Cosa dirà la gente

 

Nel preparare la scheda per questo film ho indicato “Cosa dirà la gente” come film drammatico, ma se avessi scritto che ci troviamo di fronte a un horror probabilmente non mi sarei discostato a conti fatti dalla realtà. Intendiamoci, non ci troviamo di fronte a una pellicola “di paura”, nel senso più classico, ma le vessazioni che subisce la giovane protagonista da parte dei familiari in questa coproduzione che ha visto coinvolta anche la Zentropa di Lars Von Trier, sono un concentrato di crudeltà e freddezza tali che lo spettatore può tranquillamente trovare insostenibili. Questo è l’effetto del nuovo lavoro di Iram Haq, il cui precedente titolo, “I Am Yours”, nel 2013 era stato scelto per rappresentare la Norvegia agli Oscar. La regista continua la sua esplorazione della difficile convivenza fra cultura orientale e occidentale, concentrandosi soprattutto sull’universo femminile. Le peripezie al centro della storia stavolta sono quelle di Nisha (Mariah Mozdah) una sedicenne di origini pakistane che vive con la famiglia in Norvegia. La sua vicenda rappresenta apparentemente un’integrazione perfettamente riuscita. Lei va a scuola con profitto, ha molti amici, mentre i familiari gestiscono un minimarket, riuscendo anche a prendersi cura dei parenti che vivono in Pakistan.

Nisha è una ragazza che ama divertirsi coi suoi coetanei, magari uscire la sera, vestirsi all’occidentale, trovare un fidanzatino e pure provare a fumarsi qualche spinello. In poche parole, le cose che in genere i nostri adolescenti fanno, almeno un’alta percentuale di loro. Il problema è che per i genitori della giovane questi desideri sono assolutamente inconciliabili con la loro idea di educazione imposta dalla loro cultura d’origine. Inoltre, trattandosi di una ragazza, c’è sempre il timore che certi comportamenti possano contrariare la comunità dei connazionali e che tutta la famiglia (Nisha ha anche un fratello maggiore e una sorellina più piccola) possa in qualche modo essere esclusa dalla vita sociale della comunità pakistana. La protagonista non è una sprovveduta e quindi cerca di farsi le sue esperienze di nascosto, senza urtare la sensibilità dei familiari ma, per sua sfortuna, proprio la sera che si porta in camera il rosso boy friend, vuoi che uno smart phone galeotto non si metta a squillare svegliando praticamente tutta la casa? Per Nisha è letteralmente l’inizio di un incubo. Il padre tira fuori il suo lato peggiore rivelandosi manesco e violento, mentre la madre non perde occasione per accusare la figlia di essere una poco di buono e la vergogna di tutti loro. Neanche l’intervento dei servizi sociali riesce a porre rimedio a questa situazione che i genitori di Nisha intendono risolvere a modo loro: troppo intrisi dei rigidi precetti morali imposti dalla loro cultura d’origine, resistono a qualsiasi contaminazione con quella locale e non sembrano capire le esigenze di una giovane che non sta facendo niente di male (o comunque non cose particolarmente gravi), tranne seguire l’esempio dei suoi coetanei norvegesi. Nello scrivere questa sceneggiatura, Iram Haq si è ispirata alla sua vicenda personale e ci rende facile solidarizzare con chi come lei, nonostante l’artificio della fiction, ha dovuto subire questo genere di offese e umiliazioni. Insulti, schiaffi e sputi; sembra proprio che a Nisha non debba essere risparmiato niente: nella parte centrale del film subisce anche un vero e proprio rapimento che la porta a passare diversi mesi dagli zii paterni in Pakistan, nella speranza dei genitori di rimediare all’onta subita. La ragazza, fiaccata e mortificata (la polemica regista non manca di insinuare che i metodi educativi della sua terra d’origine consistano sostanzialmente nell’azzerare l’autostima dei giovani per renderli docili e ubbidienti), sfodera comunque una notevole resilienza e infatti, pur soffrendo per la mancanza degli amici di sempre e finanche di questi genitori così spietati (la regista è molto abile nell’utilizzare il fortissimo legame fra padre e figlia come il vero tallone d’Achille della protagonista, disposta a tutto pur di ottenere il sospirato perdono), comincia a frequentare una scuola locale con profitto e a legarsi ai suoi cugini, nonostante le apparenti differenze (in una sequenza molto acuta si nota come la giovane cresciuta nella moderna Scandinavia subisca poco il fascino di alcune pop star americane popolarissime fra le nuove generazioni pakistane). Ancora una volta però l’amore giocherà un brutto tiro alla ragazza: alla ricerca di un po’ di intimità, Nisha e il cugino usciranno nottetempo, ma stavolta non saranno sorpresi da parenti scandalizzati bensì da una ancor più temibile pattuglia di poliziotti corrotti che evidentemente sanno bene come approfittarsi di una società così profondamente moralista (il film indiano “Tra la terra e il cielo” di Neeraj Ghaywan aveva raccontato come questo malcostume sia una piaga anche del subcontinente). Per Nisha è un secondo scandalo, ma significa anche il ritorno a casa. Non sarà accolta nella maniera migliore, perciò dovrà fare ricorso a tutta la forza rimasta per spezzare il cordone con quel padre amatissimo ormai diventato troppo freddo (anche se l’autrice suggerisce che il genitore sia comunque una figura combattuta) e sottrarsi così alla nuova trappola, il matrimonio riparatore organizzato con la famiglia di un giovane medico pachistano in Canada che comporterebbe un nuovo esilio. La fuga notturna finale sarà forse quella risolutiva.

