Coco

 

A 12 anni Miguel ha la musica nel sangue, ma nella sua famiglia ogni nota è bandita, da quando l’anziana bisnonna Coco fu lasciata dal proprio babbo per seguire carriera e successo. Deciso a partecipare a un concorso musicale nel Día de los muertos, privato della sua chitarra, Miguel la ruba dalla cappella proprio del suo trisavolo negato, il cantante Ernesto de la Cruz, gloria nazionale. A sorpresa, l’azione lo proietterà nel regno dei morti…

Resistendo sotto le intemperie di una produzione piena di sequel, il regista Lee Unkrich ha sostenuto il suo Coco sin dall’idea nata nel 2011, all’indomani del suo Toy Story 3. La riuscita del lungometraggio sarebbe evidente per i pregi che andremo ad analizzare, ma acquista un valore doppio se si tiene a mente ciò che è accaduto in questi sei anni: la malaugurata registrazione del primo titolo “Día de los muertos” con conseguente sollevazione delle comunità latine contro la Disney; le accuse preventive di plagio del Libro della vita (2014) di Jorge Gutiérrez (sostenitore però di Coco); la distribuzione in sala (poi cancellata negli States) in compagnia di una lunga featurette di Frozen, sospetta strategia di sostegno di un progetto originale e rischioso pixariano con il marketing Disney doc. Il rischio più grande era derubricare Coco a progetto secondario dal destino impervio, come è accaduto al travagliato Il viaggio di Arlo.

Immaginate che tutto ciò che abbiamo appena scritto abbia un peso. Immaginate adesso quel peso che si solleva molto rapidamente, nel giro di una decina di minuti dall’inizio del film. Come nella migliore tradizione pixariana, quella per intenderci di Inside Out e UpCoco ci scaglia in un racconto emotivamente trascinante, alimentandosi allo stesso tempo di temi complessi, che entrano ed escono dalla sceneggiatura con la massima naturalezza (ricorda Il Libro della Vita solo in superficie, la profondità emozionale è imparagonabile).
Ossessione anche di Damien Chazelle in Whiplash e La La Land, il bivio tra perseguimento della vocazione personale e affetti si sviluppa con maggiore ottimismo ma non minore conflitto: il tradimento di chi ci vuol bene non è in Coco meno grave del tradimento di se stessi. Il percorso di Miguel può ricordare quello di Riley in Inside Out: non viene mai messo in dubbio un ordine superiore che concilia la delusione con la gioia, ma è una magica serendipityche si attiva solo al faticoso raggiungimento della nostra maturità, non importa quanto il tragitto sia traumatico. L’importanza rivestita dai defunti nella storia farebbe pensare a un’elaborazione del lutto simile a quella di Up, però Unkrich e i suoi hanno posto ben due generazioni tra Miguel e gli scatenati scheletri che incontra nel coloratissimo aldilà, suggerendo di volersi spingere oltre. Non si chiede di accettare l’idea della morte, quanto di abbattere quel labile confine tra esistenza e assoluto che è dentro ciascun essere umano, con l’aiuto del ricordo, della memoria e di un legame (attento, convinto) con la tradizione, privata e collettiva. Non a caso la musica, uno degli arieti più spontanei per tali barriere, non ha mai avuto un’importanza tale in un film Pixar, con colonna sonora di Michael Giacchino e canzoni originali, tra cui una molto funzionale alla vicenda.

Grazie alla collaborazione del giovane story artist Adrian Molina, coregista e cosceneggiatore di origini messicane, Unkrich riesce a rendere la corniceulteriore sostanza del discorso: il folklore del Día de los Muertos e della cultura messicana sblocca eventuali resistenze culturali cattoliche di stampo europeo, più pudiche e contenute, trattando una materia delicata in una chiave trasversale che è fantasia, colore, simbolo, vitalità, risate e tenerezza. Concepito molto prima che Donald Trump si candidasse, Coco costruisce un ponte di comunanza tra culture attraverso il mistero del tempo che passa, vero devastante trait d’union di tante storie Pixar.
A un occhio attento, Coco si distingue ugualmente per la sua realizzazione tecnica, per la sua capacità sottile, magistrale, di conciliare la vitalità cartoon e caricaturale dell’ambiente e dei personaggi con uno stile di ripresa e montaggio che guarda al cinema dal vero: una camera mobile e inquieta che insegue i personaggi e respira, e una direzione della fotografia realistica in grado di coinvolgere a livello quasi subliminale. Nella sostanza e nella forma, nel cuore e nella maniacale attenzione al dettaglio, Coco sa perciò ancora stupire nel 2017, quando dalla rivoluzione di Toy Story sono trascorsi 22 anni. Meno male, la Pixar ha battuto un colpo.

