvicinabile”, a differenza “degli uomini di potere delle generazioni precedenti che erano altri misteri, inavvicinabili, un tempo si parlava di disincarnazione del potere”.

Nella prima ora di film di Lui (così lo chiamano i suoi adoratori e con questo nome lo salvano nelle segreterie dei cellulari) non c’è traccia. Se non in forma di tatuaggio di una escort ginnasta acrobatica convocata da Gianpaolo Tarantini (pardon, Sergio Morra, questo il nome del personaggio del film) su una barca come merce di scambio per un politico locale che deve fargli vincere un appalto per una mensa scolastica. Il politico prima nega l’aiuto e  racconta delle emorroidi della moglie. Poi ha un rapporto con la ragazza. Anche l’imprenditore pugliese si intrattiene con la ragazza e durante l’amplesso consumato in piedi si accorge del di lei tatuaggio sul fondo schiena (la faccia di Berlusconi/Servillo), cosa che lo eccita e lo folgora: vuole lasciare Bari e avvicinare in ogni modo il Cavaliere, che spera di conquistare con la sua scuderia di ragazze in vendita che arruola rifornendole di coca. Molte sniffate, sesso, balli, corpi avvolti nelle musiche di Lele Marchitelli (mentre le scenografie sono di Stefania Cella e i costumi di Carlo Poggioli), in questa prima parte del film. Tutto per arrivare a “Loro”, “quelli che contano”, si spiega in una battuta del film. Segue un catalogo di aspiranti attrici, escort, starlette televisive, segretarie, parlamentari, faccendieri, un bestiario accompagnato da altrettante presenze animali: la pecorella dell’avvio (“mi dispiace per tua cugina”, dice Berlusconi a una capretta riguardo alla pecorella assiderata) e poi un ratto in mezzo alla strada (che causerà lo spettacolare tuffo sui Fori di un camion della nettezza urbana con esplosione di rifiuti a pioggia su Morra e l’armata escort. Serpenti, dromedari da festa esotica tra tende e danzatrici del ventre.

Tarantini ha una compagna, Tamara (Euridice Axen), che lo aiuta nella gestione delle ragazze e con cui vive insieme ai figli di lei (capace di preparare una cena rapida ai bambini mentre sniffa e si acchitta per una delle serate). La donna ha un rapporto di conoscenza con un politico vicino a Berlusconi, ex ministro che scrive poesie su Lui (si chiama Santino Recchia e ha molti elementi di Sandro Bondi). La desidera ma per ora non consuma, fissato con il tennis e con l’idea di sostituire un giorno Berlusconi alla guida del partito. Non ci pensa proprio, Recchia, a presentare l’imprenditore barese al Cavaliere.

Ad aiutare Morra sarà invece una favorita di Lui, una donna bellissima e decisa, Kira (Kasia Smutniak in un personaggio che ha una certa familiarità con Sabina Began). Nella prima parte del film la scalata di questi personaggi che affittano la villa in Sardegna di fronte a Villa Certosa e la inzeppano di giovani corpi facendoli muovere al ritmo di musica e nutrire a base di pasticche. Tutto per essere visti, guardati, da Lui: “Volevo raccontare – dice Sorrentino – una certa tipologia di italiano che è nuovo e al tempo stesso antico: anime di un purgatorio immaginario e moderno che stabiliscono, sulla base di spinte eterogenee quali ambizione, ammirazione, innamoramento, interesse, tornaconto personale, di provare a ruotare intorno a una sorta di paradiso in carne e ossa: un uomo di nome Silvio Berlusconi“.

Paolo Sorrentino ha immaginato “il racconto dell’uomo e solo in modo marginale del politico: si potrebbe obiettare che si sa molto non solo del politico, ma anche dell’uomo. Io ne dubito. Per me un uomo è il risultato dei suoi sentimenti più che la somma biografica dei fatti. Quindi in questa storia la scelta dei fatti da raccontare non segue un principio di rilevanza dettata dalla cronaca di quei giorni, ma insegue unicamente il fine di provare a scavare a tentoni nella coscienza dell’uomo”. Ancora: “Berlusconi è sempre stato un infaticabile narratore di se stesso, valga come esempio sommo il fotoromanzo “Una storia italiana” che spedì a tutti gli italiani nel 2001, e anche per questo è diventato un simbolo. A differenza di un comune essere umano, lui è una proprietà comune. E dunque, in questo senso, rappresenta anche una parte di tutti gli italiani”. E poiché il Cavaliere è molto altro, il regista per esprimere una sintesi s’affida a Hemingway (“non c’è nessuno che vive la propria vita fino in fondo eccetto i toreri”). “L’immagine più compendiaria che si può avere di Berlusconi è forse questa, un torero”.

