Chesil beach – Il segreto di una notte

 

E’ nel vestito turchese indossato dalla Florence di Saoirse Ronan nel giorno del matrimonio, e che campeggia sul manifesto ufficiale del film, che è racchiuso il significato più profondo di Chesil Beach, adattamento dell’omonimo romanzo di Ian McEwan da lui stesso sceneggiato e generosamente offerto al regista teatrale – e di alcuni episodi di The Hollow Crown – Dominic Cooke.
Quel colore, più che quel modello così casto e “bon ton”, lo avrebbe potuto portare Julianne Moore in Lontano dal Paradiso, che era ambientato negli anni ’50. Ma qui siamo nel ’62, e nel ’62 il turchese, così come il giallo limone e le fantasie a fiori, significavano pudore, repressione e condizionamenti familiari, insomma un universo quasi edwardiano.

Mancava solamente un anno all’uscita dell’album “Please Please Me” e quindi allo scoppio della Beatlemania e alla rivoluzione sessuale, ma l’Inghilterra era ancora un ricettacolo di tabù, regole da rispettare, convenzioni da seguire. L’intelligenza del romanzo di partenza, come pure del film, sta nell’essere riuscito a fotografarla e raccontarla con precisone da entomologo e contemporaneamente con struggente poesia, in un melò nel quale i sentimenti, prima di esplodere, implodono, imbottigliati nelle anime di personaggi che sembrano bambini perduti nel bosco e che a loro volta diventano prigionieri di una striscia di mare e di sassi e di un lembo di cielo, gatto sbilenco lui e bambolina quasi meccanica lei.

O forse, più che abbracciare il melodramma, Chesil Beach è semplicemente un uragano di dolore per immagini, la trepidante cronaca di un goffo tentativo di consumare un matrimonio con tutto l’imbarazzo del caso. Ma non solo. Al pranzo e al pomeriggio in hotel di Florence ed Edward, spaesati e angosciati da zip che si incastrano, calze che minacciano di smagliarsi e ciocche capelli involontariamente tirate, regista e sceneggiatore hanno voluto alternare flashback che illustrano la loro storia d’amore: felice, spensierata ma, a ben guardare, attraversata da un’inquietudine che nel presente diventa inesorabile angoscia. Fortunatamente, l’alternanza dei piani temporali non porta a un calo né a un’interruzione della tensione, al contrario la accresce, mentre Cooke, insieme all’ottimo direttore della fotografia Sean Bobbit, “si diverte” a opporre tre universi distinti: l’asettica dimora di Florence e famiglia, la casa disordinata e bohemienne del ragazzo povero Edward e l’albergo, dove regna sovrana l’estetica del dettaglio: pugni serrati, mani che accarezzano e afferrano, piedi stretti in simil-ballerine che battono sul pavimento, e ancora posate, un copriletto, uno specchio. Il regista si concede giustamente il lusso di indugiare su questi particolari e fa sì che la lentezza del racconto cinematografico si trasformi in ulteriore elemento di trepidazione. Lui che è figlio di un montatore, non sceglie un ritmo veloce suggerito dai tagli, ma gira lunghe sequenze che l’impeccabile gioco degli attori (insieme al momento decisivo esplorato) rendono mosse e magnetiche. L’effetto è portentoso.

E non c’entra niente il voyeurismo. Il sesso, in Chesil Beach, è solo un fiume che porta al mare della modernità ma che gli sposini novelli faticano a guadare, e via via che del passato emergono nuovi aspetti, capiamo perché. Capiamo che alla pressione del proprio ambiente di provenienza non si sfugge, e nemmeno alla propria rabbia e all’orgoglio ferito. E che c’è stata un’epoca nella quale una donna non poteva dire “no, grazie” e optare per la castità, riconciliandosi serenamente con il proprio corpo. I corpi sono ben presenti in Chesil Beach, ma sono in lotta, e la battaglia si combatte anche fra cuore e corpo, sempre più fuori sync, sempre più agitato il primo e paralizzato il secondo.

