Chiamami col tuo nome

Call me by your name and I’ll call you by mine.

Un film di movimenti del corpo. Come il movimento di lingua che Elio fa nell’iniziare a baciare per la prima volta Oliver. Come anche tutti quei movimenti altrettanto inaspettati che Elio fa nel corso del film, qualcuno un po’ fuori di testa: dopotutto ha 17 anni ed è pieno di energia da smaltire in maniera appunto inaspettata. Va da sé che molti dei movimenti del suo corpo sono anche fatti apposta per studiare e vedere le reazioni degli altri.

Quindi, anche un film di reazioni ai movimenti del corpo. Come la reazione che probabilmente Oliver cerca da Elio nel momento in cui gli massaggia la spalla durante una partita di pallavolo in giardino con gli amici. Chissà come reagirà Elio a quella che forse è una effusione o forse no? E come reagirà Oliver ora che Elio lo sta per baciare, ora che si è totalmente scoperto, e anzi lo invita ad andare oltre?

Non aveva vita proprio impossibile, Luca Guadagnino, con un testo come quello di André Aciman. Chi dice che era impossibile da portare sul grande schermo dovrebbe rileggerselo: il cuore pulsante del film sta già tutto nel libro. Un libro che è un flusso di emozioni continuo, tra descrizione dei movimenti del corpo, dettagli, giochi di sguardi, e attese spesso infinite. Che fosse poi un’operazione delicata, quella di portarlo sul grande schermo, beh quello è un altro paio di maniche.

Ambiguità e tensione sessuale sono al centro di una storia che non ha nulla di troppo complicato, ma allo stesso tempo è elaboratissima. Elio ha 17 anni, Oliver ne ha 24. Siamo nel 1983, nella nuova Italia di Craxi: basta anche questo per definire il contesto in cui si sviluppa la storia d’amore tra Elio e Oliver. E il primo che pensa che qualcosa non possa nascere tra due uomini è proprio Oliver. Viene dall’America di Reagan, certo.

Elio, nonostante osservi molto e studi prima di agire, si dimostra molto più ‘coraggioso.’ Non solo ha il vantaggio di avere qualche anno in meno, cosa che gli permette quella spregiudicatezza di cui prima, ma ha alle spalle una famiglia ricca e borghese (come quelle che piacciono molto a Guadagnino) che ha utilizzato la cultura e gli idiomi (nel film si parlano italiano, inglese, francese, tedesco…) come strumenti per aprirsi la mente. Era possibile anche in un paese ‘da qualche parte in Italia’ negli anni 80.

Se le idee c’erano appunto già tutte nel romanzo, Guadagnino e James Ivory le portano a una dimensione cinematografica indimenticabile. L’incontro tra la sensibilità dell’autore di Maurice e le ossessioni del regista di Io Sono L’Amore(gente ricca e bellissima, l’estate, i corpi, e tutto ciò che è vagamente sexy) è una sorpresa che anche i loro fan ammetteranno va oltre ogni più rosea aspettativa.

Chiamami Col Tuo Nome racconta sì una relazione che nasce e cresce con seduzione e ambiguità all’ombra di tutto e tutti, ma è soprattutto la messa in scena senza filtri di un’educazione sentimentale (ed è quindi ancora più giusta la scelta di un racconto che va da A a Z, senza voice off, puro e limpido nel suo essere episodico). Elio, per avere 17 anni, di esperienze sessuali ne ha fatte e ne sta facendo molte: ma quello che ancora non conosce, vista l’età, è il peso dei suoi stessi sentimenti.

Elio impara a riconoscere la sua inaspettata attrazione, si butta a capofitto in un amore che per molti non sarebbe ortodosso. C’è anche per forza di cose un po’ di piacere anche nel fare le cose di nascosto: dagli amici che mai potrebbero sospettare nulla, e anche dei genitori che forse intuiscono o forse no, e comunque rispettano tempi e privacy del figlio. Ma Oliver è uno stagista il cui periodo di permanenza in Italia è limitato: come reagirà Elio quando sarà tutto finito?

Guadagnino non rinuncia a mettere in scena tutto ciò che gli piace da sempre, scene di grandi cene all’aperto e nuotate in piscina incluse. Ma il risultato qui non solo è ben più erotico di un Melissa P., ma è anche il suo primo film limpido e forse completamente ‘suo.’ Paradossale dirlo nel caso di un film basato su un romanzo e scritto da un altro autore.

Ma se Io Sono l’Amore guardava a Visconti, A Bigger Splash a Deray, e questo in fondo guarda a Bertolucci, non dà mai l’idea di essere inferiore al suo modello a cui Guadagnino aspira neanche per un secondo. Chiamami Col Tuo Nome è il suo Io Ballo da Sola non perché oggettivamente lo ricordi, ma perché è bello e giusto allo stesso modo. E poi gira davvero meglio che mai, con un paio di idee che fanno cascare la mascella: attenzione al pianosequenza in piazza, fatto di geometrie purissime e tensione emotiva pazzesca.

Armie Hammer, la star del film, si butta a capofitto in un ruolo tanto bello quanto inatteso – per chi viene chiamato da Hollywood a interpretare il primo amore omosessuale di un ragazzino di 17 anni -. Ma è Timothee Chalamet che spezza il cuore con un’interpretazione che si vede essere anche farina del suo sacco. Quei movimenti del corpo non possono che essere anche un po’ suoi. Ma la direzione di tutti gli attori da parte di Guadagnino è a volte davvero sopraffina. Il monologo finale del padre (Michael Stuhlbarg), che fa quadrare il cerchio aprendo anche altre idee e persino interpretazioni, ne è un esempio perfetto. Se non vi scioglie il cuore, fatevi qualche domanda.

