Il giovane Karl Marx

 

È davvero impossibile non cogliere la grande attualità di un film come Il giovane Karl Marx​ e, allo stesso modo, la sua capacità di non trattare il materiale che racconta come l’esito di una storia passata. Andando incontro, in fondo, proprio a un’interpretazione anti-idealista della storia e assecondando così una prospettiva che è alla base del materialismo storico marxista. E il film di Raoul Peck – concepito negli stessi mesi in cui si celebrava il venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e in uscita in tutto il mondo nel 2017, cioè quando s’è celebrata la ricorrenza dei cento anni esatti dalla Rivoluzione d’ottobre – affronta tanto la questione biografica della giovinezza di Marx, quanto la profondità del suo pensiero, senza mai spingere sul tasto della retorica, ma cercando di rendere attuale il racconto.

Il film è incentrato sul rapporto fra Marx e Engels a partire dal loro primo incontro, nei primi anni ’40 dell’Ottocento, fino al 1848 momento in cui i due – allora rispettivamente ventinovenne e ventisettenne – terminano la stesura del Manifesto del Partito Comunista e ne iniziano a promuovere la diffusione.

Se gli effetti del Manifesto – già a partire dal fatidico 1848 – sono noti a tutti, quello che è meno noto è come i due filosofi abbiano maturato e costruito giorno per giorno un sentimento, di come l’abbiano trasformato in un’idea, e come siano arrivati sino a strutturarlo in una vera e propria dottrina politica. Ed è questo che il film racconta. Del resto per tentare di spiegare, anche solo in maniera superficiale, o voler entrare nel merito della filosofia marxista non sarebbero sufficienti «né cinque minuti, né cinque ore, né cinque anni e nemmeno cinquanta!», come dice il regista. Ragione per cui ciò che il film mostra sono le dinamiche storiche, sociali, culturali e politiche della relazione fra i due pensatori certo, ma soprattutto la dimensione privata e umana di un rapporto intellettuale destinato a cambiare la Storia.

Con una sensibilità che sembra maturata da un cineasta caparbiamente e orgogliosamente comunista come Robert Guédiguian, qui produttore (fra gli altri), Peck riesce a entrare con grande efficacia nell’intimità della vita familiare di entrambi i protagonisti, evitando di cadere nella trappola del biopic agiografico di stile televisivo e mantenendo invece uno sguardo carico di rigore ma allo stesso tempo interiore, emotivo.

Si fissa sul dettaglio e sui campi stretti la macchina del regista haitiano, sta attaccata ai volti, ai corpi, focalizza le espressioni dei personaggi come se volesse estrarne e renderne visibile non tanto il pensiero, ma piuttosto il processo elaborativo. Marx ed Engels, le loro mogli, gli amici, i colleghi e gli avversari sono come ritratti di una composizione pittorica. Nel calore di una fotografia leggermente sgranata diventano raffigurazioni cariche di un realismo aspro che richiama alla mente l’estetica di Gustave Courbet, citato in maniera esplicita nel film mentre nel suo atelier parigino esegue il celebre ritratto di Pierre-Joseph Proudhon.

E da questo realismo – che non trascura un’attenzione meticolosa per la ricostruzione degli ambienti e per un uso della lingua il più possibile fedele (il film è recitato in tedesco, francese e inglese) – nasce un’illustrazione certamente inedita di Karl Marx. E non soltanto perché se ne restituisce l’immagine giovane (già di per sé difficilmente sovrapponibile a quella del signore barbuto e accigliato che tutti abbiamo in mente), ma soprattutto perché a essere messa in luce è quell’esistenza fatta di sacrifici, scelte decisive e dubbi che hanno lacerato la vita del filosofo sin dalla giovane età. Poco più che ragazzi Marx ed Engels si scoprono possessori e divulgatori di un pensiero radicale e critico di cui sono profondamente convinti. Le difficoltà che incontrano per metterlo a fuoco e portarlo all’attenzione del mondo sono però enormi. E il film queste difficoltà, anche con il merito di condurre soprattutto il pensiero politico sul piano della realtà – il litigio fra Marx e Weitling, uno degli acme del film, lo sottolinea alla perfezione – le ribadisce a più riprese.

