La forma dell’acqua

 

Elisa, giovane donna muta, lavora in un laboratorio scientifico di Baltimora dove gli americani combattono la guerra fredda. Impiegata come donna delle pulizie, Elisa è legata da profonda amicizia a Zelda, collega afroamericana che lotta per i suoi diritti dentro il matrimonio e la società, e Giles, vicino di casa omosessuale, discriminato sul lavoro. Diversi in un mondo di mostri dall’aspetto rassicurante, scoprono che in laboratorio (soprav)vive in cattività una creatura anfibia di grande intelligenza e sensibilità. A rivelarle è Elisa. Condannata al silenzio e alla solitudine, si innamora ricambiata di quel mistero capace di vivere tra acqua e aria. Ma il loro sentimento dovrà presto fare i conti con una gerarchia ostile incarnata dal dispotico Strickland. In piena corsa alle stelle contro i russi, gli Stati Uniti non badano a spese e a crudeltà. Per garantirsi e garantire al suo Paese un futuro stellare, Strickland è deciso a tutto.

È sufficiente osservare l’arte contemporanea per convincersi degli effetti suscitati dalle trasformazioni della vita acquatica sull’ecosistema e di conseguenza sulla vita degli uomini. Da Damien Hirst, che valorizza il corallo minacciato dal riscaldamento degli oceani, a Suzanne Husky e alle sue sirene, il fondo marino ossessiona numerosi artisti.

Se alcuni tra loro sondano quello che si gioca oggi nella profondità dei fondali, altri ci pescano una mitologia ancestrale e una nuova inquietudine. Architetto di incubi, Guillermo del Toro si iscrive nella seconda categoria, rinnovando le affinità, umide e furiose, che gli esseri umani intrattengono con il mondo marino. Sospeso tra nevrosi terrestri (la Guerra Fredda e l’irriducibile paura del diverso) e iridescenze acquatiche, The Shape of Waterinventa sotto i nostri occhi un nuovo continente, tra mare e terra, scongiurando l’annegamento con la potenza dei fantasmi.

Proseguendo la sua relazione con lo straordinario, l’autore avanza nella Storia e produce un’articolazione sottile, ma senza gravezza metaforica, tra realtà e doppio fantasmagorico che spiega i suoi oscuri meccanismi. Precipitato in piena Guerra Fredda, il racconto agisce su due livelli, quello della cronaca realista (la violenza della Storia) e quello dell’immaginario mitologico (l’incontro con la straordinaria creatura), e osserva due movimenti, quelli su cui si equilibra tenacemente il cinema dell’autore.

Voto: 4 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

 

Non mi è mai piaciuto molto, il cinema di Guillermo del Toro.
Mi piace Hellboy, ma più per il personaggio che per altro, mentre non ho mai sopportato Il labirinto del fauno e ho trovato Pacific Rim noiosissimo.
Il fatto è che ho sempre trovato l’estetica del messicano farlocchissima, i suoi mondi fantastici troppo impostati e artificiali, e la sua narrativa mai veramente magica o potente abbastanza per essere capace di animarli: in questo senso, Crimson Peak è la dimostrazione perfetta del mio teorema.
Per questo, ma non solo per questo, mi è facile dire che The Shape of Water è di gran lunga il suo miglior film.

Certo, la questione estetica rimane un po’ aperta, con tutti quei colori ipersaturi, con il barocchismo un po’ furbetto dei movimenti di macchina, con quei richiami un po’ vezzosi nella ricostruzione della Baltimora del 1962 – tra case scalcinate, vecchi cinema decadenti e strutture scientifico-militari – che hanno portato alla mente di qualcuno Il favoloso mondo di Amélie.
Ma il film di del Toro è assai meno compiaciuto e molto più coerente di quello di Jeunet, soprattutto non ne ha certe gratuità. E, cosa più importante di tutte, riempie quegli spazi, quei colori e quei movimenti con una storia che è favola sì, ma tutt’altro che zuccherosa e patinata.

Anche i suoi detrattori non possono non riconoscere che del Toro ami il cinema, e questo suo amore, questo inseguire i modelli classici e riproporli con una cifra personale e contemporanea questa volta è pienamente riuscito, e va ben oltre l’echeggiare sugli schermi delle tv o dei cinema dei film e delle musiche del passato. Grazie a questo suo amore, The Shape of Water racconta una storia che è in grado di rapirti, di catturarti, e di farti battere palpebre e cuore col ritmo e la passione degli eventi e della storia che stai guardando.
L’archetipo è quello della fiaba, i modelli di riferimento sono ovvi, (Il mostro della laguna nera e La Bella e la Bestia), la passione cinefila è percepibile, ma tutto questo non si traduce mai in esposizione standardizzata e asettica.
Quello di del Toro è un film di emozioni e sentimenti, di amore spirituale e perfino carnale (il sesso non è affatto un rimosso, in questo film, e anzi ne è parte essenziale: non è poco), capace di farsi anche discorso politico senza mai diventare per questo pedante o retorico.

