Il vizio della speranza

 

La speranza a Castel Volturno, fra il mare sporco e increspato e il fiume scuro e limaccioso, è un vizio, un lusso da ricchi, un gesto rivoluzionario che sottintende una possibilità di cambiamento, un fuori-pista o una stradina secondaria da percorrere lontani da quelle pozzanghere nelle quali una ragazza con la camminata da uomo e un pitbull al guinzaglio (e un cappuccio in testa per schermarsi dal mondo) cammina a grandi passi nonostante i pantaloni aderenti. La ragazza, Maria, è una bambina violata nel giorno della prima comunione e salvata da annegamento, è una figlia della disperazione e di una madre catatonica, è un’anima allapparenza persa che si muove instancabilmente in un anti-inferno, in un limbo coperto di rifiuti dove la gente aspetta che un giorno finisca e ne ricominci un altro identico al precedente.

Questo limbo Edoardo De Angelis lo racconta d’inverno, un inverno rosso come le luci di una vecchia insegna e di una giostra in disuso, blu come la notte e bianco come il cielo in certe giornate senza sole. E’ durante un inverno che qualcosa cambia nell’insignificante routine di un Caronte in gonnella e dai lunghi capelli bruni. Già, perché con il traghettatore di anime dell’antica mitologia greca la nostra eroina senza trucco ha in comune frequenti navigazioni a bordo di un’imbarcazione di fortuna, solo che ne Il vizio della speranza il nocchiero trasporta donne innocenti anziché dannati, per la precisione madri sul punto di partorire che non vedranno mai i loro bambini, che saranno venduti a chi un figlio non può averlo e può comprarselo. Ecco, proprio come in Indivisibili, il regista campano sceglie di concentrarsi sullo sfruttamento del corpo femminile, che da fenomeno da baraccone diventa prezioso involucro, contenitore riempito e poi svuotato e di nuovo riempito una, due, cinque volte, finché c’è tempo, finché non arrivano gli assistenti sociali o non sopraggiunge un tumore che strappa via la vita, finché la complice per eccellenza di questo orrore malavitoso non si ravvede, non alza la testa, non comincia a coltivare, appunto, il vizio della speranza.

Il film di De Angelis narra le conseguenze di questa presa di coscienza in seguito a una prodigiosa scoperta, e si sofferma su un viaggio verso il calore, sul distacco dal male – rappresentato da una zia ingioiellata che somiglia alla più infame strega delle favole – per raggiungere il bene, individuato nell’unico uomo buono che abita il purgatorio nel quale la vicenda si svolge. E tuttavia, nonostante l’ancestralità del mondo descritto e dei personaggi che lo popolano, è tutto reale quello che Edoardo De Angelis ci racconta con il suo personalissimo stile. La maternità surrogata è davvero l’ultima diabolica invenzione della Camorra, e Castel Volturno non è un’amplificazione grottesca della realtà.

No, nel quarto lungometraggio del regista di Mozzarella Stories quel “luogo di confine” multietnico non è un’attrazione horror di un dismesso parco a tema, è l’Italia, la “nostra povera Italia, sconfitta, derelitta ma pulsante, pulsante di vita, di una nuova vita che grida: “ci sono anche io!”, nonostante gli stracci, la sporcizia e un parto che potrebbe concludersi con la morte. Edoardo de Angelis filma il suo angolo di litorale Domizio utilizzando un linguaggio visivo a volte crudo e a volte evocativo, e non staccandosi quasi mai dalla moglie Pina Turco, futura madre-coraggio che alla disperazione preferisce la grinta e che ha lavorato di sottrazione così come le eccellenti Marina Confalone e Cristina Donadio. E come Massimiliano Rossi, che in un’invocazione alla Vergine Maria arricchisce il film significati simbolici e allegorici.

