Il filo nascosto (“Phantom Thread”)

 

 

C’è una scena verso il finale de Il Filo Nascosto che è quasi lo specchio perfetto di una delle scene principali in The Master, quella del no blinking. Riflette l’astuzia di Paul Thomas Anderson nella scrittura e nelle pause, il talento nel dirigere i suoi attori, ma soprattutto crea una tensione che sembra originarsi dal nulla. Se si descrive la situazione, non si può neanche credere che sia ‘la’ scena madre del film.

The Master non è un paragone a caso, anche perché fosse solo per il periodo in cui è ambientato si avvicina a Il Filo Nascosto più di altri lavori del regista. Vista la storia d’amore, qualcuno potrebbe invece osare un paragone più ardito con Ubriaco d’Amore. Ma è davvero con il film ‘su Scientology’ che l’ultimo PTA sembra fare costantemente i conti. Anche perché quello non era un film ‘su Scientology,’ tanto quanto Il Filo Nascosto non è un film sul potere dei sessi. In entrambi i casi, non solo.

Dopo il noir al profumo di marjuana di Vizio di Forma, che si ancorava all’unico punto di vista del suo (anti)eroe, si torna al duello. Siamo nella Londra degli anni 50. Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis: il migliore di quest’annata assieme al Timothée Chalamet di Chiamami Col Tuo Nome) e sua sorella Cyril (Lesley Manville) sono il centro della moda britannica. Lui realizza i vestiti per la famiglia reale, star del cinema, ereditiere, debuttanti e dame; lei lo aiuta in tutto e gestisce casa e marchio Woodcock.

Nella vita di Woodcock ci sono state tante donne, compresa una madre troppo presto prematuramente scomparsa. L’uomo è a tutti gli effetti un eterno scapolo, impossibile da accontentare. Fino a quando non incontra Alma (Vicky Krieps: tra le sorprese degli ultimi anni), giovane cameriera che presto diventa parte della sua vita come musa ed amante. Ma come può una donna così indipendente come Alma entrare nella vita di uno degli uomini più complicati in circolazione?

“Prendete il controllo della vostra vita,” è uno degli slogan della causa in The Master. Woodcock il controllo della sua vita ce l’ha eccome. Tutto è ordinato, tutto è pianificato come deve andare, ogni movimento e ogni suono dev’essere in armonia con la sua vita. Woodcock è uno scalino sopra ai vari Lancaster Dodd e Daniel Plainview: ha tutto e non ha bisogno di lottare con nessuno. Nella sua vita ha tutto quello che vuole, come lo vuole.

Nella sua casa londinese vige un ordine di cui solo lui e Cyril sono i padroni. Un po’ come nella casa (e nella vita) dei Lancaster: un uomo ha il potere in mano, una donna gli sta alle spalle e forse gestisce i giochi. Anderson ha speso gli ultimi film raccontando la ‘nascita di una nazione’ come la conosciamo oggi, dalla ricerca opulenta della ricchezza a tutti i costi alla nascita delle sette che si impadronirono delle debolezze dovute alle scorie della guerra, fino alla morte della controcultura.

Non si può prescindere da tutto questo, ne Il Filo Nascosto, anche se ci si sposta in Europa. A dimostrazione di come Paul Thomas Anderson non riesca più a fare a meno della Storia. Il Filo Nascosto inizia quasi come una fiaba dark, in cui Barbablù fa fuori una moglie e ne cerca subito un’altra. E nel contesto degli anni 50, la donna è esattamente solo colei che può stare accanto a un uomo e nulla più. The Master, almeno per molti, ne era la conferma (alzi la mano chi ancora crede che Lancaster Dodd fosse il vero master).

E in una società che ha riacquistato una sua forma dopo i disastri della Seconda Guerra Mondiale, non c’è modo di ripartire da altro. Eppure Anderson non ha intenzione di analizzare la dimensione dei sessi e il loro potere (di nuovo: non solo). La danza amorosa tra Woodcock e Alma, così improvvisa, così sensuale, e così ambigua, nasconde sotto ben altro, e lo spettatore è chiamato nuovamente a essere parte attiva di un percorso che va verso direzioni sempre più inaspettate. Chi se lo sarebbe mai aspettato tanto umorismo in un film del genere?

Il Filo Nascosto è una storia d’amore: ma lo erano anche Ubriaco d’amoreThe MasterVizio di Forma. È un film su un’epoca: ma lo era persino Boogie Nights. È un film sull’ego d’artista, e va bene. Non c’è un padre da cercare in altre figure, ma una madre: scelta che, al di là del facile discorso in sé, rappresenta già quasi uno scarto con i lavori precedenti del regista (ma la voce off femminile in Vizio di Formarappresentava comunque una sorta di ‘fantasma’, una mancanza).

