Io sono tempesta

 

Il finanziere Numa Tempesta (Marco Giallini) gestisce un fondo da un miliardo di euro. Pieno di soldi, di carisma, fiuto per gli affari e pochi scrupoli nei rapporti umani, sta per avviare un grande progetto immobiliare in Kazakistan. Ma proprio al momento di chiudere le trattative con gli investitori internazionali, ecco che arrivano i conti dal passato. I suoi avvocati lo informano che dovrà scontare una condanna per frode fiscale: non in carcere, che gli avvocati sono riusciti ad evitargli, ma prestando servizi sociali presso un centro di accoglienza. Numa, una sorta di Scrooge all’italiana, dovrà quindi mettersi al servizio di chi non ha nulla. Tra questi c’è Bruno (Elio Germano), giovane padre che frequenta il centro con il figlio Nicola, in seguito ad un tracollo economico. Nella struttura, Angela (Eleonora Danco) affida a Numa diversi compiti di assistenza – compreso quello di tenere puliti i bagni comuni.

La trama di Io Sono Tempesta è ispirata a una vicenda che ha coinvolto Silvio Berlusconi, ma i risvolti attingono alla tradizione della commedia all’italiana. Il film è una parabola sulla situazione socio-economica del nostro Paese con la discrepanza tra ricchi e poveri. Numa è convinto di essere stato condannato ingiustamente poiché nella sua vita ha sempre lavorato – come ammette più volte nel corso del film. Marco Giallini ha tutte le caratteristiche per mettersi nei panni di Tempesta, un personaggio dal carattere ambivalente: desideroso di uscire al più presto da quel centro di accoglienza, non rinuncia ai suoi affari come un classico Paperon De’ Paperoni; alla base della sua infelicità, però, c’è quel rapporto col padre rimasto in sospeso e mai del tutto chiarito.

Per questo tra Numa e il piccolo Nicola (Francesco Gheghi) si instaura una sorta di legame, o di empatia: il bambino è lo specchio più razionale del film, e il personaggio meglio riuscito. Nicola comprende la sua precaria situazione economica, al contrario del padre Bruno più caciarone e frivolo. Le tre giovani psicologhe che saltuariamente intrattengono Numa, sono la sorpresa di Io Sono Tempesta: spigliate con quel tocco di ingenuità che diverte e intrattiene. Non convince invece Angela, che viene presentata come una donna troppo rigida, insopportabile e poco coerente con alcune scelte che compie nel corso della pellicola.

Daniele Luchetti con Io Sono Tempesta realizza una commedia dolce-amara sulla situazione economica degli italiani, focalizzandosi sulla mancanza di lavoro (causata in molti casi dalle persone rovinate dal gioco d’azzardo). L’approccio ironico alleggerisce i toni, regalando un retrogusto di cinismo alla vicenda. E alla fine siamo tutti Tempesta: ok l’ascolto e l’empatia, ma se le persone avessero un lavoro, si sentirebbero meglio.

Voto: 3,5 / 5

Verdiana Paolucci, da “filmforlife.org”

 

Parlare di divario sociale senza confinare i poveri in anonimi tinelli di casette di periferia si può. E si può anche evitare di demonizzare i ricchi, esaltandone l’intelligenza e l’intraprendenza ed evidenziandone fragilità, rapporti familiari irrisolti, inaspettata generosità. Fare insomma un cinema non realistico (o neorealistico o post-neorealistico) che però sia in grado di cogliere l’air du tempsnon è un’impresa irrealizzabile per chi guarda il mondo dall’obiettivo di una macchina da presa.
A dire la verità, non lo era nemmeno cinquanta/sessant’anni fa, quando le disgrazie, la fame e la ricerca della casa sono diventate oggetto di commedie amare, o quando, nel ’76, Ettore Scola ha diretto Brutti, sporchi e cattivi, che nel 2017 ha ispirato una variante non perfettamente riuscita ma linguisticamente originale intitolata Brutti e cattivi. Il disagio degli ultimi, insomma, non è passato solamente attraverso il cinema del dolore, ed è bene ricordarlo. Per Daniele Luchetti, però, è passato attraverso il “naturalismo drammatico” de La nostra vita, film sopraffino al quale Io sono Tempesta risponde con altri modi e altri toni: i modi e i toni dell’opera buffa innanzitutto, della farsa sociale, del potpourri di linguaggi, di suggestioni e di citazioni.