E invece che evocare la (facile) sensazione che la Storia, in quell’inverno del 1848, fosse lì ad aspettarli o che l’impeto teorico dei due avesse l’afflato della predestinazione, ci mostra la sofferenza fisica e psicologica dello studio e dello scontro con la struttura teorica dei pensatori con cui si confrontano. Oltre alla caparbia convinzione – poi confermata dagli avvenimenti – che lo “spettro” comunista potesse infestare l’Europa in modo molto più corrosivo delle altre dottrine politiche con le quali condivideva le istanze. Se un crescendo emotivo esiste in Il giovane Karl Marx, è infatti calibrato sulla costruzione, lenta, sofferta e carsica di un pensiero che è in grado di farsi linguaggio, e che dalle pagine dei libri arriva – mai come prima – fin dentro le fabbriche, per le strade. Che di rivoluzionario ha non solo la novità e l’irruenza, ma anche la capacità di avvicinare, aggregare e mettere insieme i destini di un intero continente senza che lingue e storie diverse e precedenti ideologie riescano a respingerlo. Predicando un’idea di unione destinata a cambiare le cose e che oggi, cento anni dopo la Rivoluzione d’ottobre e centottanta dopo la pubblicazione del Manifesto, quello stesso continente sembra voler a tutti costi contraddire.

Voto: 4 / 5

Lorenzo Rossi, da “cineforum.it”

 

 

Forse è solo suggestione, o paura, o chissà che, ma fin dall’inizio del film, quando partono le didascalie che sintetizzano la situazione politica ed economica dell’Europa del 1843, non puoi fare a meno di pensare che Raoul Peck racconti di ieri per parlare di oggi.
Ma non nel modo banale che si potrebbe immaginare, spingendo sul pedale di come e di quanto la filosofia marxiana e la politica marxista debbano o meno risultare l’unico o il più robusto antidoto ai mali del presente.
No, perché sotto a Il giovane Karl Marx, sotto alla ricostruzione biografica apparentemente così classica, lineare e didascalica, sotto a quello che – filosofia e politica a parte – è un film in costume anche abbastanza avvincente, e che gestisce con grande naturalezza la questione linguistica imprescindibilmente legata a intellettuali tedeschi che vivevano e comunicavano in Francia e in Inghilterra, Peck fa risuonare molte più cose.
Quanto il regista di Haiti fosse in grado di intersecare con naturalezza ed efficacia le esigenze del cinema con quelle della politica e del pensiero, lo avevamo già capito col film in cui ha riportato di scottante attualità la figura di James BaldwinI Am Not Your Negro.
Dalla questione razziale, quindi, passa a quella sociale ed economica: che nel 1843, con le monarchie assolute aggrappate ai loro privilegi, la crisi economica, le carestie, e soprattutto con il nuovo paradigma imposto al mondo dalla Rivoluzione industriale, era tesissima.
Forse ancora più di quando non sia oggi, dove al posto delle monarchie assolute ci sono i nuovi regimi sovranisti, dove la crisi sembra tutt’ora imperante, e dove non si fanno ancora i dovuti conti con le conseguenze di un’altra rivoluzione non meno dirompente di quella industriale come quella legata al digitale e alla rete.

Questo, pare evidente, è uno dei punti sui quali Peck spinge maggiormente nel suo film.
Il giovane Karl Marx, che ha l’intelligenza di non fare un santino del suo protagonista, e di non essere un film “militante” nel senso più scontato del termine, racconta principalmente di come Marx ed Engels cambiarono radicalmente la concezione di comunismo, passando dal principio dell’uguaglianza universale a quello della differenza inconciliabile tra le nuove classi sociali nate con la rivoluzione industriale: padronato e capitale da un lato, proletariato dall’altra.
Certo, Peck non sta a fare espliciti paralleli, ma sarebbe sciocco – come è sciocca buona parte della politica che ci circonda, di qualsiasi segno o matrice ideologica essa sia – non rendersi conto che il regista parla anche di quelle trasformazioni della società arrivate con la rivoluzione digitale di cui ci si ostina a non tenere conto.
Capito questo, allora, diventa evidente come le varie scene che compongono Il giovane Karl Marx, con quei passaggi magari vagamente legnosi in cui si fanno incontrare tutti i protagonisti del dibattito filosofico e politico dell’epoca, non sono funzionali solo a un racconto cinematografico, o all’esigenza narrativa di spiegare come Marx ed Engels siano effettivamente arrivati alla stesura del Manifesto del Partito Comunista, ma a qualcosa di più.
Qualcosa che emerge in tutta la sua carica dirompente in una scena chiave, e in maniera più sottile in una che invece passa quasi inosservata nel finale, qualche minuto prima dei titoli di coda sulle note di “Like a Rolling Stone” di Bob Dylan.