C’è tanto ne Il vizio della speranza, che ci è sembrato meno a fuoco di Indivisibili, ma più potente, in primis perché sorretto da un “robusto” personaggio principale che lo contamina felicemente con la sua feroce energia, e poi perché accompagnato dalla meravigliosa musica di Enzo Avitabile. Fra suoni tribali, aperture orchestrali e ballate napoletane, la sua colonna sonora è l’elettrocardiogramma del film, un film che scava dentro e che fa male, ma che ci riconcilia con la vita e con la Terra, la Terra che, guarda caso, è femmina. Proprio come il pitbull di Maria.

Voto: 4 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

 

Due anni dopo il boom di Indivisibili, vincitore di sei David di Donatello e sei Nastri d’Argento, il 40enne Edoardo De Angelis ha realizzato il suo 4° lungometraggio, Il Vizio della Speranza, presentato in anteprima mondiale al Festival di Toronto e ora in cartellone alla Festa del Cinema di Roma. Leggenda narra che all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove già Indivisibili era stato inspiegabilmente relegato nella sezione “Giornate degli Autori”, Alberto Barberaavrebbe nuovamente negato il Concorso a De Angelis, proponendogli una sezione minore, tanto da portare il regista campano a scegliere prima il Canada e ora la Capitale.

Eppure Il Vizio della Speranza avrebbe abbondantemente meritato la possibilità di correre per il Leone d’Oro, avendo pienamente ribadito le straordinarie qualità narrative ed espressive di De Angelis, tornato nuovamente a Castel Volturno, in provincia di Caserta, per dar vita ad un mondo disumano, quasi post-apocalittico, bagnato dal fiume e dal mar Tirreno. Maria, interpretata da una straordinaria Pina Turco, 34enne già apprezzata ne La Parrucchiera, vive un’esistenza priva di desideri. Cappuccio di lana in testa e pitbull al guinzaglio, naviga tra le acque di una realtà criminale e disperata, prendendosi cura di una madre dolce ed eternamente assonnata e al servizio di un’ingioiellata ‘zia’, a capo di una losca tratta di schiave.

Moderna Caronte, Maria (nome tutt’altro che casuale) traghetta donne incinte lungo il fiume, conducendole tra le braccia di medici corrotti, lontane da quei neonati già venduti al miglior offerente. Eppure qualcosa cambia, nella grigia quotidianità di questa donna che odia le proprie nudità, tanto dall’essere disposta a tutto pur di cullare quell’apparentemente irragiungibile mito che si chiama speranza.

E’ un film dalla potenza disarmante, Il Vizio della Speranza di De Angelis, grandioso nel pennellare mostruosità ai confini della realtà, in una Campania dal cielo carico di lacrime, macchiata dal fango e perennemente cupa. Un inferno in Terra in cui co-abitano regolari e irregolari, prostitute e pescatori, camorristi ed emarginati, peccatori e fuggitivi. Il regista non concede premesse ne’ spiegoni, facendo immediatamente piombare lo spettatore tra questi corpi sudici, pieni di cicatrici e disperazione. Mamma è chi partorisce, ma anche chi desidera un figlio, chi lo cresce, rimarcano in più occasioni queste (ma)donne ai margini di una società che sembra di fatto estinta, implosa.

Argomento delicato e quanto mai attuale, visto attraverso le lenti di quella malavita organizzata che si approfitta di derelitte bisognose di denaro per sopravvivere. Fino alla prossima gravidanza. Massimiliano Rossi, visto anche in Indivisibili, ritrova De Angelis per indossare gli abiti di un ex giostraio rovinato dal chiacchiericcio, unica traccia di umanità in un luogo spettrale colorato unicamente dai neon, mentre Cristina Donadio dimentica i gomorriani panni di Scianel per spogliarsi di quelle sicurezze diventare ora fragilità e un’irriconoscibile Marina Confalone, 4 volte trionfatrice ai David, torna finalmente in sala nei panni di una venditrice di infanti.

Attorno a queste ambigue figure volti marchiati dalla disperazione e ‘abitazioni’ fatiscenti, sporche e pericolanti. Un non-luogo che il regista trasforma in straordinario set a cielo aperto, eccedendo solo nel finale con un ingombrante lirismo che lascia sorprendentemente strada ad un briciolo di illusione, ad un raggio di sole tra nuvole pregne di cronico pessimismo.