Complice la lunga gestazione, il film dei trent’anni di attività del regista di Domani accadrà è nato, lo sappiamo, come una riflessione su Silvio Berlusconicondannato ai Servizi Sociali ed è diventato un caleidoscopio di personaggi accomunati da arrivismo, disonestà, bassa statura morale. Il messaggio di Io sono Tempesta, in questo senso, è chiarissimo: nella nostra bella Italia, non si salva (quasi) nessuno, nessuno è virtuoso al 100%, tutti fanno affari (loschi) con tutti e chi ha più fiuto insegna a chi ne ha meno a trasgredire le regole con astuzia e savoir faire, grazie anche all’’informazione “spicciola” dei motori di ricerca.

Quello che invece nel film sulle prime è accattivante ma poi diventa nebuloso e caotico è il racconto che di una simile verità è dimostrazione. Il “cattivo ma non troppo” del nostro dell’affresco tragicomico ambientato fra un hotel di lusso e un centro di accoglienza si impone inizialmente come un personaggio a fuoco, che con la sua ironia sorniona infonde energia a un coro di senzatetto dalla discreta dignità a cui dà notevole freschezza l’autenticità tipica dei non attori. Ma poi, questa variegata umanità, in cui spicca il padre di famiglia Bruno dalla temperatura emotiva alta, sale su una giostra impazzita dove i cavalli sono Bertolt Brecht, il cinema USA delle commedie come Una poltrona per due, addirittura lo Stanley Kubrick di Shining.

Sulla giostra Luchetti si diverte un mondo, non c’è dubbio: si diverte a spiazzare chi si aspetta una qualche forma di redenzione per il luciferino Numa e perfino chi confida in un naturale approfondimento di almeno uno dei protagonisti. E invece, fra le mille sfumature di grigio, fra serate in piscina vagamente felliniane e la comicità dell’assurdo di discorsi di prostitute dal cuore d’oro, non c’è grande scavo psicologico, la trama si sfilaccia, i personaggi perdono di tanto in tanto mordente e la vicenda si snoda seguendo tappe ora improbabili ora un po’ scontate. E se Marco Giallini aderisce perfettamente a un personaggio costruito su di lui e quindi nuovo a metà, l’ottimo Elio Germano, che pure è portatore di una commovente tenerezza, non riesce a reggere sulle proprie spalle il destino di un film che si accartoccia su se stesso, correndo verso un finale sì inaspettato, ma che non è né catartico né spietato come forse doveva essere, vista la generale perdita dell’innocenza. Ma evidentemente Daniele Luchetti, che è un regista che ama l’umanità che descrive, non aveva voglia di congedarsi da Numa e dai suoi nuovi amici punendoli oppure trasformandoli con malcelata soddisfazione in mostri. Peccato…

Laddove invece Io sono Tempesta piacevolmente sorprende è nella messa in scena e nelle scelte di regia. E’ un luogo suggestivo, per esempio, l’albergo con piscina sulla terrazza in cui dimora l’imperatore del denaro che ha il nome di un antico re della città eterna. E’ ben illuminato, e magnificamente ripreso in campi lunghi, e a entrarci ci sentiamo ammaliati e spaesati, e sospesi, sospesi come la notte che per il protagonista è il tempo della veglia. Grande attenzione è rivolta anche ai costumi, alle pellicce di Numa che lo avvicinano all’Eddie Murphy de Il Principe cerca moglie e ai pigiami con gatti che l’uomo d’affari regala a Bruno e a suo figlio, che li indossano per dormire in un sacco a pelo e, compiacendosene, si dimenticano per un attimo di non avere un tetto.