E si ritorna lì: non ai movimenti del corpo, non agli sguardi, non all’attesa, non all’ambiguità, e nemmeno alla pesca, protagonista di una scena già cult come nel romanzo. Si ritorna ai sentimenti e alle modalità inaspettate con cui la vita ti insegna a capirli, assaporarli, e viverli. E in un melodramma così struggente, la lezione più bella è proprio come Elio deve venire a patto con questi suoi sentimenti e farne tesoro. Che tuffo al cuore quell’ultima inquadratura, e che voglia di rivedere il film da capo: come quei ricordi che si vorrebbe rivivere immediatamente perché troppo belli per essere veri.

Voto: 10 / 10

Gabriele Capolino, da “cineblog.it”

 

 

 

Delle tre canzoni di Sufjan Stevens che si ascoltano in Call Me by Your Name, ce n’è una non inedita, Futile Devices, che nel finale dice così: But you are life I needed all along / I think of you as my brother / Although that sounds dumb / And words are futile devices.

Ecco, l’amore raccontato nel film è un amore di questo tipo, un amore così assoluto da diventare fraterno, tutta la vita di cui i due ragazzi protagonisti hanno bisogno. La bellezza che Guadagnino contempla è una bellezza idealizzata, situata ovunque, nelle statue greche dei titoli di testa, in un monumento ai caduti in una cittadina della bassa lombarda, in un paesaggio di campagna depurato da ogni segno di industrializzazione, in un ciondolo a forma di stella di David. Il corpo dei personaggi (in particolare quello scolpito di Armie Hammer, che interpreta Oliver, un trentenne americano in vacanza in Italia nella villa del suo professore di archeologia, americano anche lui, sposato con una francese con origini italiane e padre del diciassettenne Elio) viene dopo una contemplazione visiva e intellettuale che appartiene a tutti i personaggi ed è l’espressione di un puro e semplice desiderio.

Nella prima parte del film la macchina da presa riprende costantemente dal basso il corpo di Oliver, che agli occhi dell’adolescente Elio è possente e perfetto come quello di una statua greca: l’amore e il sesso passano per uno sguardo che comprende il corpo nel campo visivo e invece di possederlo lo ammira, lo avvicina, lo accerchia. Dopo un primo fugace contatto fisico, prima di arrivare a sfiorarsi una seconda volta, a baciarsi e poi, dopo ancora, a fare l’amore, Oliver e Elio, i due innamorati di Call Me by Your Name, si parlano e si osservano a distanza. Quando la loro relazione sboccia, mentre sono nella piazza del paese in cui passano l’estate, sono ripresi in campo lungo dalla macchina da presa in piano sequenza, con le loro voci in primo piano e i loro movimenti opposti che li portano inizialmente a separarsi e infine a incontrarsi. L’avvicinamento avviene fuoricampo, con la macchina da presa che si fa attirare dalla grandezza di un monumento, come se per Guadagnino il mondo che Oliver ed Elio condividono sia solamente da avvicinare e non da filmare. In Call Me by Your Name il movimento incerto e passionale appartiene ai personaggi, che fremono, temporeggiano, tentennano, agiscono, mentre la macchina da presa sa fin troppo bene cosa fare, dove guardare, perché muoversi.

Call Me by Your Name, che ha nel romanzo di omonimo di André Aciman la sua origine e in Bertolucci il suo modello, con un racconto di trasmissione della conoscenza e del sentimento che ricorda Io ballo da sola e un ragazzino, Elio, passionale, combattuto e innocente come il Joe di La luna, ricorda in realtà – e per contrasto – soprattutto il cinema di Téchiné, che ha più volte raccontato l’irrompere del desiderio nella relazione fra due uomini. L’amore en plein air di I testimoniImpardonnables o Quando hai 17 anni, nel film di Guadagnino compare in una scena che è una chiara citazione, ma viene significativamente ritardato. E laddove Téchiné riprende il sesso omosessuale in maniera diretta, trascinante, emozionante, Guadagnino cerca invece uno stato di sospensione, il vagheggiamento dell’amore nel momento in cui lo si sperimenta, con la macchina da presa che non filma il piacere ma lo sublima negli oggetti, nelle fronde degli alberi, nelle posture plastiche.

“Later”, dice sempre Oliver ogni volta che saluta qualcuno, venendo puntualmente preso in giro. E come i particolari che nel film tornano di continuo (i bagni nelle pozze e al lago, i costumi, gli orologi, le gite in bicicletta…), così il gioco verbale su una parola ripetuta più e più volte rientra perfettamente nella calcolata costruzione della sceneggiatura e più in generale nella riflessione, non tanto sull’amore in sé, ma su ciò che ne resta dopo, più tardi, quando di un sentimento, come dice il padre di Oliver nel bellissimo dialogo finale, non resta altro che il dolore e la consapevolezza di aver vissuto un’esperienza unica.