Nel primo caso, nel corso di una riunione, Marx irride l’utopista Weitling e, indirettamente, il borghese Proudhon, alterandosi sensibilmente di fronte alle litanie egualitariste di quei proto-comunisti che spiegavano la necessità della rivolta ma non del perché della stessa: per lui era impensabile, infatti, parlare al popolo senza aver strutturato una dottrina costruttiva, una base teorica positiva che fornisse le fondamenta al pensiero e, quindi, all’azione.
Il suo grido “L’ignoranza non ha mai aiutato nessuno” risuona attualissimo alle nostre orecchie, abituate oramai a una politica che dell’ignoranza fa bandiera, e che sembra procedere per slogan e tentativi, con un “profeta ispirato” da un lato e “idioti sprovveduti” dall’altro, senza mai impegnarsi in una costruzione teorica capace di leggere il presente al fine essere propulsiva verso il futuro.
La seconda scena, in apparenza meno esplosiva e assai più nonchalante, vede protagoniste Jenny von Westphalen Mary Burns, le mogli di Marx ed Engels, mentre i due uomini discutono in riva al mare.
Mary l’unica vera proletaria del gruppo, parla con tranquillità all’amica dei figli non avuti e di quelli che eventualmente potrà dare al marito sua sorella minore, “che non vede l’ora”: e nella reazione imbarazzata e quasi scandalizzata di Jenny c’è la frattura di un nuovo versante politico, quello che passando per l’economia traccia anche il segno di differenze di pensiero che riguardano quello che oggi chiamiamo l’orizzonte dei diritti, e dell’etica sociale e familiare.
Ma quello, forse, è un’altro discorso ancora, e chissà che Peck non ci torni su, a modo suo, in un film ancora da venire.

Voto: 3,5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

Alla metà del Diciannovesimo secolo l’Europa è in fermento. In Inghilterra, Francia e Germania i lavoratori scendono in piazza per protestare contro le durissime condizioni nelle fabbriche, e gli intellettuali partecipano come possono all’opposizione. Uno di loro, il tedesco Karl Marx, a soli 26 anni è costretto a rifugiarsi a Parigi insieme alla moglie Jenny. Qui Karl conosce un suo coetaneo, Friedrich Engels, che, nonostante provenga da una ricca famiglia di industriali, simpatizza con le sue idee rivoluzionarie. Superate le prime resistenze, fra i due ragazzi nasce una solida amicizia che li porterà a conquistarsi la stima dei capi dei movimenti dei lavoratori. Fino a diventarne leader a loro volta.

Diciamolo subito, che non sarà certo la confezione del film a portarci al cinema sulle tracce del giovane Marx.

Che già dal titolo (identico all’originale, Le jeune Karl Marx), predispone a una visione pedagogica, da prima serata in tv: il filone è quello delle grandi biografie storiche, delle agiografie laiche con interpreti di tendenza, non fosse che il personaggio al centro della “lezioncina” è un uomo che il cinema non era mai riuscito a raccontare. Almeno finora.

Apparso di sbieco solo in un paio di sceneggiati tv, Karl Marx entra qui in scena, per la prima volta da protagonista, nel film di Raoul Peck, con il volto e il corpo di August Diehl. Un interprete in parte ma sopra le righe, a volte troppo compiaciuto, che tuttavia serve a perfezione l’obiettivo: rappresentare Marx come uomo prima che come filosofo, come artista prima che come teorico, raccontarlo arrabbiato, innamorato, umiliato, ubriaco, come fosse una persona normale.

Voto: 3 / 5

Ilaria Ravarino, da “mymovies.it”

 

 

I comunisti rifiutano di nascondere i loro pensieri e i loro piani.

Confessano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti

se non attraverso la violenta sovversione del tradizionale ordinamento sociale.

Che le classi dominanti temano lo scoppio della rivoluzione comunista.

K.M.