E’ in scene come questa che il film felicemente si acquieta e ritrova un suo significato, che poi coincide con uno sguardo incantato rivolto alla vita, lo stesso sguardo incantato che rimanda proprio a quel neorealismo da cui il regista ha voluto potentemente allontanarsi ma che poi, magari inconsapevolmente, ha riacchiappato per la coda.

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

 

Possono venirne in mente tanti, di nomi. Specialmente uno. Ma Daniele Luchetti, escogitando Io Sono Tempesta (in sala dal 12 aprile, durata 97’) non è così banale; e puntando su un personaggio centrale, il Numa Tempesta recitato in maniera calda e voluminosa da Marco Giallini che ne mastica sfumature e caratteri, allarga lo spettro all’assortita umanità della vita italiana.

Ricchi e poveri, tutti furbi all’occorrenza (cioè quando se ne presenti l’occasione), in una commedia sociale disciplinata, mobile e ricreativa, agìta con le cadenze giuste, dove anche gli attori, evidentemente ben diretti, riescono a trovare le giuste misure di espressività.

Una naturale propensione per l’esorbitanza

Chi è Numa Tempesta? Il film lo inquadra subito. Un imprenditore di disponibilità finanziaria apparentemente inesauribile, votato alla mega-edilizia, sguazzante com’è ovvio negli agi, amico di politici e potenti. Nel mirino, sempre, il profitto cospicuo, non importa se ottenuto con qualche “accorgimento” peraltro consumato in una naturale propensione all’esorbitanza, dunque senza la piena consapevolezza del dolo.

Dall’espiazione al più munifico protagonismo

Si fatica a inquadrarlo come un disonesto. Perché non ne ha i modi sbrigativi, sgraziati e prepotenti, tutt’altro; anzi è pure amabile e divertente nel suo farsi largo ovunque e generosamente a colpi di denaro. Proprio come gli succede quando, per via d’un guaio fiscale, viene condannato e assegnato ai servizi sociali: dove interpreta a modo suo un ruolo che dovrebbe essere di umile espiazione e invece diventa, tra homeless e disperati d’ogni risma, veicolo di brillante e sempre munifico protagonismo. Facendo presa su quei desperados che, dopo una preliminare comprensibile diffidenza, trovano in lui il mezzo per riscattarsi. In un modo o nell’altro.

Gli equilibri narrativi e comici della sceneggiatura

Il finale, che non va naturalmente svelato, sospende, per così dire, il giudizio sui comportamenti di ciascuno. Al proposito verrebbe voglia di riassumere tutta la faccenda evocando il Vangelo (“chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”); o Gioachino Rossini (L’occasione fa il ladro). Poi magari funziona meglio, in termini di congruità, il motto di Tempesta “tutto è legale finché non ti beccano”. Sta di fatto che il film, operando su una sceneggiatura attenta agli equilibri narrativi e comici (la firmano, con Luchetti, Giulia Calenda Sandro Petraglia),  riesce a stabilire una sua morale senza abbandonarsi ad un segaligno moralismo giustizialista, divertendo e ovviamente orientando le simpatie dello spettatore verso il protagonista.

A Tempesta si affiancano, in una coralità molto presente, diverse sàpide caratterizzazioni: Il Greco (Marcello Fonte), Boccuccia(Franco Boccuccia), Paola (Paola Da Grava), Domitilla (Federica Santoro), Ballerina (Pamela BrownIngegnere (Luciano Curreli), Blake (Jean Paul Buana), Slavo (Stayko Yonkinsky), Mimmo (Mimmo Epifani). E le tre “Radiose”, inappuntabili studentesse di giorno, accompagnatrici di notte: Radiosa(Simonetta ColumbuKlea (Klea Marku), Mimosa (Sara Deghdak).

Claudio Trionfera, da “panorama.it”

 

Dopo Chiamatemi Francesco – film che raccontava la giovinezza di Papa Bergoglio – Daniele Luchetti torna alle (più congeniali) atmosfere della commedia sociale con Io sono Tempesta, titolo di per sé già abbastanza “programmatico”.

Tempesta è Numa, Numa Tempesta, un affarista senza scrupoli che gestisce un fondo da un miliardo e mezzo di euro e abita da solo nel suo immenso hotel deserto, passando le notti insonni.