In effetti nella seconda parte di Loro1 è il Berlusconi uomo (Toni Servillo, perfetto, che dispensa battute e strappa risate in sala) ad essere raccontato nel rapporto con chi lo circonda e sopratutto con Veronica Lario, una brava Elena Sofia Ricci, ma anche con il nipotino (lo convince che la cacca che ha appena pestato è in realtà una zolla di terra), con il politico che lo tradisce, con il suo tuttofare. Berlusconi compare per la prima volta vestito da odalisca velata e truccata, si presenta in camera di Veronica, che vorrebbe riconquistare e lei lo gela: “Non mi fai ridere”. Quello tra Silvio e Veronica è un duello che si consuma ormai da troppo tempo. Lei ha fatto pace con i tradimenti “ma devi rispettare la mia dignità”, legge Saramago, fa lo spettacolo di marionette ai bimbi e gli dice che per riconquistarla dovrebbe portarla a camminare in Cambogia. Lui non ci pensa nemmeno, ma le dice: “Tu non eri bella, eri sconvolgente”, le regala diamanti (“preferivo quando mi regalavi pantofole perché sapevi che avevo freddo”), la porta su una giostra e le fa cantare la loro canzone, Domenica bestiale, direttamente da Fabio Concato convocato con chitarra a Villa Certosa, sotto lo sguardo dispiaciuto del cantore di casa Apicella.

Racconta il regista: “Questi italiani, ai miei occhi, contengono una contraddizione: sono prevedibili ma indecifrabili. Una contraddizione che è un mistero. Un mistero nostrano di cui il film prova a occuparsi, senza emettere giudizi. Mosso solo da una volontà di comprendere, e adottando un tono che oggi, giustamente, viene considerato rivoluzionario. Il tono della tenerezza”.

Arianna Finos, da “repubblica.it”

 

 

Un film sul personaggio italiano più potente degli ultimi cinquant’anni diretto dal regista italiano più acclamato degli ultimi venti: come si può tenere l’hype sotto controllo?
LORO, film in due parti sull’Italia berlusconiana secondo Paolo Sorrentino, è uno di quei progetti che, al di là dell’odi et amo, tutti attendono, curiosano, tweetano ed infine guardano.
Non senza pregiudizi e preconcetti, con il retaggio inevitabile di un personaggio tanto epocale quanto controverso, raccontato da un regista fedelissimo a se stesso, alla sua impronta cinematografica e alle sue infinite (auto)contemplazioni.

È didascalica, quasi lapalissiana, la premessa: a tutto schermo, Sorrentino chiarisce che Loro parla di fatti ed eventi frutto dell’incontro tra realtà e finzione, con più “licenze” che cronaca. Ma la tagline, sibillina, avverte: “tutto vero, tutto falso”.
Una mano avanti ed una in tasca dunque, per tutelarsi e per abbandonarsi alla seducente ed inquietante ricostruzione dell’Italia anni 2006-2010, con all’opposizione l’ex Premier Silvio Berlusconi, che per lunghi tratti sarà solo “LUI”, ma soprattutto con il suo riflesso sociopolitico ad abbagliare, galvanizzare e guidare “loro”, l’interminabile codazzo di quelli che vogliono potere, soldi e fama, coloro che vogliono contare ed essere qualcuno.

Kasia Smutniak e Riccardo Scamarcio in LORO 1 - Photo by Gianni Fiorito

Prima che appaia il Berlusconi sorentiniano, spodestato dalla sinistra, oppositore in stand-by più guascone che sovrano, con ghigno e modi un po’ troppo farseschi by Toni Servillo, la scena è infiammata dal carosello di miserabili ambizioni di chi sogna di seguirne le tracce.