E poi, come tanto piace a McEwan e piace anche a noi, ci sono quelle decisioni prese in un attimo che cambiano per sempre i destini di una persona e di una coppia, nel bene come nel male. Ma forse, quando arriva il momento della grande scelta, il film diviene furbetto ricattatorio, ricattatorio ma non inverosimile, perché le storie d’amore tristi più belle sono quelle costellate di non detti e “se solo avessi”. Ignoriamo come sarebbe stata la prima notte di nozze di Edward Florence se l’avessero affrontata da ragazzi più che da adulti per forza, né se avessero aspettato 12 mesi per convolare a nozze, lasciandosi così influenzare da una diversa air du temps. Ciò che però sappiamo è che le scene ambientate negli anni Settanta e nel presente, che pure sono necessarie perché “chiudono il cerchio”, sarebbe stato meglio affidarle a un’equipe di truccatori più esperti, lasciando magari qualcosa all’immaginazione.

Voto: 3,5 / 5

Carola Proto, da “comingsoon.it”

 

 

Lei è una violinista, ricca, eterea, delicata e all’antica. Lui è uno un po’ rude, qualche volta diventa aggressivo, viene dalla provincia inglese e si è appena laureato in storia con lode. Si conoscono, si fidanzano e poi si sposano, come tradizione vuole. Entrambi arrivano vergini al matrimonio. Ma la grande notte, la prima notte di nozze, non va come dovrebbe andare. Al contrario va in modo “disgustoso”. 

Chesil Beach di Dominic Cook è tratto dall’omonimo romanzo di Ian McEwan (2007), sceneggiato anche da lui, e ripercorre attraverso una serie di flashback le tappe della storia d’amore tra questi due giovani, freschi di studi, interpretati dalla bravissima Saoirse Ronan (tre volte candidata all’Oscar per EspiazioneBrooklyn e Lady Bird) e da Billy Howle (Il re fuorileggeDunkirk MotherFatherSon), “figli di un tempo in cui affrontare a voce i problemi sessuali risultava semplicemente impossibile”, come è scritto nelle prime righe del libro.

Ed è proprio quest’impossibilità (era il 1962 e la rivoluzione sessuale stava per arrivare) che emerge prepotentemente nel corso di poche ore durante una cena nella stanza di un alberghetto che affaccia sulla famosa spiaggia di ciottoli di Chesil Beach. Una serata che è il prodromo di quella prima esperienza sessuale tanto sognata, ma allo stesso tempo tanto temuta.  

Zip che si incastrano e si bloccano, mani che anziché piacere provocano solletico, scarpe con lacci che non si sfilano, goffaggine e rigidità: il risultato è disastroso. Non per il film però, e per il regista, che riesce a restituirci, come un attento antropologo, tutto l’imbarazzo e il pudore e l’atmosfera carica di tensione (non certo erotica) che i due protagonisti vivono.

Molto bravi a parole (i “Ti amo” fioccano), ma lontani anni luce dalla passione travolgente del grande amore, tra i due alla fine prevarrà l’umiliazione, la rabbia, gli insulti e la vergogna perché lui si sentirà come un esattore e lei completamente inadeguata.

Senza voyeurismi, Cook ci regala uno spaccato sociale e al tempo stesso intimo, perdendosi un po’ verso il finale del film (loro due anziani con quel trucco posticcio si potevano evitare). 

Solo un anno dopo, nel 1963, con il successo dei Beatles e l’avvento della rivoluzione sessuale che sdoganava il sesso prematrimoniale, le cose tra loro forse sarebbero andate diversamente e magari l’istinto della natura sarebbe prevalso a quel freddo letto incombente dalle tende color rosso.

Quella stessa natura, la spiaggia di Chesil Beach, che si rivela qui l’antitesi della libertà, una prigione a cielo aperto le cui sbarre sono le convenzioni sociali e i tabù dell’epoca: l’Inghilterra degli anni sessanta. Sarebbe bastato un anno in più per dirla come i Beatles: “All my loving, I will send to you. All my loving, darling I’ll be true”.