I temi e lo stile e le scelte di Paul Thomas Anderson ci sono tutti, in questo suo ultimo lavoro (l’ultimo davvero per Day-Lewis). Eppure è soprattutto qualcos’altro, e quest’altro si nasconde tra i fotogrammi splendidamente fotografati per la prima volta dal regista – che con umiltà non si firma nemmeno nei crediti -, tra i meravigliosi vestiti, e tra il tappeto sonoro fatto di scelte raffinatissime e dalle musiche classicheggianti inattese di Jonny Greenwood.

E allora si ritorna alla forma, che in questo caso è sì sostanza. La patina densa della pellicola 35mm, le dissolvenze incrociate, ogni costruzione dell’inquadratura sposa un’idea concreta e radicata nel luogo e nel tempo della trama. Ma è tutta splendida superficie da grattare. Come nei vestiti firmati da Woodcock, tra i fotogrammi de Il Filo Nascosto si trovano tante sorprese, e si arriva dritti a un’unica soluzione. Una soluzione, se così si vuole, che parla finalmente e per la prima volta d’amore.

Paul Thomas Anderson ci descrive ancora una volta una società impegnata ad abbellire gli abiti dell’apparenza. Allo stesso tempo, descrive una forma di resistenza finale che non può che nascere tra le pieghe di questi vestiti, all’ombra, lontano da tutti. Vanno bene i paragoni con Hitchcock (Rebecca!) e Kubrick, sempre tirato in ballo quando si parla di Anderson, ovviamente in questo caso soprattutto con Barry Lyndon: però questo sembra davvero il suo Eyes Wide Shut.

Però Il Filo Nascosto funziona innanzitutto come risposta al suo stesso The Master, come pietra di paragone per andare oltre. Quando lo riaffronteremo a un’altra visione, vedremo molto probabilmente un altro film. Denso, ineccepibile, e persino divertente come la prima volta: però sì, altro.

Voto: 10 / 10

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

Forse, a pensarci bene, è di potere che Paul Thomas Anderson ha sempre parlato. Non del potere dei palazzi della politica o della finanza, ma di quello che per mille ragioni – psicologiche, sessuali, sentimentali, relazionali, economiche, religiose – ogni individuo ha (o non ha, è questo il problema)  su ogni altro individuo di questo mondo. E, quindi, sulla società. Nella società.
Senza andare troppo indietro, basti prendere in considerazione i film della seconda fase della carriera di Anderson, quella più matura. Il petroliereThe MasterVizio di forma: semplificando, un film sulla megalomania del potere e sulla mancanza di controllo dello stesso, che non può che avere come risultato la violenza; uno sul braccio di ferro tra due soggetti che cercano di superare la loro reciproca dipendenza attraverso la reciproca sopraffazione o negazione; uno su un personaggio che il potere sembra subirlo e basta (quello amoroso, almeno) o che lo combatte attraverso l’inerzia, la resilienza.
Verrebbe facile allora dire che con Il filo nascosto PTA sia arrivato laddove voleva arrivare in questo percorso di graduale ma chiara riconduzione delle questioni legate al potere alla loro dimensione binaria, elementare, amorosa e sessuale. Una dimensione dove la complessità è tanto più alta quanto più le carte sono tutte sul tavolo, e di facile lettura per tutti.

Il braccio di ferro è diventato un abbraccio. La lotta, una relazione. Il bisogno, una fame insaziabile. E se il bisogno è tale, c’è poco da ammazzare, da scappare, da resistere: stai lì e ci rimani anche se sei ridotto uno straccio, e perché è quando sei ridotto dall’altro a uno straccio che non si regge in piedi, che il bisogno dell’altro è ancora più evidente, in tutta la sua perversa chiarezza.
Il filo nascosto parla di un uomo forte e insofferente (quanta meraviglia, in quella sublime insofferenza, fatta di gesti impercettibili eppure chiarissimi), ma che poi forte non è per nulla, perché i suoi vestiti sono la reificazione dei suoi fantasmi, e perché la Madre e il suo abito nuziale sono lì a tormentarlo, giorno dopo giorno.
Per accorgersi del fantasma di una donna, ci vuole un’altra donna: una di quelle che lo capisce subito che non sei uno forte, e fai solo finta, e che per vincere questa finzione, per superarne la barriera apparentemente impervia,  bisogna fingere di conseguenza. E la finzione massima del femminile, nella gioco della coppia, è il gattamortismo, la passivo-aggressività che mette in scacco, che lega, che rende dipendenti, che alterna decisione caparbia e capricci infantili, che lascia credere che le redini siano salde e ben strette nelle mani di Lui – povero illuso – mentre le controlla, con un dito appena, Lei.