Cinema di denuncia onesto che non si presenta forse come un’opera capitale ma che decisamente sembra conoscere l’ambiente che descrive. L’atteggiamento critico della regista e il suo sguardo acuto non mancano di far notare come il razzismo sia decisamente uno degli ostacoli fondamentali all’integrazione tra culture diverse nonostante anni di convivenza. Probabilmente il pubblico più che dal problema dell’impermeabilità culturale sarà toccato dal destino di Nisha e la scelta dell’esordiente Mariah Mozdah si è rivelata l’asso nella manica di tutta l’operazione. Esile, partecipe, credibilissima, la giovane attrice, quasi sempre in scena, si conquista la nostra solidarietà e la simpatia senza grandi difficoltà, rendendo la visione del film un’esperienza decisamente più forte.

Voto: 7,5 / 10

Mirko Salvini, da “ondacinema.it”

 

 

Oslo. Nisha ha sedici anni e una doppia vita. In famiglia è una perfetta figlia di pachistani. Fuori casa è una normale ragazza norvegese. Quando però il padre la sorprende in casa di notte in compagnia del suo ragazzo i genitori e il fratello si organizzano per portarla, contro la sua volontà, in Pakistan affidandola a una zia. In un Paese che non ha mai conosciuto Nisha è costretta ad adattarsi alla cultura da cui provengono suo padre e sua madre.
Ci sono due modi per avvicinarsi a questo film. Uno è sbagliato e l’altro è corretto. Quello sbagliato potrebbe leggerlo come l’ennesimo attacco contro chi ha una cultura diversa finalizzato a sottolinearne solo i tratti più che negativi.

Quello corretto trae origine dal sapere che la regista (nata nel 1976) all’età di 14 anni è stata rapita dai suoi familiari e lasciata in Pakistan per un anno mezzo solo perché aveva soprattutto amici norvegesi e non voleva piegarsi all’idea di non potersi comportare come loro.

È quindi uno sguardo dall’interno quello che Iram Haq ci offre grazie anche a un’ottima interprete come l’esordiente (sul grande schermo) Maria Mozhdah nel cui sguardo si può leggere una vasta gamma di sentimenti che vanno dalla felicità alla disperazione più profonda. Al centro del film c’è il rapporto tra una figlia e un padre convinto (insieme a una madre che lo sostiene) di agire ‘per il suo bene’. Ciò che però maggiormente colpisce e fa riflettere è un elemento che ha le caratteristiche dell’originalità in una vicenda come questa. Quello che accade a Nisha non trae origine da un fondamentalismo religioso. Arrivata in Pakistan la ragazza dirà di non voler pregare e questo ci fa comprendere che non lo faceva neanche in Norvegia.