Una ragazza muta e gentile, l’amica e collega che parla per due, una creatura spaventosa e affascinante, vicini gay ossessionati dalla vecchiaia, spie russe e un villain mai caricaturale. Nelle mani di del Toro, e grazie a un cast azzeccatissimo (una Sally Hawkins sorprendente, per me che non la amo, ma anche Michael Shannon, Richard Jenkins, Olivia Spencer e Michael Stuhlbarg), sono i personaggi appassionati e appassionanti di una favola che rivendica la forza dell’amore e il superamento di ogni tipo di razzismo e pregiudizio.
Di un film scritto con cura e precisione, che mescola avventura e romanticismo, commedia e musical, Storia e fantasia, e che ha la forza sfacciata, evocativa e sognante del cinema di un tempo, di quando eravamo bambini e anche prima, restituendo al nostro sguardo la purezza e lo stupore di cui eravamo capaci allora.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Quando i buoni, i deboli, i discriminati, i dannati e ignorati da tutti solidarizzano possono dar luogo a grandi rivoluzioni. Questa la semplice morale della favola sontuosa che Guillermo del Toro racconta ne La forma dell’acqua (The Shape of Water). La sua protagonista è quanto di più umile si possa immaginare: non solo è muta ma di lavoro fa la “spazzamerda”, l’”asciuga urina”, come si autodefinisce una delle sue colleghe e amica presso il centro di ricerche aerospaziali Occam. Giorno dopo giorno, tra una spazzata e una lavata, la donna viene a contatto con una straordinaria creatura (che in laboratorio viene sempre e solo chiamata “the asset”, la risorsa) giunta in laboratorio per una serie di esperimenti. La creatura si dimostra sensibile alle sue attenzioni e tra i due reietti finisce per nascere un vero e proprio amore. Così, quando Elisa scopre che la creatura non solo è sottoposta a continue violenze ma è anche destinata alla vivisezione, escogita un piano per salvarla ma, poiché siamo negli Stati Uniti del 1962, si trova invischiata in un tipico intrigo da Guerra Fredda con tanto di fughe, sparatorie, generali implacabili e spie doppiogiochiste.

Come la creatura fantastica attorno a cui ruota il film, La forma dell’acqua è anfibio, una fiaba in cui scorrono abbondanti secchiate di melassa ma anche parecchio sangue, immersa in un universo visivo chiaro-oscuro di notti perenni illuminate da luci artificiali. La narrazione attinge da due miti, la Bella e la bestia e la Sirenetta, con un linguaggio visivo in cui domina l’elemento acquatico e i toni del verde, dell’azzurro, del nero solo occasionalmente spruzzati di rosso vivo. Anche il personaggio principale interpretato da Sally Hawkins, attrice tanto British quanto oramai lanciata negli USA sin da Blue Jasmine, è segnato dall’ambivalenza: pura ma anche sensuale (con tanto di nudo integrale). Benché lavori ormai nel sistema cinematografico Hollywoodiano e racconti qui una storia molto statunitense, il regista messicano Guillermo del Toro non disdegna elementi che rinviano all’Europa: strizza l’occhio al favoloso mondo di Amélie Poulain (tutta la scena della preparazione di Elisa prima di andare a lavorare) e quando fa sognare la sua protagonista sulle note de La Javanaisescatena una bizzarra coincidenza. Difatti, viene in mente quando su quella stessa canzone, nell’immaginifico biopic Serge Gainsbourg. Vie héroique di Joann Sfar, balla un’altra coppia che richiama la bella e la bestia ovvero il surreale pupazzone Gainsbarre con colei che in quel film interpretava Juliette Gréco ovvero Anna Mouglalis, giurata alla 74° Mostra di Venezia dove La forma dell’acqua è stato presentato in concorso.