Il filo nascosto parla di un uomo che cede il volante della sua vita (il potere) a una donna: “Let me drive for you,” dice Lei a un certo punto, e Lui annuisce, e sa benissimo che da quel momento in avanti tutto cambierà. Lo sa e gli va bene, gli vanno bene le sofferenze, gli va bene che le sue sacrosante abitudini vengano cambiate o sconvolte, che il suo stesso ruolo venga messo in discussione.
Perché non c’è relazione dove le cose (per i singoli, o meglio per un singolo, perché uno è sempre più forte dell’altro, e quasi sempre quello che si traveste da fragile) non debbano cambiare, e dove non sia presente un gioco di potere, e di ruoli. Perché non c’è concessione o slancio che non comporti il sacrificio di una parte di sé, una componente sadica e masochista al tempo stesso: io mi dò in pasto a te, affinché tu possa saziare la mia fame, soddisfare il mio bisogno, e viceversa.
E allora ecco che in Il filo nascosto è tutto un mangiare, o un non mangiare. Un rifiutare i cibi pesanti dalla donna che non vuoi più vedere, e che da sola questo messaggio non lo capisce, e un abbuffarsi fino a star male con e per la donna che invece ti ha costretto ad amarla, col quel suo gioco minuzioso e astuto di dare e togliere, di piangere e affermare.
E allora Il filo nascosto è tutto un salire e scendere di scale, un mettersi abiti e togliersi abiti, uno stare un città e un andare in campagna, un litigare e ritrovarsi, sempre sotto gli occhi di una sorella che è il fantasma della Madre fatto di carne, mentre il fantasma quello vero sparisce quanto Lei entra nella stanza mentre stai male, e ti cura: perché è Lei che ti ha fatto star male e solo lei può guarirti.

È tutto così, tutto intrecciato, Lui e Lei, qui e lì, e le stoffe e i fili che vengono cuciti, uniti per sempre dagli aghi che entrano e escono dal tessuto e feriscono la carne, e la bellezza esteriore degli abiti e quelle piccole etichette, quelle piccole parole ricamate nascoste dentro, perché dentro una fodera o un orlo ci può stare di tutto, e una volta che quella cosa è stata cucita lì, dentro, sarà invisibile ma anche inamovibile e tutt’uno con ciò che si vede, come l’amore, come quel filo nascosto che ti lega anche se tu non te ne accorgi, anche se tu non vuoi, o anche se vuoi, perché è la stessa cosa.
Dentro e fuori, evidente o nascosto, chiaro o negato: è sempre la stessa cosa.
Perché tutto, in Il filo nascosto, è così limpido, dichiarato, essenziale, elegante, ma allo stesso tempo misterioso, taciuto, complicato, sporco. Non opposizioni, ma intrecci. Gli intrecci dell’amore, del potere, del piacere e del dolore, del maschile e del femminile, di una fame perversa che solo chi ci nega il cibo può saziare. Di quel io so che tu sai che io so che non finisce mai, e che passa dall’uno all’altra.
Gli intrecci splendidi di un film che è un capolavoro opprimente e liberatorio, capace di far venire i brividi per le emozioni che evoca, disegna, racconta. Che ti sfida, ti strema, ti esalta, ti affama e ti riduce uno straccio, e che quando arriva alla fine non fa altro che farti ripetere con lui: “Ma adesso siamo qui, e io ho fame.”

Voto: 5 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

Londra, anni Cinquanta. Reynolds Woodcock, celebre stilista, fa palpitare il cuore della moda inglese abbigliando la famiglia reale, le star del cinema, le ricche ereditiere, le celebrità mondane, le debuttanti e le signore dell’alta società. Scapolo impenitente, le donne vanno e vengono nella sua vita, offrendo compagnia e ispirazione. Lavoratore bulimico e uomo impossibile, Reynolds dispone delle sue conquiste secondo l’umore e dirige la sua maison con aria solenne, affiancato da Cyril, sorella e socia altrettanto ieratica. Mr. Woodcock ha un debole per la bellezza che riconosce in Alma, cameriera in un hotel della costa dove si è fermato per un break(fast). La giovane donna, immediatamente sedotta da quel “ragazzo affamato”, lo segue a Londra e ne diventa la musa. Stabilitasi nella casa di Knightsbridge, Alma rivela presto un carattere tenace, vincendo lo scetticismo di Cyril, che la crede di passaggio, e accomodando le (brusche) maniere del suo Pigmalione. Ma la difficoltà crescente di ottenere un vero impegno da Reynolds la spinge a trovare un rimedio.

Insieme a The Master e a Vizio di formaIl filo nascostoconferma che qualcosa è sopraggiunto nel cinema di Paul Thomas Anderson. La sua padronanza formale si tempera con accenti borderline che tracciano linee di fuga ma contemplano il ritorno.

Alla maniera dei tessuti selezionati da Mr. Woodcock, gli ultimi tre film di PTA assomigliano più a fili incrociati di trama e di ordito che alle vecchie costruzioni corali. Al climax violento o assurdo (il colpo di pistola di Boogie Nights o la pioggia di rane di Magnolia), subentra una follia lucida e irridente che minaccia i piani a ripetizione, che smarrisce gli sguardi nel fuori campo, che promette scarti, che disegna fughe interrotte. Come quella di Reynolds Woodcock davanti al sorriso enigmatico di Alma, che colloca il film tra veglia e allucinazione, lasciando planare il dubbio sul loro confine.