Quindi ciò che la famiglia pretende da lei non è legato a motivazioni di fede ma, e forse è ancora peggio, a ciò che il titolo del film esplicita: quello che dirà la gente. È il conformismo sociale a dettare l’agenda dei comportamenti nella comunità di immigrati pakistani ed è ad esso che il padre sente il dovere di aderire rischiando di giungere anche a situazioni estreme. La regista precisa che non tutto quello che accade a Nisha è successo anche a lei ma la cronaca ogni tanto ci ricorda che episodi simili accadono e non hanno quasi mai un lieto fine. Il fatto che sia finalmente una donna che li trasforma in cinema ci dice anche che qualcosa sta finalmente cambiando. Ci vorrà tempo ma per tutte le Nisha, nonostante ciò che ci racconta la cronaca, c’è una speranza.

Voto: 3,5 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Sebbene non sia, a oggi, quella numericamente più rilevante (superata da quella di paesi vicini come la Polonia, la Lituania o la Svezia, o di paesi che hanno vissuto crisi in anni più recenti come Somalia o Siria), l’immigrazione di origine pakistana in Norvegia lo è storicamente e culturalmente. E infatti, la cosiddetta seconda generazione pakistana, ovvero i figli di immigrati nati lì, torna a primeggiare anche dal punto di vista numerico su quella di qualunque altro paese, e si contano terze e perfino quarte generazioni.
Storicamente perché l’ondata migratoria dal Pakistan alla Norvegia ha avuto inizio già alla fine degli anni Sessanta, ed è tutt’ora di notevole entità.
Culturalmente perché, in tanti decenni, la minoranza pakistana è stata in grado di affermarsi senza timore a livello sociale e perfino politico, con numerosi artisti in vari campi, personaggi pubblici di varia natura e membri del parlamento norvegese che sono originari del paese asiatico.
Ma dal punto di vista culturale va anche segnalato che, sebbene in Norvegia l’integrazione sia decisamente più avanzata che non in paesi che con i flussi migratori si stanno confrontando solo in questi anni, come la nostra Italia, permangono problematiche legate alle inevitabili frizioni che si sono venute e si vengono a creare tra la cultura occidentale, (social)democratica e liberale del paese scandinavo, e quella musulmana e spesso conservatrice di chi proviene dal Pakistan.
Frizioni che, a volte, creano pericolose scintille.

Di questo parla Cosa dirà la gente, sintetizzando la questione nel personaggio di Nisha, una sedicenne divisa tra vita “normale” e occidentale che fa con i suoi amici di scuola e le regole rigide della sua famiglia cui fa semplicemente finta di adeguarsi: perlomeno fino a quando un rosso spasimante (rosso di capelli e di passione) non s’intrufola nella sua cameretta di notte.
E i due non stavano nemmeno facendo nulla, quando un’improvvida e galeotta suoneria del telefono del rosso attira l’attenzione del papà di Nisha, scatenando il dramma, la violenza, e una partenza forzata per il Pakistan, dove la giovane donna dovrà imparare a comportarsi come si deve.  Perché la famiglia di Nisha – tutta, e non solo la rigida mamma bacchettona, ma anche un padre e un fratello che si pensavano più morbidi – non possono tollerare né l’immoralità scandalosa di certe condotte, né lo scandalo sociale da esse provocato presso la loro comunità.
A Nisha, ovviamente, le cose non andranno bene nemmeno laggiù: anzi, i guai in cui si caccerà saranno anche peggiori, tanto che verrà rispedita a casa, e di nuovo saranno altri guai, a dispetto degli sforze dei servizi sociali norvegesi. Tanto che lo spettatore rimane un po’ stuccato da tanto manicheismo e tante disgrazie, e potrebbe essere portato a pensare che forse, questo film, è anche un po’ razzista.
Solo che a scriverlo e dirigerlo, questo film, a partire da fatti vissuti sulla sua stessa pelle (deportazione in Pakistan compresa) è Iram Haq, giovane regista e attrice norvegese sì ma di famiglia pakistana anche lei.
L’accusa di etnocentrismo occidentale viene allora a cadere, e si aprono praterie per un dibattito che troppo spesso – anche in Italia – viene condotto con la pregiudiziale dei paraocchi politicamente orientati, da una parte come dall’altra, nonostante la cronache anche recente sbatta drammi in prima pagina.
Quanto al manicheismo, beh: la questione è più complessa. E andrebbe sempre tenuto a mente che la vita e i fatti reali sono una cosa, che il cinema e la sua realtà (e le sue esigenze) sono altre, e che non sempre ciò che è stato funziona o vale anche per lo schermo.

Anche per questo, forse, in un film che si tiene felicemente neutrale rispetto ai dogmi visivi e narrativi imposti dal cinema impegnato e “da festival” (questo, ad esempio, è stato a Toronto) su scala mondiale, il personaggio più interessante di Cosa dirà la gente (titolo/frase che ricorda da vicino la realtà di certe nostre nonne e certe nostre provincie, o comunque il benpensantismo di casa nostra) non è Nisha; non sua mamma rigidissima e spietata; non il fratello che le volta le spalle al primo problema; ma il padre.
Un padre dilaniato, in maniera via via sempre più evidente, dai suoi retaggi culturali e dalle pressioni sociali da un lato, e dall’amore che prova per una figlia che non sa comprendere ma che vorrebbe tanto vedere felice.
Dilaniato e, per questo, sotto un drammaticissimo scacco.

Voto: 3 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

Cosa dirà la gente, secondo lungometraggio di Iram Haq, è un filo teso sopra l’abisso della distanza che separa cultura indiana e cultura norvegese; ma è anche molto di più: è un semplice e poetico ritratto di quella che è stata parte dell’adolescenza della nostra regista. Costretta dai genitori a trasferirsi (provvisoriamente) in Pakistan all’età di soli 14 anni, Iram Haq cerca di riproporci sul grande schermo quello che è stato il suo primo traumatico impatto col mondo indiano, il mondo delle sue origini, eppure, allo stesso tempo, un mondo completamente altro. Dominato da valori quanto mai distanti da quelli occidentali, primo fra tutti quello di un rigido patriarcato, questo mondo insegnerà presto a una smaliziata ragazzina di sedici anni che le scelte del singolo non sono mai solo scelte del singoloma scelte della famiglia e della comunità di appartenenza.

Un'immagine del film Cosa Dirà la Gente - Photo courtesy of Lucky Red

Un’immagine del film Cosa dirà la gente – Photo courtesy of Lucky Red

Nisha, interpretata da un’eccezionale Maria Mozhdah, imparerà a sue spese quanto l’onore e il rispetto (quasi sacrale) delle tradizioni non lascia spazio ai capricci e alle pulsioni dell’età. Allo stesso tempo, imparerà (e noi con lei) a lasciarsi cullare dal fascino di queste tradizioni: il rito dell’impasto del naan, della spesa al mercato, delle notti in camerata… Sono tutti momenti del quotidiano resi con straordinaria poeticità, delicatezza e un briciolo di provocazione dalla nostra regista. Questo rende Cosa dirà la genteun prodotto estremamente prezioso e meritevole di essere maneggiato con cura, non solo perchè ci rende il vissuto di una persona, ma anche perchè si staglia su un orizzonte culturale più ampio, fatto di luoghi e memorie di più d’una generazione.

E, in questo orizzonte, proprio il confronto intergenerazionale è cruciale: dove finisce il bene che Mirza, interpretato dal validissimo Adil Hussain, vuole a sua figlia e dove inizia il male? Chi dei due è la vera vittima e chi il carnefice? Intrappolati in un gabbia di pregiudizi e di paure su quello che la gente potrebbe mai pensare di loro, i genitori di Nisha non riescono a godersi con serenità nessun momento della propria vita, nemmemo un ballo a una festa di compleanno tra amici. Fedeli a una fissità di ruoli che vuole la madre di stanza in cucina e il padre in un supermercato, sembrano vivere entrambi l’integrazione col resto della società norvegese in modo freddo, asettco, inesistete. Come accettare, dunque, la più riuscita integrazione della figlia? Come accettarla, soprattutto, se comporta la frequentazione di un ragazzo senza volerlo sposare?

Un'immagine del film Cosa dirà la gente - Photo courtesy of Lucky Red

Un’immagine del film Cosa dirà la gente – Photo courtesy of Lucky Red

Questo interrogativo sarà il vero filo conduttore di una vicenda che – possiamo dire – strizza un po’ l’occhio al precedente lavoro di Iram Haq, I’m yours – Jag er din (2013). Con Cosa dirà la gente, Iram Haq si conferma dunque come un’attenta indagatrice dei rapporti umani e delle dinamiche famigliari morbose, con uno sguardo a tratti vicino a quello del documentario e che speriamo possa dare grandi frutti in futuro. Per ora la consideriamo promossa quasi a pieni voti, se non fosse per quello scomodo fantasma di stereotipizzazione culturale che si agita su almeno due o tre sequenze del film. Non perdetevelo, soprattutto se in lingua originale: dal 3 maggio nelle sale!

Alessandra Del Forno

Alessandra Del Forno, da “masedomani.com”

 

Dalla cronaca al grande schermo il passo è spesso molto breve. Il film diretto dalla regista Iram Haq, che, come la protagonista di Cosa dirà la gente (What Will People Say), condivide la nazionalità, è un viaggio emozionante e violento, quindi paradossale, tra due culture fortemente in collisione. Presentato in anteprima nella sezione Panorama Internazionale del Bif&st 2018, il film si avvicina tantissimo ad uno degli ultimi fatti di cronaca che ha visto protagonista la morte della venticinquenne Sana Cheema, residente a Brescia, ma pakistana di origine ed uccisa dalla sua famiglia solo perché aveva intenzione di sposare il suo compagno italiano.

In Cosa dirà la gente la regista Iram Haq racconta una storia tanto personale quanto universale

Nell’introduzione alla proiezione del film, la regista pakistana residente in Norvegia, proprio come la protagonista del suo ultimo lungometraggio, ha raccontato quanto Cosa dirà la gente sia vicino alla sua esperienza privata. Ha detto:

Non sapevo come raccontare questa storia e ho voluto attendere di avere il coraggio per poterlo fare. Questo film è molto ispirato alla mia esperienza, ma non interamente. Purtroppo questa vicenda ancora reale al giorno d’oggi per numerose ragazze in Norvegia e altrove nel mondo è una storia che parla di controllo sociale, dell’essere intrappolati in ciò che gli altri pensano e sentono e le conseguenze su di te. Al tempo stesso è la storia d’amore tra un padre e una figlia in conflitto perché appartengono a due mondi differenti.

cosa dirà la gente

In Cosa dirà la gente vediamo protagonista una famiglia pakistana residente in Norvegia. La ragazza, secondogenita di Mirza e sua moglie, conduce una sorta di doppia vita: in casa obbedisce alle regole ferree che le impongono i genitori, figli di una cultura rigida e chiusa dentro se stessa, mentre fuori vive la vita tipica di ogni adolescente, a scuola e con i propri amici. Quando il padre di Nisha, questo il nome della ragazza, sorprende la figlia in camera sua con un suo amico, la vita di questa cambia drasticamente. Cocente delusione per la sua famiglia, intimorita proprio da quel cosa penserà la gente di noi? cerca di ricorrere ai ripari nel mondo che, secondo loro, sembra quello più giusto e ponderato. Nella vita di Nisha si dipana letteralmente la strada verso l’inferno.

Cosa dirà la gente spinge lo spettatore ad una profonda riflessione sulle differenze culturali

cosa dirà la gente

Il film mette in scena perfettamente il contrasto culturale e sociale tra l’occidente e l’oriente. L’apertura mentale di un paese moderno come la Norvegia e la chiusura sociale e familiare di un paese come il Pakistan. Il ruolo famigliare, centrale nel film, si mostra il contrario di ciò che dovrebbe in realtà essere, sicuramente secondo le idee della società e cultura occidentale: non è un nido d’amore, un luogo di protezione per Nisha, ma tutt’altro, è una prigione che non le permette di vivere come vorrebbe e come dovrebbe. Il rapporto della protagonista, interpretata da una bravissima ed emergente Maria Mozhdah, con suo padre, interpretato da Hadil Hussain, è tangibilmente morboso e paradossale. Suo padre, rigido e severo nelle sue concezioni culturali, dimostra un amore malato verso una figlia che, pian piano, vede scivolare via anche quella libertà di pensiero che porta questi paesi a creare una forte gerarchia anche, e soprattutto, in base al sesso. La donna non ha potere, non sceglie ed è sottomessa.

Cosa dirà la gente racconta un singolo episodio che, tuttavia, è manifesto di molti altri che quotidianamente accadono nel mondo. La regia emozionale di Iram Haq, i cui sentimenti traspaiono sullo schermo, tangibili e quasi palpabili, si snoda precisa e silenziosa tra i suoi protagonisti in un triste viaggio che, molto spesso, porta all’annullamento di una libertà naturale, qui fortemente negata. Non senza difetti, pressoché ascrivibili ad alcuni momenti della narrazione stessa, Cosa dirà la gente centra due obiettivi importanti: raccontare una storia personale e portare ad una più profonda riflessione su un tema ancora fortemente attuale.

Voto: 3,3 / 5

Chiara Caroli, da “cinematographe.it”

 

 

Dopo il successo del primo film da regista “I Am Yours”, presentato al festival di Toronto nel 2013, Iram Haq, attrice, sceneggiatrice e regista, ritorna alla ribalta con il suo “Cosa dirà la gente” una pellicola dal tocco estremamente delicato.

La giovane Nisha in casa è una devota figlia pakistana, attenta alle regole, con i suoi amici, invece, è una ragazza norvegese qualsiasi che si gode la spensieratezza dei sedici anni. Quando sarà colta dal padre in intimità con il proprio ragazzo, verrà letteralmente rapita dai propri genitori e portata in Pakistan.

Iram Haq ha confessato che “Cosa dirà la gente” è il film più personale che potesse produrre, in quanto lei stessa all’età di quattordici anni è stata costretta ad andare in Pakistan per un anno e mezzo. La cineasta racconta questa storia con la sensibilità di chi ha vissuto in prima persona una vicenda simile.

È sorprendente come la regista riesca a far introdurre lo spettatore direttamente nella vicenda, come se vivesse lui stesso le ingiustizie subite dalla giovane Nisha.

Nonostante Nisha sia succube del potere dei genitori, il pubblico non li vede unicamente come oppressori: Haq ha utilizzato un linguaggio ambivalente in cui sia i sentimenti di Nisha, che la comprensione per i genitori  (se pur in certi limiti) sono due realtà che coesistono.

Cosa dirà la gente: una pellicola dal tocco estremamente equilibrato

È interessante l’equilibrio che la Haq ha trovato per “Cosa dirà la gente”, un equilibrio che si presenta nel mostrare due mondi tanto estremi, ma che su pellicola convivono armonicamente.

Vengono trattate tematiche forti, come quello dello stupro, che necessariamente riporta una certa volgarità come atto, ma la Haq invece di sottolinearne il disgusto, incentra l’attenzione su Nisha e su quello che prova in quel momento.

Alla caratterizzazione di personaggi adulti duri ed estremizzati si contrappone la spensieratezza di personaggi giovani, soprattutto la protagonista che vive le sue prime esperienze con la delicatezza dei sedici anni.  Nei sui attimi di intimità la macchina da presa si fa da parte, come se guardare direttamente ciò che sta facendo la privasse di quella dolcezza e innocenza che la contraddistingue.

“Cosa dirà la gente” induce a una sensibilizzazione dello spettatore, che uscito dalla sala non potrà fare a meno di riflettere su ciò che ha appena visto.

Ilaria Di Mattia, da “ecodelcinema.com”

 

 

 

È possibile avvicinarsi al nuovo film di Iram Haq(I Am Yours) indossando i panni di una persona che viene a conoscenza di un tremendo evento attraverso i giornali o la televisione, per poi scoprire che è accaduto sotto i suoi occhi, nell’appartamento degli inquilini che abitano vicino a lui, senza che se ne potesse accorgere.

Siamo ad Oslo, ventunesimo secolo. Nisha, interpretata da una bravissima e debuttante sul grande schermo Maria Mozhdah, è una sedicenne che vive una duplice vita. A casa formalmente osserva le regole e le tradizioni della famiglia pachistana, ma quando si trova a scuola o con gli amici diventa una semplice adolescente norvegese dagli usi e costumi occidentali, che si diverte alle feste, beve e ci prova con i ragazzi della sua età. La sua opprimente madre Najma (Ekavali Khanna) si preoccupa costantemente di cosa dirà la comunità pachistana di Oslo della sua famiglia, orchestra e controlla sua figlia per quanto possibile, dal momento che ha un’intelligenza brillante ed è la preferita del capo-famiglia Mirza (Adil Hussain), colui il quale ha portato la famiglia in Norvegia nella speranza di un futuro migliore per tutti.

Questa quotidianità ambivalente funziona fino a quando una notte Nisha non porta l’Occidente in casa sua nella persona di Daniel (Isak Lie Harr), un coetaneo norvegese con cui aveva flirtato ad una festa. I giovani si scambiano tenere effusioni nel massimo silenzio, ma una suoneria li tradisce e li fa scoprire da suo padre che, su tutte le furie, li umilia e li picchia. Si aprono qui le porte dell’inferno per la povera ragazza che si vede abbandonata dagli affetti familiari, presa in carico dai servizi sociali e infine attirata con l’inganno, per non dire rapita, da suo padre e suo fratello per un soggiorno forzato ad Islamabad, per conoscere ed essere ri-educata al mos maiorum che una ragazza pachistana dovrebbe conoscere e rispettare.

Presentato al Toronto Film Festival, il dramma ricamato dalla Haq è una sorta di horror sociale che esce dal contesto finzionale per impadronirsi delle sofferenze reali patite dalla regista (rapita a quattordici anni e costretta a vivere in Pakistan per un anno e mezzo) e sollevare il velo su una realtà attigua e spesso tangente che passa sotto silenzio.

L’eco di fatti di cronaca, italiana e internazionale, rendono questo film urgente e necessario per comprendere una dimensione culturale e familiare spesso stereotipata, nonostante manchi, soprattutto in sede di sceneggiatura, una distinzione più labile e meno precisa tra le dicotomie bene-male/giusto-sbagliato per uno spettatore occidentale, naturalmente portato a condannare tutto quello che avviene nel film a partire dalla propria visione del mondo. Resta però la forza evocativa dell’impotenza di Nisha, braccata e sospesa tra due mondi senza avere la reale possibilità di scegliere, e il dubbio instillato in Mirza dallo svolgersi degli eventi, segno di una falla in un sistema arcaico che può essere sfruttata per stravolgerlo, magari attraverso narrazioni coraggiose di questo tipo.

Stando alle parole della regista, il suo desiderio era infatti far vivere allo spettatore una storia d’amore impossibile tra due genitori e la loro figlia, una storia che non potrà mai avere un happy ending fino a quando ci sarà un’enorme distanza tra le culture, che diventano effettivamente visibili grazie al lavoro del direttore della fotografia Nadim Carlsen con l’opposizione tra la fredda e scura Norvegia e le calde e piene location orientali. Il risultato finale raggiunge l’obiettivo, trasmette emozioni contrastanti e non troppo piacevoli ma lascia la sensazione di essere stati testimoni di un tentativo personalissimo di mettere a nudo una cultura con tutte le sue limitazioni.

Il nostro compito non è semplicemente giudicare o bollare quello che succede come ingiusto e barbaro, ma prendere atto che qualcosa del genere esiste e continuerà a farlo in questa maniera senza una discussione attuale attraverso sensibilità e voci nuove come quella di Iram Haq.

Andrea De Vinco, da “darksidecinema.it”

 

 

 

 

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