Guillermo del ToroOltre ai due miti citati e a tutte le versioni cinematografiche che ne sono state tratte (la bellissima “bestia” fa pensare al Jean Marais di Cocteau ma anche alla Daryl Hannah Sirenetta), La forma dell’acquatributa un omaggio sia al cinema d’altri tempi (Elisa vive sopra un cinema chiamato Orpheum che proietta La storia di Ruth e Mardi Gras) sia alla tv dei grandi varietà musicali con Bojangles, Betty Grable, Carmen Miranda e Alice Faye tingendo l’intero film di una rispettosa nostalgia.

Pur solido nell’intrigo e spettacolare visivamente nonché musicato sfarzosamente da Alexandre Desplat, La forma dell’acqua non è un film impeccabile per il modo in cui indulge nel sentimentalismo ma soprattutto per l’eccesso di correttezza politica. Sarà anche frutto di ironia, ma il suo set di personaggi buoni dal cuore grande sembra ideato con alla mano un manuale di inclusione sociale delle minoranze: c’è una diversamente abile, una persona di colore (per di più entrambe donne), un omosessuale progressista e una creatura diversamente umana nonché un sovietico buono in piena Guerra Fredda. Oltre alla denuncia antirazzista e antisessista, non manca la morale ambientalista. Forse una spinta un po’ meno insistita sul pedale dei buoni sentimenti e qualche metafora meno esplicita avrebbero giovato a un film comunque di grande bellezza e cura soprattutto visiva.

Silvia Nugara, da “CultFrame.com”

 

 

Undici anni dopo Il Labirinto del FaunoLa Forma Del’Acqua riprende le ambientazioni fiabesche ma le spoglia quasi totalmente dall’aura angosciante ed onirica del film candidato al premio Oscar. Riprende i canoni della favola, con i suoi personaggi ben delineati. Riprende la parte formativa, in cui i protagonisti dovranno superare un problema ben preciso: l’incomunicabilità.

La forma dell'acqua

Nell’America della Guerra Fredda, della corsa allo spazio, troviamo Elise, una donna che soffre di afasia e che lavora come donna delle pulizie in un edificio governativo. La sua routine giornaliera è ben delineata fino a quando una strana creatura entra nella sua vita. Ancor prima, nell’edificio governativo in cui lavora insieme a Zelda, il suo esatto opposto. Come il giorno e la notte, Elise e Zelda passano le loro giornate tra una pulizia e l’altra, fin quando la creatura catturerà l’attenzione di Elise. Con La Forma Dell’Acqua, Del Toro ci racconta una storia mescolando i generi e impregnandola di citazioni del cinema hollywoddiano classico, a partire dal design della creatura che ricorda moltissimo Il mostro della laguna nera.

La forma dell'acqua

Dopo un prologo che rimanda inevitabilmente a Il Favoloso Mondo di Amelié, La Forma dell’Acqua prende la sua strada e Del Toro inizia a raccontare il problema dell’incomunicabilità.

Da quella che costringe Elise al mutismo, si passa al problema del razzismo e dell’intolleranza di un epoca ben precisa. Il suo vicino ed unico amico Giles, vittima del suo essere omosessuale e costantemente bistrattato in qualunque luogo, che trova in Elise l’unica persona veramente vicina. E la logorroica Zelda, sempre vicino ad Elise quasi come una madre protettrice e protettiva. Un film che dunque pone l’accento proprio sull’emotività di questi personaggi che vanno a culminare con la creatura, il diverso tra i diversi.

La forma dell'acqua

Del Toro cura maniacalmente tutto, da una fotografia colma di colori saturi all’inverosimile e dove predomina il verde fino ad una colonna sonora perfettamente diegetica rispetto alle sequenze. Un reparto visivo curato, dunque, così come la narrazione di una storia dall’archetipo fiabesco che si lascia andare anche all’onirismo nella parte finale. La condizione umana è messa sotto la lente d’ingrandimento e raccontata con l’aiuto di un cast formidabile, a partire da una bravissima Sally Hawkins. Un film politico che non scade nella retorica, sapendo coniugare intrattenimento e riflessione. Il Leone D’Oro è più che meritato.

Lorenzo Pietroletti, da “lascimmiapensa.com”

 

 

 

L’immaginario di Guillermo del Toro è liquido, in continua espansione, capace di inondare con straripante potenza visiva generi, sistemi produttivi, contesti (apparentemente) lontani tra loro come la Spagna franchista de Il labirinto del fauno e gli Stati Uniti della Guerra fredda e dei diritti civili de La forma dell’acqua – The Shape of Water. Il legame tra le due pellicole è evidente, quasi simbiotico: il mostro, il Male, la favola, l’illusione e il sogno… Del Toro torna su territori già battuti, si affida per l’ennesima volta alle suggestioni del cinema d’antan, alla Settima arte come possibile lente d’ingrandimento e chiave di (ri)lettura della Storia. Del Bene e del Male. In concorso a Venezia 2017.