Opaco e sinuoso, Il filo nascosto serve due attori indefettibili che si misurano sulla scena di un’epoca (gli anni ’50) sensibile alla seduzione cinegenica e in una relazione più complessa di quella che il quadro iniziale lasciava immaginare. Daniel Day-Lewis, maestro del linguaggio e della verità del corpo a discapito dell’eloquenza, trasforma il suo nel recettore di passioni di un personaggio privato di tante parole e dotato di un’aggressività a fior di pelle. Daniel Day-Lewis appartiene di fatto a quegli attori prossimi all’afasia, la cui rivolta sorda traspira dal corpo e la verità di un ruolo arriva necessariamente dall’interiore. Per l’attore inglese la performance è sempre un gesto da automatizzare, una vita da assimilare, una psicologia da dominare. A rischio di dannarsi. Questa intensità spiega una carriera e un ruolo, l’ultimo ha dichiarato l’interprete, che coltivano esigenza e rigore. Il ritratto di uno stilista senza concessioni, devoto alla sua arte, funziona come una metafora della maniera notoriamente intensa dell’attore di affrontare la sua. PTA, che ritrova Daniel Day-Lewis dieci anni dopo Il petroliere, è anche lui un maniaco assodato del dettaglio che aggiunge un’altra mano di senso a un’opera confezionata imbastendo sottotesti.

Voto: 5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

 

 

Paul Thomas Anderson si lascia alle spalle i neon lisergici della Los Angeles anni ‘70 di Vizio di forma e ritrova l’ago con cui tornare a imbastire le trame di un tessuto che, grazie ad un Filo nascosto, unisce Il petroliere e The Master a questa sua nuova opera.

Tornano in maniera preponderante, in questa Londra anni ’50 dove a muoversi è il rinomato stilista Reynolds Woodcock, i topoi più riconoscibili di PTA, su tutti la mania del controllo e l’assenza della figura materna. Due caratteristiche che muovevano il monumentale The Master e che, stavolta, segnano in maniera determinante l’esistenza del protagonista, interpretato da un Daniel Day-Lewis sontuoso, riemerso dai pozzi neri del Petroliere, ripulito e quasi “imbalsamato” in questa figura sempre alla ricerca della perfezione impossibile che, a quanto pare, segna anche il suo definitivo addio alle scene.

Paul Thomas Anderson

È al tempo stesso respingente e affabulatorio, Il filo nascosto, e – mai come in questa occasione – PTA guarda al cinema di Kubrick per risucchiarne tanto in termini di geometrie e atmosfere quanto in termini di ambiguità e sfumature.

Quasi interamente ambientato nella villa-atelier di Woodcock (personaggio vagamente ispirato al celebre couturier Charles James, egomaniaco risaputo), il film – che per la prima volta vede il regista californiano anche direttore della fotografia – è un’anomala love story incentrata sull’incontro del protagonista con la cameriera Alma (Vicky Krieps).

“Scapolo impenitente”, come si definisce da subito Woodcock, abituato ad una routine maniacale fatta di momenti – come la colazione – in cui ogni rumore fuori luogo potrebbe rovinargli il resto della giornata, figura centrale della moda britannica e abituato a “vestire” famiglie reali, star del cinema, ereditiere e debuttanti, condivide le giornate (e il lavoro) con sua sorella Cyril (l’austera, meravigliosa Lesley Manville), che gestisce il marchio di famiglia.

Lesley Manville

L’arrivo di questa nuova donna – musa e amante – vorrebbe/dovrebbe essere gestito come in tutte le altre, precedenti situazioni. Ma ben presto, la vita di Woodcock fino a quel momento “cucita su misura”, controllata e pianificata, sarà stravolta.

Ed è qui che entra in gioco l’aspetto più intrigante e ambiguo del film: sì, perché ad Anderson interessa esplorare non tanto la trasformazione conseguente quel rapporto, ma piuttosto la determinazione della figura femminile nel non desistere mai, neanche di fronte alla più ovvia evidenza, nei confronti dell’oggetto del suo amore. Che riesce a fare completamente suo solamente in quei rari momenti in cui Reynolds perde il controllo di se stesso, quasi regredendo, per ritrovarsi inerme e indifeso.

Qual è l’ingrediente segreto capace di tenere insieme due persone? Quale quel filo nascosto capace di legare in modo così imprevedibile ciò che invece sembra destinato a non durare per sempre?