Voto: 4 / 5

Domenico Misciagna, da “comingsoon.it”

 

 

Due anni e mezzo dopo Inside Out in casa Pixar sono finalmente tornati a sfornare storie originali con Coco, lungometraggio animato di queste feste di Natale. 7 anni dopo l’Oscar per Toy Story 3 – La grande fuga, Lee Unkrich, in passato al lavoro anche su Monsters & Co. e Alla ricerca di Nemo, ha affiancato lo sceneggiatore Adrian Molina in questo coloratissimo progetto tutto centrato sulla festività messicana del Giorno dei Morti, in sala splendidamente ripresa da Sam Mendes nello straordinario piano-sequenza iniziale di Spectre.

Protagonista di questa emozionante storia il giovane Miguel, ragazzino che sogna di diventare un celebre musicista come il suo idolo Ernesto de la Cruz. Peccato che in famiglia, da generazioni, sia bandita qualsiasi forma di musica, a causa di una bis-bisnonna abbandonata dall’allora marito musicista. Desideroso di dimostrare il proprio talento, e noncurante dei ripetuti rifiuti famigliari, Miguel finisce per ritrovarsi nella variopinta Terra dell’Aldilà. Per riuscire a tornare tra i vivi il giovane dovrà sbrigarsi, perché una volta concluso il Giorno dei Morti rischierebbe di rimanere per sempre tra scheletri e spiriti guida, con il truffaldino Hector, morto da tutti dimenticato, suo simpatico compagno d’avventure in un viaggio che porterà l’irrequieto adolescente a conoscere la vera storia della sua famiglia. Da nessuno mai raccontata…

E’ un coming-of-age multicolor e musicale, quello diretto a quattro mani da Unkrich e Molina, non a caso da subito diventato campione d’incassi in Messico, mai come in questo caso omaggiato nelle sue tradizioni. Un viaggio dell’eroe dai risvolti famigliari visivamente abbagliante, grazie a sgarcianti e fosforescenti colori che danno letteralmente forma ad un mondo a noi sconosciuto. Quello dell’Aldilà. Tra i morti, paradossalmente, il film prende vita, diventando un’irresistibile Odissea che si fa divertente e commovente scoperta. Impossibile non pensare anche per pochi attimi a La città incantata, capolavoro di Hayao Miyazaki, qui rivisitata in chiave messicana da due registi che tra scheletri danzanti e animali guida fluorescenti riescono a tenere la barra dell’immaginifico.

Da sempre marchio di fabbrica Pixar, è straordinario il lavoro emotivo compiuto sui personaggi, con la Coco del titolo in grado di travolgere visceralmente lo spettatore, anche se presente per pochi ma indimenticabili minuti. Unkrich e Molina raccontano la storia di una famiglia attraverso i ricordi dei cari defunti, perduti ma mai dimenticati.

La memoria al centro di uno script che tratta temi complessi attraverso la forza dei colori e della musica, composta da Michael Giacchino (premio Oscar per Up) e impreziosita dai testi di Robert Lopez e Kristen Anderson-Lopez (premi Oscar per Frozen). La loro “Remember Me“, cantata in italiano da Michele Bravi, è quanto mai centrata, per un progetto tanto strano, esuberante, forse esageratamente ‘action’ nella parte centrale ma coraggioso quanto fascinoso e commovente. Una celebrazione stravagante e assolutamente autentica delle tradizioni e del folklore messicano, quella voluta dalla Disney/Pixar, macabra eppure così piena di energia nel trattare la morte. Da rispettare e ricordare, soprattutto quando è già avvenuta, senza mai lasciarsi andare alla struggente malinconia.

Voto: 8 / 10

Federico Boni, da”cineblog.it”

 

 

La Pixar ha sempre raccontato storie di personaggi speciali, diversi da tutti, eppure tanto universali da divenire parte della cultura di massa quanto Luke Skywalker o Indiana Jones. Che anche i protagonisti di “Coco” ambiscano a occupare una simile posizione? È possibile.