La vita è il naufragio dei nostri progetti

Stati Uniti, anni ’60, in piena Guerra Fredda. Priva dell’uso della parola, l’addetta alle pulizie Elisa è intrappolata in una grigia routine, senza ambizioni e aspettative. Incaricata con l’amica Zelda di pulire un laboratorio governativo segreto e blindato, Elisa scopre l’esistenza di un essere misterioso, acquatico, mostruoso: una creatura squamosa dall’aspetto umanoide, tenuta prigioniera in una vasca. Per nulla impaurita, ma affascinata, Eliza riesce a stabilire un contatto con questo essere… [sinossi]

Una buona parte della filmografia di Guillermo del Toro ci parla della Resistenza. Quella spagnola contro Francisco Franco (La spina del diavolo e Il labirinto del fauno), quella di uno strambo manipolo di newyorchesi contro l’avanzata dei vampiri (The Strain), quella di un gruppo di statunitensi difettosi in La forma dell’acqua – The Shape of Water. Resistenza e sense of wonder. Storia e fantasia. Fantastico, fantasy, fantascienza, horror. La vita filtrata attraverso una macchina da presa, uno schermo, degli effetti speciali e altri artifici narrativi e visivi. La vita e la Storia che combattono, cantano, danzano, pulsano freneticamente.
Del Toro è uno straordinario cineasta, indubbiamente discontinuo, abile a scalare box office e a districarsi nei meccanismi dell’industria dei sogni. Anzi, delle industrie dei sogni. Perché Guillermo del Toro è un sognatore che non conosce confini: geografici, produttivi, di genere, immaginifici. Un sognatore coi piedi ben piantati a terra, in grado di sfornare una mirabilia tecnica ma narrativamente fragile come Pacific Rim, un gioiellino gotico e (iper)melodrammatico come Crimson Peak, ma anche giocattoli divertiti e divertenti come Hellboy: The Golden Army, trovando poi il tempo e i soldi per una (incompiuta) trilogia sulla guerra civile spagnola: La spina del diavolo e Il labirinto del fauno.

Un sognatore sagace che veicola attraverso il cinema mainstream, senza didascalismi o eccessi retorici, dei contenuti dall’ammirevole spessore politico, storico, umano. Ritroviamo in La forma dell’acqua – The Shape of Water la balordaresistenza à la The Strain: i paladini del Bene sono negri, ebrei, comunisti, omosessuali, messicani, storpi, muti, reietti, scherzi della natura, galeotti, animali dei bassifondi. Nel gioco di rimandi e citazioni, di sequenze tratte da musical e drammi storici, trovano posto anche immagini che richiamano il movimento per i diritti civili, tema che entra di soppiatto, in punta di piedi, e che poi permea questa favola romantica e passionale. Se Il labirinto del fauno era ambientato qualche anno dopo la guerra civile, nella prima fase della dittatura franchista, lo speculare La forma dell’acqua – The Shape of Water si prepara a raccogliere i cocci di Camelot, del sogno kennediano.
Il legame tra le due pellicole è evidente, quasi simbiotico: il mostro, il Male, la favola, l’illusione e il sogno. Del Toro torna su territori già battuti, si affida per l’ennesima volta alle suggestioni del cinema del passato, alla Settima arte come possibile lente d’ingrandimento e chiave di (ri)lettura della Storia. Del Bene e del Male.

Una fragile eroina, un amore impossibile. Un amore anche carnale, passionale: Elisa è una Ofelia cresciuta, è una donna che non è destinata alle gabbie dorate e alla sessualità liofilizzata delle casalinghe messe in scena nei melodrammi familiari hollywoodiani degli anni Cinquanta e Sessanta. In questo spaccato degli Stati Uniti degli anni Sessanta, filtrato dalla vorace cinefilia di Del Toro (che ci dice apertamente che i suoi paladini sono creature partorite dalla Settima arte), Elisa è una scheggia impazzita, è una femme fatale insospettabile, è già oltre i diritti civili, oltre la rivoluzione sessuale, proiettata verso un mondo nuovo, altro. Un’eroina che trae la propria energia vitale dalla sala cinematografica, da pellicole come La storia di Ruth e Martedì grasso, dal musical, dal tip tap di riccioli d’oro – la celeberrima sequenza sulle scale con Bill Robinson, altro piccolo tassello del lungo e doloroso processo di integrazione.