Call Me by Your Name, che non si tira indietro di fronte allo sperma sul torace di Oliver dopo il sesso con Elio, che insiste sulla presenza fisica dei genitali del protagonista (che si aggiusta, si tocca, si masturba), è sospeso fra una rappresentazione ideale dell’amore e la consapevolezza del corpo come unico, vero e orgoglioso strumento di trasmissione, non del sapere, ma del piacere. Elio, per dire, stringe la mano della ragazza che si è innamorata di lui e che con lui ha perso la verginità, ma la mano di Oliver – prima di possederlo e amarlo fisicamente – non la tocca, usa come tramite l’arto di una statua antica ritrovata nel lago di Garda…

La natura classica del film sta nella superficie pienamente significante del mondo che mette in scena (anche nelle piccole cadute di tono, come la discussione sul governo Craxi e il pentapartito o la visione in tv del Beppe Grillo comico…). Gli oggetti, in un film alla Visconti in cui una casa aristocratica è protagonista con le sue stanze, le sue porte che sbattono, i suoi solai, il suo pianoforte, i suoi libri letti sul divano, significano e parlano. Guadagnino dà forma visiva alle contraddizioni di cui è fatto il racconto: il passare del tempo, ad esempio, è dilatato e inavvertibile, oppure misurato ora per ora, con un orologio che torna di continuo in campo. La campagna della bassa cremonese, la luce calda dei pomeriggi estivi, la frescura di uno stagno, l’atmosfera languida che ricorda il mondo di Peter Cameron (non a caso James Ivory è lo sceneggiatore del film) sono trasformati nel terreno di una disputa personale, e magari, chissà, anche autobiografica (come fa intuire la citazione dai Frammenti cosmici di Eraclito, «Lo scorrere del fiume non significa che tutto cambia e quindi non possiamo riviverlo, ma che alcune cose restano uguali solo attraverso il cambiamento»), tra l’abbandono e la passione, il piacere e la conoscenza, la sublimazione e l’atto. La stessa ricostruzione storica dei primi anni 80, accurata, precisa, eppure mai insistita, poggia in realtà su una revisione idilliaca e nostalgica di una giovinezza elitaria e inesistente, come se Sammy Barbot e Richard Butler prendessero vita in una lirica di Gozzano.

Il sistema di opposizioni di cui è fatto Call Me by Your Name è destinato risolversi solamente nel rapporto fra i due protagonisti, che dopo il sesso si guardano negli occhi e si scambiano reciprocamente i nomi; Elio e Oliver, Oliver e Elio, si specchiano narcisisticamente l’uno nell’altro e nella risultante trovano la sospensione che eleva il loro amore e lo rende unico. La dilatazione stessa di molti passaggi del film, con scene ripetute o giocate sulla durata (ad esempio, la masturbazione con la pesca con tutta Radio Varsavia di Battiato) sono il segno uguale e contrario della sospensione infinita ed effimera del momento vissuto dai due protagonisti. O più ancora della durata dolcemente dilatata del primo piano finale del film, con Elio che piange sulla destra, la madre e la domestica sullo sfondo fuo e i titoli di coda sulla sinistra. L’amore è negli occhi del ragazzo, ricordato, perduto, idealizzato, e impossibile da filmare.

L’amore, soprattutto, in Call Me by Your Name è il frutto puro, da conservare e vagheggiare, di una storia di formazione e conoscenza, accudimento e apprendimento, in cui un adolescente trova un posto nel mondo e lo vive sia come prigione, sia come rifugio, come una stanza tutta per sé… Per Guadagnino, invece, grazie anche alla presenza di un regista e sceneggiatore esperto come Ivory, questo film maturo e formalmente perfetto, malinconico eppure solare, al di là del privilegio intellettuale e altoborghese di cui è espressione, rappresenta il confronto con un tema e un significato universali a partire dall’esperienza personale: in altre parole, l’incontro con una forma di autenticità che al suo cinema fino ad ora era sempre mancata.

Voto: 5 / 5

Roberto Manassero, da “cineforum.it”

 

È quando Oliver finalmente cede al sentimento inaggirabile di Elio che gli dice “Chiamami col tuo nome, io ti chiamerò con il mio”, mettendo così la propria identità nelle mani dell’altro e accogliendo quella dell’altro nelle proprie. Cessione d’identità, dono d’amore: perché cosa c’è di più proprio del nome, e cosa c’è di più espropriante dell’amore? Il desiderio, diceva Lacan, è sempre il desiderio dell’altro; e l’amore non è possesso di una cosa ma espropriazione di sé; non è rigonfiamento ma emorragia dell’io. In un tempo che parla d’amore e di sesso con il lessico sgrammaticato del consumo, della molestia e della violenza, è questo il messaggio controcorrente, in qualche modo sovversivo, del film di Luca Guadagnino, Chiamami col tuo nome, candidato a quattro Oscar – miglior film, miglior attore protagonista (Thimothée Chalamet), migliore sceneggiatura non originale (di James Ivory) , migliore canzone originale (di Sufjan Stevens) – e da oggi, finalmente, nelle sale italiane, dopo un’accoglienza trionfale in quelle americane, un bottino di riconoscimenti della critica fin dall’anno scorso al Sundance Film Festival, a Berlino, a Toronto, e tre nomination ai Golden Globe del 7 gennaio scorso.

Terzogenito – dopo Io sono l’amore e A bigger splash – di quella che Guadagnino chiama la sua “trilogia del desiderio” – e ultimo film “sui ricchi”, annuncia il regista, Chiamami col tuo nome sposta la telecamera dall’amore eterosessuale a quello omosessuale, e dal corpo androgino di Tilda Swinton, protagonista dei primi due, all’attrazione fatale fra il corpo acerbo del giovanissimo Thimothée Chalamet e quello bello e possibile di Armie Hammer. Ma è uno spostamento per modo di dire. Tratto dall’omonimo e magnifico romanzo di André Aciman, il film è tutto fuorché un gay-movie “di genere”. Non afferma un’identità, non rivendica una scelta, non indica un approdo: in quella stagione aperta e incerta che è l’adolescenza, quando tutto è possibile e tutto è terribilmente difficile, il desiderio ti prende dove non te l’aspetti, spiazza quello che sei o che credi di essere, ti porta dove non sai di volere andare. Non è una scelta né un orientamento né un destino, è l’imprevisto che muove le cose e le dispone in una nuova combinazione, come quando si alza il vento e il mosaico del panorama d’improvviso cambia.