Voto: 3,5 / 5

Giulia Lucchini, da “cinematografo.it”

Pieni anni ’60. Florence Ponting ed Edward Mayhew sono due freschi sposini intenti a trascorrere la loro luna di miele a Chesil Beach, nota località di villeggiatura nel Sud dell’Inghilterra. Lei, violinista di talento, è figlia di un imprenditore e proviene da un’agiata famiglia borghese, mentre lui è laureato in storia e ha alle spalle una famiglia più modesta, dove il padre è preside di una scuola elementare e la madre ha subito un danno irreversibile al cervello, a causa del quale è diventata completamente matta. I due si amano molto ma, inesorabili, le convenzioni sociali bussano alla porta: è arrivato il momento di consumare il matrimonio. Gli sposini sono inesperti e impacciati, come le convenzioni del tempo vogliono, tuttavia oltre all’inesperienza sembra esserci qualcosa in più.

Il romanzo di Ian McEwan Chesil Beach alla base del film di Dominic Cooke

In origine fu il romanzodi Ian McEwan, uno che col sesso ha svariati conti aperti (sesso, peraltro, di rado dolce e amorevole) e che ha basato tanti dei suoi romanzi sul tema. Nel romanzo di Ian McEwan, anch’esso intitolato Chesil Beach, i due sposini considerano la prima notte di nozze come un rito di passaggio obbligato all’età adulta. Nel film di Dominic Cooke, uno che viene dal mondo del teatro ed è la prima volta che si approccia al cinema, molto dello spessore psicologico dei due personaggi letterari – nonché della critica alla borghesia degli anni ’60 – va perduto, in favore di una storia dolceamara che avrà risvolti tragici.

I cambiamenti di tono di Chesil Beach

Chesil Beach Cinematographe.it

Chesil Beach inizia con un tono quasi da commedia garbata, quando racconta le schermaglie amorose di Florence ed Edward; due, si capisce subito, destinati a stare insieme. I nervosismi e gli imbarazzi legati alla prima notte insieme rientrano ancora nelle corde della prima parte del film, che alterna abbastanza sapientemente i flashback della storia d’amore e i momenti di approccio nella camera d’albergo, fino a un punto di non ritorno in cui il filmcambia drasticamente di tono, diventando malinconico e pieno di rimpianti. Nella parte finale, Chesil Beach scivola ancor di più nel sentimentalismo, compiendo peraltro un grossolano passo falso a livello di sceneggiatura: è un momento in cui la costruzione del personaggio maschile, abbastanza ben architettata per tutto il film, cozza con una scelta narrativa di comodo che abbassa nettamente la qualità del finale (per dovere di cronaca, è opportuno precisare che Ian McEwan sullo stesso punto se l’era sbrigata meglio).

Attori ben scelti per un film come Chesil Beach

Chesil Beach Cinematographe.it

Saoirse Ronan non è, in Chesil Beach, nel suo momento migliore, non dopo la freschezza sfoggiata all’occorrenza in Lady Bird. Molto più naturale e nel personaggio invece Billy Howle, che ha la faccia adatta per interpretare il ragazzotto di Oxford appassionato di storia (era già apparso in Dunkirk). I due attori, impeccabili nel loro stile anni ’60, si muovono su un set sempre molto curato ed elegante, così come elegante e curata è la regia di Dominic Cooke (si sospetta l’influenza inconscia della sua brillante carriera teatrale, dato che vinse il Laurence Olivier Award per Il crogiuolo nel 2007). Evidentemente Cooke ha l’occhio allenato per scegliersi gli attori giusti: non uno di loro nel cast sembra fuori posto.

Voto: 3,5 / 5

Francesca Sordini, da “cinematographe.it”

 

Chesil Beach – Il segreto di una notte è l’adattamento cinematografico firmato da Dominic Cooke del romanzo di successo di Ian McEwan. Irrobustito dall’eccellente interpretazione di Saoirse Ronan il film poggia totalmente sull’appassionante plot del testo.