La forma dell’acqua – The Shape of Water ed Elisa, come la creatura e il timido e talentuoso Giles, si nutrono di cinema classico, sono figli di uno splendore cromatico, immaginifico e narrativo intramontabile. Un humus culturale che si tramanda, che è fertile, che illumina le opere di cineasti come Del Toro, Spielberg, Jackson, Gray. Armato di budget corposi, mezzi tecnici e attori di talento, Del Toro combatte a suo modo la battaglia del grande cinema, del grande schermo, della magia della sala – emblematiche la sequenza dell’acqua che dal bagno arriva alla sala cinematografica, metafora di una nuova passione che inonda il vecchio cinema, e il piano di Elisa che svia gli sguardi indiscreti delle telecamere di sorveglianza, mezzi inadatti a riprendere un dio. L’home theater può aspettare.

La forma dell’acqua – The Shape of Water parte da Il mostro della laguna nera di Jack Arnold, si ammanta delle atmosfere noir di una spy story dai risvolti alquanto umani, imbocca le traiettorie amorose a suon di musical e plasma la sua favola sulla riuscita struttura de Il labirinto del fauno. Una specularità che ci regala l’efficace villain interpretato da Michael Shannon (l’ottuso Strickland, che vede crollare pezzo dopo pezzo le patriottiche e mascoline certezze), compagno ideale del terribile Vidal di Sergi López anche nelle derive grandguignolesche, ma che scricchiola in altri pur amabili refrain, come la voce narrante e un paio di soluzioni narrative qui meno calzanti.
Limiti anche evidenti. Certo. Ma noi siamo come Zelda. E il tip tap.

Enrico Azzano, da “quinlan.it”

 

 

 

In uno dei passaggi più belli di “The Shape of Water” vediamo la protagonista nuda e trepidante di fronte alla creatura marina di cui si è innamorata. Dopo aver consumato una prima notte d’amore e nell’accingersi a rinnovare i riti del nuovo accoppiamento, la donna sente che c’è ancora una cosa da fare affinché quell’unione si possa dire perfetta. Senza pensarci due volte chiude la porta del bagno e apre i rubinetti della vasca e del lavandino, permettendo all’acqua che ne esce di trasformare la stanza in una sorta di gigantesco acquario dove, finalmente, potrà gettarsi nelle braccia dell’altro. Senza entrare nel merito della sua riuscita, la sequenza ci permette di capire quale sia la maniera in cui Guillermo del Toro concepisce il suo modo di fare cinema. Prima che l’acqua diventi la vera protagonista di questa scena, la sensazione immediata è quella di guardare dei frame che non hanno bisogno di ulteriori aggiunte per esprimere l’unione d’intenti che si è stabilita tra i due personaggi. Eppure, nonostante l’evidente perfezione, Del Toro non è del tutto soddisfatto, poiché sente il bisogno di inserire un ultimo dettaglio, capace di esprimere con ancora più energia la passione generata da quell’incontro.

L’istinto di non sentire terminata la propria funzione e la percezione di averla soddisfatta dopo aver (letteralmente) immerso i protagonisti nel mondo che egli stesso ha creato è il medesimo che si produce nello spettatore quando assiste alla visione di “The Shape of Water”. Del Toro, infatti, non si accontenta di ammaliare lo spettatore, facendolo tornare bambino attraverso la ludicità di una vicenda (in costume) che mischia generi (non solo la fantascienza ma anche il thriller, l’avventura, lo spionistico e il sentimentale) e toni (leggero e drammatico, a seconda dei casi) per raccontare la storia di un amore impossibile. Con un procedimento uguale a quello teorizzato da Woody Allen ne “La rosa purpurea del Cairo”, il film di del Toro prende per mano il suo pubblico e lo accompagna all’interno dello schermo, catapultandolo in un mondo che risulta tanto più coinvolgente quanto maggiore è la forza con cui il regista spinge sull’acceleratore della fantasia e della meraviglia. Nel caso di “The Shape of Water”, per esempio, l’esistenza della struttura governativa in cui viene imprigionata la creatura (in tutto e per tutto simile a quella in cui venivano tenuti in cattività Hellboy e i suoi compagni), così come la serie di improbabili personaggi, a cominciare dal – come al solito – “cattivissimo” Michael Shannon, qui nella parte di un agente della Cia paranoico e razzista, all’estroso quanto sfortunato Giles, interpretato dall’inappuntabile Richard Jenkins, sarebbero un’ottima base di partenza per sbizzarrirsi in una narrazione originale e spettacolare. Ma del Toro, capace com’è di dare il meglio laddove altri andrebbero fuori giri, raddoppia la posta in palio, collocando la storia in un passato (gli Stati Uniti della guerra fredda) che gli permette di inventare un universo a misura del suo cinema. E quindi di promuovere la “diversità” – fisiologica (la creatura), sessuale (Giles), patologica (Elisa) – quale fattore di spicco del sua cinematografia. Oppure, di alimentare il romanticismo che spinge Elisa (Sally Hawkins, davvero brava a fare del suo corpo minuto una “testata d’angolo”) a lottare per il suo sogno d’amore, contornandola con i riferimenti di una cinefilia (da “Il mostro della laguna nera” a “La bella e la bestia”) che trova casa nella sala cinematografica (perennemente in funzione) situata nel piano sottostante l’appartamento della ragazza. Una contiguità che il film sottolinea con i numerosi piani sequenza in cui la mdp passa indistintamente da un livello all’altro dell’edificio, come a suggerirci di lasciarci andare e di non discernere più tra realtà e finzione. Inserito nel concorso ufficiale della 74 Mostra del cinema di Venezia, “The Shape of Water” è già adesso uno tra i film più belli di questa edizione.