Qui c’è il bello e l’ipnotico di Loro 1, che paradossalmente si infiamma prima che il volto più atteso ed ingombrante faccia la sua entrata in scena: la storia lascia i riflettori ai “pesci piccoli” (per non dire spazzini) e al loro miglior rappresentante Sergio Morra (leggi Tarantini, uno strepitoso Riccardo Scamarcio), mentre Sorrentino inquadra gli attori non protagonisti del sogno italiano, le spore di quella mentalità, quella scala di valori, di vizi ed imprenditoria da Lui sponsorizzati nel bene e nel male.

E’ l’asse sbilenco che connette politica e spettacolo, alleanze e tradimenti, mestizie e velleità di Morra, perfettamente “mediocrizzato” dal migliore Scamarcio che possiate immaginare, della sexy Kira (Kasia Smutniak, anche lei finalmente convincente), del patetico Ministro Recchia-Bondi (Fabrizio Bentivoglio) e una gran fetta di Italia imbambolata tra tv, casting, promesse e frustrazioni.

Toni Servillo e Giovanni Esposito in LORO 1 - Photo by Gianni Fiorito

Tecnica ed estetica di Sorrentino rimangono le stesse, piacciano o meno, anzi talvolta vanno persino oltre gli standard, cesellando con le solite simbologie zoologiche, metafore disseminate in una Roma bifronte, nudi surreali, acrobazie sessuali kitsch e narcotiche, musiche perfette (da Kylie Minogue a Lcd Soundsystempassando per gli Stooges e Concato, tutto si amalgama) e Luca Bigazzi che non perde mai un colpo.

Il regista napoletano rivendica il suo stile con ancor più coraggio e menefreghismo, coerentemente creativo e volutamente spiazzante: è così tambureggiante il pre-Silvio che, quando Lui entra in scena, l’impatto diminuisce e il motore rallenta. A tratti, sembra di slittare da un rave party allucinogeno in Costa Smeralda ad una puntata di Crozza, dal turbine narrativo affollato e cocainomane (potremmo definirlo “glam-pulp”, quello di Sorrentino) all’one man show che probabilmente seguirà.

La buona scrittura tiene duro e guida ai titoli di coda, un po’ in affanno, senza un gancio particolarmente accattivante verso la seconda metà di Loro; che, inevitabilmente, ci dirà se le ottime sensazioni del “primo tempo” siano legittime e se l’Italietta asservita al potere sia stata efficacemente catturata nel suo romantico ed imperituro autolesionismo.

Voto: 7/10

Luca Zanovello, da “masedomani.com”

 

 

Loro, è un racconto di finzione, in costume, che narra di fatti verosimili o inventati, in Italia, tra il 2006 e il 2010.” Sin dal’inizio di Loro 1Sorrentino mette la mani avanti. Dopo aver già trattato personaggi legati al mondo della politica, come per esempio Giulio Andreotti nello straordinario Il Divo, il regista torna a raccontare il degrado italiano attraverso un altro personaggio importante: Silvio Berlusconi (Toni Servillo). Diviso in due parti, Loro è destinato a creare scalpore, non solo per il suo protagonista, ma anche per il modo in cui Sorrentino racconta l’intera vicenda.

Attraverso una grande quantità di personaggi, ognuno ambizioso a modo suo, il film narra un momento storico avvalendosi di una visione molto sintetica, ma al tempo stesso spiazzante. Una rappresentazione di un mondo decadente, in cerca di fama e disposto a tutto pur di ottenere ciò che vuole. Ne è un valido esempio il personaggio interpretato da Riccardo Scamarcio, ovvero Sergio Morra, a cui Sorrentino dedica il settanta per cento del film. Un uomo affascinante, avido e desideroso di approfondire, scena dopo scena, la figura di Silvio Berlusconi. La sua è una prova attoriale davvero convincente, sviluppata nella prima parte che, per atmosfere e personaggi, ricorda un altro film dello stesso regista: La grande bellezza. Sembra quasi un proseguimento dello stesso film, ma senza il carisma e l’eleganza del suo protagonista, Jep Gambardella; a lasciare davvero stupiti, è lo stile con cui vengono narrate le vicende. Fra le numerose influenze del regista non può mancare il nome di Martin Scorsese, in particolare alcune scene che richiamano fortemente il divertimento sboccato di The Wolf Of Wall Street.