Vicky Krieps e Daniel Day-Lewis

Il film di Paul Thomas Anderson rimane sospeso, sempre in bilico su questo crinale dove ci sembra di osservare i due personaggi principali in costante duello, e costruisce – anche grazie al meraviglioso lavoro di Jonny Greenwood (alla quinta colonna sonora per il regista), che si mescola e si sovrappone ai vari Fauré, Debussy, Brahms, Berlioz, oltre al Piano Trio No. 2 di Schubert (il primo movimento, quello che anticipa il ben più celebre “Andante con moto” di Barry Lyndon) – un altro indimenticabile film-modello.

Dove la creazione, la confezione, l’eleganza e il controllo si amalgamano con il retrogusto velenoso di un amore che, per alimentarsi e vivere, deve necessariamente scendere a patti con l’aberrazione e il dolore più profondi. Anche a costo della vita.

Candidato a 6 premi Oscar: miglior film, regia, attore protagonista (Day-Lewis), attrice non protagonista (Lesley Manville), colonna sonora e costumi.

Voto: 4,5 / 5

Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

 

 

Si tratta di un luogo comune davvero difficile da scalfire: l’idea che dietro un’immagine, dietro a un volto, dietro ai movimenti di un corpo vi sia qualcosa di più profondo, qualcosa che non si vede ma che ne indica l’essenza. Il segreto di una persona si troverebbe in quello che sta “sotto” la superficie, dietro la maschera. Ogni psicologismo – che poi non è altro che la versione disincantata e contemporanea di quella che una volta si chiamava anima – risiede su una topica di tipo verticale, dove il problema è “svelare” la profondità contro la superficie. Ne vediamo traccia persino nel linguaggio parlato, dove “essere profondi” è meglio che “essere superficiali”.

Ma desiderare di vedere qualcosa che sta oltre il visibile instaura un rapporto particolare tra l’immagine e la parola, dove la seconda funziona da didascalia o da enunciazione discorsiva di una verità che sta oltre la prima. Oggi il senso comune sintonizzato sull’estetica delle serie tv chiede sempre di più personaggi “sfaccettati”, “complessi”, “pieni di sfumature”, ed è quindi tanto più difficile andare controcorrente e inseguire un cinema che invece fa di una “poetica della superficie” e dell’“intransitività” dell’immagine (Deleuze l’avrebbe chiamata sterilità) la sua cifra. Perché è difficile fare un cinema dove l’immagine non si fa illustrazione ed esemplificazione di una parola, ma dove pone una resistenza al significato e a quella ricerca di verità di chi piuttosto che guardare le cose così come sono preferisce andare a ricercare quello che sta “al di là” dell’immagine, dietro di essa.

È stato merito di Roberto Manassero, nella sua monografia Paul Thomas Anderson. Frammenti di un discorso americano (Bietti, 2015), aver capito prima degli altri che il cinema di Anderson, quanto meno a partire da The Master, era invece un cinema che parlava del corpo. Non il corpo erotizzato che si fa supporto del desiderio, e nemmeno quello “significantizzato” e fatto a pezzi del cinema di Cronenberg, ma il corpo come ciò che pone una “resistenza” alla capacità della parola di interpretarlo. In un film come The Master che avrebbe dovuto mostrare una relazione maestro/allievo – e che quindi avrebbe dovuto mostrare un arco narrativo di trasformazione, magari nella forma negativa di uno scacco o di un fallimento – il personaggio di Freddie interpretato da Joaquin Phoenix pone l’ostacolo di una fisicità assoluta, che al culmine di un dialogo cruciale si mette a scoreggiare, “che distrugge a pugni un pisciatoio in cemento, che in una parete di legno vede solo una parete di legno, in un vetro un vetro”. Il corpo insomma è muto: non ha più una parola che ci possa dire cosa c’è al di là di esso. Non c’è più una psicologia da andare a ricercare oltre alla patina superficiale del visibile. Tutto quello che c’è è lì di fronte a noi, ed è per questo che è così difficile da mettere a fuoco.

Con un gioco di parole potremmo dire che le superfici sono tutt’altro che superficiali. Arrivare a sostenere la posizione soggettiva della superficie, o per meglio dire, di un’immagine che non ha bisogno della parola, è tutt’altro che semplice. È troppo forte la tentazione di dire che cosa l’immagine vuole dire e che cosa c’è dietro di essa.

Forse è per questo che ci sono voluti quasi vent’anni e una manciata di film a Paul Thomas Anderson per arrivare a una consapevolezza del visivo di questo tipo, dove non c’è arco narrativo né trasformazione psicologica che tenga, e dove si tratta di mettere tra parentesi la domanda di senso. Gli ultimi anni della sua carriera sono attraversati da questa passione ostinata per il non-senso: un’attività ormai sempre più assidua di regista di video musicali (tutti pochissimo cinematografici, nel senso di privi di una qualsivoglia storia); un documentario sulla gestazione di un album “indiano” del chitarrista e produttore Jonny Greenwood; un adattamento di un romanzo picaresco e labirintico come Vizio di forma, il cui trattamento cinematografico ha reso il suo intreccio persino più impenetrabile e di fatto irrilevante; e un finto romanzo di formazione come The Master che mostra l’incontro mancato di due uomini, un protégé e un maestro che di fatto protégé e maestro non diventeranno mai.