Voto: 7,5 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Come se Indivisibili fosse stata una prova generale adesso Il Vizio della Speranza riprende e migliora le storie di quel mondo ai margini da tutto, evidentemente campano ma mescolato all’Africa, ai culti misterici e ad una marginalità che non ha eguali nel nostro paese. Cinema e tv da Gomorra in poi sono innamorati dei dintorni di Napoli che ci vengono mostrati come luoghi fuori dal mondo, universi a parte con le loro regole (e per questo affascinano perché sono il nostro west) ma quello che Edoardo De Angelis mette in scena qui è un passo più in là del consueto: è la Louisiana.

Al contrario di Indivisibili (che certamente aveva potenzialità superiori a questo film, una sceneggiatura pazzesca e purtroppo una messa in scena, indecisa, titubante e incapace di sfruttarne i punti di forza) qui De Angelis non si risparmia, non fa compromessi e sposa quel mondo fino in fondo. Stavolta la colonna sonora, gli attori e gli spostamenti sono tutti in linea, dipingono un universo coerente di pioggia e palude, rifiuti di plastica e legno accatastati, reti di metallo e un freddo umido che esce dallo schermo ed è più importante e decisivo di qualsiasi battuta. Enzo Avitabile fa un lavoro degno del suo nome creando una colonna sonora tanto afronapoletana quanto i personaggi, immigrati di prima e seconda generazione che conducono affari lerci sotto l’egida della Napoli tradizionale e di una donna che tutto controlla. Si vendono clandestinamente neonati portati in grembo da donne sfruttate e c’è da controllare che nessuna gestante fugga. Capiterà però che proprio questo secondino di palude, che si muove con una barchetta a motore lungo canali orrendi, rimanga incinta e non voglia né abortire né dare via il suo bambino. Fuggirà.

Seguiamo tutto dal terzo mese in poi, scandito con il numero di settimane di gestazione e, come nel cinema italiano più tradizionale che sposa il cinema d’autore più moderno, la fuga è una maniera per guardare questo mondo, per esplorarlo tutto a mano a mano che la protagonista si muove in questa Louisiana che poi è Castel Volturno.
Ogni ruolo tradizionalmente affidato agli uomini è in realtà interpretato da una donna e viceversa. È donna il boss della mafia, sono donne quelle che fanno il lavoro sporco e picchiano per conto suo, ed è uomo la parte sentimentale, dolce e tenera della storia. E siccome i ruoli sono invertiti anche le dinamiche sono diverse, meno violente e spietate di quelle cui siamo abituati ma non per questo gentili e tolleranti, non per questo più sane. Anzi.

Il Vizio Della Speranza parte dall’idea che la speranza sia un male da cui, per una deformazione non sappiamo staccarci e infatti la protagonista nonostante le abbiano detto che per traumi subiti quasi sicuramente morirà nel dare alla luce il bambino, non si arrende, lo vuole. E non ha bisogno di dirlo. Ha un grugno fisso, faccia cattiva, espressioni dure e parole pochissime (preferibilmente nessuna). Che lo vuole lo capiamo perché scappa o perché guarda da un’altra parte quando le parlano. Reazioni da cinema virile.

E se il suo viaggio non è il massimo e la conclusione sarà un po’ scaldacuore (obiettivamente si poteva fare di più con gli incontri e gli intrecci), è quel mondo e quella maniera di filmarlo a vincere, con le percussioni di Avitabile che accompagnano la barca come bassi costanti, con le baracche cajun in cui vivono africane con figlie storpie e mentalità da pappone, con un parco giochi in disuso e la brace sotto la pioggerellina che sembra non finire mai.
Esista o non esista questa realtà De Angelis l’ha costruita per lo schermo e l’ha resa più che reale: l’ha resa cinematografica. Le ha dato profondità di pensiero e riferimenti iconografici, ha trovato lì la Louisiana e con quest’associazione tra luoghi lontani ha detto qualcosa che a parole non si può ridurre ma ad esperirla sullo schermo è chiarissima.
In tutto questo, una volta tanto, quel che accade è secondario.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

Il film Il vizio della speranza, di Edoardo De Angelis, con Pina Turco, presentato alla Festa del Cinema di Roma, è una metafora sulla rinascita, sul senso della speranza e sulla forza di andare avanti.