Con Loro 1 Sorrentino costruisce un universo spiazzante, ma purtroppo, facilmente riconoscibile, grazie a una sceneggiatura che non ha paura di osare e che lavora bene sul concetto di attesa. Il personaggio principale, interpretato da Toni Servillo, non entra subito in scena, bisogna ammetterlo, ma quando arriva, con il suo modo di fare tremendamente stereotipato ed eccentrico, il film ha già dimostrato così tanto coraggio da permettersi ciò che vuole. Soprattutto grazie a un’ironia che funziona sin dalle prime battute e un cast in splendida forma, che diventano una valida opportunità per riflettere su una nazione pigra e spaventosamente manipolabile. Impossibile non soffermarsi sulla regia che, unita alla fotografia di Luca Bigazzi, è in grado di regalare immagini bellissime e destinate a durare nel tempo. Nonostante tutto ci troviamo solamente a metà. Per approfondire realmente il discorso, dobbiamo aspettare inevitabilmente la seconda parte, Loro 2, che uscirà nelle sale italiane il 10 maggio. Tuttavia non possiamo fare a meno di giudicare una prima parte disorientante, in senso buono, e che conferma, ancora una volta, la straordinaria capacità che ha Paolo Sorrentino nel riscrivere un personaggio senza emettere giudizi e adottando il tono della tenerezza.

Voto: 4 / 5

Simone Martinelli, da “nocturno.it”

Faccendieri ambiziosi e imprenditori rampanti, cortigiane – vergini per niente candide che si offrono al drago, addestrate da molti anni di pubblicità sessiste e trasmissioni strillate – politici corrotti, giullari, acrobate: è il circo che sta intorno a Silvio Berlusconi, nella “rielaborazione e reinterpretazione a fini artistici” messa in scena da Paolo Sorrentino.

È davvero impossibile dare una valutazione di Lorobasandosi solo sulla prima parte, senza indicazioni su dove andrà a parare il film completo.

Tanto più che Loro 1 è già due film in uno. Il primo vede al centro, appunto, Loro, che non sono “quelli che contano”, ma gli squallidi frequentatori del suk di cui sopra. Il principio è lo stesso de Il divo: raccontare un politico italiano di immenso potere evidenziando innanzitutto il sottomondo che lo circonda, al contempo sua emanazione e suo brodo di coltura. Il secondo, passata la metà del tempo filmico, vede al centro Lui-Lui, quel Silvio che viene nominato per la prima volta (e solo col nome proprio) a narrazione avviata. E se il mondo di ‘Loro’ è sovraffollato di figure minori (memorabile il cammeo di Ricky Memphis nei panni di uno dei tanti Ricucci dell’orto dei miracoli), quello di Lui-Lui è un eremo cui hanno accesso solo Veronica e Mariano Apicella (più un suo rivale di cui non sarebbe corretto anticipare il nome).

L’elemento di maggiore impatto drammaturgico in Loro 1 è la luce piatta che delinea un’umanità bidimensionale e del tutto priva di spessore. La fotografia di Luca Bigazzi, solitamente ansiosa di scavare nell’ombra, qui rimane saldamente in superficie, creando una maschera filmica paragonabile al cerone di Lui-Lui, al tatuaggio (sempre nell’effige di Lui-Lui) che compare sul fondoschiena di un’atletica concubina, e alla cartapesta che replica l’effige dei leader della sinistra nel patetico spettacolino messo in scena per il Loro diletto (c’è anche D’Alema, che più tardi fa un altro cammeo dentro un sacco della spazzatura).

Voto: 3 / 5

Paola Casella, da “mymovies.it”

 

 

 

In attesa del secondo capitolo, Loro 1 di Paolo Sorrentino si configura soprattutto come l’estenuante e prolissa introduzione – costruita intorno a escort e papponi – di un racconto che prende veramente forma solo nell’ultima parte, quando finalmente si palesa il Servillo/Berlusconi.