 

Raoul Peck è haitiano, ma i suoi scapparono in Congo quando aveva otto anni per fuggire alla dittatura di Duvalier. Negli anni ’80 fa il taxista a NY, poi il fotografo a Berlino. Negli anni ’90 è stato ministro della cultura ad Haiti. E’ dal 2010 il presidente della Femis, la scuola statale di cinema francese. Nel 2016-7 il suo documentario “I am not your negro” è tra i casi dell’anno, con tanto di candidatura all’Oscar. Come decide di investire questo successo? Mettendo in scena una storia romanzata dell’amicizia giovanile tra Marx ed Engels. Cercando ancora una volta di capire come possa l’elaborata critica economica di un filosofo tedesco essere stata uno dei principali detonatori della storia del mondo degli ultimi secoli, in grado di modificare il corso degli eventi in cinque continenti.

La messa in scena della storia, complice una fotografia granulosa e l’accurato lavoro sui rumori di fondo,  è sanamente materialistica – si scopa, si partorisce, si mangia molto, si beve ancor di più, si fuma incessantemente. Tutti i personaggi sono continuamente preoccupati di come trovare i soldi per campare, di come essere lasciati in pace dagli sbirri. Marx e Engels si trovano pure a fuggire dalle guardie tra esterni affollati e case ingombre, di oggetti, di polli, o di libri.  Rispecchiando fedelmente la movimentata biografia di Marx si passa dalla Prussia alla Francia al Belgio e ovunque troviamo gli stessi vestiti consunti, la stessa “divina furia”.

Marx e sua moglie Jenni sono interpretati in modo vivace da August Diehl (Bastardi senza gloria) e Vicky Krieps (Il filo nascosto), superati solo dall’impareggiabile Olivier Gourmet (Il figlio) che interpreta Proudhon. Il punto debole è Engels (Stefen Kronarske) che rimane invece un po’ esile e stralunato. Si affollano poi una serie (troppo) numerosa di personaggi secondari: se Bakunin è incisivo, verso i due terzi del film ricordarsi i motivi di contrasto tra i vari hegeliani come Grun, Weitling o i vari dirigenti della lega dei giusti diventa un po’ faticoso. Il film è molto più efficace quando si concentra sulla ricerca da parte del giovane Marx di “una filosofia che non si limiti ad interpretare il mondo, ma lo trasformi”. La chiave gliela fornisce Engels – in una intensa notte di innamoramento intellettuale e bevute – con la sua analisi della condizione operaia e il consiglio – rivoluzionario – di lasciare perdere i libri di metafisica e, se la sente, di provare a dedicarsi all’economia: “Imparo in fretta”, risponde Marx.

L’obiettivo di Peck era di raccontare la vita e l’evoluzione del pensiero dei giovani Karl e Friedrich negli anni cruciali che precedettero la stesura del Manifesto del Partito Comunista (un partito che allora non esisteva), e l’idea è di fare un’opera che rispecchi proprio l’approccio didattico e accessibile del libro. Alla stesura e alla lettura di alcuni brani del Manifesto sono dedicate non a caso le migliori scene del film, con i fogli del manoscritto che passano in modo vertiginoso di mano in mano sul tavolo e un montaggio analogico ad enfatizzarne alcuni passaggi. Ma il film nel complesso sottovaluta forse che il Manifesto era un’opera anche dirompente, esplosiva, temibile (“Uno SPETTRO si aggira per l’Europa”) e richiedeva quindi una maggior energia. Per guardare agli ultimi anni, ad esempio, l’idea che la felicità si trova solo nella lotta (come dice Jenni Marx) è stata resa molto più plasticamente dalla fusione tra manifestazioni e rave di “120 battiti al minuto” e l’analisi economica sullo schermo era più efficace nell’impostazione pienamente brechtiana di “La grande scommessa“. I salti temporali di “I am not your negro” dimostrano che il regista aveva la capacità di un’opera più coraggiosa e si è forse un po’ moderato per motivi divulgativi.

Quello per cui il film si fa apprezzare è il fuoco sull’energia incontenibile di Karl e Friedrich. Vediamo questi due ventenni sempre in movimento, spinti da un “odio mosso da amore” vivere vite piene, discutere incessantemente –  belle le partite a scacchi dialettiche – essere presenti senza paura in ogni focolaio di rivolta del nord europa, e nottetempo scrivere le loro opere maestre. E voi cosa avete fatto questa settimana?

Voto: 7 / 10
Alberto Mazzoni, da “ondacinema.it”

Il giovane Karl Marx è un’opera forse schematica nel suo percorso narrativo, ma dal grande afflato marxista e doverosamente didattica, in un’epoca storica nella quale del filosofo politico ed economico tedesco giunge solo un’immagine distorta. A dirigere il regista haitiano Raoul Peck.