Divergenze parallele

Regno Unito, 1962. Laureati di fresco e poco più che ventenni, Florence ed Edward si sono appena sposati ma non hanno mai avuto rapporti intimi. Provenienti da classi diverse e forgiati da educazioni diverse, i conflitti sopiti tra loro deflagreranno durante una disastrosa prima notte di nozze. [sinossi]

Ian McEwan aveva tratto una sceneggiatura dal suo romanzo del 2007, On Chesil Beach, pensando a un film diretto da Sam Mendes: il progetto era dato già ai nastri di partenza nel 2010. Come è evidente non se ne fece nulla, ma è interessante che il grande scrittore inglese fosse spinto a “incontrare” il regista di Revolutionary Road (da Richard Yates) per portare sullo schermo proprio questa storia. In comune i due lavori hanno infatti parecchie cose, a partire da un confronto brutale e non convenzionale tra il femminile e il maschile. Come spesso accade in McEwan, anche qui tutto ruota attorno a un episodio scatenante, a un evento che si fa carico di una miriade di conflitti, contraddizioni, problemi, sia epocali che psicologici, che afferiscono dunque sia alla società che agli individui raccontati e che di quella società sono il prodotto, l’esito, ma pure un elemento di innovazione e una freccia scagliata in avanti. In Chesil Beach l’evento è la prima notte di nozze di una giovane coppia, Florence (la bravissima Saoirse Ronan) ed Edward (Billy Howle), che ripetono tanto di amarsi ma non hanno alcuna dimestichezza con il corpo dell’altro e non si conoscono affatto sessualmente. Le cose nel talamo andranno malissimo e, invece di fare l’amore, la prima notte sarà l’occasione per chiarire i presupposti del loro matrimonio, chi sono, cosa desiderano o cosa credono di desiderare, che aspettative hanno l’uno rispetto all’altra.

Il film, nel 2015, è stato preso in mano dalla produttrice Elizabeth Karlsen che ha coinvolto Dominic Cooke, uno dei registi teatrali più importanti della Gran Bretagna, qui al suo esordio cinematografico, e con cui McEwan ha rivisto la sceneggiatura. Cooke si pone a servizio della storia senza farne un radiodramma o un film parlato dall’impianto teatrale: il regista alla sua prima opera dimostra di voler e saper lavorare con il linguaggio del cinema e, pur nella lineare classicità della messa in scena, sa usare sensatamente i campi lunghi (come nella bellissima inquadratura finale), i movimenti di macchina e i punti di vista implicati, i dettagli che devono restituire un sentimento o un’atmosfera. Insomma Cooke racconta la vicenda ricorrendo all’armamentario proprio dell’immagine in movimento ed evitando una regia statica: il risultato non è strabiliante, ma è sobrio e funzionale. Il miasma dei conflitti raccontati, però, è il vero punto di forza di Chesil Beach, incentrato su un incontro tra classi sociali differenti e identità sessuali acerbe in un’Inghilterra di inizio anni ’60 in cui non è ancora esploso il rock e la giovinezza è ancora solo l’incipit della vita adulta, coronata dall’ineluttabile matrimonio. Le traiettorie dei due protagonisti sono densissime, ma quella di Florence – il cui sogno è diventare una violinista e lavorare con l’ensemble d’archi che ha messo assieme – è dominante perché davvero dirompente. Chesil Beach offre cospicuo materiale per chi è interessato alla rappresentazione dei generi sullo schermo: abbiamo un giovane di modesta famiglia, la cui madre è rimasta cerebrolesa dopo un incidente, laureato con lode in Storia, che ascolta Chuck Berry, lusingato dal fatto di essere stato “puntato” e scelto da una ragazza aggraziata, di buona famiglia, violinista provetta di musica colta, che non ha per niente la puzza sotto al naso e anzi è gentile e dolce. Ovviamente i genitori di lei non sono entusiasti del legame, mentre il padre di lui dà al figlio un consiglio netto: “Sposala”. Florence, corteggiata anche dal violoncellista con cui suona, tira dritto senza tentennare di un millimetro: lei vuole Edward, lo ama e passerà con lui la vita. Anche se non è molto interessata a baci, carezze ed effusioni. Una strana creatura nel 1962 come oggi questa Florence, consapevole di essere donna quindi di essere chiamata dalla società ad alcuni “compiti” femminili, ma interessata soprattutto ad altro, alla musica, all’arte, e alla propria riuscita interiore. In Chesil Beach aleggia l’ombra della paura verso il maschile, rappresentato per la protagonista da un padre vanesio e anaffettivo (se non peggio), ma lo svolgimento della storia è focalizzato più verso i meccanismi adattivi dei due protagonisti e in particolare della giovane donna, che per il suo sesso è incaricata naturalmente a essere qualcosa di socialmente definito. Per sfuggire al recinto, Florence necessita di una strategia più raffinata rispetto a quella di Edward, che ha nonostante tutto – e nonostante la figura materna del tutto instabile ma con una sensibilità peculiare per la pittura, che conosce a fondo – introiettato i parametri che una brava moglie deve soddisfare.