Un’estate diversa
Tutto sembra previsto e prescritto quando Oliver, viso da statua greca su corpo scolpito New England, arriva a casa Pearlman per la sua vacanza-studio, uno dei tanti post-doct che il padre di Elio ospita un’estate dopo l’altra (“ma questo pare un po’ meglio di quello dell’anno scorso”, nota subito una delle ragazze che frequentano la casa). Elio studia musica, fa il filo alle sue coetanee, va in bicicletta, nuota e “aspetta che l’estate finisca”, come ogni anno. Ma tutto prende, inaspettatamente, un’altra piega. Nulla di immediato però, nulla di travolgente. Il desiderio che spiazza si insinua a poco a poco, per i pertugi dell’anima stretti come la porticina che si infila in bici per entrare nella grande villa: impressioni, smentite, sguardi, dubbi, tormenti, un’eventualità che può realizzarsi, o forse no, che può esplodere e tornare indietro. L’importante però è viverla, non chiuderle le porte, perché, come spiegherà il padre di Elio – rovesciamento dello stereotipo per cui i padri, al cinema, sono per definizione ostili all’omosessualità dei figli -, “soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta che a trent’anni siamo prosciugati, e ogni volta che ricominciamo con qualcuno diamo sempre di meno”. Esiste, un padre così? O una madre così, che guarda, ascolta, capisce prima degli altri, e si astiene dall’intervenire?

Sono esistiti, sembra dire Guadagnino quando ricorda che la vicenda si svolge nel 1983, e “l’83 fu un anno di svolta”, con l’ascesa di Craxi che chiude il ciclo del sessantotto, quello in cui “i genitori avevano un sapere emotivo da trasmettere ai figli”. In quel di Crema dove il regista ha scelto da tempo di vivere, casa Pearlman concentra, non si sa quanto realisticamente ma poco importa, i tre ingredienti necessari dell’estetica (esplicitamente bertolucciana, e in questo film più bertolucciana che mai) di Guadagnino: “empatia, passione, sapere”. Non c’è l’uno senza l’altro, perché il desiderio è alla fin fine desiderio d’essere, e alla fin fine, come diceva Deleuze, è sempre con il mondo che facciamo l’amore. O come diceva Laura Betti prima di lasciarci, senza questi ingredienti “un paese perde la grazia”, che è precisamente quello che è successo all’Italia degli ultimi, disgraziati decenni.

Guadagnino ci rimette davanti questa grazia perduta, e ritrovata. Chiamami col tuo nome arriva nelle nostre sale dopo un percorso trionfale all’estero: oltre alle tappe già ricordate, vari passaggi a Sydney, Helsinki, Zurigo, Londra, New York, Mumbai, Chicago, due Gotham Awards, tre premi (fra i quali la miglior regia) della Los Angeles Film critics association, due del Usa National board of review , sei nominations ai Film independent spirit awards e altro ancora. Abbastanza per aprire gli occhi alla stampa mainstream italiana, da sempre assai tiepida nei suoi confronti. E, si spera, per chiudere definitivamente il giochino di società su Guadagnino erede del grande cinema italiano di Bertolucci e Visconti e Rossellini, sì, ma troppo snob, troppo internazionale, troppo hollywoodiano per competere con il cinema italiano che fa cassa oggi. Polemiche che contano quanto i dazi di Trump nel mercato globale. Nella geo-filosofia del cinema mondiale brilla una stella, è nata a Palermo, gira nel mondo e noi facciamo il tifo perché brilli a lungo e di più.

Ida Dominijanni, da “internazionale.it”

 

 

 

Estate 1983, tra le province di Brescia e Bergamo, Elio Perlman, un diciassettene italoamericano di origine ebraica, vive con i genitori nella loro villa del XVII secolo. Un giorno li raggiunge Oliver, uno studente ventiquattrenne che sta lavorando al dottorato con il padre di Elio, docente universitario. Elio viene immediatamente attratto da questa presenza che si trasformerà in un rapporto che cambierà profondamente la vita del ragazzo.

Luca Guadagnino, con la collaborazione di Walter Fasano e di James Ivory, si è ispirato al romanzo omonimo di André Aciman per chiudere l’ideale trilogia sul desiderio iniziata con Io sono l’amore e proseguita con A Bigger Splash.

Quasi avesse voluto rispettare una circolarità estetico-narrativa riallacciandosi al primo film, evita qui le cadute grottesche che avevano di fatto indebolito l’ultima parte del secondo (benché anche in questo caso non ci risparmi il ritrattino di una coppia italiana sproloquiante sul pentapartito craxiano). Perché lo sfondo è l’Italia in cui Gelli evadeva e Bettino dominava ma solo di sfondo si tratta.

La collocazione temporale costituisce di fatto soprattutto un indice di rispetto nei confronti dell’autore letterario che ha offerto la materia prima per un rinnovato percorso nello spazio e nei suoni attraverso i corpi. Perché Guadagnino ha raggiunto l’eccellenza nell’ambito del cinema italiano e internazionale nel far ‘agire’ gli spazi. Non solo la villa settecentesca in cui i Perlman vivono ma ogni singolo edificio, ogni portone, si potrebbe dire ogni muro dei luoghi che vengono attraversati dalla vicenda acquisisce una sua ragion d’essere divenendone parte integrante. Perché é di una bellezza classica che qui si parla fin dai titoli di testa e con il ritrovamento della statua nel lago, una bellezza che non resta ancorata nella polvere della storia o dell’archeologia ma si traduce, per l’adolescente Elio, in un corpo, in una persona.