Gli eroi son tutti giovani e belli

Siamo negli anni Quaranta del XIX Secolo. Il giovane Marx e l’amico Friedrich Engels danno vita a un movimento capace di emancipare, anche oltre i confini europei, i lavoratori oppressi di tutto il mondo. Sono anni di fermento: in Germania viene fortemente repressa un’opposizione intellettuale molto attiva, in Francia gli operai del Faubourg Saint-Antoine si sono messi in marcia. Anche in Inghilterra il popolo è sceso in strada. A 26 anni Karl Marx porta la sua donna sulla strada dell’esilio. A Parigi incontra Friedrich Engels, figlio di un grande industriale, che ha studiato le condizioni di lavoro del proletariato inglese. Questi due giovani dalla diversa estrazione sociale, ma entrambi brillanti, appassionati, provocatori e divertenti riusciranno a creare un movimento rivoluzionario unitario… [sinossi]

Chissà se il giovane Karl Marx, quello “vero”, fu in qualche misura illuminato nella sua formazione teorica e politica dall’esperienza rivoluzionaria di Toussaint Louverture, l’eroe creolo che sconfisse le truppe napoleoniche e liberò Haiti dal giogo schiavista europeo. Louverture morì in prigione prima della vittoria della rivoluzione, e il suo compito venne portato a termine da Jean-Jacques Dessalines, che con il nome di Giacomo I tradì l’ideale della rivoluzione. Una storia destinata a ripetersi fin troppe volte nel corso della storia… Nel 2018 si festeggiano i due secoli dalla nascita del filosofo di Treviri e i 170 anni dalla pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista, firmato a quattro mani con Friedrich Engels; l’impressione è che agli occhi di molti la figura di Marx arrivi a queste celebrazioni stanca, perfino superata. Nell’epoca del liberismo sfrenato, quando le socialdemocrazie borghesi abbandonano al loro destino le classi proletarie e subalterne, con l’evolversi di una globalizzazione feroce che mette i deboli gli uni contro gli altri, Marx non può che essere posto su uno scranno – magari anche ideale: dopotutto il muro di Berlino è crollato e non c’è più bisogno di sventolarne l’effigie come uno spauracchio – e abbandonato alla polvere del tempo. Anche per questo motivo un titolo come Il giovane Karl Marx (Le jeune Karl Marxnell’originale francese che fu presentato alla Berlinale nel febbraio del 2017) giunge a proposito, svolgendo come si vedrà fra poco una peculiare funzione didattica, tra le altre cose. E non è affatto secondario notare come il film sia diretto da un regista haitiano. Raoul Peck, dopo aver diretto un memorabile Lumumba, leader del Movimento Nazionale Congolese di Liberazione che cercò attraverso le teorie marxiane di donare nuova vita democratica al Congo, affronta dunque direttamente la figura stessa di Marx. Ma in quel titolo, Il giovane Karl Marx, c’è il senso ultimo dell’operazione, e la sua idea vincente.

Già solo portare sullo schermo uno dei pensatori fondamentali della storia della filosofia rappresenta una rarità: tra il cinema e la televisione in pochi si sono cimentati con un’impresa simile – tra questi val la pena ricordare Nachrichten aus der ideologischen Antike – Marx/Eisenstein/Das Kapital di Alexander Kluge, uno dei più celebri sketch dei Monty Python, e il sovietico God kak zhizn’ di Grigorij Roshal – e in ogni caso hanno scelto la figura più riconoscibile di Marx, l’uomo anziano dalla folta barba e lo sguardo sornione. Peck ribalta completamente questo schema: i suoi Marx ed Engels non sono dotti cattedratici che sostengono una teoria di politica economica per certi versi astratta, bensì hanno le fattezze di due giovani scapestrati, inclini alla bevuta e alla risata coinvolgente, che vivono in pieno il proprio tempo e combattono le lotte per l’eguaglianza. Non sono neanche trentenni, e a loro volta devono fronteggiare un convitato di pietra socialista che è già stratificato. Così ne Il giovane Karl Marx lo spettatore non avvertito ha modo di ricevere una breve ma puntuale lezione di storia del socialismo e del comunismo: il giovane hegeliano e il figlio “pentito” di un industriale incontrano sul loro cammino il socialista borghese Pierre-Joseph Proudhon, il socialista utopico Wilhelm Weitling, l’editore dei Deutsch-Französische Jahrbücher Arnold Ruge, e il fondatore dell’anarchismo moderno Mikhail Bakunin. Per non parlare ovviamente dei leader del Bund der Gerechten, noto in Italia come Lega dei Giusti, progenitore – tra gli altri – del pensiero comunista moderno e compiuto.

