Eric Clapton – Life in 12 bars

 

 

«Fin da bambino sapevo di essere diverso, ma non sapevo perché». La vita di Eric Clapton raccontata nel documentario Life in 12 Bars (al cinema per tre giorni dal 26 al 28 febbraio) comincia con questa dichiarazione di appartenenza ad un universo fatto di talento, oscurità e blues, la musica che rappresenta la sublimazione del dolore. 135 minuti di immersione profonda nel mistero di un uomo inquieto e introverso salvato da un dono che gli ha permesso di capire a fondo quello che nessun musicista bianco si pensava potesse comprendere. In una scena del film il leggendario Muddy Waters lo dice chiaramente: «I bianchi possono imparare a suonare la chitarra, ma non riusciranno mai a cantare il blues. Non hanno abbastanza anima perché non hanno sofferto abbastanza».

Invece Eric Patrick Clapton, nato a Ripley, un paese di campagna nel sud dell’Inghilterra il 30 marzo del 1945, quella musica non solo l’ha capita ma ha anche contribuito a restituirla al mondo e a lanciarla al successo senza mai prendersene il merito ed inseguendola con la dedizione di un purista assoluto.

La prima immagine di Life in 12 Bars è un video-selfie in cui Clapton dice: «Se non lo conoscete vi consiglio di cercare e ascoltare l’album Live at the Regal di B.B.King. Contiene tutto quello che c’è da sapere sul motivo per cui ho iniziato a suonare la chitarra». Comincia così il racconto dettagliato, dal ritmo solenne e pieno di immagini inedite, di un’esistenza segnata dalla ricerca incessante di un’identità e dal bisogno non solo di essere amato (come tutti) ma anche di non essere rifiutato.

Perché all’origine della sua ispirazione c’è il caos. A Ripley Eric Clapton cresce serenamente fino a quando a nove anni non scopre che quella che pensava fosse sua madre, Rose Clapton, in realtà è sua nonna, l’uomo che chiama papà, Jack Clapp, è il secondo marito di Rose e la sorella maggiore che non ha mai visto e di cui ogni tanto sente parlare di nascosto in famiglia, Patricia Molly, è sua madre. Patricia lo ha avuto a 16 anni da un soldato canadese partito subito per la guerra e poi rientrato in Canada (dove è già sposato), e lo ha abbandonato. Un giorno Patricia Molly torna a Ripley con altri figli, Eric le chiede se ha intenzione di fargli da madre e lei risponde: «No. Con tutto quello che hanno fatto per te, puoi continuare a chiamare Rose e Jack mamma e papà».

Questa aridità di sentimenti (comune ad una generazione di musicisti inglesi nati durante la tragedia umana della Seconda Guerra Mondiale che hanno trasformato il disagio in forme d’arte di una potenza irripetibile) è la chiave di lettura di tutto il documentario, il sottofondo che risuona lungo tutta la ricostruzione meticolosa della infinita carriera di Clapton (la prima ora di Life in 12 Bars serve ad arrivare solo fino al 1969), perché quel rifiuto scatena la seconda caratteristica fondamentale della sua esistenza: l’identificazione con il blues che si trasforma in ossessione.

«Sulle copertine dei primi dischi blues che ho visto nella mia vita c’era sempre un uomo con la sua chitarra, solo contro il mondo» racconta Clapton «Senza neanche rendermene conto, quella musica mi ha portato via tutto il dolore». Nel 1963 si presenta ad un’audizione per entrare in una band R&B, The Rooster. Il pianista Ben Palmer, che diventerà uno dei suoi migliori amici, ricorda: «Ci siamo resi conto subito che aveva un enorme talento e che aveva lavorato duro per svilupparlo». La cosa incredibile è che nel 1963 Clapton ha solo 17 anni. Otto mesi dopo è già negli Yardbirds, li porta al successo in Inghilterra ma dopo la hit For Your Love se ne va perché gli altri si sono fatti crescere i capelli alla Beatles (che lui all’inizio considera «Dei coglioni») e nel 1965 viene chiamato da John Mayall nella più importante blues band inglese, i Bluesbreakers: «Conosceva l’emozione del blues e aveva la tecnica per realizzarla» dice di lui Mayall.

