I segreti di Wind River

 

Arrivato al terzo e conclusivo capitolo di quella che lui stesso ha definito la trilogia della nuova frontieraTaylor Sheridan passa dietro alla macchina da presa per essere certo che la sua visione arrivi senza compromessi sul grande schermo. E lo fa con un film tanto potente quanto doloroso, che suggella senza più ombra di dubbio l’opera di un nuovo grande autore, capace di esprimere un cinema attuale e politico sotto le spoglie del genere con una scrittura essenziale, mai banale e ridondante, in cui ogni singola parola è ponderata e ha il suo significato nell’economia della storia.

Nel caso de I segreti di Wind River (come nel precedente, bellissimo Hell or High Water) il genere principale di riferimento è il western, di cui ha tutti gli elementi costitutivi meno l’epicità e che in questo caso sconfina nel noir e nel thriller. Ma indiani e cowboy sono solo il simbolo di quello che furono e si affrontano su una landa gelida e desolata, dove la bandiera americana sventola a brandelli sopra i trailer park in cui sopravvivono a stento quelli che un tempo erano i fieri dominatori delle sconfinate praterie, prima dell’arrivo dell’uomo bianco.

Dalla guerra al narcotraffico sul confine tra Arizona e Messico di Sicario al West Texas messo in ginocchio dalla crisi finanziaria, fino al Wyoming in cui le leggi di natura hanno ancora il sopravvento su quelle degli uomini, Sheridan dipinge con consapevole pessimismo, appena temperato da un amaro senso dell’umorismo, un mondo in cui l’unica regola è la sopravvivenza del più forte e la sopraffazione del più debole. La violenza connaturata all’essere umano esplode nella solitudine delle montagne innevate: le vittime sono lì, a portata di mano, chiuse in riserve, indifese, quando non occupate ad autodistruggersi con l’alcool e la droga, sfruttate nelle loro ricchezze dal vero padrone della terra, che le violenta con trivelle e acquedotti.

Le riserve indiane sono una sacca di disperazione e resistenza che Sheridanconosce bene per averci vissuto e la storia che racconta in Wind River ha il sapore della verità e l’amaro conforto dei dati statistici. In questo senso lo stupro subito dalla giovane Natalie nel film è al tempo stesso tragicamente reale e altamente simbolico, così come lo è il parallelismo tra animali e uomini. Nel punto più basso della catena alimentare descritta dal film ci sono le donne: l’essere istruite e indipendenti non può niente contro la violenza selvaggia del branco e i maschi alfa a capo del loro gruppo non riescono a difenderle. In Sicario Alejandro diceva a Kate che non sarebbe sopravvissuta in quella terra perché non era un lupo, e quella terra ormai apparteneva ai lupi, qui è proprio a un lupo che Jeremy Renner spara all’inizio del film. Ma scopriamo ben presto che sono altri i predatori le cui tracce dovrà seguire il cacciatore, più pericolosi dei leoni di montagna che minacciano il bestiame dei nativi americani. Una metafora potentissima e non scontata, perseguita per tutto il film con una lucidità esemplare.

Come nei film scritti in precedenza, Sheridan parla di famiglie distrutte e di padri – qua addirittura due – che hanno fallito nel loro compito di protettori dei propri cari, di dolori che non passeranno mai ma che vanno accettati e accolti  per continuare a ricordare chi si è amato, come viene esplicitato nel bellissimo dialogo tra il personaggio di Renner, Cory, e quello di Gil Birmingham, Martin. Come in Sicario, al quale questo film si riaggancia strettamente, anche qua al centro della storia c’è una donna, l’agente dell’FBI Jane Banner, interpretata da Elizabeth Olsen. Mandata allo sbaraglio sul posto dai suoi superiori, per indagare su un delitto di cui in fondo non importa niente a nessuno, si trova empaticamente coinvolta in una storia che la cambierà per sempre, facendone sicuramente un’agente migliore, e le insegnerà che non esiste una cosa banale come la fortuna in un luogo in cui bisogna scegliere se sopravvivere o arrendersi.