Senza mai perdersi dietro didascalismi evidenti e senza far ricorso a una retorica che non sia strettamente necessaria allo sviluppo della narrazione – usando la semplificazione per arrivare alla massa, un disegno teorico non poi così dissimile da quello alla base del Manifesto del Partito Comunista -, Raoul Peck attraversa un lustro, quello che va dal 1843 ai moti rivoluzionari del 1848, determinante per l’evoluzione del pensiero di lotta operaia e di rivendicazione dei diritti del proletariato. Lo fa attingendo alla prassi del biopic, ma senza accettarne alcuni dei dogmi più fastidiosi, come il ricorso all’aneddotica per semplificare l’afflato teorico o la scelta di affidare ai suoi protagonisti frasi lapidarie e destinate a imprimersi nella mente. Al contrario, la fluidità del racconto si lega a un discorso mai banale sul concetto di lotta di classe; il passaggio dall’ecumenico “Tutti gli uomini sono fratelli” (motto della Lega dei Giusti) al celeberrimo “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”, acme di un intervento pubblico di Engels, è sviluppato da Peck attraverso un crescendo mai enfatico, ma che sottolinea il rivoluzionario smottamento di un sistema di pensiero che inizia finalmente a ragionare sulle classi e non su un generico riferimento agli esseri umani, e si apre all’internazionalismo. Quell’internazionalismo che è parte integrante del film, che vede uniti nello sforzo haitiani, francesi, tedeschi, belgi, inglesi: una dimostrazione di co-produzione che diventa cooperazione, e che permette alle tre lingue più “in lotta” per il predominio d’Europa – tedesco, francese e inglese – di sviluppare una dialettica unica, tra il forbito tedesco di Jenny, la moglie aristocratica e libertaria di Marx, e lo slang britannico/irlandese di Mary Burns, l’irriverente e “spiritosa” (stando alle parole proprio di Marx) compagna di vita di Engels.
Il fotografo e giornalista Peck organizza un biopic avvincente, che prende l’abbrivio dal massacro impunito degli ultimi tra gli ultimi per la sola colpa di aver raccolto – e quindi “rubato”, nell’accezione giuridica sempre dalla parte del padronato – rami secchi caduti dagli alberi e arriva fino agli albori di una rivoluzione destinata a fallire ma germe per future infinite rivoluzioni, perché come sentenzia il film sulle scritte finale, in riferimento a Il Capitale, si tratta di “un’opera aperta, incommensurabile, incompleta perché l’oggetto stesso della sua critica è in continuo movimento. Lì, su quel finale che lascia eternamente giovani Karl Marx e Friedrich Engels, Peck si permette una fuga in avanti nel tempo, donando alle trame sonore di Bob Dylan e di Like a Rolling Stone il resoconto di un secolo e mezzo di lotte contro l’oppressione del capitalismo, e di disfacimenti della società. Per ricordare che nulla muore, e finché lo stato delle cose sarà quello esistente non si potrà fare a meno della filosofia marxiana. Lo spettro si aggira ancora per l’Europa, e per il mondo. Anche se si fa di tutto per non vederlo.

Raffaele Meale, da “quinlan.it”

 

 

Mettere su pellicola la vita e la filosofia di Karl Marx è un impegno non da poco, vista la mole del personaggio e l’impatto che ha avuto sulla cultura contemporanea. Ci prova un regista di origine haitiana naturalizzato tedesco, che ha studiato il celebre personaggio all’università di Berlino ovest. Raoul Peck circoscrive la narrazione agli anni che vanno dal 1942 al 1948 per chiuderla con la redazione ad opera di Marx ed Engels del “Manifesto del Partito Comunista”. Quest’ultimo nasce sulle ceneri de “La Lega dei giusti”, un’organizzazione operaia clandestina tedesca, nata nel 1836 a Parigi sull’onda della Lega tedesca segreta dei Poscritti diffusa in vari paesi europei.