Una vita difficile

Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis, presentato alla Festa del Cinema di Roma, racconta la storia di Maria (Pina Turco), una donna che vive circondata dai problemi e dalla miseria, tra una madre malata (Cristina Donadio), che lascia che la vita le scivoli addosso, e un lavoro per una ricca madame (Marina Confalone), donna cinica e vittima dell’eroina. Maria traghetta prostitute incinte per sopravvivere, costringendole così, un giorno, ad abbandonare i propri figli. Lei ha perso la speranza, quella di essere felice, di avere una vita diversa e di sentirsi viva, ma una notizia inaspettata riaccende questa possibilità. Maria si riscopre abbastanza forte da inseguire questo barlume di luce, contro qualsiasi pericolo e difficoltà.

Maschere

Il vizio della speranza parte subito con forte intensità, una scena d’apertura potente e inquietante trasporta lo spettatore sulle rive del Volturno, un luogo senza tempo, dimenticato dal mondo, dove si vive di stenti, circondati dal degrado. È qui che vive Maria, una donna che si nasconde dietro l’insensibilità e la rassegnazione, che non lotta per se stessa né per gli altri e che fa il minimo indispensabile per sopravvivere. Maria non ha nulla da perdere se non il lavoro che fa, un lavoro terribile che sembra non toccarla minimamente. Ma l’ottima interpretazione di Pina Turco, dietro quegli sguardi seri e duri, lascia intravedere una persona che vorrebbe semplicemente avere una motivazione per combattere.

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Demi Licata e Pina Turco in una scena del film Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis

Semplicità e meraviglia

La ragione di vita che cerca, inconsapevolmente, Maria, non deve dipendere da sua madre, dalla donna per cui lavora, né dalle ragazze che traghetta, ma da lei stessa, solo ed esclusivamente da lei. È una possibilità a cui Maria non crede più, è rassegnata, ecco che quando la speranza si riaccende con l’inizio di una gravidanza, è presa alla sprovvista. È una gravidanza ad alto rischio, non si sa chi sia il padre, non può mantenere un bambino o perdere il lavoro. Ma come se non bastasse Maria infrange un’altra regola ancora, così da avere un motivo in più per fuggire.

Un fiume che scorre inesorabilmente 

La fuga si riduce ad una riva all’altra di un luogo grigio e freddo, dove non sorge mai il sole, dove sopravvive solo chi supera l’inverno, una sorta di natura matrigna che con ferocia imprigiona l’uomo, sottoponendolo a qualsiasi tipo di prova. In un immaginario quasi post-apocalittico Edoardo De Angelis mostra una realtà a cui si preferirebbe non pensare, un luogo che sembra difficile esistere davvero. Ma il film Il vizio della speranza è fin troppo realistico, come lo è il traghetto della anime dannate, immagine che rimanda all’Inferno di Dante dove, inizialmente, tra Maria e Caronte non c’è grande differenza.

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Pina Turco in una scena del film Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis

Una duplice nascita

La gravidanza di Maria riaccende la speranza in lei e nelle persone da cui lei decide di andare, una volta scappata. Sono ragazze con cui un tempo ha condiviso un destino che ha deciso di rifiutare, felici per la sua gravidanza che la accolgono e la aiutano. Attraverso di loro Maria entra in contatto con Carlo Pengue (Massimiliano Rossi) che, in una delle scene più intense del film, il loro confronto rimanda ad un episodio del passato, un’insospettabile connessione tra i due che, inevitabilmente, li rende vicini anche se sconosciuti, fino a un attimo prima.