Messico, Dìa de Muertos. I calzolai Rivera sono una famiglia con il dente avvelenato nei confronti della musica: un loro antenato abbandonò moglie e figlia per inseguire le proprie velleità d’artista provocando un rancore tramandato di generazione in generazione. Miguel, il Rivera più giovane, vuole fare della vituperata arte la propria ragion di vita. Ma nemo profeta in patria est, e per inseguire le orme del leggendario Ernesto de la Cruz, mariachi consegnato al Mito popolare, non si può fare affidamento su una simile parentela. Un incidente scatenerà il viaggio nel regno dei morti in cui Miguel, scortato dallo scapestrato Hector e dal cane randagio Dante, cercherà la benedizione dello stimato musicista.

Diciannovesimo lungometraggio per la abat-jour più famosa del mondo e quinta regia per Lee Unkrich, sette anni dopo l’apoteosi di “Toy Story 3“. “Coco” è il primo film Pixar a chiamare in causa direttamente il tema della morte e dell’Aldilà: bastava a solleticare l’appetito dei fan dello studio, d’altronde la recente alternanza tra prodotti originali (“Inside Out“) e sequel di cash cow da spremere fino all’ultimo centesimo hanno reso i primi eventi ancor più esclusivi all’interno della stagione cinematografica. “Coco” non tradisce le attese in tal senso, pur macchiandosi di quei peccati veniali che a conti fatti ne precludono l’accesso al gotha dei capolavori Pixar.

La storia, molto ricca e ben inserita all’interno del panorama culturale messicano, si divincola tra tematiche famigliari in tutti i sensi, parlando della morte con ironia e leggerezza. Le persone muoiono davvero quando dimenticate: il messaggio centrale, toccante nella sua natura pedagogica, non esaurisce però le potenzialità del film. Per buona parte della sua durata “Coco” parla di altro: le figure iconiche che ci hanno accompagnato nella crescita e il piedistallo da cui prima o poi sono stati rimossi, la notorietà e lo star system, con le loro luci (si parte dalle festicciole di paese per arrivare a un party esclusivo dove un deejay remixa battute storiche di de la Cruz in un pezzo disco) ma anche le loro inconfessabili ombre che fanno il verso agli scandali vip decretanti la fortuna della cronaca mondana. Tematiche ben sintetizzate alle quali aggiungere echi di attualità (i divertenti blocchi alla dogana di cui è vittima Hector come sagace fotografia di una politica – americana ed europea – che costruisce muri anziché distruggerli) che passeranno inosservati ai bambini, ma che è obbligatorio cogliere per i più grandi.

Visivamente si toccano le vette più alte dai tempi di “Wall-E“, mostrando i muscoli alle rivali DreamWorks e Blue Sky ma anche alla gemella Disney. Il coloratissimo hereafter dei messicani è un mondo vasto e ricco di immaginazione, fotografato simulando con maestria movimenti di macchina sempre coerenti con l’emozione che la scena vuole trasmettere. Il risultato ci fa sentire minuscoli dinnanzi a un universo che si snoda in ogni direzione e che contempla lo spettro emotivo con sfumatura e tatto. Lungo il film incontriamo band metal, artisti di ogni genere e persino un malinconico cowboy al tramonto della propria esisetnza. Le gag fisiche che coinvolgono teschi e scheletri ricordano, senza mai aderire ad un’estetica horror, le migliori trovate di Sam Raimi o Tim Burton.

Solo gli ultimi venti minuti del film espongono il fianco a qualche critica. Meccanismi troppo comuni nel risolvere i vari snodi narrativi, visti in decine di film, denunciano piccoli inceppi, per non dire passaggi che funzionano poco o per nulla, impedendo al film di operare il salto di qualità decisivo. Prima del lieto fine, infatti, sembra che non si riesca a tirare le somme con la consueta genialità, prolungando alcuni momenti oltre il necessario e tranciandone altri. Forse un finale più sfrontato e sintetico (da “Ratatouille” a “Toy Story 3” ne abbiamo visti di epiloghi brevi e molto intensi) avrebbe eliminato buonismi francamente superflui rendendo meno compiacente e più emozionante l’ultima pagina della storia. La concorrenza può comunque fermarsi a prendere appunti anche questa volta.