Il filo nascosto è in effetti un film di tessuti e di superfici, dove della moda non vediamo la sua dimensione immaginaria e iconica – non si parla cioè della moda nel suo aspetto linguistico-sociale-simbolica come fanno i semiotici o come si vedeva nel Saint Laurent di Bonello – ma solo la sua materia, cioè il suo corpo. Sono moltissime, nel film, le scene dove i tessuti vengono toccati, tagliati, cuciti, misurati: vediamo i calli sulle dita, vediamo il lavoro delle sarte, vediamo persino commentare la consistenza dei tessuti sulla pelle, come quando uno dei personaggi si lamenta della sensazione che un tipo di stoffe le provoca sulla pelle.

Reynolds Woodcock, l’immaginario sarto inglese degli anni Cinquanta su cui è incentrato il film (mutuato in realtà sulla biografia di Mary Blume dedicata allo spagnolo Cristóbal Balenciaga) è infatti un uomo totalmente assorbito dalla manipolazione dei suoi tessuti. Il suo successo e la sua celebrità emergono nel film solo sporadicamente nella forma di qualche fan che lo riconosce in un ristorante e nella scena del matrimonio di una delle sue committenti più importanti a cui Woodcock deve partecipare controvoglia. Per il resto il film ci mostra un uomo che lavora e che manipola e intreccia tessuti tutto il tempo, e che già dall’inizio, anche nella storia d’amore con Alma, l’altra protagonista femminile del film, vede il corpo di lei come una superficie da vestire e da misurare. Esattamente come in The Master, l’improbabile incontro tra Woodcock – una sorta di quintessenza dell’haute couture e dello stile – e Alma, una sgraziata cameriera di origini straniere che quando mangia fa rumore con la bocca e che inciampa mentre deve servire ai tavoli, non avrebbe potuto che creare delle frizioni: lui un nevrotico assorbito dai rituali ossessivi della sua vita e lei, una donna che avrebbe voluto essere “unica” per lui.

Tuttavia il film è costruito con un arco narrativo nel quale la storia d’amore psicologizzante – ovvero quel principio inscalfibile al cinema, per cui i personaggi scoprono veramente se stessi soltanto quando riescono a mostrare il loro vero lato nascosto – viene da un certo punto in avanti del film messa da parte. Woodcock è uno scapolo incallito che già al primo appuntamento con Alma mette subito in chiaro che lui non si sarebbe mai voluto sposare. Questo perché la sua vita è da sempre guidata da un filo nascosto (ma il titolo originale è più azzeccato, perché si tratta di un “filo fantasma”), che è il rapporto con la madre morta. La superstizione popolare dice che quando si cuce o anche solo “si tocca” un vestito da matrimonio non ci si sposerà mai, e Woodcock a sedici anni, insieme alla sorella Cyril, prepara per mesi un vestito per le seconde nozze della madre. La missione della sua vita insomma sarà quella di fare vestiti, e non metterli lui stesso per celebrare magari la propria di vita («ma perché non ci si può sposare quando si fanno vestiti?» gli chiede Alma). Le ossessioni nevrotiche di lui, la caparbietà di lei nel suo amore per lui… Tutto sembra andare nella direzione di una storia d’amore che riesce a superare tutti gli ostacoli e a rompere gli incantesimi della famiglia Woodcock. Lui, che è solito mettere dei messaggi nascosti dentro al bavero dei propri vestiti scriverà infatti «never cursed», cioè liberato dalla maledizione, quando deciderà infine di sposarsi con Alma e liberarsi del fantasma della madre.

La trovata geniale di Anderson è quella di andare oltre: la definitiva comprensione tra i due, il superamento degli ostacoli e il riconoscimento di essere fatti l’uno per l’altro si scopre in realtà essere solo un McGuffin. Il matrimonio non è una redenzione. Già in viaggio di nozze a Les Deux Alpes lei è insofferente, lui è infastidito dal modo in cui lei mangia fino a una bellissima scena di capodanno, girata come Viaggio in Italia di Rossellini ma che a noi sembra essere la festa di Opfergang di Veit Harlan, dove la coppia si separa e si unisce allo stesso tempo.

Perché Il filo nascosto è un film di superfici, non di profondità. E l’amore tra Reynolds Woodcock e Alma non è la scoperta della verità della propria anima, ma l’intreccio di due solitudini. Esattamente come nella sartoria dove i vestiti prendono forma non perché i materiali si fondono e diventano una cosa unica ma perché si intrecciano, si sostengono attraverso la propria separazione.