Una delle scene più belle di Life in 12 Bars è quella di Bob Dylan nella sua stanza d’hotel durante il tour in Inghilterra del 1965 che guarda i Bluesbreakers in televisione: «Hey quello è il nuovo chitarrista che è appena arrivato?» chiede ai membri della sua band. Quando Eric fa il primo assolo, Bob rimane a fissare lo schermo in silenzio con gli occhiali neri e la sigaretta in mano e dice solo: «Wow».

Si dice che Clapton non abbia fatto altro che cercare la redenzione per un talento forse troppo grande da sostenere e per una vita sempre al limite dell’autodistruzione. Anche quando era il migliore al mondo e sui muri di Londra compariva la famosa scritta “Clapton is God” si è nascosto dietro al nome di un gruppo: dopo Yardbirds e Bluesbreakers i favolosi Cream (un’altra delle scene pazzesche del documentario è il concerto dei Cream al Fillmore di San Francisco in cui come racconta il promoter Bill Graham: «Il pubblico era più preparato, e potevano fare canzoni lunghe 40 minuti»), poi ancora i Blind Faith e Delaney &Bonnie and Friends prima di esordire nel 1970 con il suo primo album solista. Nella foto di copertina si presenta con abito bianco, camicia nera e sigaretta nella mano destra, seduto su una sedia con la sua Fender Stratocaster nera chiamata “Brownie” accanto, come i suoi idoli bluesman americani. Tra le testimonianze eccellenti raccolte in Life in 12 Bars c’è anche quella di B.B. King in persona: «Se vuoi suonare più di tre note devi avere una storia da raccontare, ed Eric ne aveva molte».

Nella seconda parte del documentario entra in scena la seconda grande ossessione Clapton, quella per Pattie Boyd, la moglie del suo migliore amico George Harrison. È lei a dare vita all’album maledetto Layla registrato con lo pseudonimo di Derek & the Dominos a Miami in un vortice di droga e sensi di colpa (e reso epocale dall’incontro con un altro dei migliori chitarristi della storia, Duane Allman). Nelle immagini del documentario Pattie appare come una specie di divinità, una musa del rock eterea e sensuale allo stesso tempo, «La personificazione del desiderio» come dice Clapton che scrive per lei l’album ma non riesce ad averla e dopo quel secondo rifiuto entra nella fase più buia della sua vita.

«Sono sparito perché non mi piace la vita. Voglio morire e non vivrò a lungo» dice in un’intervista rilasciata intorno al 1971 quando deve fare i conti anche con la morte del suo amico Jimi Hendrix: «Mi sono arrabbiato soprattutto perché non mi ha portato via con lui». Dopo Layla Clapton si chiude nella sua villa di Hurtwood per quattro anni, passa dall’eroina alla cocaina all’alcol e quando finalmente riesce ad avere Pattie (l’illuminato George la lascia libera di andare da Clapton ma non interrompe la sua amicizia con lui) è troppo strafatto per accorgersene. Le immagini del periodo che va dal 1975 al 1986 sono potentissime, tra deliri da ubriaco sul palco, dischi che lui stesso non vuole ricordare e dettagli della sua dipendenza da ogni tipo di sostanza raccontati con un realismo straziante. Sembra un lungo bad trip in cui tutto è sfuocato e confuso, e dal quale Clapton esce segnato da una ennesima cicatrice inguaribile, quella della perdita del figlio Conor nel 1991. Il racconto di quel momento in Life in 12 Barsè toccante: Eric è ancora una volta da solo con la sua chitarra a combattere contro il dolore più grande. «Ho preso una chitarra acustica e ho cominciato a suonare per giorni per non confrontarmi con la realtà. La musica è tornata a salvarmi come ha fatto quando avevo 9 anni».

Da quella tragedia (e dalla straziante lettera di Conor ritrovata pochi giorni dopo la sua morte in cui c’è scritto “I Want to see you again”), Clapton riesce a tirare fuori Tears in Heaven, il concerto Unplugged, la rinascita artistica del 1992 e la forza di continuare a vivere e a suonare: «Per onorare mio figlio». Il finale di Life in 12 Bars è una catarsi commovente in cui si vede Clapton che cerca di fare pace con l’oscurità che ha caratterizzato la sua vita, e alla fine ci riesce: recupera il rapporto con la sua prima figlia Ruth (nata nel 1985), trova la serenità con la moglie Melia e le tre figlie adolescenti July, Sophie ed Ella, riesce persino ad aiutare gli altri fondando ad Antigua il centro di rehab Crossroad Centre per alcolisti e tossicodipendenti.