Lui non c’è

Siamo nel 2006. Berlusconi è all’opposizione, il Milan non vince più, ma allo stesso tempo un nutrito gruppo di persone continua ad ambire a lui, a quest’uomo ancora così potente. In particolare, una coppia di pugliesi arraffoni, Sergio e Tamara, imbastisce una serie di traffici, di coca e di mignotte per attirare l’attenzione del Cavaliere. Tanto da riuscire a insediarsi nella villa di fronte a quella del Biscione in Sardegna. Lui, però, è alle prese con la moglie Veronica che vuole lasciarlo e con il tradimento di un suo fedelissimo. Nulla comunque può scalfire il suo gusto per la barzelletta e per lo stornello. [sinossi]

Tutto documentato, tutto arbitrario. Comincia con questa citazione da Giorgio Manganelli il film-monstre di Paolo Sorrentino, già diviso in due parti, Loro 1 e Loro 2, e già pronto – considerando anche l’esclusione a sorpresa dal Festival di Cannes – a diventare il suo film-maudit. Tutto ciò che vediamo è contemporaneamente documentato e arbitrario, dunque. Questa dissociazione, quest’ossimoro, ci dice già molto del film, o almeno della prima parte, Loro 1 per l’appunto, in attesa di vedere la seconda in uscita tra un paio di settimane. Ci dice di un film che lavora sulla schizofrenia e che ricostruisce una serie di personaggi reali, la corte dei miracoli di Berlusconi, o il suo cerchio magico – da Sandro Bondi a Lele Mora, passando per Gianpaolo Tarantini e per Noemi Letizia – mescolandone arbitrariamente le caratteristiche, tutte in ogni caso ben documentate. E diventa forse questo per lunghi tratti l’unico gioco veramente interessante di Loro 1: riconoscere quali aspetti dell’uno e dell’altro personaggio abbiano scelto di raggrumare Sorrentino e Umberto Contarello in sede di sceneggiatura, attingendo dalla realtà. Un gioco alla Indovina chi?, insomma, che è per sua natura ozioso e decisamente poco utile. Questo perché quello che avrebbe dovuto essere l’autentico protagonista del film, e cioè Toni Servillo nei panni di Silvio Berlusconi, appare solo negli ultimi venticinque minuti. E perciò noi spettatori, come loro, siamo orfani del centro, del motore immobile – insieme centripeto e centrifugo – che sfugge ai nostri sguardi e tarda davvero troppo a mostrarsi in carne ossa e cerone.

Quest’assenza più forte presenza la si sarebbe potuta considerare un’ottima trovata per costruire l’attesa intorno a un personaggio così tanto potente e così tanto ubiquo. D’altronde la storia del cinema è piena di figure divenute leggendarie anche grazie al fatto di aver protratto il più possibile la loro entrata in scena, basti pensare al Kurtz/Marlon Brando di Apocalypse Now o all’Harry Lime/Welles de Il terzo uomo. Ma, stavolta, non è così. Perché Sorrentino dilata all’inverosimile l’attesa, fino a farci perdere ogni interesse. Vediamo dunque una coppia di pugliesi, Sergio e Tamara, che pippano cocaina in casa mentre i figli sono davanti alla TV e che architettano un piano per arrivare a LUI.
Il piano è ambizioso, ma in fin dei conti semplice: racimolare più coca possibile, reclutare le migliori puttane sulla piazza, ghermire alcuni personaggi fidati e deboli legati al Berlusca (in particolare il Sandro Bondi interpretato da Bentivoglio), allo scopo di accerchiare il Biscione e di titillare il suo interesse. Nel momento in cui i due riescono addirittura a prendere possesso di una villa in Sardegna adiacente a quella del leader di Forza Italia, il gioco sembra fatto. Il problema però è che, per arrivare a questo, il film è già quasi finito e abbiamo dovuto assistere alla consueta – e inerte – sequela di trovate a effetto sorrentiniane, oziosamente digressive, in cui per di più una marea di personaggi si raddoppiano tra di loro: ben tre reclutatori di escort che si fanno la guerra per arrivare a Silvio, altri super-potenti che si moltiplicano in maniera incontrollata e che non sono Berlusconi (c’è persino un personaggio che viene soprannominato Dio e di cui ci viene tenuta segreta l’identità), un numero imprecisato di ragazze che vogliono prostituirsi e che sembrano diventare personaggi per poi restare sempre e solamente macchiette (c’è all’inizio la ragazza-atleta che poi sparisce, c’è la ragazza-studentessa-timida che poi si dà, c’è quella che dominava il campo nel passato e c’è quella che lo domina nel presente, e così via).