In una sorta di controcanto di The Master, Il filo nascosto ritorna sulla topica del corpo che fa resistenza: però è una resistenza che non instaura più una dialettica negativa, ma della quale qualcosa può essere detto e qualcosa può essere fatto. Senza redenzioni, senza immagini ideali, senza happy ending eppure finalmente liberi di starsi accanto consapevoli che l’amore è un’esperienza di solitudine per la quale comunque vale la pena lottare.

Pietro Bianchi, da “cineforum.it”

 

 

Una scena di sesso sostituita da una scena d’alta sartoria: il corpo ridotto a misure e sostegno per tessuti, il desiderio inteso come ispirazione.
Una relazione che si compie grazie alla manipolazione reciproca, a una forma aggraziata di sopraffazione.
Una storia di fantasmi, in cui i fantasmi sono l’unico elemento oggettivato del quadro, il cardine dello sguardo, tutto il resto sembra un delirio febbricitante.

Tre punti su un Filo Nascosto per capire come il cinema di Paul Thomas Andersoncontinui a scegliere la strada della trasfigurazione nel raccontare le cose del mondo, l’amore e la memoria. Per questo occorre intercettare i simboli; come accadeva in The Master, che si apriva con il personaggio di Freddie Quell che faceva l’amore con una statua di sabbia, e si chiudeva con lo stesso Quell a letto con una donna vera, così nel Filo Nascosto Reynolds Woodcock osserva nell’arco del film la trasformazione di un manichino in una creatura in carne e ossa, impara cioè a cedere una parte di sé e del proprio controllo, si abbandona.

A sfaldare definitivamente il piano letterale del racconto ci pensa poi la colonna sonora tutta orchestrale di Jonny Greenwooduna specie di vento sinfonico che gonfia tutto il film, sollevandolo.

Siamo negli anni ’50 e Reynolds (Daniel Day-Lewis) è il sarto più celebre di Londra. Veste politici e principesse, i suoi abiti sono un traguardo aristocratico, ma ha una passione per le giovani donne alte e magre, indipendentemente dalla loro classe sociale: gli dettano le linee che traccia sui suoi quaderni e condivide con la sorella Cyril (Lesley Manville), assistente e tuttofare. Le porta nella sua immensa villa-laboratorio e le conserva silenziose, perfettamente passive, fino a che non diventano insofferenti, rivendicando la propria identità. A quel punto le abbandona, e rimpiazza.

La routine si inceppa quando incontra Alma (Vicky Krieps), una cameriera che lavora in una locanda vicino alla sua casa al mare. La loro vita assieme è un continuo rimescolamento di forze, in cui il carattere di Alma – musa, amante, ribelle – fa pian piano a pezzi le sicurezze di Reynolds, pescando tra le ossessioni che governano il suo passato.
Di più non diciamo, nella seconda parte del film lo svelamento dell’anima dei personaggi equivale a un colpo di scena, dando al mélo un’appassionante attitudine da giallo.

Quello che importa è questa idea di cinema che Anderson ha levigato negli anni: una forma di prestigio, immagini che evocano sempre altro, personaggi fuori da qualsiasi ordine.
C’è questa libertà estrema a cui la gestione mirabile degli strumenti cinematografici – le luci, la composizione del quadro, la musica, la scelta e la gestione degli attori – da una forma statuaria, la trasforma all’improvviso in un’opera. Sono film impensabili per chiunque altro, l’ispirazione di un genio, non diversamente da quanto siamo soliti dire di Lynch o Kubrick o Fellini.
E non esiste nient’altro di simile in giro, perché l’altro gigante anglofono – Nolan – lavora al contrario su schemi di genere molto riconoscibili, testandone semmai la flessibilità.

Per questo dico: che il dio del cinema ci conservi Anderson.

Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

 

 

 

“Capolavoro”: uno dei termini più abusati e impropriamente utilizzati nel linguaggio cinematografico corrente. Eppure, con Il Filo NascostoPaul Thomas Anderson riporta sullo schermo quell’aura di grandezza sconfinata impossibile da descrivere con altre parole proprio perché appartiene solo ai capolavori. Siamo al cospetto non solo di un sommo regista contemporaneo, ma probabilmente del più grande autore del nuovo millennio. Erede di un cinema che non c’è più e che affonda le proprie radici nella maestosa classicità di Orson Welles, John Huston Stanley Kubrick, per attraversare Martin Scorsese, Jonathan Demme ed Robert Altman; è il poeta delle ossessioni che cambiano e si rincorrono, che ritornano all’interno di figure chiave ben precise, dapprima elaborate sotto forma di coralità ad immagine di un concetto più ampio di America, per poi diventare fulcro di questioni duali e demoni personali.