In ballo ha un nuovo progetto da milioni di euro in Kazakistan, ma – inaspettata – la legge torna a chiedergli il conto: condannato in via definitiva per una vecchia frode fiscale, Tempesta deve scontare un anno di pena ai servizi sociali in un centro di accoglienza.

Qui, per la prima volta nella sua vita, dovrà mettersi a disposizione di chi non ha nulla. E incontra Bruno, un giovane padre che ha perso tutto dopo la separazione con la moglie, tranne il figlio preadolescente Nicola, che è rimasto a vivere con lui.

Scritto insieme a Sandro Petraglia e Giulia Calenda, il film di Luchetti – che a quanto pare prende le mosse dalla vera notizia di qualche anno fa, con Silvio Berlusconi condannato ai servizi sociali – si sposta ben presto sul terreno della farsa e trova nella felice performance dei suoi due protagonisti, Marco Giallini ed Elio Germano, il primo punto a favore di una commedia che pur non raccontando nulla di nuovo si lascia vedere con gusto.

Non tanto, non solo, per la (facile) contrapposizione tra il ricco senza scrupoli e un padre senza più nulla, tra un uomo senza nulla a parte i suoi soldi e le sue ricchezze e un altro, indigente sì, ma ancora amato, quanto piuttosto per l’intelligente e oculata scelta di casting che mescola gente presa dalla strada (tra tutti, Franco Boccuccia, già visto nel recente Il più grande sogno di Michele Vannucci) ad attori professionisti.

Certo, i richiami a certe situazioni e/o dinamiche già percorse dal nostro cinema più glorioso non mancano (Brutti sporchi e cattivi torna alla mente più volte, e come non pensare anche a Un povero riccocon Renato Pozzetto?), ma non latitano nemmeno ottimi momenti di comicità pura, dati appunto dalla verve e credibilità dei comprimari “poveri”. Che, a dispetto di qualunque luogo comune politically correct, sapranno dimostrare di essere più “fiji de ‘na mignotta” del loro inaspettato “maestro di vita”.

Nel cast anche Eleonora Danco (che nel 2015 ci sorprese positivamente con N-Capace), è Angela, la direttrice del Centro di accoglienza e Simonetta Columbu (è Radiosa, giovane escort che studia da psicologa), figlia di Giovanni Columbu, regista del bellissimo Su Re.

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Avete presente quando la primavera è ormai alle porte, è domenica, non vedete l’ora di andare a pranzo al mare per assaporare uno spaghettino alle vongole (che continuate a sognare da giorni) e arrivati a destinazione vi viene detto che le vongole sono finite e dovete accontentarvi di un altro piatto?!

Beh, forse la metafora del cibo potrà sembrare un po’ azzardata ma la sensazione provata all’uscita dall’anteprima del nuovo film di Daniele Luchetti è stata pressappoco la stessa.

Ed è un vero peccato, perchè sebbene il titolo risuoni imponente come un cataclisma, i 2/3 del film funzionino alla perfezione e il cast sia di tutto rispetto, l’ultima pellicola del cineasta romano lascia in bocca il tipico sapore amaro di quello che poteva essere e non è stato.

La commedia, strutturata nei classici tre atti, ruota intorno alla figura dell’imprenditore Numa Tempesta (interpretato da Marco Giallini) che come uno tsunami innarrestabile sconvolge e avvolge le vite di tutti coloro che malauguratamente si trovano sulla sua strada. Nel caso specifico, un gruppo di “poveri Cristi” tra cui l’ambiguo Bruno (Elio Germano), con cui il mago dell’alta finanza sarà costretto a relazionarsi, per un intero anno, a causa di una vecchia condanna per evasione fiscale, e verso i quali dovrà dimostrare di provare empatia.

Il film, come dichiarato dallo stesso Luchetti durante la conferenza stampa, è stato cucito addosso a Giallini, al quale non è stato chiesto di somigliare a qualcuno in particolare (magari a Berlusconi, la cui condanna ai servizi sociali di qualche anno fa ha ispirato la sceneggiatura) ma di portare in scena un personaggio libero da ogni modello, che rappresentasse una sintesi tra un capitalista contemporaneo e un cialtrone.