Lo sguardo del regista si focalizza sull’amicizia del giovane Karl/August Diehlcon il suo sodale e amico di sempre Friedrich Engels/Stefan Konarske, nata per caso a Parigi. I due visionari, seppur molto diversi tra loro, daranno vita a una rivoluzione del pensiero la cui importanza è pari solo alla rivoluzione industriale scaturita in Inghilterra nella metà del XVIII secolo.

Il giovane Karl Marx, in altre parole la genesi del materialismo storico

Il giovane Karl Marx foto scena

“Il giovane Karl Marx” si apre con il racconto violento della reazione della polizia prussiana a cavallo contro un gruppo di poveri colpevoli solo di raccogliere legna nei boschi. A seguire le immagini dei sobborghi londinesi e delle terribili condizioni di lavoro nelle fabbriche. La scena si sposta poi a Parigi dove Marx si è rifugiato con la moglie Jenny von Westphalen/Vicky Krieps.

Nel corso della narrazione appaiono molti dei personaggi che segnarono l’epoca, in primis Proudhon/Olivier Goutrmet suo rivale e teorizzatore dell’anarchia e della proprietà privata come furto, idea di base rielaborata de “Il Capitale”. La nascita dell’opera teorica marxista diventa un tutt’uno con una sorta di menage a trois tra Karl, la moglie di stirpe nobile e il ricco Engels non a sua agio con la sua famiglia.

La regia, non senza qualche divagazione creativa, riesce a raccontare bene questo strano microcosmo che si muove continuamente tra diverse città europee combattendo contro mille difficoltà economiche da parte del giovane Karl.

Il giovane Karl Marx: un racconto per immagini che riesce a inglobare elementi di letteratura

“Il giovane Karl Marx” segue parallelamente due percorsi narrativi: il profilo personale dei due formatori del pensiero marxista, entrambi affiancati da due donne forti, e quello più squisitamente letterario. I due elementi si riescono a integrare piuttosto bene; questo, grazie a un’accurata ricostruzione del mondo del tempo in cui si muovono i personaggi, tra cui spicca la moglie di Marx e Mary Burns, la compagna di Engels operaia irlandese e femminista ante litteram. Il regista cita esplicitamente due scritti, uno semisconosciuto, l’altro notissimo: si tratta dell’articolo “Debatten über das Holzdiebstahlsgesetz”, pubblicato nella Reinische Zeitung che si riferisce alla raccolta di legna dell’inizio del film, e ovviamente del Manifesto del Partito comunista nel finale.

Ottima l’ambientazione internazionale, a iniziare dalle lingue parlate realmente da Marx ed Engels, un mix continuo di francese, tedesco e inglese, che si perderebbe con il doppiaggio. In sintesi, “Il giovane Karl Marx” è un’opera che merita una visione per lo sforzo compiuto nell’accuratezza della ricostruzione storica di un passato che diventa presente. Negli ultimi frame, infatti, passano sulle note di Bob Dylan immagini potenti del ventesimo secolo, tra cui il crollo del Muro di Berlino e il recentissimo movimento #Occupy Wall Street seguito alla crisi economica.

Ivana Faranda, da “ecodelcinema.com”

 

 

Tutti i film biografici nascono con un peccato originale, vale a dire l’intento velleitario di riuscire a condensare, nel breve spazio di due ore, un’intera esperienza individuale, di vita, di pensiero e di sentimento. Ragion per cui, anche nei casi migliori, l’effetto finale è di sfilacciamento, di occasione mancata.

Sfugge a questo destino, anche se solo parzialmente, Il giovane Karl Marx diretto dall’haitiano Raoul Peck che, pure, ha la buona intuizione di concentrare la propria attenzione sugli anni parigini dell’autore del Capitale, narrando l’incontro con Friedrich Engels agli albori del movimento operaio e la conseguente definizione di un sistema di pensiero che ha segnato in maniera decisiva la storia moderna.

Ricostruzione storica efficace – splendidi il comparto scenografico e la fotografia desaturata, – e buon mestiere per una biografia cinematografica che scampa, per una volta, alla terribile moda dell’attualizzazione ad ogni costo. August Diehl, chiamato a interpretare l’autore del Capitale, è spesso sopra le righe ma la sua è un’interpretazione intesa, ricca di sfumature. Nel ruolo di Jenny Marx, infine, spicca l’ormai lanciatissima Vicky Krieps, reduce dai fasti de Il filo nascosto.