Romanticismo, brama, veemenza, malinconia: sono tante declinazioni diverse della lotta spasmodica tra amore e potere che da sempre anima il suo gesto filmico. Il Filo Nascosto prosegue questa ricerca cinematografica, ma celandosi stavolta dietro il misterioso fascino dell’eleganza. Nella Londra degli anni 50, Woodcock è un rinomato stilista; scapolo impenitente, abituato a una routine maniacale e sempre proteso alla ricerca ossessiva della perfezione assoluta nel proprio lavoro. L’incontro improvviso con una cameriera che diventerà sua musa ed amante, determinerà una metamorfosi interiore ed un’inarrestabile discesa nelle viscere di un rapporto d’amore folle e malato, in cui le ossessioni di due personalità distinte si fonderanno con una grazia sublime.

Anderson, oltre all’abituale sceneggiatura e regia, cura personalmente anche la fotografia ed in questo che potrebbe sembrare un delirio di onnipotenza, emerge in realtà tutta la sua straordinaria potenza. Veste il proprio film degli abiti classici e sfarzosi del melò, riuscendo a inserirvi le pieghe di un morbosothriller psicologico polanskiano. Servirebbero anni per studiarequesto film e per provare a rintracciare i mille riferimenti incastonati al suo interno, ma per quanto si possa cercare di ricondurlo ad altri grandi nomi, la realtà è che un’opera di questo spessore, avrebbe potuto realizzarla soltanto Paul Thomas Anderson.

È miracoloso vedere con quale grado di consapevolezza spinga il formalismo verso vette di perfezione trascendentale. A impressionare, però, non è semplicemente il lato estetico, ma come questa esasperata ricerca stilistica sia sempre a totale servizio della profonda introspezione narrativa. Anderson ha il dono innato di saper riflettere le più piccole venature caratteriali dei suoi personaggi nelle immagini che mette in scena. Così la luce diventa espressione emotiva, l’illuminazione diffusa diegetica s’infrange morbidamente sui protagonisti per creare un’atmosfera eterea e gli accostamenti cromatici sono sintesi magnifica degli stati d’animo. La sontuosa concezione delle scenografie e dei costumi, insieme alla grana pastosa della pellicola, rende avvolgente la ricostruzione di un’epoca ed esprime la maniacalità di tutto ciò che circonda Woodcock.

C’è una tale armonia compositiva che si avrà l’impressione di essere immersi dentro un dipinto in cui ogni inquadratura è un autentico quadro animato e ogni più piccolo movimento di camera un sussulto dell’anima. Il Filo Nascosto avvolge e sconvolge, disegna costantemente nuovi equilibri in continuo divenire, scava e si spinge sempre un po’ oltre il limite, non lasciando mai una soluzione semplice allo spettatore. Un’estasi che arriva ad accarezzare sensi apparentemente sconosciuti al cinema come l’olfatto e il gusto; in questo senso è esemplare l’importanza narrativa che acquista il cibo nell’evoluzione di questo rapporto indecifrabile. È un legame dicotomico inafferrabile, gli sbalzi d’umore dell’uno riempiono i vuoti dell’altra, le debolezze si trasformano in punti di forza, ma questo avviene sempre con una delicatezza che lascia attoniti.

Woodcock e Alma sono due tossicodipendenti alla ricerca di quella droga che è l’amore; si inseguono e si sfiorano senza afferrarsi mai davvero, lottano in modo apparentemente sommesso mentre internamente ardono di contrasti. È una partita a scacchi con le emozioni, in cui ad ogni mossa corrisponde una reazione che sposta la percezione dei sentimenti provati fino quel momento. Accompagnamento ideale di queste personalità instabili, la sublime colonna sonora di un Jonny Greenwood perfetto nell’aderire, con le proprie note, ad ogni micro oscillazione emotiva. Non solo forma e sostanza, ma anche una sapienza registica sopraffina nel saper estrarre ogni volta dai propri attori interpretazioni sontuose.

Lesley Manville, apparentemente confinata ad un ruolo decentrato, è in realtà magistrale nel ricalibrare costantemente gli equilibri tra i protagonisti, mentre Vicky Krieps è una sorpresa assoluta nel ruolo della vita. Il modo in cui trasmette il fascino, il mistero, l’imbarazzo e la complessità del suo personaggio attraverso sottigliezze estreme, denota una sensibilità ed una capacità comunicativa davvero fuori dal comune. Daniel Day Lewis è semplicemente divino nel ridefinire ogni volta i limiti della recitazione. È indescrivibile la cura con la quale si immerge nel processo di creazione del personaggio, come riesca ad entrare nell’anima di Woodcock, come plasmi le sue movenze, quanti toni e registri arrivi a toccare senza che diventino mai “maniera“. Un artista che fa della sfumatura la sua più grande virtù e che sa come colorare anche le zone più buie del proprio personaggio. Il Filo Nascosto (al cinema dal 22 Febbraio), non è un film che vive solo nell’immediato, è qualcosa che lavora dentro, e che segna un nuovo limite per il cinema di tutti i tempi.

Mattia Bianchini, da “ilfattoquotidiano.it”

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