Il finale di questa storia è già scritto: a 72 anni, dopo aver annunciato più volte il ritiro e aver fatto preoccupare tutti per le sue condizioni di salute, Clapton tornerà sul palco con un concerto epocale ad Hyde Park, Londra l’8 luglio 2018 insieme a Steve Winwood, Santana e Gary Clark Jr. Il suo amico Ben Palmer, che lo conosce da quando aveva 17 anni, ha sintetizzato il suo mito in modo perfetto: «Eric voleva solo suonare a modo suo ed essere lasciato in pace». In una delle ultime scene di Life in 12 Bars invece Eric Clapton racconta tutto sé stesso e la sua complessa ed affascinante vicenda umana con queste parole: «La vita che ho fatto, compresi tutti gli errori che ho commesso, mi hanno portato fino a qui. Tutto quello che ho raggiunto nella mia carriera è solo polvere. Arriverà un giorno in cui nessuno al mondo avrà la minima idea di chi sono e di cosa ho fatto. Ma la cosa non mi disturba. La musica non mi ha mai tradito».

Voto: 4 / 5

Michele Primi, da “rollingstone.it”

 

 

In una società ossessionata dalla fama come la nostra, è facile cadere nella trappola di idealizzare i nostri idoli, finendo per dimenticare la loro umanità. Le star diventano divinità, i fan adepti, il gossip ‘mitologia’ e le manifestazioni di approvazione (virtuali e non) quasi dei tributi votivi. Se il paragone potrebbe sembrare eccessivo, si pensi che già agli inizi del divismo moderno quattro giovani britannici si definivano «più grandi di Gesù», e curiosamente, proprio in quello stesso ’66, nella metropolitana di Londra appariva la scritta «Clapton is God».

Dio della musica, del Blues, o della chitarra, i titoli teologali attribuiti ad Eric Clapton sono innumerevoli, e a buona ragione. Musicista dalla fama internazionale, plurivincitore di Grammy ed unico al mondo a vantare tre ingressi nella Rock and Roll Hall of Fame, Clapton è da molti considerato uno dei fondatori del rock e colonna portante del così detto blues bianco, in contrapposizione a quello afroamericano.  Se la sua autorità nella musica è indiscutibile ed effettivamente ai limiti del sacro, di matrice meno trascendentale è la difficile e travagliata vita privata dell’artista, in cui c’è ben poco di celeste.

Dietro a quell’idealizzata patina dorata, si cela un uomo dall’infanzia traumatica e dalla crescita segnata dalla malinconia e dal male di vivere; una storia fin troppo umana che, nascosta dal successo e dalla fama, attendeva solo di essere raccontata. È proprio per raccontare l’uomo dietro alla leggenda che nasce il docufilm Eric Clapton: Life in 12 Bars, nelle nostre sale per una release limitata dal 26 al 28 febbraio con Lucky Red e Marys Entertainment.

Diretto dalla regista e produttrice premio Oscar Lili Fini Zanuck (amica di Clapton da più di 25 anni) e montato da Chris King (Army, Sienna, Exit Thought The Gift Shop), Eric Clapton: Life in 12 Bars esplora finemente la vita di Clapton grazie all’esclusivo accesso al suo vasto archivio privato, rubando foto e video inediti dalla sconvolgente umanità e carica emotiva.  «Non ho mai conosciuto un uomo migliore del mio amico Eric Clapton» recitano le parole di B.B. King, maestro ed amico del musicista, a cui Slowhand dedica questo documentario e i primi minuti della sua introduzione, che senza fronzoli, ci scaraventa violentemente nelle campagne di Ripley nella contea inglese del Surrey, dove un giovane Clapton scopre la vera identità di sua madre e del suo abbandono. Questo passaggio crea un senso di inadeguatezza ed inferiorità nella mente del piccolo Ric, che sviluppa una grande diffidenza per il mondo e la società, segnando le sue scelte artistiche e personali, da quelle rivoluzionarie e di successo a quelle più autodistruttive.

Accompagnati dalle note delle sue canzoni più famose, percorriamo ogni aspetto del privato di Clapton, e intanto scopriamo l’ossessione per il blues – che ha scolpito la crescita del musicista – e passiamo per i suoi primi successi, che Clapton stesso definisce «solo polvere». Arriviamo poi ai conseguenti tradimenti ed egoismi, alla morte del suo caro amico Jimmy Hendrix ed alla sua dipendenza dall’alcol e dalla droga; fino poi alla tragedia più grande: la morte di suo figlio. La musica improvvisamente intona i primi accordi di Tears in Heaven, e ci conduce in una struggente spirale di dolore con cui è difficile non empatizzare.