Dal punto di vista registico – anche se tecnicamente non è questo il primo film diretto da Sheridan, che si è esercitato con l’horror low-budget Vile –  I segreti di Wind River è abilmente costruito sul contrasto tra gli spazi infiniti e accecanti della montagna e la claustrofobia delle abitazioni, con una sapiente armonia nella composizione che conduce lo spettatore all’interno della storia e ce lo incatena senza dargli il tempo di rendersene conto. Al cuore del racconto c’è la sequenza legata alla scena perfettamente coreografata dell’improvviso shootout collettivo, in cui vediamo cosa è successo alla ragazza indiana la notte della sua disperata corsa nella neve, ed è un momento che non dimenticheremo.

L’immagine e il sonoro, assieme alla suggestiva colonna sonora di Nick Cave e Warren Ellis, si sposano perfettamente alla narrazione e alle interpretazioni di tutti gli attori (inclusi quelli che non citeremo per mancanza di spazio), diretti con mano sicura da quello che fino a qualche anno fa era un loro collega. Se Jeremy Renner offre una delle migliori performance della sua carriera, non gli è da meno Elizabeth Olsen, casualmente riunita al suo collega di cinecomic. Colpisce al cuore, ancora una volta, Gil Birmingham, l’attore nativo americano che era il partner di Jeff Bridges in Hell or High Water e qua è il padre ferito

Non c’è una nota stonata nemmeno a cercarla in questa splendida, straziante elegia, ignorata dall’Academy solo perché Harvey Weinstein è intervenuto proprio alla fine per aiutare una produzione totalmente indipendente, in difficoltà con una lavorazione logisticamente difficile e dispendiosa. Ma siamo sicuri che per Taylor Sheridan non mancheranno i riconoscimenti futuri e non possiamo che essere felici che nel panorama prevedibile del cinema contemporaneo americano la sua voce fuori dal coro si levi sempre più alta e limpida.

Voto: 4,5 / 5

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

Possiamo dire con un buon margine di certezza che qualsiasi cosa accada, in un futuro, avremo sempre Taylor Sheridan.

I Segreti di Wind River è ormai il terzo film e la terza conferma della capacità di sceneggiatore di questo texano per il quale fare cinema equivale a raccontare le tante maniere in cui oggi il mito della vita sulla frontiera è ancora vivo, occorre solo trovare i posti giusti.

I Segreti di Wind River di quei tre è l’unico che ha anche diretto e per quanto non dimostri doti eccellenti ha un controllo corretto su uno script ancora una volta impeccabile. Qui la storia è una ma può essere vista in due maniere. Un omicidio in una riserva indiana del Wyoming è indagato da un’agente dell’FBI chiamato apposta. Ad accompagnarla in quelle terre un cacciatore locale. Entrambi hanno buone ragioni per trovare il colpevole solo che lei per l’appunto indaga, lui invece caccia. Un giallo e un western, la stessa trama è vissuta diversamente con generi diversi dai due protagonisti fino a che il finale svelerà come, a Wind River, solo uno dei due paradigmi è davvero possibile e ha davvero senso.

Film con titoli che richiamano i luoghi in cui sono ambientati e nei quali gli uomini sono pupazzi utili a poter inquadrare il mondo in cui si muovono, pretesti per spiegare che se sposti gli esseri umani dalla città alla montagna selvaggia tornano ad essere bestie, e se vivi tra le bestie occorre una morale di ferro. La parte migliore di questo fantastico western moderno infatti si materializza ogni qualvolta i personaggi devono venire a patti con la dura legge del posto. Forse anche per questo un flashback che arriva a tre quarti del film per svelare quel si poteva immaginare sarebbe stato raccontato solo alla fine è uno dei momenti migliori.

Sheridan sa scrivere così bene questi personaggi, e alla fine anche questi luoghi che evidentemente conosce ed ama anche nei loro anfratti più neri, che ha la capacità non comune di sottrarre sofferenza, dolore, epica e senso di vittoria da qualsiasi azione. Il confronto tra un minatore e i colleghi invidiosi della sua donna è un attimo di rara perfezione nell’escalation di violenza, nella sua inevitabile ineluttabilità fin dal principio. Senza nessun apparente coinvolgimento Sheridan mette in scena una violenza ordinaria che non è annunciata da rivalità o tensioni, ma nasce da piccole azioni e omissioni, che pare non essere voluta da nessuno ma arriverà comunque.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Cory Lambert è un cacciatore di predatori nella riserva indiana di Wind River, perduta nell’immensità selvaggia del Wyoming. Sulle tracce di un leone di montagna che attacca il bestiame locale, trova il corpo abusato ed esanime di una giovane donna amerinda. Il crimine prolunga il dolore di Cory che ha perso tre anni prima una figlia in circostanze altrettanto brutali. Per fare chiarezza sul caso, l’FBI invia Jane Banner, una recluta di Las Vegas senza esperienza. Tosta e disposta ad imparare, Jane chiede a Cory di affiancarla nell’indagine. Fortemente legato alla comunità indiana, è l’uomo giusto per aiutarla.