Voto: 8 / 10

Ivan Barbieri, da “ondacinema.it”

 

 

 

Miguel è un ragazzino con un grande sogno, quello di diventare un musicista. Peccato che nella sua famiglia la musica sia bandita da generazioni, da quando la trisavola Imelda fu abbandonata dal marito chitarrista e lasciata sola a crescere la piccola Coco, adesso anziana e inferma bisnonna di Miguel. Il giorno dei morti, però, stanco di sottostare a quel divieto, il dodicenne ruba una chitarra da una tomba e si ritrova a passare magicamente il ponte tra il mondo dei vivi e quello delle anime.
Diverso eppure di famiglia, è questo l’effetto che faCoco alla prima visione. La Pixar si inoltra in un territorio finora inesplorato, immergendovisi in profondità, eppure ovunque, nel film, risuona un’aria di famiglia, con echi di Up e Inside Out, o forse un unico gene responsabile, che è dentro tutti i figli della lampadina salterina, ed è quello della rimembranza.

Qui il concetto è declinato nell’accezione di rievocazione e preso in maniera letterale.

Mentre, durante la festa dei morti, il paese di Santa Cecilia (e il Messico tutto) allestisce altari nelle case e illumina i cimiteri per accogliere la visita dei famigliari defunti, Miguel si trova a compiere un percorso che trasforma quella tradizione lontana in qualcosa di reale, di personale e di urgente, una questione di vita e di morte (appunto), e impone l’importanza del ricordo tra le priorità della vita, anche di un giovanissimo come lui.

L’immersione dei creatori di Coco nell’universo messicano del Dìa de Los Muertos è un’immersione totale, che ingloba la storia ma anche l’aspetto visivo del film e ne rispetta e riproduce la varietà intrinseca. Come la folk art messicana legata a questa ricorrenza varia da comunità a comunità e presenta una gamma ampissima di figure e materiali differenti, così Cocomescola le tonalità al neon degli alebrijes (vero tocco magico del film) con la ritrattistica fotografica, il cinema indigeno, Frida Khalo e il suo debordante mito (altro tocco spassoso), l’estetica musicale e quella carnevalesca.

Voto: 4 / 5

Marianna Cappi, da “mymovies.it”

 

 

Prima il vecchietto vedovo, poi il ratto buongustaio, poi i segreti di una mente tredicenne (e chi sta lassù ai comandi non immagina che il peggio deve ancora arrivare). Adesso il paese dei morti, dove gli scheletri conducono una vita simile alla nostra. Un giorno l’anno passano il confine che li separa dai vivi – purché qualcuno abbia messo sull’altarino la fotografia, le candele, una pagnotta – e vengono a fare un giretto nell’aldiqua. Halloween, Ognissanti, Día de Muertos: i nomi sono tanti (anche contestati da chi sostiene che intagliare le zucche è male, come se l’italico mondo contadino non avesse rituali analoghi). Serviva il coraggio della Disney-Pixar per ricavare dalla materia un film natalizio allegrissimo e serissimo, per niente appiattito sul messicano dormiente sotto il sombrero. Mischia i quadri di Frida Kahlo con le coreografie di Busby Berkeley e con i gli “alebrijes”, animali-chimera a tinte psichedeliche adibiti a spiriti-guida. La bisnonna Coco non ha più memoria. I merletti colorati appesi al filo – usati come silhouette o ombre cinesi – raccontano gli antefatti. Quand’era bambina, il padre musicista abbandonò la famiglia, la madre si mise a fabbricare scarpe. Ecco perché il ragazzino Miguel viene cresciuto dagli unici messicani che odiano la musica e tirano ciabatte ai mariachi. Suona di nascosto, venera Ernesto de la Cruz e le sue schitarrate, vorrebbe partecipare a un talent show – nel paese dei vivi, meno scintillante dell’aldilà dove per mimetizzarsi tira su il cappuccio della felpa rossa e cammina trascinando i piedi (un po’ di nerofumo attorno agli occhi, una finta cucitura attorno alle labbra, ne viene fuori un bell’incrocio tra lo zombie innamorato del film “Warm Bodies” e Jack Skeleton di “The Nightmare Before Christmas” by Tim Burton). La politica aziendale Disney impone di doppiare tutto, anche le canzoni. La Pixar – e soprattutto i tempi che cambiano, se no a cosa serve spendere tanti miliardi per la “21st Century Fox” e per lo streaming Hulu? – potrebbero regalarci qualche copia con i sottotitoli. Per gli adulti che vogliono goderselo senza la scusa di accompagnare i bimbi.