Voto: 4 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

Se non c’è sesso senza amore, allora è anche vero che non c’è amore senza sesso. Senza troppa volgarità e con una cifra stilistica atta ad abbracciare una ricercata bellezza della natura come del corpo sia maschile che femminile, Luca Guadagnino narra questa storia d’amore omosessuale senza concentrarsi troppo sulle ripercussioni sociali o intime, ma interessandosi solo all’attimo, quel momento vissuto che potrà essere ricordato per l’eternità nella mente di Elio, il giovane diciassettenne e Oliver, l’ospite che porterà una tempesta nel cuore e nella pancia del ragazzo. Cercare di parlare di Chiamami col tuo nome, il nuovo film di Guadagnino, senza scendere nel banale è assai difficile. Il regista non è un fuoriclasse, ma semplicemente qualcuno che dimostra ampiamente di saper usare i mezzi a sua disposizione per saziare non solo la vista dello spettatore, ma tutti i suoi sensi. Ogni cosa presente nel film vive di una luce filtrata dallo sguardo del giovane Elio. Lui passa la sua estate così: di giorno in città con gli amici o immerso in piscina, la sera si balla, si beve e si fuma. C’è Marzia che gli piace tanto, diventerà la sua ragazza e la porterà di nascosto nella soffitta polverosa per strappargli il costume di dosso e gettarla su un materasso sporco.

Poi c’è Oliver e la percezione di Elio cambia, rigirandosi nel letto, sentire l’odore dell’altro ragazzo a pochissimi metri, nell’altra stanza, divisi da un bagno comunicante che diviene porta per l’inferno (o il paradiso, a seconda). Come Giulietta, Elio passerà le mattine a guardare Oliver dal balcone di casa sua, non riuscendo mai a percepire cosa stia effettivamente pensando il giovane. Guadagnino lavora esteticamente su tutti questi momenti . Narrativamente, l’opera è di una povertà disarmante, e rientra perfettamente in quella categoria di film romantici già visti e assimilati tante altre volte, ma la grande armonia con cui lavorano i settori principali, quali fotografia, regia, messa in scena e sceneggiatura restituiscono uno spettacolo estetico meraviglioso. Dite addio ai set finti, minimali o perfettini: qui abbiamo le cucine con le spugne sporche nel lavello o le tendine storte sulle finestre, ci sono i rumori delle automobili che sovrastano la voce degli attori, tanto che alcune battute si perdono nel frastuono generale. Ci sono i frutteti, le pesche e le albicocche, con il loro sapore acido, come è acido il gusto e l’odore dell’adolescenza o del letto dopo aver passato la notte con il partner tanto desiderato.

Ma al lato sentimentale, rievocato più volte dai sentimenti e dall’estetica ricercata di una natura sempre benevola nel mostrarsi al meglio al regista, non mancherà la sessualità, perché qualunque storia d’amore che si rispetti metterà anche le pietre per il raggiungimento dell’amplesso, così difficile e pieno di pericoli, fatto di abbracci rubati, spezzati e goffi, del non sentirsi adeguati davanti niente e nessuno, e dell’avere paura. Nella sua semplicità di temi e rappresentazione, Guadagnino riesce a trascendere e mutare il classico film sentimentale verso un di più, facendoci vedere, assaggiare e respirare qualcosa di nuovo e facendoci toccare con mano la sua personalissima idea di bellezza.

Voto: 4 / 5

Gabriele Barducci, da “nocturno.it”

 

 

 

Con Chiamami col tuo nome, Luca Guadagnino chiude la sua trilogia del desiderio (o dei ricchi) i cui precedenti capitoli sono Io sono l’amore e A Bigger Splash. Guadagnino, autore in grado di evocare veri e propri ecosistemi di segni nei quali permettere ai suoi film di venire letteralmente alla luce, coglie un momento peculiare della storia del nostro paese. Il tramonto degli anni Settanta, messi in scena come se non avessero alcun sentimento del loro essere giunti alla fine del proprio ciclo storico, interfacciandolo con gli albori (e oltre) del decennio successivo (il libro di André Aciman si volge nel 1988, in Italia).

In questo movimento crepuscolare, come di una giornata che declina trattenendo il calore dei raggi del sole all’orizzonte, il regista con grande acume insinua il fiorire aurorale dell’amore fra Elio (l’umbratile, singolare Timothée Chalamet) e Oliver (il sempre più sorprendente Armie Hammer). Ambientando il suo film in un angolo d’Italia raramente visto al cinema, filmandolo con un affetto e una comprensione che forse solo Antonioni e Bertolucci hanno avuto nei confronti della loro terra, ma che in fondo evoca il magistero viscontiano per come articola il dialogo fra gli interni dove sono custoditi i segni della cultura altoborghese al richiamo dionisiaco della natura.

Guadagnino non si limita a raccontare un romanzo di formazione, la sua è una danza dolcemente ipnotica fra l’apollineo della forma e il dionisiaco del desiderio che s’incarna nelle immagini del film. Il regista, attraverso uno sguardo in grado di abbracciare tutti gli elementi del racconto, crea un vero e proprio mondo che si configura, inevitabilmente, anche come un riflesso del processo creativo che ha dato corpo al film (quelli che una volta si definivano film-cervello). Guadagnino, infatti, appartiene alla categoria di quei cineasti profondamente italiani che riescono letteralmente a reinventare lo specifico nazionale reinventandolo su un piano squisitamente filmico, dando vita a un’immagine completamente nuova del nostro paese (basti pensare al lavoro svolto sul paesaggio nel sottostimato – in Italia – A Bigger Splash, o al contrasto fra campagna e città di Io sono l’amore).