In un indissolubile legame fra suono ed anima, il blues ritorna in continuazione come mezzo di espressione, sfogo e «rifugio dal dolore di ieri, oggi e domani», dimostrandone il valore catartico nella vita dell’artista. «La musica mi ha salvato la vita» dice Clapton, una vita che ormai si avvicina al tramonto con una consapevolezza nuova, votata alla sobrietà ed alla semplicità.

Commovente, vero e capace di guidarci nella storia della musica moderna attraverso gli occhi di uno dei suoi più grandi esponenti,  Eric Clapton: Life in 12 Bars, nonostante un finale un po’ troppo retorico ed un metraggio non trascurabile,  irradia umanità in ogni suo frame, superando l’idealizzazione dell’artista e regalando un’esperienza unica e consigliata a tutti, anche ai non amanti del Signore del blues.

Francesco Saverio De Angelis, da “anonimacinefili.it”

 

Nato nel 1945 a Ripley, paesino del Surrey, Inghilterra, il chitarrista bianco più famoso del mondo scopre all’età di nove anni di essere figlio della sorella maggiore e che i suoi nonni sono subentrati a lei nella funzione di genitori. Con questo incipit da tragedia greca e la voce over di Clapton che accompagna la narrazione come in una seduta psicanalitica, punteggiata dallo score intimo di Gustavo Santaolalla, si apre una monografia ricchissima di materiali, che, pur attraversando la storia del rock e blues, segue la pista emozionale, l’evoluzione dei sentimenti post traumatici del musicista: la scoperta choc dell’infanzia all’amore frustrato per Pattie Boyd (già moglie dell’amico George Harrison), la scomparsa dell’anima gemella Jimi Hendrix, la dipendenza dall’eroina, il lutto del figlio Conor nel 1991 e la palingenesi con la creazione del centro di recupero Crossroads ad Antigua.

La direzione non poteva essere un’altra, perché dietro la macchina da presa – ma sostanzialmente in sala di montaggio, visto che la voce di Clapton e di molti altri si sovrappone al cospicuo girato preesistente – c’è Lili Fini Zanuck, terza moglie di Richard Zanuck (figlio di Darryl, fondatore della Twentieth Century Fox) e con lui co-produttrice del premio Oscar per A spasso con Daisy (1989).

Lili Fini Zanuck è un’amica del musicista, che a lei si affida per dare forma alla propria storia: premessa che dà al film una grande cura ma anche un’ingerenza rilevante da parte del suo stesso oggetto di indagine.

La carriera musicale di Clapton viene illuminata all’incirca dagli inizi degli anni ’60 (The Roosters, The Yardbirds, John Mayall, i Cream) con una vistosa ellissi sui dischi composti sotto l’abuso di alcol, per poi riemergere alla cerimonia dei Grammy 1993, quelli di Tears in Heaven, dedicata al figlio. Pietra angolare per una rinascita personale e professionale. Ciò detto, questa scelta non intacca l’eccezionalità dell’archivio messo a disposizione da Clapton, una vera gioia di ogni musicofilo: oltre alle foto e agli home movies girati nella villa di Ewhurst, sempre nel Surrey, rivelatori anche delle debolezze più inconfessabili – scene di abbrutimento da dipendenza ma anche una lettera d’amore – c’è il girato e il fotografico delle case discografiche: la Atlantic, rappresentata dal leggendario scopritore di talenti Ahmet Ertegun e le relative sessioni di registrazione; il footage occasionale dell’incisione di All You Need Is Love, il mitico assolo di While My Guitar Gently Weeps e la collaborazione all’album All Things Must Pass, segno di una forte stima di George Harrison per Clapton; la scoperta di un nuovo suono allontanando i microfoni dagli amplificatori; il live con Steve Winwood ad Hyde Park, le foto che documentano la session occasionale con Aretha Franklin, negli stessi studi di Wilson Pickett e Otis Redding; la scoperta degli Allman Brothers grazie al produttore Tom Dowd.

Voto: 3 / 5

Raffaella Giancristofaro, da “mymovies.it”

 

 

 

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