Da queste premesse nasce il nodo problematico della relazione: non è la società, direttamente, a intervenire per “separarli” come in un plot classico e risaputo; sono i diversi costrutti psichici dei due, divergenti perché uno è l’evoluzione di un maschio e l’altro l’evoluzione di una femmina, a porli in un’insanabile contrapposizione. L’interesse di McEwan è rivolto, non a caso, a quei giovani dei primi anni ’60, nati alla fine degli anni ’30 o nei primi ’40, ancora intrappolati negli stereotipi di genere ma che potevano presentire anche un nuovo apparato sociale e nuove possibilità per cui i rapporti tra i sessi sarebbero cambiati. E si sarebbero complicati alquanto. Una generazione di transizione che ha dovuto escogitare ed esplorare strategie non necessariamente precostituite, perché i modelli relazionali precedenti si stavano sfaldando e quelli successivi non erano ancora diventati, a loro volta, canonici.

Chesil Beach non è un grande film, ma è una grande storia scandita da una sceneggiatura strutturata per flashback che, raccontando il pregresso della coppia, interrompono continuamente la scena madre, la resa dei conti a letto di due giovani che hanno parlato molto senza mai dirsi niente di significativo per non turbare le aspettative reciproche. Come detto, Cooke riesce a esprimere le emozioni del racconto, prima fra tutte il tragico disagio del rapporto sessuale, ma certamente il materiale narrativo prevale per forza e coraggio sulla resa filmica. Resta un po’ di rimpianto: solo in queste ultime settimane sono usciti due film tratti da romanzi di McEwan, e da lui stesso sceneggiati (questo e The Children Act) ma l’impressione è che la potenza drammaturgica dello scrittore non abbia ancora una volta trovato un adattamento cinematografico alla sua altezza.

Elisa Battistini, da “quinlan.it”

 

Tra i romanzi di Ian McEwanChesil Beach non era il più difficile da adattare al grande schermo: la vicenda sentimentale dei due protagonisti e della loro prima notte di nozze alle soglie di quello che sarebbe diventato il decennio del “cambiamento” culturale e politico in Gran Bretagna si unisce all’innata capacità dell’autore di creare pathos perfino nell’immobilità degli eventi, di guardare oltre con morbosità, inquietudine, talvolta con tenerezza, verso situazioni private che abbracciano l’universale. Qui interviene poi un elemento che ben si sposa con la “performance” scenica, ovvero l’unità di luogo e azione (tutto avviene a Chesil Beach, mentre i ricordi fanno parte di un’altra realtà) interrotta da flashback e un finale proiettato nel futuro ormai presente. Dunque non stupisce che ne sia stato tratto un film – in origine avrebbe dovuto dirigerlo Sam Mendes, con Carey Mulligan nel ruolo principale – e che lo stesso autore ne abbia curato la sceneggiatura (era già successo con Last Day of SummerThe Innocent e The Children Act), quasi per preservarne la natura letteraria e garantire un adattamento fedele e senza stravolgimenti.