In questo senso Guadagnino è davvero un cineasta totale. Tutto nel suo cinema concorre a creare un’esperienza visiva totalizzante. Ogni dettaglio concorre alla creazione di una tela sinestetica dove i sensi dello spettatore sono chiamati a partecipare a quella che si offre a tutti gli effetti come una cerimonia dei sensi. Il magistero autentico di Guadagnino è di far sorgere questo piacere puro dell’immagine e del racconto da elementi minimi, quasi impercettibili. Lo stormire delle foglie si muta così in un balzo muto del cuore, un passaggio di cirri si fa stilla di desiderio, il cadere della pioggia estiva sull’erba, mentre il cielo s’incupisce, un languore subitaneo, dolce, morbido, che stringe d’assedio gentilmente il cuore. Da cinefilo colto e appassionato (ma anche intransigente e severo), Guadagnino evoca senza remore Renoir (la sua, in fondo, è une partie de campagne…), ma si concede pure il divertimento ironico di “panoramicare” dagli amanti al giardino notturno evocando, affettuosamente, le ipocrisie del codice Hays.

L’universo sentimentale di Chiamami col tuo nome è posto in esistenza da un piacere addirittura tattile nei confronti del cinema e del suo potere di federare sguardi e desiderio nel buio della sala. L’attenzione meticolosa con la quale il regista cura ogni dettaglio del suo film, dallo spettacolare sound design, ai segni culturali sparsi nel film (dalle auto alle riviste nelle edicole, con la copertina di RockStar che omaggia David Bowie, per esempio…), non lascia nulla al caso. Un piacere che è anche segno di una comprensione profonda del proprio lavoro, l’evidenza di un pensare per immagini professato con accorata radicalità. E nonostante questo, non vi è un solo accenno alla tentazione nei confronti della nostalgia. Il desiderio e la seduzione ancorano il film del regista nel suo preciso momento storico.

E poi c’è naturalmente lo sguardo del regista che s’innamora a ogni inquadratura, che accarezza i corpi dei suoi attori e li protegge con movimenti di macchina puntuali e attenti. Guadagnino, infatti, pratica un cinema classico impuro, ossia un cinema che ha assorbito tutte le fratture della modernità e della post-modernità, che non avverte la necessità di manifestarsi attraverso violenze formali, e a partire da questo ritrovato classicismo riesce a creare un cinema aperto, ontologicamente contaminato, libero.

Chiamami col tuo nome è il film di un cineasta nel pieno possesso dei suoi mezzi espressivi, in grado di andare persino oltre gli eccellenti risultati di film fuori dalla norma come Io sono l’amore e A Bigger Splash. Il film di un cineasta in grado di evocare suoni che si possano toccare, immagini che si ascoltano e suoni che si vedono sullo schermo tale è la loro presenza icastica. Ed è proprio questa sinestesia politica e sensuale a offrire il suo maggiore contributo critico al dibattito che sta rimettendo in discussione il sistema del potere eterosessuale bianco (e che tanto fa – giustamente – discutere).

Senza contare la meraviglia assoluta di momenti indimenticabili come Elio che implora la madre di raccoglierlo alla stazione dopo la partenza di Oliver, il finale che reinventa quello altrettanto magnifico di Vive l’amour di Tsai Ming-liang, il dialogo fra Elio e suo padre (il notevolissimo Michael Stuhlbarg, che si può apprezzare anche in The Shape of Water e The Post), la magnifica Esther Garrel e così via. Ma sono i raccordi fra le immagini, i movimenti di macchina, il montaggio attentissimo di Walter Fasano così fluido da far sembrare il film un unico piano sequenza, la fotografia di Sayombhu Mukdeeprom, le canzoni di Sufjan Stevens, tutto insomma concorre a creare un’esperienza cinematografica nel segno della filmicità più profonda, articolata e complessa. E tutto questo enorme lavoro in fondo non è altro che il segno del piacere insurrezionale che Luca Guadagnino prova nel giocare con le libertà offerte dalle forme del cinema. Chiamami col tuo nome è – a ben vedere – il dialogo d’amore fra Luca Guadagnino e il cinema. L’antitesi del cinismo dominante. Ed è uno spettacolo così bello da togliere il fiato.

Giona A. Nazzaro, da “micromega.online”

 

 

 

In uno dei momenti più vertiginosi di tutto il cinema di Luca Guadagnino, l’americano Armie Hammer e una sconosciuta italiana ballano su Love My Way all’ombra del porticato di una chiesa, di notte in una piazza cosi tipica di una città “da qualche parte nel centro Italia”, come recita il cartello introduttivo. Le campane della chiesa che suonano la mezzanotte si intrecciano con la base ritmica della canzone degli Psychedelic Furs, in un unico tappeto sonoro, in un unico tempo: come a proseguire con ogni evidenza il discorso del precedente, straordinario A Bigger SplashGuadagnino si conferma con Chiamami col tuo nome uno degli sguardi e dei pensieri maggiormente lucidi sulla percezione del tempo in Italia. E non a caso è puntualmente la percezione del turista (il film è scritto prodotto insieme a James Ivory), del visitatore che deve inserirsi in una scansione del presente e del reale che sembra aggirarsi in ogni istante tra le rovine, la ruggine che corrode i ritrovamenti subacquei di pura bellezza, la frutta che marcisce, la “dopoStoria”.