Un preciso realismo

Il vizio della speranza, magistralmente scritto e diretto, rappresenta il tema della rinascita, della ricostruzione e del dare la vita, e lo fa con forza, coraggio, con scene crude e dure, ma vere e reali. Scene cupe e scure, con colori freddi, caratterizzate da una grande simmetria, dal numero tre che ritorna sempre, altro riferimento dantesco, quasi ad abituare lo spettatore che, pian piano, si immedesima sempre di più in quel mondo. Edoardo De Angelis sembra operare anche un esercizio di estetica, con scene straordinarie, anche se slegate dalla narrazione, in cui la bellezza delle immagini è perfettamente in linea con l’ottima colonna sonora. È senza dubbio un film che rimane, perché lascia qualcosa come la riflessione sul tema della nascita e della rinascita, universalmente riconosciuto parte fondamentale della vita umana.

Voto: 3,5 / 5

Giorgia Terranova, da “spettacolo.eu”

 

 

Maria ha un cane e una vita dannata. Ripescata in mare come un rifiuto, è cresciuta marcata da un abuso sessuale che le ha scalfito il volto e privato il ventre della capacità di generare. Figlia di una madre alienata e braccio destro di una pappona tossicomane, Maria traghetta povere anime sul Volturno, prostitute nigeriane che affittano l’utero per sopravvivere e ingrassare la loro miserabile padrona. Un giorno la fuga di Fatima, che vuole tenere per sé il suo bambino, e la scoperta di una gravidanza inattesa, scuotono Maria dal profondo. Incinta e in fuga, dopo aver ritrovato e liberato Fatima, Maria prende coscienza di un bivio e sceglie il mare, la vita.

A Castel Volturno non ci sono più i nomi delle vie. Le targhe sono state cancellate, le strade dissestate, le case sventrate. In questa stazione balneare fantasma, a nord di Napoli, da troppo tempo nessuno raccoglie più la spazzatura, la posta è chiusa, la scuola, la chiesa e il commissariato pure.

A Castel Volturno non c’è più il diritto, non c’è lo Stato. La metà degli abitanti sono clandestini africani che occupano stabilimenti degradati in cui prospera, col traffico di cocaina e la prostituzione, una nuova schiavitù: la maternità surrogata. Una gestazione per altri che mutua le donne in contenitori, privandole della dignità, della libertà, della maternità.

In questo luogo moribondo, bagnato dal Volturno e infestato da orrore ordinario, Edoardo De Angelis pianta come un fiore la speranza. Al cuore di un décor crudo e dentro giorni che si avvicendano e si assomigliano, c’è Maria, colpevole, complice, vittima. Infinitamente sola, Maria sembra aver preso tutta l’ombra del mondo, è una marginale, sociale ed esistenziale, che non segue nessuno progetto di felicità fino al giorno in cui trova nella fuga di una ragazza più disgraziata di lei e nell’incontro con un giostraio l’occasione e l’opportunità di osservare le cose della vita da un angolo diverso. La prospettiva dell’umanità.

Caronte impassibile di anime gravide e di un crimine mascherato e venduto come atto d’amore, Maria si scopre improvvisamente incinta e sente crescere col ventre il bisogno di essere migliore, di cercare una forma di moralità. Con pudore e discrezione, De Angelis fruga sul volto della sua protagonista, che ha la solidità terrena di Pina Turco, e porta a galla la sua anima. Senza bisogno di ricorrere a colpi di scena, a sentimenti divoranti, a trucchi drammaturgici sfacciati.