Voto: 7,5 / 10

Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

 

 

 

Dopo qualche occasione sprecata, Guillermo del Toro torna al territorio che gli è più congeniale: quello in cui l’universo fiabesco si scontra duramente con una ben precisa realtà storica. Lo schema drammaturgico de Il labirinto del fauno, film che diede al regista messicano la notorietà internazionale, viene replicato anche in questo nuovo La forma dell’acqua, vincitore del Leone d’Oro alla 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. La vicenda è ambientata nell’America dei primi anni ’60, in piena Guerra Fredda. In un laboratorio di massima sicurezza, legato a ricerche sulle più avanzate tecnologie in materia aerospaziale, viene tenuta prigioniera una creatura anfibia catturata in Amazzonia. Il dramma evita di indugiare sulla spedizione che ha portato alla sua cattura e ha inizio dalla detenzione e dagli esperimenti che vengono condotti su questo mostro della laguna, una sorta di divinità che stravolgerà i destini di tutte le persone entrate in contatto con lui. Parallelamente, lo sguardo della macchina da presa trascina lo spettatore nella quotidianità ordinaria di Elisa (Sally Hawkins), la principessa senza voce, una ragazza che si occupa delle pulizie del laboratorio e che abita in un appartamento ubicato sopra un cinema. A tenerle compagnia è il suo migliore amico Giles, un disegnatore di manifesti solitario, un “relitto”, come si definisce più volte, interpretato da Richard Jenkins. Le giornate trascorrono simili, tra voli immaginari ed umiliazioni lavorative, fino a quando Elisa entra in contatto con la creatura anfibia e con la sua nemesi, Strickland (Michael Shannon), responsabile della sicurezza del laboratorio. Arrivato quasi in sordina nel corso della carriera dell’autore, La forma dell’acqua è uno straordinario omaggio ai monster movies della Universal con cui del Toro è cresciuto. L’ordinarietà degli scenari quotidiani viene più volte forzata, alla ricerca di quel quid magico che ne sta alla base. In un contesto del genere, del Toro abbraccia lo struggimento di una storia d’amore tra diversi che non cade mai nel patetismo né nella compassione. Nonostante l’eccentricità della costruzione scenografica e delle dolci note di Alexandre Desplat possano dar adito a rimandi all’universo cinematografico di Jean-Pierre Jeunet, La forma dell’acqua si attesta su un binario differente: quello della passione per un mondo da restituire tramite una serie di forzature e di cortocircuiti che evitano l’affresco autoreferenziale e privo di vita. È in questo mix di generi e di personaggi vigorosi che del Toro sviluppa la più tradizionale delle fiabe, quella che da Big Fish al già citato Il labirinto del fauno, fino ancora a Lady in the water, vede intrecciarsi personaggi di regni alieni scrivere storie d’amore con la pena e la sofferenza del loro sangue. Uomini e donne in grado di spingere lo sguardo al di là del loro Covington, verso un universo soltanto immaginato ma non per questo privo della possibilità di esistere. Nella speranza che la stessa magia possa essere replicata dagli spettatori all’interno di una sala cinematografica.

Matteo Marescalco, da “cinema4stelle.it”

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