chiamami col tuo nome timothée chalamet esther garrelVerrebbe chiaramente da tirare in ballo teoremi pasoliniani, epifanie rosselliniane al cospetto della verità della testimonianza sopravvissuta, dispersioni antonioniane in un’isola oramai irraggiungibile dal sentire del popolo, ma – come i titoli di coda svelano inequivocabilmemente – è davvero il mistero sacro, l’idea di luogo deputatocaratteristica di Dario Argento, che ritroviamo in Guadagnino, in quell’altro istante magnifico al cospetto del monumento ai caduti del Piave, tra la chiesa e i manifesti del PCI in piazza, location perfetta per la dichiarazione d’amore tra Oliver e il 17enne Elio, che indossa una t-shirt dei Talking Heads in questa bolla di presente fasciata da dolly circolare, gli anni ’80 che non sono una ricostruzione storica ma il segno pesante di un’urgenza tutt’altro che archeologica, in tv e a tavola si parla solo di Craxi, e i monologhi comici sono quelli di Beppe Grillo: le signore del paese hanno ancora appeso al muro un dipinto di Mussolini, la famiglia di Elio, e lo stesso personaggio di Armie Hammer, sono ebrei.
chiamami col tuo nome armie hammerOgni stravolgimento sensoriale allora, ogni impazzimento estivo d’amore, non può che essere oramai irrevocabilmente filtrato, passato attraverso le pagine di questi libri parlanti, forse i veri protagonisti nascosti dell’opera, i gesti d’amore più sinceri conservati tra le decine di tomi e di volumi che vengono scambiati, letti, aperti e buttati sul letto nel film, i pensieri dei filosofi, degli scrittori, dei poeti (ancora Antonia Pozzi), la linguistica del suono originario (quello del “giovane Bach”, o di Sufjan Stevens?), quella distrazione dall’orologio in attesa della mezzanotte incombente, che contribuisce a far deflagrare un’emozione come una bomba.

Quando accade, è una benedizione, ed è forse a questo che servono tutti i romanzi, le musicassette, le lettere, le chitarre e i pianoforti: “sono cosi invidioso di quello che c’è tra voi due”, confessa ad un certo punto il padre di Elio, professore che nasconde sotto una certa leggerezza di vivere la distanza ormai disperatamente incolmabile che ha messo tra lui e le diapositive che raccontano l’oggetto – morto, e da resuscitare – della sua passione.
Dare un nome alle cose, ai sentimenti, le melodie, le persone: per poter possedere tutto realmente, anche solo per un attimo, battezzare l’altro con il proprio stesso nome.

Sergio Sozzo, da “sentieriselvaggi.it”

 

 

Non è detto che i cinefili o comunque gli appassionati della Settima Arte siano per forza di cose degli inguaribili romantici, ma sicuramente chi segue il cinema ne ha viste tante di storie riguardanti grandi o primi amori. “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino, uscito in questi giorni nelle nostre sale dopo avere girato per vari mesi nei vari festival riscuotendo accoglienze ottime e ricevendo candidature a premi importanti (non ultime, le quattro nomination all’Oscar appena annunciate), racconta appunto del primo innamoramento importante di un adolescente. Tratto da un libro dello scrittore statunitense André Aciman, ambientato nella Liguria dei primi anni Ottanta (ma Guadagnino ha trasferito la scena nella Lombardia che l’ha adottato), l’ultima fatica del regista di “Io sono l’amore” vede al centro il giovane Elio Perlman (l’apprezzatissimo Timothée Chalamet, giustamente in corsa anche lui per la statuetta hollywoodiana se non altro per la spavalderia che regala a un personaggio che altri avrebbero dipinto come introverso), che passa la stagione calda nella casa cosmopolita degli intellettuali genitori, in compagnia degli amati libri, della musica e dell’amica parigina Marzia (la figlia d’arte Esther Garrel che si fa notare, anche grazie alla bella chimica col giovane Chalamet).

Le cose cambiano quando arriva Oliver, uno studente universitario (Armie Hammer, forse un tantino maturo per il ruolo ma perfetto come oggetto del desiderio, grazie a quell’aria da “movie star” che peraltro non manca di sottolineare durante il film) arrivato dall’America per una vacanza studio durante la quale sarà assistente del professor Perlman, padre archeologo di Elio. Tutti sembrano impazzire per lui, giusto il diciassettenne non sembra gradire troppo la sicurezza del nuovo ospite, ma le cose cambiano rapidamente e tra i due comincia a nascere qualcosa. Un sentimento per Elio nuovo, per Oliver forse no (malgrado un flirt con una ragazza locale e una fidanzata in America che lo sta aspettando), fatto di complicità e tenerezza, destinato a interrompersi col ritorno dello studente in patria, ma non prima di essersi concessi una breve vacanza e ad avere condiviso momenti che renderanno quell’estate molto speciale (libro e film non si soffermano più di tanto sul fatto che il legame potrebbe essere controverso, data la minore età di uno dei due). Qualche tempo dopo, una telefonata intercontinentale e un lungo primo piano ci confermeranno che anche gli amori destinati a non durare possono lasciare il segno.