Voto: 3 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

Lungo il corso martoriato del Volturno, la speranza sembra non avere diritti e possibilità. Maria, con un segreto tragico alle spalle e una famiglia praticamente allo sfascio, gestisce attivamente un traffico di neonati guidato da un’anziana boss eroinomane, che parla con la saggezza degli spietati. Anche lei si chiama Maria, ma si è conquistata sul campo il titolo onorifico di Zia e sembra essere il controcanto oscuro della protagonista, lo specchio del suo destino, ciò che diverrà alla fine, nella prossima notte dei tempi. È solo la prima delle tante moltiplicazioni “mariane” del film di De Angelis, tra Vergini, signore di Fatima, madri addolorate e immacolate concezioni. Del resto, nel culto popolare campano le Madonne sono ben sette, son tutte sorelle che condividono le pene del mondo nella compassione e moltiplicano il potere liberatorio della fede, fino all’apoteosi della Madonna Nera di Montevergine, la Mamma Schiavona che già la dice lunga su cosa sia la questione del colore da queste parti.

Ecco, come già mostrava in IndivisibiliDe Angelis sa bene che qui la religione è un affare strano, in cui la durezza dei dogmi e delle regole si dissolve nella vitalità residuale delle tradizioni, in cui la dottrina affonda nei bradisismi dell’antropologia e devia nelle traiettorie eccentriche ed eretiche delle devozioni e delle superstizioni. Fino a scomporre le trinità, a moltiplicare la sacra famiglia nelle evoluzioni incontrollate delle ibridazioni, dei traffici (legali e non) della Storia e delle credenze. La fede, qui, segue i cicli di una liturgia bastarda, si esprime in un linguaggio impastato, magnificamente “confuso”, come quello delle straordinarie musiche e canzoni di Enzo Avitabile che – non si sa più se in napoletano o in qualche lingua africana – ancora una volta punteggiano e dettano i ritmi del cinema di De Angelis.

Ma se nel film precedente, questo gorgo del sacro rappresentava il contesto in cui si muovevano le gemelle siamesi, lo scenario di fondo che giustificava la loro esposizione iconica e, d’altro canto, la loro ossessione per una magica resurrezione dei corpi, ora, ne Il vizio della speranza (Premio del Pubblico alla Festa del Cinema di Roma) diventa il cuore, il centro stesso della questione. Al punto che la storia costruita da De Angelis e Umberto Contarello si mostra sin da subito come un’allegoria evangelica, una Natività rinnovata in cadenze ethno e calata, per opera e virtù dello spirito santo, nella desolazione di una terra di fuochi. E, per questo, sconta e paga tutti i rischi dell’allegoria, con il sovraccarico dei simbolismi, con le inverosimiglianze da mandar giù con un atto di fede, le semplificazioni da parabola. Del resto De Angelis non ha la purezza e la potenza “da naïf” di un Sergio Citti (tanto per dire), mostra sempre l’intenzione di volare alto, e negli argomenti e nella forma. Per questo il suo film sembra più volte sbandare, allungarsi, deformarsi. Ma, appunto, ha il coraggio di prendersi il rischio, piaccia o meno. Di inseguire, ancora, una possibilità di redenzione e di salvezza. Di sfiorare anche la bestemmia, con la sua ridicola contraddizione, come nell’invocazione di Carlo Pengue, un grande Massimiliano Rossi, “io finora ti ho sempre bestemmiato, perché stevo ncazzato cu te”. Che è anche la bestemmia di smarcarsi dal folklore più superficiale o dal rigore in fondo minuto del cinema italiano da esportazione. Quello che gli altri vorrebbero sentirsi raccontare. In fondo De Angelis cerca di ritrovare la densità della nostra ispirazione fantastica, per riconnetterla alla sorgente originaria della sua realtà fatta di sangue e carne. E se le sue immagini affondano in quel vulcano di visioni continue del “cinema vesuviano”, sembra inseguire anche altre tracce e ispirazioni. Da quelle lunghe riprese in scene alla German Jr. fino a quei cieli plumbei e desolati del cinema rumeno o alle suggestioni “storiche”. La morte e la risurrezione corrono sul fiume. Ma oltre l’ambizione, De Angelis ha anche l’umiltà di affidarsi. Innanzitutto alle sonorità travolgenti di Avitabile, poi agli interpreti. Fino a incollarsi al volto e ai passi di Pina Turco, anima e corpo della parabola.

Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

 

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