Jane sonda un luogo ostile piegato dalla violenza e dall’isolamento, dove la legge degli uomini soccombe a quella impietosa della natura.

Con Sicario e Hell or High Water, di cui Taylor Sheridan ha firmato le sceneggiature ma lasciato la regia a terzi (Denis Villeneuve e David Mackenzie), I segreti di Wind River forma una trilogia ideale agita nei territori di frontiera. Tre poliziotti, tre indagini e una conoscenza acuta della geografia americana. Dopo il confine col Messico e le lande desolate del Texas, Sheridan trasloca in Wyoming e realizza un film solenne ispirato ai problemi endemici che avvelenano le riserve indiane. Su tutti l’abuso sessuale e la scomparsa di troppe donne amerinde in un territorio che la polizia locale, esigua e sprovveduta, non riesce a controllare. Neve e silenzio al debutto stabiliscono tono e décor del film, inserito in un universo implacabile dove la rabbia di vivere convive con la rassegnazione.

Un mondo senza concessioni, dove l’uomo è lupo per l’uomo, una riserva di indiani e di bianchi, vestigia di una conquista spogliata di ogni eroismo. Avversari ieri e compagni oggi per non sentirsi abbandonati. Fedele agli script precedenti, Taylor Sheridan cortocircuita thriller classico e western contemporaneo, prediligendo una drammaturgia laconica che si prende il suo tempo, che raziona le informazioni e lascia che lo spettatore faccia il suo lavoro.

Voto: 3,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

C’è una ferita che solca la superficie de I segreti di Wind River, che sfregia la compattezza lucida della neve. Appare subito, sin dalla prima sequenza, quando le grida e i lamenti di una ragazza ferita lacerano il silenzio e la pace di una notte nel bosco. E se ne rimane lì, per tutto il film, come una cappa di lutto e malinconia che pesa sulla storia, sui personaggi, al di là delle esigenze narrative. Taylor Sheridan, già sceneggiatore di Sicario e Hell or High Water, per questo suo esordio alla regia sceglie una storia nella quale non posso non vedere una sorta di risposta a Fargo, sia al film che ai tre capitoli della serie televisiva. Quasi a voler rettificare il clima da pièce dell’assurdo che vi regna sovrano, la mescolanza compiaciuta di morte e grottesco che li accompagna in sottofondo, Sheridan strappa dal tessuto del suo film ogni possibile filo di ironia, restituendo agli eventi una dimensione pienamente drammatica. Il paesaggio innevato del Wyoming come emblema di un mondo perfetto, di un’armonia naturale che poi le debolezze sanguinarie degli uomini provvedono a macchiare di colpe indelebili. Da un punto di vista estetico, Isegreti di Wind River è il film gemello di Un sogno chiamato Florida: in entrambi casi il regista lavora in chiave espressiva, ovvero figurativa e drammaturgica, sulla natura dirompente dell’attrito fra lo spazio e i comportamenti delle persone che lo abitano.

Nel suo zelo tassonomico, Wikipedia definisce I segreti di Wind River un neo-western murder mystery film. In effetti, sotto il profilo iconografico e narrativo, la definizione, pur nella sua complessità, non fa una piega. Siamo nel Wyoming, quindi l’ambientazione è western; la storia ruota intorno a due delitti dei quali va chiarito il movente e individuato il colpevole, dunque appartiene al genere poliziesco. Ma qui è il tono a fare la differenza, la malinconia di un lutto che vede in ogni singola aggressione un oltraggio alla misura e all’equilibrio dell’universo, cui fa da testimone, con la sua sola e stessa presenza, il paesaggio. E’ per questo che la risoluzione dell’enigma e la punizione del colpevole, pur nella sua perfetta e precisa corrispondenza al misfatto compiuto, non cicatrizzano nulla, non riportano le cose allo stadio precedente, né ristabiliscono alcuna armonia. Nella bellissima immagine finale due personaggi, entrambi colpiti nel profondo degli affetti dalla violenza degli uomini, siedono silenziosi davanti a una casa, gli occhi persi nello spazio che li avvolge. Forse ancora increduli della distanza che separa la bellezza dal mondo dalla scelleratezza di chi lo abita. O forse invece, per dirla con Cormac McCarthy, segnati dalla «profonda, profondissima consapevolezza del fatto che bellezza e perdita sono tutt’uno».