Sorrentino mette tutto il possibile in Loro 1, ma o mette troppo poco – e il film allora, per focalizzare le figure che si affollano sulla scena, sarebbe potuto diventare una serie TV, come Young Pope – o mette troppo – e allora, togliendo tutto il versante dei Tarantini e delle Noemi che aspirano a diventare i loro del titolo, avremmo potuto benissimo assistere a un film solo. E quel troppo, quella depravazione promossa e organizzata da personaggi simil-Tarantini e simil-Lele Mora, non è nemmeno così tanto personale: infatti, da un lato Sorrentino rievoca il solito Fellini (e fa atteggiare Tarantini/Scamarcio a novello Sceicco bianco), dall’altro – in particolare nell’infinita sequenza della festa in piscina – occhieggia all’Harmony Korine di Spring Breakers e allo Scorsese di The Wolf of Wall Street, senza minimamente avvicinarsi alla descrizione della demenza dell’edonismo contemporaneo che è il tratto fondante di quei due film. Anzi, questi momenti in Sorrentino appaiono semplicemente trash, incapaci di giocare – come fanno Scorsese e Korine – sul doppio livello dell’adesione e, insieme, del distanziamento ironico-sadico (e anche tenero) nei confronti dell’ottusa (e astuta) ludicità dei suoi personaggi. E dunque, l’immagine televisivo-berlusconiana, in assenza di Berlusconi, non è rielaborata e appare tautologica, così com’è, tale e quale, nella sua oscenità dello sguardo, a metà tra il videoclip e la televendita.

Perciò, quando finalmente appare Servillo/Berlusconi, si è autorizzati a tirare un sospiro di sollievo: Loro 1, dopo più di un’ora, entra una buona volta nel vivo. E allora si riconosce l’intento, prevedibile ma in fin dei conti ben architettato, di Sorrentino: il Berlusconi showman e performer accanito, il Berlusconi che scherza su tutto fino a diventare patetico, il Berlusconi che non acciacca la merda anche quando la acciacca, perché lui è come lo Scarface di Pacino/De Palma e dice sempre la verità anche quando dice le bugie. Il Berlusconi contemporaneamente re e giullare, il cui unico paragone possibile che viene in mente è Trump, capace anche di crudeltà inaudite, come quella di silenziare letteralmente Mike Bongiorno e come quella di umiliare il Bondi/Bentivoglio, ma con sempre un libro fresco di stampa con nuove barzellette da imparare e con sempre il fidato Apicella a seguirlo per un nuovo stornello da propinare alla annoiata Veronica Lario, la moglie che legge Saramago, che probabilmente lo lascerà nel prossimo episodio e che pare aver capito perfettamente il suo gioco. E, comunque, anche qui va detto che il tutto si chiude con una gag, l’apparizione di un cantante, che era stata già sperimentata da Massimiliano Bruno in Nessuno mi può giudicare, e che a sua volta era stata già rielaborata da Fausto Brizzi in Poveri ma ricchi.

Sembra in ogni caso inevitabile domandarsi perché Loro 1 soffra di quella stessa schizofrenia che viene denunciata all’inizio, una schizofrenia che – sia pur voluta e pensata – appare comunque autolesionista. Se Sorrentino avesse voluto fare un film su chi aspira al berlusconismo come modello di vita e su chi si adopra per raggiungere questo obiettivo, allora non avrebbe dovuto far vedere Berlusconi, o avrebbe dovuto solamente evocarlo e mostrarlo giusto in chiusura. Se invece l’autore de La grande bellezza avesse voluto fare un film sul potere dell’immagine berlusconiana, sulla sua capacità di farsi perdonare ogni misfatto, allora non avrebbe dovuto privarci per quasi tutto il tempo del suo protagonista. Certo, si tratta, in fondo, di perplessità che restano per ora sospese, in attesa della seconda parte di Loro, ma che per ora ci fanno concludere che la divisione in due tronconi sembra al momento nuocere a questa nuova prova della smisurata ambizione di Paolo Sorrentino.

Alessandro Aniballi, da “quinlan.it”

 

 

 

 

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