Tuttavia, quello di Chesil Beach non è il McEwan crudele e risoluto di Lettera a Berlino o Il giardino di cemento, ma uno spettatore del tempo che passa e trascina, come fa la risacca del mare, vecchi detriti del passato che si posano cautamente sulle pagine. Per alcuni anche troppo, complice un significativo imborghesimento della sua scrittura. Eppure il momento cruciale nell’esistenza di due «giovani, freschi di studi ed entrambi ancora vergini» nell’Inghilterra a cavallo fra la crisi dell’Impero britannico e l’imminente rivoluzione culturale degli anni Settanta sembra proprio una sintesi di un modo di raccontare, sempre a favore della complessità degli esseri umani in situazioni di crisi.

Qui, nello specifico, si va a decifrare un’irrefrenabile e repressa necessità di cambiamento che corrisponde all’urgenza di liberarsi di un peso psicologico del tutto comprensibile (ecco perché i romanzi di McEwan sono così universalmente amati e riusciti, per la vicinanza alle esperienze personali di ognuno): Edward e Florence, novelli sposi, soli in un albergo della località costiera del Dorset che affaccia sulla Manica, faranno l’amore per la prima volta. Hanno paura di abbracciare questo piacere finora negato. D’altronde essere ragazzi, per di più inesperti e terrorizzati dall’eventualità di fallire il primo approccio sessuale completo nel 1960 non è affatto semplice, figli di un tempo in cui – sottolinea l’autore – affrontare a voce certi argomenti risulta impossibile; perché l’inesperienza fa parte di quella fase intermedia tra infanzia ed età adulta che gli americani iniziarono a chiamare adolescenza. Fu una loro invenzione, la promessa del nuovo secolo al termine della Seconda Guerra Mondiale: «Pensare di essere giovani renderà terapeutica la fede nel nostro futuro, e un giorno non solo attireremo la gioventù nel mondo grazie alla nostra libertà e alle occasioni senza pari, ma svilupperemo un’educazione mentale, morale ed emotiva migliore» (da Adolescence di G. Stanley Hall).

Il matrimonio, per Edward e Florence, sancisce l’inizio di una terapia in un periodo dove essere giovani è un ingombro sociale. Questo neanche troppo implicito parallelo con la storia del paese fa gridare il McEwan più politico, e si ritrova pochissimo nella trasposizione cinematografica diretta da Dominic Cooke (regista dal pedigree teatrale) con i bravi Billy Howle e Saoirse Ronan, letterale in maniera esasperante e non priva di scivoloni (il finale è una nota che stride con il resto del film e sembra sia stato riletto rispetto all’originale per indurre le lacrime, quando invece non ce n’era affatto bisogno), eppure dignitosa quando restituisce sullo schermo la verità dei personaggi, la compostezza, la malinconia e il rimpianto lasciati al crepuscolo su quella spiaggia di ciottoli situata a metà fra il romanticismo e la tragedia.

Voto: 6,5 / 10

Cecilia Strazza, da “sentireascoltare.com”

 

 

Chesil Beach, di Dominic Cooke, basato dal romanzo di Ian McEwan, con Saoirse Ronan e Billy Howle, trasmette tutti i dogmi e le convenzioni sociali di un’epoca chiusa e limitante, che reprime i sentimenti, le emozioni e tutto ciò che non è calcolato, controllato e razionale.

Lo specchio di un’epoca

Il film Chesil Beach di Dominic Cooke, tratto dal romanzo di Ian McEwan, racconta la storia dell’amore tra la ricca e ambizione Florence (Saoirse Ronan) e il modesto e promettente storico Edward (Billy Howle), prigionieri dei tabù di un’epoca e delle convenzioni familiari e sociali nell’Inghilterra dei primi anni ’60, poco tempo prima della rivoluzione sessuale. I due giovani si amano molto, ma alla vigilia della loro prima notte di nozze, il loro amore sembra non andare oltre le parole. In una zona remota della spiaggia di Chesil Beach, i due dovranno fare i conti con le loro profonde differenze, fortemente definiti dalla propria educazione e da un periodo storico che sembrava voler reprimere e chiudere qualsiasi dialogo, piuttosto che insegnare ai propri figli a vivere.

Dettagli minuziosi

La rivoluzione e l’emancipazione sessuale erano alle porte, ma l’Inghilterra era ancora vittima e figlia di un’epoca in cui vigevano tabù, vergogna, convenzioni sociali e familiari, regole da rispettare e, in alcuni casi, disinformazione. Con i propri genitori non si parla, tra coetanei molti discorsi non vengono affrontati, la curiosità sembra non esistere, sopraffatta dalla paura dell’ignoto, di ciò che non si conosce, senza alcun desiderio di scoperta, che si lega alla consapevolezza di sé, delle proprie paure, difficoltà e obiettivi. Dominic Cooke sembra, in ogni istante del film, fotografare quel periodo storico, da uno sguardo a una battuta dialogo, dai colori degli abiti dei protagonisti fino al camera d’albergo dove si svolge quasi tutto il film.

Chesil Beach - Billy Howle e Saoirse Ronan
Edward (Billy Howle) e Florence (Saoirse Ronan) durante la loro romantica storia d’amore

L’attesa esasperata

La camera dell’albergo che si affaccia sua spiaggia di Chesil Beach appare minacciosa, imponente, l’ostacolo che cambierà per sempre le loro vite. Viene presentata in scene perfettamente simmetriche, le coperte e le lenzuola rosse, un rosso vivo, accesso, colore che sembra trasmettere tutta l’inquietudine e la paura di ciò che sta per accadere. Un letto a baldacchino al centro di una stanza che sembra non lasciare spazio ad altro: sono presenti altri mobili e oggetti di una camera, ma è come se non ci fossero, perché i protagonisti vedono solo il dover inevitabilmente affrontare la loro prima notte di nozze.

Un solo istante

Chesil Beach rappresenta l’inesperienza, la paura e l’ingenuità attraverso il personaggio di Edward, ottima interpretazione di Billy Howle, che non regge però il confronto con la protagonista femminile Florence, personaggio che sembra letteralmente esser stata cucita addosso a Saoirse Ronan. I sospiri, le esitazioni, i sorrisi imbarazzati, insieme a zip che si inceppano, calze che non si possono rovinare o strappare e occhi di entrambi che costantemente si chiudono, nella speranza di non dover affrontare, di non dover vedere, sperando di riuscire a far finta di non essere lì in quel momento, che diventerà poi il giorno peggiore di tutta la loro vita.

Chesil Beach - Saoirse Ronan
Florence (Saoirse Ronan) nella camera d’albergo subito dopo il matrimonio con Edward (Billy Howle)

Servizio in camera

L’alternanza con i flashback, a volte efficace, altre superflua, come a voler esplicitare in modo quasi eccessivo l’amore sincero tra i due e la loro storia che seguiva tutte le regole dell’epoca, ma comunque vera e sentita, rendono le scene nell’albergo le più riuscite. Come la pessima cena servita in camera, con due camerieri che esitano a lasciarli soli e li osservano cenare, senza dar loro possibilità di essere spontanei l’uno con l’altra. Ed è in quel momento che inizia a tormentarli il presagio di cosa accadrà dopo; tra discorsi di circostanza, dichiarazioni d’amore, una cena a metà, movimenti lenti, calcolati, ma pur sempre impacciati, i due si scoprono improvvisamente diversi, ma soprattutto incapaci di andare oltre le parole, nonostante l’amore.

Amara rassegnazione

Chesil Beach trasmette un’amarezza delicata, un contrasto tra ciò che è e ciò che sarebbe potuto essere se le cose fossero andate diversamente. Il disperato tentativo dei due protagonisti di trovare un accordo, un punto d’incontro. Forse bastava il coraggio, la curiosità, l’affrontarlo insieme, ma la realtà che Dominic Cooke vuole rappresentare è che Edward e Florence sono i perfetti figli di un’epoca, nonostante la differente estrazione sociale ed educazione. Chiusi in quelle convenzioni che possono bloccare o farli esplodere. A loro quel tipo di società li blocca, li chiude, li censura anche nelle emozioni, portandoli inevitabilmente a lasciarsi vivere, senza poter prendere in mano la propria esistenza.

Giorgia Terranova, da “spettacolo.eu”

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