Voto: 4 / 5

Leonardo Gandini, da “cineforum.it”

 

 

 

Secondo lungometraggio dello sceneggiatore di Sicario, Taylor Sheridan, che qualcuno ricorderà anche nei panni d’attore nella serie Sons of Anarchy (era il vice capo sceriffo David Hale), Wind River è un thriller ambientato sulla neve, di quelli che raccontano la provincia americana depressa e violenta e le sue insidie. Il cadavere di una ragazza viene rinvenuto nudo in un bosco. Il corpo, ovviamente, presenta tracce di violenza carnale. La guardia forestale Cory Lambert, che l’ha scoperto, e l’agente scelto dell’FBI, Jane Banner, cominciano a indagare. Quello che è veramente accaduto alla poveretta, nel corso dell’investigazione, si mescolerà a un passato col quale Lambert non ha ancora chiuso i conti: la misteriosa sparizione/morte di sua figlia avvenuta anni prima e la conseguente crisi matrimoniale. Dopo che un altro corpo (questa volta di un ragazzo) viene ritrovato sepolto sotto la neve, i sospetti ricadono su un gruppo di persone della zona e, come nella migliore tradizione del genere, tutti i segreti di quella che all’apparenza sembrava una tranquilla comunità di montagna vengono a galla. Girato con estrema eleganza, rigore e un’innegabile gusto per l’intreccio poliziesco, Wind River trova il suo momento catartico in un finale tutto azione e sparatorie che, per certi versi, riporta alla memoria la scena d’apertura di Sicario.

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Ma Wind River è anche e soprattutto un film d’introspezione psicologica, in cui la caratterizzazione dei protagonisti, interpretati dai più che mai ispirati  (entrambi reduci dalle fatiche pirotecniche di uno altro tipo di cinema, Avengers: Age of Ultron  e Captain America: Civil War), sono precise e ben articolate, evitando, per fortuna, banali derive romantiche. Il bianco candore delle nevi eterne, che ben si sposa con il rosso del sangue – ormai lo sappiamo bene – garantisce un indubbio fascino e l’unico neo è forse proprio la rivelazione finale, troppo scontata. E, mentre tutti i tasselli del puzzle si incastrano senza alcun vero colpo di scena, l’unico plus-valore di quell’ultima mezz’ora è dato dalla messa in scena di un duello senza esclusione di colpi e di vittime. La chiusura, poi, è di quelle che inneggiano al revenge-movie senza redenzione, ma è perfetta così e insinua quell’intento politicamente scorretto che ha il sapore della vita.

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Anche una tanto discussa scena di stupro vista in flashback, pur non arrivando mai a offrire la visione grafica di altro tipo di prodotti – non aspettatevi Non violentate Jennifer – è abbastanza cruda e violenta per colpire lo spettatore diritto nello stomaco, con un maglio. Insomma, Wind River è un prodotto ibrido, ma in stato di grazia, che riesce a mantenere il giusto equilibrio tra esigenze spettacolari e una narrazione (fin troppo) drammaturgica; più simile a certi primi prodotti di Atom Egoyan che non al cinema dei fratelli Cohen. Una bella sorpresa, comunque, che pur non avendo le pretese del grande cinema d’intrattenimento non passa inosservata.

Voto: 3,5 / 5

Manlio Gomarasca, da “nocturno.it”

 

 

Ci sono opposti che si fanno evidenti durante la visione di “Wind River”. La contrapposizione centrale, oltre quella cromatica (neve-sangue), inerisce i rapporti di forza e debolezza fra individui. Cosa rende forti e cosa deboli? È forte un uomo che per rispondere a un’ideale di virilità stupra una ragazza? È debole una ragazza che percorre sei miglia a piedi nudi nella neve, a meno venti gradi, per fuggire allo stupro? La detection che ha inizio al ritrovamento del cadavere di una diciottenne pellerossa ai piedi dei monti del Wyoming, ai margini di una riserva indiana, pone la questione così come pone in antitesi legge giuridica e legge morale, fortuna e sfortuna. “I lupi non uccidono i cervi sfortunati; uccidono i più deboli” si dice verso l’epilogo, chiudendo un cerchio che si era aperto con la prima scena del film, dopo una corsa notturna disperata. Prede e predatori barcollano su un confine etico e pratico labile nell’opera seconda di Taylor Sheridan, perciò il lupo che punta la mandria di pecore è ucciso dal cacciatore Cory Lambert, e la storia si replica fino alla fine, tra conflitti a fuoco, cadaveri che sbucano dalla neve, l’identità opaca di una comunità che non avendo molte buone ragioni per vivere neanche ne ha molte per morire.