Voto: 3 / 5

Gianfrancesco Iacono, da “cinematografo.it”

“Ho sempre diffidato di ogni forma di dogma, e quindi anche degli stessi marxisti”. Se un regista si presenta in tal modo, e quello stesso regista ha girato un film su Karl Marx, sicuramente ci troveremo davanti a un’opera essenzialmente antidogmatica. Senza indulgere nella celebrazione del suo protagonista, Il Giovane Karl Marx documenta le basi e gli sviluppi della teoria che ha rivoluzionato il ‘900, calandola nel contesto sociale dell’epoca e accentuandone così la temporalità. Nell’anno del 200˚ anniversario dalla nascita di Marx e del 170˚ anniversario dalla pubblicazione del Manifesto del partito ComunistaRaoul Peck (candidato all’Oscar per I Am Not Your Negro), porta in sala dal 5 aprile questo affresco privato e storico, distribuito da Wanted in collaborazione con Valmyn.

Ne Il Giovane Karl Marx  Marx (August Diehl, il maggiore Dieter Hellstrom in Bastardi Senza Gloria) ha 26 anni, vive a Parigi  con la moglie Jenny (Vicky Krieps, la Alma de Il Filo Nascosto) ed è costantemente insidiato da problemi economici: sopravvive tra articoli, editoriali e opuscoli. Il suo interesse per le disuguaglianze e la sua vicinanza al socialismo sono già consolidate, e si accompagnano alla sua profonda conoscenza della filosofia: è un pensatore, ma povero di esperienza diretta.

Friedrich Engels (Stefan Konarske, visto in Valerian e la Città dei Mille Pianeti), invece, ha studiato in modo approfondito lo stile di vita e le miserie materiali dei lavoratori nelle fabbriche. Un fuggevole incontro è sufficiente per dare inizio a un rapporto d’amicizia fondato su un profondo rispetto reciproco e ammirazione che durerà tutta la vita. Sullo sfondo di un’Europa in tumulto, punteggiata da movimenti e proteste essenzialmente simili ma frammentate, Marx ed Engels elaborano una teoria che possa unificarle tutte, razionalizzando il disagio sociale e gettando le basi teoriche delle rivolte operaie: danno una testa a un corpo che si dibatte alla cieca.

La teoria marxista si salda così al contesto storico-sociale da cui è scaturita, e, sottolineando questo legame, il regista ne enfatizza la storicità e esplicita il carattere avalutativo della sua pellicola. Un film alla ricerca dell’attinenza storica: Peck si rivolge alle fonti originali, alle lettere che Marx, Engels e Jenny si scambiarono tra il 1843 al 1850, con l’obbiettivo di “concentrarsi sul ricreare un’atmosfera – la frenetica realtà di un’epoca – per far meglio immergere il pubblico nell’Europa degli anni ’40 dell’800”. Questa volontà, sommata alle interpretazioni ottime e alla sceneggiatura raramente scontata, trasmette con forza l’entusiasmo di cui erano pervasi i protagonisti nella loro gioventù.

Ne Il Giovane Karl Marx le idee hanno un’origine intrinsecamente sociale. Marx, infatti, non è il genio isolato, che elabora le sue complesse teorie alla luce di una candela in uno studio buio: scrive, discute, legge, alimentando e alimentandosi del contesto in cui è inserito. Peck, sceneggiatore oltre che regista, getta una luce sull’uomo dietro l’idea, e sull’origine dell’idea stessa, sottolineando brillantemente il condizionamento subito da Marx da parte di altri pensatori dell’epoca ed esplicitando chiaramente la coralità della nascita del pensiero, presentando la teoria marxista come il centro di una ragnatela di idee, influssi e studi. Dalla filosofia hegeliana agli economisti ottocenteschi, dagli studi sociologici di Engels alle discussioni pubbliche dei socialisti francesi. Un prodotto ammirabile sia dai più incalliti marxisti che dai loro acerrimi nemici. Sullo sfondo dei simboli della fabbrica, di cui il film è intessuto, nella stanza buia di una povera casa ottocentesca, lo spettatore assiste alla stesura dell’incipit di uno dei testi più temuti e amati della storia politica dall’ottocento ai giorni nostri, ma questo film non è adatto per chi cerca il dogma, e l’esaltazione di questo stesso, quanto piuttosto per chi è ammaliato dall’idea.

Eleonora Artese, da “anonimacinefili.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog