Contromano

 

Mario Cavallaro è un abitudinario incallito. Tutto ciò che richiede un cambiamento lo spaventa e lo irrita al contempo. Ha un solo hobby: l’orto che ha realizzato sulla terrazza dello stabile in cui abita nel centro di Milano. Quando si ritrova dinanzi al suo negozio di calze un africano ambulante che vende lo stesso articolo (anche se di qualità inferiore) a prezzi stracciati, elabora un piano che potrebbe servire da modello. Decide di rapirlo e riportarlo in Africa. Se tutti facessero così il problema dell’immigrazione extracomunitaria sarebbe risolto…

La definizione di commedia con la specificazione ‘agrodolce’ sta un po’ stretta a questa quarta prova registica di Antonio Albanese.

L’agro infatti prevale nettamente e se sono poche le occasioni per sorridere, quelle per ridere risultano limitatissime. Perché Albanese questa volta vuole, come lui stesso afferma, “raccontare questioni complesse in modo paradossale” riuscendovi grazie all’iniezione di dolente malinconia che permea l’intero film.

Mario Cavallaro non è un uomo cattivo; è fondamentalmente un uomo solo che ha fatto del non cambiamento uno scudo protettivo che si costella di aculei quando si trova davanti coloro che finiscono con il tentare, con il loro modo di vivere, non di distruggerlo ma solo di scalfirlo. Come tanti di noi risponde in modo infastidito alle richieste di oboli o acquisti di vario genere che gli vengono avanzate da venditori ambulanti che hanno la pelle di un colore diverso dal suo. Non sa che in Africa si dice che “chiedere non è rubare” ma sperimenta solo l’insistenza nella richiesta che può fare la differenza.

Voto: 3 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

E’ una singolare coincidenza che escano contemporaneamente due film italiani che scelgono di affrontare temi difficili, impegnativi e molto presenti nella vita contemporanea con l’arma dell’ironia e della leggerezza. Ci riferiamo a Io c’è, che parla dell’importanza della religione e del bisogno di credere in qualcosa (qualsiasi cosa), e di Contromano, con cui per l’occasione Antonio Albanesetorna alla regia 16 anni dopo Il nostro matrimonio è in crisi, per confezionare una fiaba surreale sul nostro razzismo quotidiano e i problemi dell’immigrazione. Entrambi, però, nonostante l’onestà e le buone intenzioni dei realizzatori, finiscono in modi diversi per combattere con armi spuntate una realtà che è sempre un passo avanti in direzione dell’orrore.

Questo non significa che non ci siano spunti e idee, in questo lungometraggio scritto a più mani (tra cui quelle del disegnatore satirico Makkox), che colgono nel segno, a partire dal promettente inizio, dove nel protagonista intravediamo l’ordinario e inconsapevole razzismo del brav’uomo che, vittima della martellante propaganda elettorale e delle allarmistiche notizie diffuse dai media, comincia a pensare che gli immigrati siano davvero troppi e che sarebbe meglio riportarli a casa loro, magari uno alla volta.

Del resto chi non si è mai sentito “circondato” nella vita quotidiana? Fuori dal supermercato, per strada, al semaforo, in spiaggia, costretto a dire no cento volte al giorno a persone che suscitano umana pietà ma che finiscono per dare fastidio anche a chi razzista non è mai stato ma non sa che fare ed è consapevole che una semplice elemosina non risolverà il problema. Figuriamoci poi se la persona in questione è un abitudinario come il protagonista Mario Cavallaro, che vorrebbe che le cose restassero sempre uguali ed è destabilizzato da qualsiasi cambiamento. Per un uomo così è un vero e proprio trauma il fatto che il bar in cui fa colazione da trent’anni venga venduto a un egiziano e la goccia che fa traboccare il vaso è quando davanti al suo storico negozio di calze e cravatte si piazza un concorrente sleale extracomunitario che vende calzini a pochi euro.

Solo e triste, Mario nasconde sotto la corazza burbera un animo gentile, che si manifesta nell’amore che riserva al suo orto. Gli immigrati gli fanno fastidio, in fondo, perché rappresentano il tempo che passa e il mondo che cambia, e sono la prova evidente di uno squilibrio per lui innaturale: se ognuno restasse nel posto in cui è nato, è il suo ragionamento, tutto sarebbe perfetto. Da lì parte una specie di raptus, che lo spinge a rapire il giovane per riportarlo casa sua. Le cose si complicano quando entra in gioco la fidanzata del ragazzo, che lui spaccia per sorella. E’ proprio lei, bella, dolce e incantatrice, a sedurre il pover’uomo, offrendogli la possibilità di riportarne in Senegal due al prezzo di uno.

Chissà se sono farina del sacco di Makkox (magari sbagliamo, ma pensiamo di sì), le due immagini – belle e significative, che aprono e chiudono il film. Due movimenti in direzioni opposte e che racchiudono il senso di questo on the road: all’inizio la mdp scende dall’alto su un’Italia disegnata per terra, che emerge man mano che qualcuno spazza le foglie da cui è coperta e su cui trovano posto dei bambini . Alla fine, la mdp si allontana dalla terrazza dell’appartamento fino a mostrarci il nostro mondo, piccolo e luminoso, dallo spazio. In questa cornice è racchiusa la storia di un incontro e di uno scambio, anche di luoghi, controcorrente e contromano, che saggiamente affianca al protagonista due ragazzi che non sono presentati come due santi, ma come esseri umani con le loro tentazioni e i loro lati oscuri. Però qualcosa, negli ingranaggi di questa esile commedia, sembra non funzionare. Forse una struttura così favolistica non regge le ambizioni di dire molto e suggerire altrettanto, inserendo nel film momenti che – soprattutto nel finale – risultano prevedibili.

Ed è un peccato, perché ci sono cose davvero belle e giuste in questo invito a conoscersi e a guardarsi in faccia, in un momento in cui perfino soccorrere degli esseri umani in difficoltà è diventato un crimine. Noi vogliamo un gran bene a quell’omino dallo sguardo buono e dal sorriso luminoso che da anni ci fa ridere e pensare, e che risponde al nome di Antonio Albanese, ma  c’è poco da fare: più che questo suo versante malinconico e un po’ Kaurismakiano, è purtroppo ancora l’apoteosi della volgarità criminale di Cetto La Qualunque a rispecchiare con lucida chiarezza i tempi in cui viviamo.

Voto: 2,5 / 5

Daniela Catelli, da “comingsoon.it”

 

 

“Ho paura quando sento parlare di muri contro questo esodo epocale perché generano rabbia, vendetta e malumori e durano decenni. Proprio per questo abbiamo rappresentato il dialogo”. Così Antonio Albanese introduce il suo nuovo film, Contromano, che racconta le paure contemporanee sul tema dell’integrazione, nelle sale dal 29 marzo con 01 distribution.

Protagonista del film è Mario Cavallaro (Antonio Albanese), un cinquantenne che vive a Milano dove lavora in un antico negozio di calze. Davanti alla sua bottega arriva Oba (Alex Fondja), un baldo senegalese venditore di calzini che gli ruberà tutti i clienti. Esasperato, Mario decide di rapirlo e di riportarlo a casa sua: Milano-Senegal solo andata. A questo viaggio si unirà anche Dalida (Aude Legastelois), la sorella di Oba.

“E’ un film che nasce dal desiderio di raccontare con ironia e leggerezza e in modo diverso un tema così importante come quello dell’immigrazione. Qui avviene un incontro tra due solitudini: quella di Mario, che rappresenta l’Occidente, e quella di Oba e Dalida. L’incontro tra due esseri umani deve partire da un dialogo e da un’esperienza”, dice Albanese, che poi sottolinea: “Mario nel corso degli anni si è sempre più chiuso, si aprirà grazie al viaggio. Un viaggio da Milano a Napoli fino a sud di Marrakech”.

“E’ stato davvero un piacere lavorare con Antonio Albanese, ho imparato molto da lui e sono contenta di aver interpretato il mio primo ruolo da protagonista. Sono rimasta commossa dalla delicatezza di trattare un tema così serio attraverso l’ironia”, dice l’attrice e cantante francese Aude Legastelois.

E Domenico Procacci, che aveva già prodotto due suoi precedenti film come Qualunquemente e Tutto tutto niente niente, aggiunge: “L’idea di questo viaggio contromano e di riportarli a casa è un assunto forte e geniale. E’ bene che il cinema tratti argomenti importanti come il tema dell’immigrazione e che lo faccia con linguaggi diversi”.

Ma come si può avere un’immigrazione sostenibile? “E’ un tema che non ha molte soluzioni. Ma io credo che l’unica possibilità sia quella di dare a chi vive in una terra lontana la possibilità di capire che è fertile e che può produrre ricchezza. Nel film c’è questo consiglio di andare nel proprio territorio per valorizzarlo. Una recente iniziativa di Slow Food ha finanziato migliaia di orti in Africa insegnando alle famiglie come coltivare, permettendo loro di mangiare e vivere dignitosamente nei luoghi in cui sono nate”, risponde Albanese.

Giulia Lucchini, da “cinematografo.it”
Se si guarda a tutta la carriera di Antonio Albanese, dalla televisione fino al cinema, si nota facilmente come accanto alle esplosioni di comicità fisica (quella in cui davvero eccelle, in cui è rivoluzionario sul serio), alle stranezze che portano alla risata per vie impreviste e al gioco sui dialetti e la modifica delle parole, esiste una chiara passione per la malinconia. È qualcosa a cui sembra affezionatissimo e nel cui potere crede evidentemente moltissimo, per quanto non abbia mai trovato davvero come farla funzionare.Nei suoi primi tre film da regista (Uomo d’acqua dolce, La fame e la sete, Il nostro matrimonio è in crisi) è presente a vari livelli d’intensità e dopo 16 anni in cui ha fatto solo l’attore, ritorna qui. Con la medesima inconcludenza.

Contromano ha una trama da thriller contemporaneo che poteva facilmente diventare un horror molto duro, violentissimo e nero come la pece. Un uomo razzista e xenofobo, un maniaco della precisione, incattivito contro gli extracomunitari ne droga e rapisce uno. Questi si sveglia nel retro di una macchina, legato, mentre lui, eccitato dalle droghe, sproloquia sul riportarlo a casa. Riuscito a liberarsi con l’inganno aggredisce il suo rapitore e lo porta dalla propria fiamma con la quale decide di raggirarlo puntando sull’appeal sessuale di lei, l’obiettivo è farsi davvero riportare in patria ma in due e a spese sue. Ovviamente questi eventi non sono visti con la meschinità oscura e spaventosa propria di un thriller ma con la solare ironia delle commedie. E purtroppo hanno pochissima efficacia, poca capacità di usare la risata (quasi assente) per mettere in mostra meglio le idee che si agitano sotto l’intreccio.

Perché proprio quella malinconia dolceamara a cui Antonio Albanese tiene così tanto impedisce al film di trovare la strada dell’ironia vera, gli leva potenza invece che accrescerne la forza e ne smussa gli angoli. Da metà poi (da quando inizia il viaggio a tre) il film diventa un’altra cosa, i presupposti iniziali scompaiono, il razzista non è più tale e il miracolo finale è dietro l’angolo, una volta arrivati in Africa. Dopo un blocco centrale noiosissimo in cui smette di accadere qualcosa e assistiamo a scene di transizione dopo scene di transizione, Contromano approda al terzomondismo più spinto. In Senegal tutto è stupendo senza vere motivazioni. La serenità conquistata non è spiegata, mostrata o anche solo suggerita con le armi del cinema, è imposta per diritto. Contromano non ci vuole convincere che l’Africa sia un luogo paradisiaco in cui ritrovarsi, pretende che il pubblico ne sia già convinto. Qualche poesia originale africana, qualche detto evocativo e poi ovviamente lo stile di vita autentico e rurale, sono davvero troppo poco per affermarlo.

Nella grande storia delle commedie italiane recenti, fatta di fughe dalla città e dalla tecnologia (cioè dal presente) per tornare nelle provincie (mostrate come fossero la negazione di tutto ciò, ovvero il passato), il viaggio di Antonio Albanese da Milano verso la campagna africana segna un nuovo record quanto a rifugio dal moderno.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

Si è mosso Contromano Antonio Albanese nel suo nuovo film, il cui titolo racconta alla lettera l’operazione sorprendente e rischiosa compiuta dal comico lombardo, che torna dietro la macchina da presa a ben sedici anni di distanza da Il nostromatrimonio è in crisi. Il protagonista interpretato da Albanese, Mario Cavallaro, è infatti il proprietario di un negozio di calzature che si ritrova un immigrato senegalese davanti al portone della sua attività, a vendere calzini per strada al posto suo e pestandogli di fatto i piedi alla sua attività commerciale.

Mario Cavallaro, milanese, uomo forse meschino e piuttosto ambiguo ma docile, con una sgradevolezza che conserva una componente struggente, è probabilmente una delle maschere più spiazzanti e imprendibili mai incarnate dall’attore, che ha scritto e diretto un film in cui un borghese qualunque si mette in testa di riportare a casa, letteralmente, un immigrato. Perché tutti lo facessero, dopotutto, il problema dell’immigrazione clandestine si riassorbirebbe. Le cose si faranno ovviamente più complicate del previsto, specialmente quando sulla strada di Mario e del suo avversario di colore, Oba (Alex Fondja), si metterà anche la sorella di lui, Dalida (Aude Legastelois)

«Contromano nasce da un desiderio sociale da spettatore – dichiara Albanese presentando il film alla stampa dal cinema Anteo a Milano, in collegamento Skype con il The Space Moderno di Roma – dalla voglia di affrontare in maniera diversa un tema ingombrante ed enorme come l’immigrazione. Sentivo di doverlo affrontare con garbo, con leggerezza, che non è una parolaccia ma qualcosa da sostenere con tutte le proprie forze. La solitudine di Mario per me è la solitudine dell’Occidente, incarnata da quest’uomo si muove dal negozio dove lavora all’orto che ha sempre sognato di coltivare, che da sempre è la sua grande passione. Accanto alla sua solitudine c’è la solitudine di due persone costrette a essere sole in un altro paese: il mio è senz’altro un incontro di solitudini. Tutto parte dall’idea  un po’ iperrealista del rapimento, perché è il nostro tempo ad esserlo».

Qualcuno cita Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli, per descrivere questo personaggio, ma anche i primi film di Gabriele Salvatores, coi viaggi e le condivisioni, ma anche le contrapposizioni di caratteri e di culture. Con dentro un Albanese un po’ scisso, bipolare, un po’ Alex Drastico e un po’ Epifanio, per citare due sue incarnazioni comiche agli antipodi. «La volontà di Mario – continua Albanese – nasce da un’implosione che ha accumulato negli anni, mentre la gioia caratteriale cui approda alla fine è causata da un incontro salvifico. La durezza iniziale lo porta a comportarsi in un certo modo, poi invece il suo sguardo si apre, con una serenità diversa. Anche i due ragazzi partono da un’attenzione iniziale, che non è cero diffidenza, per approdare alla condivisione. Il movimento ironico invece fa parte del mio mondo, sono molto terrorizzato da non vedere più l’ironia in questo paese».

Ma non può non venire in mente anche Vesna va veloce del compianto Carlo Mazzacurati, dove Antonio accompagnava la protagonista interpretata da Tereza Zajickova, anche se allora il moto migratorio riguardava l’est Europa: a ripensarci oggi, non si può non notare quanto il mondo sia cambiato. «Non ho pensato a Vesna direttamente, anche se penso a Carlo quotidianamente. Mi ricordo che il film era stato criticato perché il sindaco di una città diceva che quell’immigrazione non esisteva. Forse sono legato a questo tema perché sono figlio di immigranti e dunque la tematica mi attraversa. Però non ho pensato a quel film, al muratore Antonio e a Vesna che purtroppo si prostituiva per vivere. Però mi porto dentro Carlo, un uomo sempre avanti, di gran gusto: i suoi pensieri e i suoi sguardi sono con me e mi sostengono».

Difficile non notare, allo stesso tempo, quanto tempo è passato dall’ultima regia di Albanese: oltre tre lustri. «Ho scoperto la gioia della regia a 53 anni e averlo fatto a quest’età mi fa ritenere fortunato. Ho imparato da tanti registi validi con cui ho lavorato, anche tecnicamente. Mi sono molto divertito a dirigere Contromano, ne sono uscito rigenerato, cercavo la storia giusta che mi facesse coltivare questa gioia. Il mio sogno è fare un film da regista senza interpretarlo, magari prima o poi riuscirò a realizzarlo».

All’apice di quest’importante dichiarazione d’amore per la regia, Albanese tira un fuori un riferimento incredibilmente alto e ricercato, che coincide con uno dei più grandi registi europei del nostro tempo. «Ho una passione estrema per Aki Kaurismäki, di lui so tutto, anche quanto beve! Mi sono avvicinato a quella pasta, a quell’ironia struggente di cui lo reputo un maestro assoluto. L’ho studiato, Vita da bohème, che ho amato tantissimo,  ma anche Leningrand Cowboys Go America per me è un film della vita, sarà che sono nato a Lecco in Lombardia. Non c’è niente di più drammatico e allo stesso tempo di ironico dei film di Kaurismäki».

Un regista che nei suoi ultimi film ha affrontato in fondo proprio il tema dell’immigrazione, dal meraviglioso Miracolo a Le Havre all’ultimo L’altro volto della speranza. «I muri che mettiamo non solo dividono ma generano anche rabbia, vendetta, malumori. Da comune mortale, da cittadino che passeggia e osserva, quel tipo di rabbia mi addolora e mi indebolisce quando mi ci imbatto, ne sono spaventato. Raccontare dei corpi abbandonati a loro stessi è già stato fatto, da signori professionisti, noi abbiamo cercato qualcos’altro. Per smaltire un odio sociale radicato però ci vogliono anni, per cui bisognerebbe iniziare, piano piano, perché altrimenti diventa troppo difficile».

Le note finali della conferenza spettano ai produttori, per primo a Domenico Procacci di Fandango. «Con Andrea Salerno, allora direttore La7, abbiamo lavorato a quest’idea di partenza di Antonio che reputo davvero geniale. Trovo sia necessario raccontare grandi temi, non per forza in chiave drammatica, l’importante è che lo si faccia. Oltre che fare qualche risata e spegnere il cervello è pure bene, oggi, tenerlo acceso e ad affiancare alle risate delle riflessioni. Il film produttivamente è stato un’avventura importante e Rai Cinema ci ha sempre sostenuto».

Gli fa eco Paolo Del Brocco, amministratore delegato proprio di Rai Cinema: «Il punto, per noi, è credere in un artista come Antonio. A posteriori è facile, ma Qualunquemente non era un film semplice e siamo stati molto contenti dei risultati. Con L’intrepido andammo a Venezia e lì Antonio fece un lavoro straordinario. Il tema di Contromano è attualissimo e il Servizio Pubblico della Rai non può non dedicarsi a questi temi: il film che Antonio ci ha regalato anche da regista si lega molto alla nostra azienda e alla diversificazione della nostra proposta».

Davide Stanzione, da “bestmovie.it”

 

 

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