“Wind River” affronta lateralmente il complesso di colpa che gli Stati Uniti si trascinano dietro da un secolo per il genocidio e la ghettizzazione dei nativi americani, cancellati dalle mappe antropologiche, segregati in riserve dove in preda alla confusione e all’oblio i giovani, pur di qualificarsi, scimmiottano gerghi e matrici gangsta-rap, considerano la prigione un rito di passaggio e guardano sottecchi i bianchi, con alcune eccezioni arbitrarie.
In una riserva l’agente FBI Jane Banner viene spedita da Las Vegas a occuparsi delle indagini sull’omicidio di Natalie, violentata e morta assiderata. Un’altra donna poliziotto tosta e vulnerabile sul modello Starling, alla stregua della Kate di Emily Blunt, protagonista di “Sicario“. Pur non avendo un dossier caratteriale approfondito, Elizabeth Olsen è notevole nel donare al personaggio la fragilità di qualcuno che pian piano si rende conto di essere capitato in una situazione più grande e ingestibile dello specifico poliziesco, mentre non deve forzare il ruolo Jeremy Renner, oggetto di una rifinitura più completa. Il suo stolido cowboy moderno, Cory, è precipitato nell’inferno dell’esperienza ripetuta (sua figlia sedicenne, avuta da un matrimonio con una nativa, è morta allo stesso modo di Natalie) e incarna il pessimismo sotteso di una vicenda che sposta incessante gli equilibri dal thriller all’introspezione, senza avere la pietà di conferire un senso di giustizia terrena equamente a luoghi, animali, persone.

La frontiera americana oggi, terra desolata, sede di estreme condizioni esistenziali e perciò di estreme misure alla cattività, coabita nell’inquadratura insieme alle figure umane, tormentandole con le sue vastità grandangolari, con bufere repentine, schiarite ingannatrici, fotografate dal Ben Richardson di “Re della terra selvaggia“. Cory e il desiderio di catarsi punitiva che lo rode, nella coscienza di una sostanziale iniquità, sono il bandolo di un intreccio che lascia poco alle agnizioni e allo spettacolo, e procede nel rigore anche durante le esplosioni di violenza e negli aspetti più canonici, come di questi tempi fanno Jeremy Saulnier e John Hillcoat, in un solco di comune disillusione.
L’ossessione della caccia di Cory, l’acquattarsi e il pazientare all’infinito in attesa di premere il grilletto al momento opportuno, ha origine da un bisogno di vendetta personale e tuttavia prende forma in un’autodisciplina filosofica vicina all’ascetismo (o all’autismo) del commissario Matthäi di Dürrenmatt. Ne “La promessa” la casualità governava l’universo; “Wind River” non trascura moventi sociali ma anch’essi vanno ad alimentare un’atmosfera che fa il paio con quella meteorologica: di caos sospeso, incontrollabile, pronto a deflagrare proprio nella casualità.

Terzo tassello della trilogia che Sheridan, prima solo in fase di scrittura e adesso anche alla regia, ha dedicato al tema del confine, dopo il citato “Sicario” e “Hell or High Water”. Spoglio, cupo, gelido come un inverno perenne, “Wind River” non compiace lo spettatore e non perdona nessuno dei suoi personaggi. Mette in scena un’umanità soffocata dalla pressione di un mondo sul quale non ha alcuna giurisdizione, dove ogni decisione è quella sbagliata e anche dipingersi il lutto sul viso non porta pace, e allora non rimane altro che stare seduti in silenzio a guardare l’orizzonte.

Voto: 7,5 / 10

Matteo Pennacchia, da “ondacinema.it”

 

 

Nello “stallo alla messicana” che ad un certo punto coinvolge una squadra di contractors contro gli uomini dello sceriffo locale e un’agente dell’FBI (Elizabeth Olsen) sta tutto il senso profondo e politico del percorso portato avanti in quella che appare una vera e propria trilogia della Frontiera dallo sceneggiatore dietro SicarioHell or high water (entrambi presentati a Cannes), qui all’esordio anche dietro la mdp. L’autorità più alta tra i presenti dovrebbe ordinare a tutti gli altri di abbassare le armi. Ma siamo in una dimensione di Frontiera, appunto: e chi governa realmente il confine? Chi è realmente la Legge in questa zona al limite tra gli insediamenti petroliferi delle corporazioni e i loro eserciti privati di esaltati, le riserve dei nativi americani con il loro carico di disperazione e rassegnazione nelle nuove generazioni allo sbando, e la vita durissima di chi conosce soltanto la via della violenza e della resistenza del più forte alla sfida quotidiana della natura?

Come nei suoi script precedenti, Sheridan porta la tensione e lo scontro al livello di stilizzazione più assoluta, col minimo comun denominatore della sopravvivenza di queste esistenze nerissime in una landa impervia di rocce cattive ricoperte di una neve perenne e fintamente accogliente, che nasconde le minacce in un bianco di purezza solo apparente. Il personaggio di Jeremy Renner agisce spinto da una urgenza morale che può passare soltanto dal suo fucile infallibile di cacciatore di bestie feroci, e sa che l’unica Legge possibile nella wilderness è quella del singolo, al di fuori di qualsiasi struttura istituzionale o fiducia in uno Stato che da quelle parti, Wind River nel Wyoming, non viene né riconosciuto né rispettato, sia dai nativi ricacciati in angoli di terra da secoli di diaspora, che dai fascisti armati dalla civiltà a caricatore semiautomatico d’America.
La bordata eversiva supera i meccanismi puramente di genere, ancora come d’abitudine nelle storie sempre fin troppo geometriche, pietre angolari, di Sheridan, ma lo scrittore non esita un attimo nel passaggio alla regia, e il film rivela progressivamente tutta la sua crudezza senza mostrare remore o paure, in un flashback di svelamento di sorprendente potenza, che resta nella memoria.

Per il resto di quest’indagine che tiene insieme come da tradizione lo scorbutico giustiziere locale con la superpoliziotta di città piombata improvvisamente in una civiltà che ragiona per regole che non si studiano in Accademia, la mano dell’esordiente non permette alle immagini di assumere quel respiro tragico e monumentale che avrebbero potuto se affidate ad uno sguardo in grado di cogliere le tracce dell’eccidio quotidiano della natura nelle ferite del paesaggio (azzarderemmo addirittura un Cary Fukunaga?) e nella primordiale battaglia per la sopraffazione in atto dall’inizio dei tempi negli avamposti costruiti dall’uomo (Walter Hill?).
Sheridan imbastisce in ogni caso un paio di scene d’azione old school di solida efficacia, e presta un’attenzione straordinaria all’anima, spesso fragile anche sotto le corazze dei più cattivi, di ogni personaggio, fino all’ultimo degli antagonisti, una galleria di figure degne della letteratura hard boiled “alta”, e la conferma delle capacità di un grande disegnatore di ritratti femminili, qui non soltanto il ruolo di Olsen ma anche e soprattutto il fantasma che si agita tra le immagini, ovvero la meravigliosa figura della ragazza ammazzata, vero e proprio spirito guerriero indomito anche nei segni rimasti della sua ultima corsa nella neve.

Sergio Sozzo, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2017, I segreti di Wind River di Taylor Sheridan è un western contemporaneo, è un poliziesco dai contorni drammatici, dolorosi. Sheridan non si limita a intrecciare gli elementi chiave dei due generi, ma riesce ad aggiornare e contestualizzare il mito della Frontiera, a legare paesaggio e sguardo antropologico, disegnando una detection asciutta e tesissima e un dramma personale e sociale vivo e pulsante. Ottimo cast, in primis Jeremy Renner. Merita una citazione il possente e magnetico Gil Birmingham.

La notte senza legge

Cory Lambert, un agente della United States Fish and Wildlife Service, lavora nella riserva indiana Wind River, sperduta nei vasti territori del Wyoming. Dopo aver scoperto nella neve il cadavere di una giovane donna, si offre di aiutare l’agente dell’FBI Jane Banner, inviata nella riserva per indagare sull’omicidio. Fortemente legato alla comunità dei nativi americani, Cory è l’unico in grado di affrontare questo ambiente ostile, un territorio devastato dalla violenza e isolamento, in cui la legge dell’uomo svanisce di fronte alla spietata natura… [sinossi]

Autore della sceneggiatura di Sicario di Denis Villeneuve e di Hell or High Water di David Mackenzie, Sheridan si piazza dietro la macchina da presa con le medesime ambizioni, sostenute da mezzi economici e tecnico-artistici adeguati. Dopo il Sundance, I segreti di Wind River approda al Festival di Cannes 2017, mettendosi in bella mostra nella sezione Un Certain Regard: Jeremy Renner, Elizabeth Olsen, la Weinstein Company, una sceneggiatura solidissima, i paesaggi innevati del Wyoming, western e detection che si intrecciano. Wind River è cinema classico, roccioso, narrativamente stratificato, capace di raccontare un territorio ostile, una comunità alla deriva, (più di) un dramma umano. Intensissimo e pronto a deflagrare.

Sheridan non si limita a fondere gli elementi chiave dei due generi, ma riesce ad aggiornare e contestualizzare il mito della Frontiera, a legare paesaggio e sguardo antropologico, disegnando una detection asciutta e tesissima e un dramma personale e sociale vivo e pulsante. C’è l’indagine della polizia locale e dell’FBI, ovviamente, ma ci sono più storie ne I segreti di Wind River: storie di quotidiana sopravvivenza in una regione quasi disabitata, lontanissima dalle luci della città; storie di donne che svaniscono nel nulla, di uomini dilaniati dalla violenza, dall’alcool, da distanze che annientano, da un vuoto che inghiotte.
Storie di lupi e di cervi deboli. Non sfortunati, ma deboli.
Una battuta di Lambert (Renner) penetra come una lama, restando avvinghiata più agli occhi che alle orecchie: «i lupi non uccidono i cervi sfortunati, uccidono i cervi deboli». Le distese di neve, quel bianco mortale, le impervie salite e le distanze proibitive se non fatali, sono il paesaggio naturale dominato fisicamente e metaforicamente dai lupi, dal rapporto spietato e cristallino tra forza e debolezza.

Sheridan racconta attraverso la scrittura e la messa in scena un luogo che continua a essere selvaggio west, incurante delle leggi della città, delle giurisdizioni, delle catene di comando. I segreti di Wind River non è però una detection che vive di contrasti, un buddy movie che pian piano mette insieme i mattoncini di una collaborazione e/o amicizia: nel Wyoming di Sheridan non c’è tempo da perdere, c’è solo il tempo dei lupi e dei cervi. Il tempo di Lambert, un moderno e solitario cacciatore, una sorta di nativo bianco, uno yankee che si è adattato alla terra degli arapaho e degli shoshoni [1]. Nella Frontiera di Sheridan conta l’adattabilità al territorio e alle sue temperature: il gatto delle nevi, il fucile di precisione, l’abbigliamento adatto, la forma mentis, la condizione fisica.

Lo script di Sheridan innesta su una lineare detection dei flashback che contribuiscono ad accrescere la tensione, a svelare il buio che ha inghiottito le vittime, facendo scorrere su binari paralleli l’elaborazione del lutto di Lambert e il rito di passaggio di Banner. Riecheggiano ne I segreti di Wind River una lunga serie di pellicole, da Caccia selvaggia di Peter R. Hunt a The Precipice di Yasuzō Masumura, da La promessa di Sean Penn a La notte senza legge di André De Toth, da In ordine di sparizione di Hans Petter Moland a Il grande silenzio di Sergio Corbucci… immagini e suggestioni che confluiscono nella scrittura, nei personaggi, nei volti e nei paesaggi di I segreti di Wind River. In meno di due ore, Sheridan riesce ad articolare il meccanismo investigativo, a raccontare un territorio, a riassumerne le implicazioni individuali e sociali, a restituire la sensazione del gelo, dei cristalli di ghiaccio che penetrano nei polmoni. È un cinema fisico, quello di Sheridan, vigoroso quando serve. Un cinema che lavora di sottrazione, ma che è pronto a esplodere, perché siamo in un western. Un western di lupi e di cervi.
Il branco. Il cacciatore. La guerriera. Il western non morirà mai.

Enrico Azzano, da “quinlan.it”

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