I grandi temi affrontati sono: il denaro e lo squilibrio sociale, che il regista tratta con una certa maestria e con un tono diverso dal solito.

Lo sguardo di Luchetti è paritario nei confronti di tutti i suoi personaggi, che non vengono giudicati nè incasellati nelle classiche e banali definizioni di poveri/ buoni e ricchi/cattivi, ma semplicemente amati per la loro genialità e corruttibilità.

Manuela Saraceno, da “moviedigger.it”

 

 

Con “Io sono tempesta” Daniele Luchetti sorprende tutti con una commedia che supera qualsiasi aspettativa. Nessuno riuscirà a prendere davvero una posizione davanti a questo mosaico eterogeneo di personaggi, perché non c’è spazio per nessun tipo di morale.

Io sono Tempesta: oltre ogni stereotipo

Tante (e troppe) volte si è portato sul grande schermo il grande divario tra ricchi e poveri e troppo spesso questo divario ha comportato una serie di stereotipi: da un lato, il ricco borghese è stato mostrato come avido, senza cuore e egoista; d’altro canto, si è sempre presa la parte del povero, che custodiva una profonda bontà d’animo. In “Io sono Tempesta”, al contrario, Luchetti supera qualsiasi stereotipo e ci mostra l’essenza umana per quello che (purtroppo) è: ogni personaggio è sullo stesso piano e nessuno è contraddistinto da particolari etiche nobiltà.

Numa Tempesta è un imprenditore divertente, divertentissimo anzi, abile come nessuno a portare tutti dalla propria parte. La sua è una vera e propria arte di seduzione. Come ogni uomo ricco che si rispetti, ovviamente, non è certo privo dei propri fantasmi: primo fra tutti il difficile rapporto con il padre, che addirittura non lo fa dormire la notte. Sull’altro versante abbiamo Bruno, suo figlio Nicola e tutti i cosiddetti utenti del centro di accoglienza che ci aspetteremmo essere contraddistinti da particolari qualità caratteriali, come l’empatia e la comprensione. Al contrario nulla distingue Numa da Bruno, se non i propri averi; psicologicamente sono esattamente la stessa cosa. Lo dice lo stesso Bruno: “Le uniche differenze tra me e te sono le opportunità che abbiamo avuto“.

“Io sono Tempesta” arriva dritto allo spettatore anche e soprattutto per i due interpreti principali, Marco Giallini ed Elio Germano, che caratterizzano i propri personaggi in maniera magistrale, costruendoli e tipizzandoli senza mai risultare banali. Quasi ci affezioniamo a loro, insieme a tutto il resto del gruppo e forse anche per questo non riusciamo mai a prendere una posizione.

Io sono Tempesta - scena

Io sono Tempesta: un finale senza riscatto

Il lungometraggio di Luchetti si distanzia molto dal classico tono dei suoi precedenti lavori. Non troviamo, infatti, il dramma tipico di “Mio fratello è figlio unico” o “La nostra vita”. Nonostante ciò, il regista riesce in maniera originale a farci riflettere con una commedia tradizionale (che finisce apparentemente al meglio) che, però, a ben vedere lascia su di noi un amaro sorriso.  Il finale di “Io sono Tempesta” è davvero un happy ending tipico delle commedie? Difficile rispondere, ma forse l’intento di Luchetti era proprio porre questa domanda e provocare altri innumerevoli interrogativi negli spettatori. Non solo: il regista arriva a decostruire qualsiasi forma di ottimismo nei riguardi delle difficoltà perché, alla fin fine, ci si chiede se la via di salvezza di Bruno sia davvero la migliore.

D’altronde ognuno coglie il riscatto che crede più opportuno, chi per dormire meglio la notte e chi per poter istruire il proprio figlio. Una cosa è certa: non c’è quiete dopo Tempesta.

Claudia Pulella, da “ecodelcinema.com”

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