Mariarosa Mancuso, da “ilfoglio.it”

 

 

Miguel, stai confondendo i film con la realtà!” è quel che viene rimproverato al protagonista di Coco, per farlo desistere dal suo progetto di diventare musicista come il suo idolo Ernesto De La Cruz, chitarrista-attore degli anni ‘40 morto da tempo. I personaggi di Coco però non sanno che nei cartoni Pixar i film e ogni forma di video sono la verità più ancora della realtà!

Il problema di Miguel è che la sua famiglia ha da tempo rinnegato ogni forma di musica per fare scarpe, qualsiasi nota è bandita a causa di un trauma occorso alla bisnonna Coco (vecchissima ma ancora viva). Proprio Miguel scopre che il padre della sua ava era nientemeno che il suo idolo: Ernesto De La Cruz.

La Pixar aveva cavalcato la moda della cucina quando questa era appena scoppiata con Ratatouille e ora arriva un filo in ritardo su quella dei talent show. Molto della prima parte di Cocoinfatti si gioca sull’ansia di Miguel di mostrare davanti ad un pubblico il suo talento. E la maniera in cui si parla del talento, del sogno e del grande domani artistico, è la stessa con la quale la televisione confeziona le sue storie di successo nei talent show. Dunque per mettere in scena un classico archetipo disneyano, ovvero un ragazzo che va contro le tradizioni della sua famiglia non rassegnandosi ad essere quel che gli viene detto di essere, la Pixar (proprio nel suo film più disneyano!) decide di farlo appoggiandosi ad una mitologia tutta televisiva. E se non è necessariamente un male cavalcare la moda dei talent, lo è come il film indossi male una struttura narrativa che non è la solita dei film Pixar ma, per l’appunto, una più vicina alle produzioni Disney.

È così che nel giorno dei morti Miguel ruberà la chitarra dalla tomba di Ernesto De La Cruz, finendo catapultato nel regno dei morti. Lì inizia un secondo film, molto più pixariano, meno convenzionale per tanti versi, strano, sbilanciato e abbastanza audace (la maniera in cui viene rappresentata la famiglia non è proprio una culla amorevole, più un insieme di riottosi), in cui lo stesso studio che ha portato al cinema la storia di un topo in cucina o di un uomo anziano, pieno di acciacchi coinvolto in una grande avventura d’azione, tenta di raccontare la morte. Si badi bene, non il regno dei morti (già visto molte volte, anche recentemente in Il Libro della Vita), ma proprio l’atto del morire, non esserci più e scomparire. Certo è una visione conciliante con i defunti che rimangono vicino ai vivi, e li vanno a trovare, ma come già accaduto in Inside Out, anche qui il film ha il suo momento più terribile nel concetto di scomparsa assoluta, unica possibile metafora di quel che è davvero per noi la morte.

Per farlo imbastisce una storia ovviamente avventurosa fatta di regni lontani, parenti remoti (e morti) da trovare in tempo, di amici scheletri e soprattutto di rivelazioni a mezzo video. Come già scritto infatti, anche qui l’unica maniera per scoprire realmente le proprie origini o per svelare un inganno, la vera natura di un personaggio o ancora un piano segreto è vederlo tramite il video. Per la Pixar (è ormai evidente) solo attraverso la proiezione e gli artifici della memoria perpetua impressa su celluloide, digitale o nastro si può arrivare alla verità. Addirittura qui Miguel scoprirà la vera identità di un personaggio vedendolo comportarsi come in un film che conosce a memoria: nella realtà sarebbe stato ingannato da quelle azioni, ma i film a differenza della realtà non sono ambigui, e quindi ha imparato che quei gesti preludono ad altro. Solo il cinema aiuta a vivere, solo le immagini riprese dicono la verità. L’unica vera forma di memoria possibile è quella del video.

Gabriele Niola, da “badtaste.it”

 

 

 

 

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