Continuatore della tradizione di un cinema italiano formalmente curato e ricco di umori, che in passato ha avuto i suoi campioni in figure come Mauro Bolognini o Giuseppe Patroni Griffi, Luca Guadagnino finora in patria è stato piuttosto divisivo (all’estero invece i suoi film, anche prima di “Chiamami col tuo nome” venivano accolti con un certo favore) nonostante il suo dichiarato amore per gli autori italiani e non solo (infatti la sceneggiatura porta la firma del grande James Ivory che sognava di dirigere egli stesso l’adattamento del romanzo). Forse l’astio dei detrattori verso Guadagnino è dovuto a un percorso artistico piuttosto diverso da quello dei registi suoi coetanei e alla componente spiccatamente weird che le sue storie e i suoi personaggi di solito hanno e che non a caso in questa occasione risulta meno spiccata, nonostante qualche figura macchiettistica faccia capolino ogni tanto in Casa Perlman. Tra canzoni di Franco Battiato e musiche di Bach, senza dimenticare i bellissimi brani scritti da Sufjan Stevens appositamente per il film, il coming of age viene realizzato con un occhio al Bernardo Bertolucci di “Io ballo da sola” e un altro al ciclo delle stagioni di Eric Rohmer e il valente direttore della fotografia tailandese Sayombhu Mukdeeprom (noto per il suo sodalizio con Apichatpong Weerasethakul, ma che con Guadagnino ha anche lavorato nel successivo “Suspiria”) immerge il tutto in un’atmosfera adeguatamente luminosa e sospesa. Per i detrattori del film il tutto sarebbe scontato, ma in effetti stiamo parlando della scoperta dell’amore da parte di un ragazzo, quindi è normale notare che siano cose già sono raccontate, l’importante è semmai il modo delicato seppur manierato in cui il regista lavora. Basti pensare a quando Hammer massaggia delicatamente e spontaneamente i piedi di Chalamet, momento assai più efficace e significativo della già proverbiale scena della pesca.

Non si può parlare di “Chiamami col tuo nome” senza avere speso qualche parola sui genitori di Elio, il professor Perlman e la moglie Annella, interpretati dal bravissimo Michael Stuhlbarg e dalla splendida Amira Casar. Discreti, attenti, saggi, rispettosi, osservano le vicissitudini del figlio e lo sostengono senza intromettersi, ma soprattutto senza giudicarlo. Il cotè intellettuale dei due rende il tutto piuttosto attendibile, ma non è difficile immaginare che il regista e i suoi collaboratori abbiano visto in loro una versione idealizzata delle figure genitoriali che nell’Italia degli anni Ottanta (ma come altrove e in tempi anche più vicini) doveva essere tutt’altro che scontata. Non sorprende quindi che uno dei momenti più apprezzati del film sia il dialogo (quasi monologo in effetti) prefinale tra padre e figlio, dichiarazione di incondizionato amore paterno che difficilmente può lasciare indifferenti.

Voto: 8 / 10

Mirko Salvini, da “ondacinema.it”

 

 

 

Un sottile gioco di seduzione prima, e una love story tanto dolce quanto struggente poi. È un’opera miracolosa, Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, un genuino capolavoro che viaggia con invidiabile equilibrio tra tenerezza ed erotismo, confezionato con raffinata grazia (a firmare la sceneggiatura è James Ivory, non a caso) ma carico di coinvolgente effervescenza ogni qualvolta vediamo interagire i nostri protagonisti, legati da un’alchimia che buca lo schermo per fotogenia e intensità.

Immerso nell’idillio di un paesello italiano degli anni ’80, Elio è un 17enne la cui vita viene stravolta dall’arrivo di Oliver, studente universitario ospite del padre. I due condividono la stanza, e a nascere, silenzioso ma ineludibile, è quel sentimento che fa maledettamente paura ogni singola volta: l’amore. I nostri sono confusi («io so tutto tranne le cose che veramente contano», confessa Elio), si cercano con il contatto fisico, poi forse si rinnegano, fino al coraggio di specchiarsi finalmente l’uno negli occhi dell’altro, diventando, in tutto e per tutto, una cosa sola («Chiamami col tuo nome, e io ti chiamerò col mio»). Guadagnino non ammette forzature, né tantomeno l’eccesso di enfasi: il suo film odora magnificamente di caloroso abbraccio proprio per la maniera in cui tutto avviene nel più naturale dei modi, disegnando una mappa sentimentale con tale equilibrio, ricchezza di dettagli e nuda spontaneità da superare ogni possibile aspettativa.

A travolgere Timothée Chalamet è la lacerante forza del primo amore: non sappiamo se lui sia un grande attore o se abbia semplicemente azzeccato il ruolo giusto nel momento giusto, ma la sua performance brulica così intensamente di dolce innocenza e tangibile dolore da inserirsi di diritto in quella cerchia di interpreti da tenere assolutamente d’occhio per il futuro; dal canto suo, Armie Hammer appare più distanziato, ma ci regala i suoi momenti migliori proprio mentre il viso del suo amato sta rivolto altrove: lui, lì fermo in silenzio a osservarlo nella stanza di un albergo, con lo sguardo malinconico e sofferto tra il nulla e l’addio. E poi c’è Michael Stuhlbarg, protagonista di un memorabile monologo – da incidere sulla pelle – che aggiunge alla visione un ulteriore climax emotivo da ricordare negli anni.

Estate. Fuori dal tempo. In un ipnotico flusso tra sogno e meraviglia, scorrono la gioia, l’euforia, il sublime, quegli abbracci che vorresti non finissero mai più… e poi, giù di lacrime come se non ci fosse un domani, per sempre sospesi ai nostri fantasmi. La voce di Sufjan Stevens ci coccola, ma a rimanere nel cuore è una cicatrice che sa di indelebile spasmo.

Pierre Hombrebueno, da “bestmovie.it”

 

 

 

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog