A Star is Born

“You’re just ugly”

Che poi si finisce sempre in quelle due categorie, bello o brutto. Dobbiamo sempre decidere se una cosa, qualsiasi cosa, sia bella o brutta. Come se fossimo incastrati in un eterno loop manicheo, come se da queste due categorie si decidesse tutto.

In realtà, oltre il bello e il brutto c’è l’interessante, il vero, il profondo, l’importante, il sentito, l’umano. Pure se il film ce lo chiede continuamente, non è importante decidere se Ally, la protagonista di A Star is Born, sia bella o brutta, è importante sapere che lei ha qualcosa da comunicare e far sentire. Così come non posso decidere io se A Star is Born sia bello o brutto: oltre ad essere un giudizio puramente soggettivo, è anche infinitamente riduttivo. Anzi, in questo caso, è soprattutto infinitamente sbagliato e superfluo: è un film che ha qualcosa da dire, e riesce a dirlo nel modo più potente e autentico possibile. Oh, se ha qualcosa da dire.

Quasi senza volerlo, e sul perché ci arriviamo tra qualche paragrafo, A Star is Born è uno dei film più metacinematografici in assoluto senza essere di genere metacinematografico.

Vive su questo sottilissimo ma decisivo equilibrio grazie all’intelligenza di chi è al timone. Bradley Cooper, che qui è un vero factotum avendo prodotto, diretto, scritto e interpretato, capisce esattamente cosa ha tra le mani. E fidatevi, pare scontato, ma spessissimo i registi non sanno nemmeno cosa fare col proprio film. Cooper invece lo capisce, sa perché fare un 4° remake di questa storia, sa come farlo, cosa dire, e come sfruttare le proprie armi vincenti.

Indubbiamente si potrebbe chiedere perché fare l’ennesimo remake di una vicenda, per quanto bella e forte, piuttosto semplice. Il punto è proprio questo, però: realizzare una storia semplice, ma in realtà profondissima. Realizzare un film dall’intento artistico, che però sia anche commerciale. Raccontare una storia d’amore seminale che tocchi chiunque, e nasconda pure tantissimi altri elementi. Non tradire minimamente lo spirito delle precedenti versioni, seguendo pedissequamente la trama, riuscendo però ad essere originali e, forse, persino più audaci.

Il risultato è che vediamo e viviamo la storia d’amore tragica in A Star is Born. Si percepisce il coraggio di raccontare l’amore senza alcun intento catartico o confortevole verso lo spettatore E, appunto, si riflette sull’autodistruzione personale che è sempre dietro l’angolo.

Ma, più di oltre ogni cosa, A Star is Born è un film sui compromessi per diventare e chiamarsi artisti. Su come l’arte si distrugga quando interferisce inevitabilmente l’aspetto commerciale. Che Cooper riesca a dire queste cose in un film che nasce per gli incassi, è da applausi.

Probabilmente, solo l’approccio di Bradley Cooper avrebbe funzionato nel pensare un nuovo A Star is Born. E nel farlo adesso, oltretutto. Perché lui non è soltanto interessato a fare un film, a raccontare una storia, ma a mettersi in gioco, mettersi a nudo, far provare emozioni, a dire che il cinema è meraviglioso quando ha qualcosa, qualsiasi cosa, da comunicare.

L’elemento infatti più unico ed incredibile di questo film è la sua dose di autenticità. A tratti è quasi pazzesco quanto il film risulti vero e onesto. L’impegno di Cooper, la sua infinita voglia di farsi prendere sul serio e riuscire a fare un buon lavoro, trasudano dallo schermo. Ogni minuto, in ogni fotogramma.

Qui, nel renderlo VERO, si tocca con mano la magia di A Star is Born e la sua capacità metacinematografica non ingombrante o presuntuosa. Cooper sceglie Lady Gaga, le affida un ruolo da cantante, e sa benissimo che per lo spettatore, dal più smaliziato al più esperto, è praticamente impossibile scindere la figura mainstream della vera Gaga da quella del personaggio in una storia. Tanto più che quel personaggio, in pratica, ha una evoluzione che la porta a diventare un’acclamata popstar. La sospensione dell’incredulità è difficilissima.

Che fa allora il film? Accetta questa sfida, la fa propria, e ribalta la prospettiva. Prende Gaga, la spoglia di qualsiasi orpello e forma, mette a nudo i pregi talentuosi e le sue note insicurezze fisiche, fino a farle diventare un tema del film, e decostruisce il mito che rappresenta fino a tornare alla sua essenza. Che poi anche Lady Gaga sia bravissima, e questo per il sottoscritto è una piacevole sorpresa, mi pare giusto evidenziarlo. La sua interpretazione è semplice, emotiva e pura. Pur essendo l’icona che tutti conosciamo, paradossalmente è più brava nella prima parte, quando deve interpretare la ragazza semplice, proprio perché il film fa un lavoro egregio nella costruzione dei gesti, dei momenti, delle piccole espressioni.

a star is born

Dire che anche questo sia merito di Bradley Cooper è ovvio quanto riduttivo. Lui si carica, dietro e davanti la macchina da presa, l’intero film sulle spalle.

Da regista, come detto, è attentissimo a non sbagliare nulla e curare la dinamica tra i personaggi, dalla quale naturalmente nasce tutta l’empatia degli spettatori. Da creatore tuttofare, è intelligentissimo nel costruire un film dalle chiare aspettative commerciali ma venato di premesse artistiche. Guardate, in tal senso, l’uso del montaggio nel film: non c’è un solo momento morto o una scena superflua, per 130 minuti il film scorre fluido, incessante, con piccoli momenti che si sovrappongono senza soluzione di continuità ai grandi momenti, con tagli che danno l’idea di un ricordo a volte sfuggente, a volte doloroso.

Da attore, è ancora più immerso nel microcosmo che ha creato. Dal look all’incredibile tonalità di voce, la sua interpretazione è il segno tangibile della confusione umana. Un uomo decadente non tanto per gli eccessi – comunque onnipresenti – ma per una desolazione interiore resa benissimo dal lavoro sullo sguardo carismatico ma trasandato.

Cooper, dopo i successi comici dell’esplosione della sua carriera, avrebbe potuto continuare ad accettare ruoli per soldi, e invece si è messo a lavorare con autori più maturi per allargare la propria conoscenza. Con quei ruoli sono arrivate tre nominations consecutive al premio Oscar. Dopo quelle avrebbe potuto fare qualsiasi film e qualsiasi ruolo, e invece ha deciso di andare a teatro, a Broadway e Londra, per interpretare The Elephant Man sul palcoscenico. Ha deciso poi di esordire alla regia con un film stranoto a tutti, accettando una sfida all’apparenza piccola ma in realtà piena di pressioni e paragoni.

Bradley Cooper qui diventa un vero artista che vuole farsi prendere sul serio. Ci tiene tantissimo a far sapere agli altri che non è solo un bravo attore o un bel volto, ma una persona con qualcosa da dire.

Nel film stesso, dopotutto, lo comunica espressamente più volte. Afferma che non basta solo il talento, ma ci vuole qualcosa da saper esprimere. Ricorda che non bisogna farsi traviare da voci e aspettative, ma sempre guardare alla verità dentro di noi. E, infine, ricorda che le note della musica sono sempre quelle per tutte le canzoni, ma conta come si esprimono e cosa esprimono.

Questo film avrebbe potuto puntare serenamente sulla fusione tra musical e storia d’amore tormentata. Semplice ma sempre efficace. Avrebbe potuto limitarsi alla critica verso il mondo delle show-business col suo discorso di contrapposizione tra forma e sostanza. Semplice ma efficace, ancora una volta. Invece, questo nuovo A Star is Born, pur dicendo tutte queste cose, le rilegge e analizza sotto altra luce. Una luce che lo rende, appunto, un film possibile solo con questo approccio, solo adesso nel 2018.

Prendiamo, ad esempio, la parabola distruttiva del protagonista maschile. Il personaggio di Cooper non prova un briciolo di gelosia nei confronti dell’ascesa della sua compagna. Anzi, l’appoggia sinceramente in ogni momento, la consiglia, aiuta. La sua spirale infernale non è dovuta quindi ad una ipotetica minaccia, oppure semplicemente all’alcolismo. Il suo crollo è dovuto alla fine di un’era davanti alla quale lui non può opporsi, nella quale si ritrova vittima di una traiettoria inevitabile segnata dal destino dei tempi.

Lui rappresenta un mondo che sta svanendo, raffigura tutto ciò che è vecchio. Un uomo di mezza età che suona rock ‘n’ roll e si esibisce come spalla ai concerti tributo di star passate. Lei invece è la freschezza, l’energia, colei che impone il proprio talento ripiegando ogni costrizione formale alle proprie esigenze artistiche. Una donna giovane che riafferma il pop come strumento di comunicazione di massa verso i giovani.

Non è il protagonista a crollare, ma il mondo che rappresenta, e lui cade di conseguenza travolto dalle macerie. Ha di fronte un’onda inarrestabile di cambiamento in tutti i sensi: di genere, di età, di gusto, di forma e sostanza. Vive in un mondo da lungo tempo incontaminato, sempre uguale a se stesso, sempre arroccato su se stesso, e finisce travolto dal nuovo. Il percorso tragico del personaggio non è solo una scelta, ma soprattutto una resa sia artistica sia sociale. L’apparizione della Ally di Gaga è l’avvento di un mondo che il Jackson di Cooper non comprende, non può comprendere e di cui non può fare parte. Un uragano d’amore che fa rivivere il vecchio cuore di Jackson all’inizio, ma al tempo stesso uccide tutto ciò che conosce e per cui ha vissuto.

È pazzesco come A Star is Born, nella sua autenticità, riesca a toccare le corde delicatissime dei conflitti sociali e sessuali in stravolgimento nel mondo contemporaneo.

È pazzesco come tutto ciò accada in un film destinato al grande pubblico dei multisala, forse interessato solo ai patemi d’amore dei due protagonisti. Ma anche questa, in fondo, è la forza di un film universale, di un remake. Non è, “usato sicuro” questo A Star is Born, ma una centrifuga di sentimenti e temi che sfrutta un qualcosa di preesistente per raggiungere il più ampio pubblico possibile e certificare la propria potenza emotiva. Dopotutto, c’è un motivo se qualcosa che funziona si ripete all’infinito, come una legge dell’universo non scritta.

L’onestà che Cooper infonde fa di questo A Star is Born la quintessenza del cinema americano. Ovvero un film che non inventa nulla, ma quando raggiunge i suoi apici è talmente efficace da entrare subito nell’immaginario collettivo della cultura popolare: il rock che diventa pop, appunto, ancora una volta dal film alla realtà.

Emanuele D’Aniello, da “culturamente.it”

 

 

Mentre una nuova stella nasce, un’altra brucia e precipita. È una storia vecchia come il mondo, adesso appiattita e affaticata dalla ripetizione costante. Allora perché diavolo Bradley Cooper ha scelto il remake di A Star is Born per il suo debutto da regista? Cosa pensava di aggiungere alla parabola della star autodistruttiva intrappolata nell’ombra della protégée di cui è innamorato? E perché ha scelto Lady Gaga, al debutto assoluto da protagonista, per seguire le orme di chi ha già interpretato quel ruolo? Barbra Streisand (1976), Judy Garland (1954) e Janet Gaynor (1937), come camminare su un filo sospeso sul nulla e senza rete.

Il film inizia e pensi: «Oh no, non di nuovo». Poi, boom: Cooper arriva di soppiatto e si prende la tua attenzione. Nonostante il film non faccia nulla per nascondere le sue origini datate, la freschezza dell’attore-diventato-regista permette alla storia di A Star is Born di esplodere in un trionfo di musica strappalacrime, drammi e cuori spezzati. Tralasciando le solite stronzate di Hollywood per un approccio più rozzo, maldestro e vivo, Cooper e Gaga hanno fatto centro. Mescolando splendide canzoni originali con la sceneggiatura che ha scritto con Eric Roth e Will Fetters, Cooper ha fatto di A Star is Born una storia per una generazione stanca di vedere la verità cedere il passo a fantasie sciocche. La corsa agli Oscar è iniziata.

Jackson Maine, il suo personaggio, è un vecchio country-rocker innamorato di alcool e cocaina. La sua depressione ha origine in un’infanzia turbolenta, rappresentata dalla relazione conflittuale con il fratello maggiore Bobby (Sam Elliott), convinto che Jackson gli abbia rubato la voce. Poi Dave Chapelle e il suo Noodles, un’altro strike, l’amico preoccupato che neanche l’amore potrà salvare l’anima del vecchio musicista. La performance di Cooper è credibile soprattutto grazie a un cantato sorprendente, e in alcuni momenti le parole di Jackson sembrano quasi le sue.

Il musicista troverà una soluzione ai suoi problemi aiutando Ally, una cameriera con una disastrata carriera da cantautrice. Di solito questo ruolo è quello dell’ingenua alla ricerca di un mentore che la possa aiutare in un mondo di predatori. Per nostra fortuna – e per quella del film – Gaga non fa l’ingenua. Il suo personaggio arriva da un’assurda famiglia italiana (dove spicca Andrew Dice Clay, perfetto nel ruolo del papà/rozzo cantante alla Frank Sinatra), scartato da un’industria a cui piace il suo suono ma non il suo aspetto. È una guerrigliera che sa di essere brava. Quando il famoso Jackson la trascina sul palco, però, Ally trema.

Il pubblico, invece, va fuori di testa. Gaga è un fulmine d’emozioni vivente – e un’attrice dannatamente brava. Stefani Germanotta è famosa per essere una stravaganza ambulante (ricordate il vestito di carne?), ma non in questo film. Per diventare Ally, si è spogliata di tutte le finzioni. Non ha niente dietro cui nascondersi, e mentre la luce dei riflettori fa rimpicciolire il vecchio Jackson, Ally la respira come se fosse ossigeno. La sceneggiatura suggerisce che la ragazza potrebbe perdersi esattamente come è successo a suo padre, e il suo nuovo manager Rez (Rafi Gavron) le propone di circondarsi di ballerine, oppure di tentare la carriera da attrice. Riuscirà a resistere?

Cooper ha resuscitato un genere trito e ritrito integrando completamente la storia e le canzoni, rese autentiche dalla registrazione live durante alcuni festival estivi – Coachella e Glastonbury inclusi. Jackson e Ally sono cantautori che scrivono quello che vivono. In una delle prime scene del film sono seduti fuori da un supermarket, è notte e scrivono un brano sull’euforia e il terrore che provano se pensano a quello che li aspetta. Si chiama Shallow, ed è la miglior canzone per il cinema degli ultimi anni.

La dedizione del regista verso il materiale originale è evidente, anche quando il film scivola pericolosamente verso il sentimentalismo. Per fortuna le canzoni, che Cooper e Gaga hanno scritto in tandem con musicisti del calibro di Mark Ronson, Jason Ibell e Lukas Nelson, regalano a questa tragica storia d’amore un senso d’urgenza più che reale. Grazie allo stile delle inquadrature di Cooper, e alla furia e al suono di Gaga, guardare A Star is Born è come essere risucchiati in un campo di forza. Quando arrivano i titoli di coda, poi, capirete che in realtà le nuove stelle sono due.

Peter Travers, da “rollingstone.it”

 

 

Ci sono film figli di un patto chiaro fra creatività. È questo decisamente il caso, spinto all’evidenza assoluta, ma anche reso credibile da una chiara sincerità di fondo, di A Star is Born. Il ritorno/remake di un classico canovaccio del cinema americano, quello della scoperta di un talento musicale nascosto nell’anonimato di una vita molto comune, nasce dalla passione di Bradley Cooper per la musica, e per questa storia, e dalla speculare passione di Lady Gaga per la recitazione. La regia è l’esordio del quattro volte nominato all’oscar, che ha reso il suo ruolo, quello dello scopritore, almeno tanto importante quanto quello della stella che nasce. Se Lady Gaga si è affidata all’esperienza dell’attore Cooper, quest’ultimo si è lasciato consigliare dalla grande cantante.

“Tanta gente ha talento, la differenza la fa se hai qualcosa da dire”, dice il cantante Jackson Maine, con look, capelli, barba e anche voce roca che rimandano a Eddie Vedder, quando ascolta per caso la giovane cameriera Ally, performance occasionale in un piccolo locale, durante una serata drag queen. “Devi essere te stessa, metterti a nudo, se vuoi durare”, aggiunge nel momento in cui la sua protetta, e nel frattempo amata, sta per esplodere con l’album d’esordio.

Un’ossessione per la sincerità, per la musica che deve venire dal cuore, onnipresente nel film, tanto da insistere rispetto alla storia originale su alcune scene e svolte narrative drammatiche. Le parabole dei due artisti si muovono in versi opposti: lui è una stella che sta soccombendo all’abuso di alcol e droghe, lei è appunto nascente e da spaventato bruco vogliosa di spiccare il volo come farfalla. I due si incrociano, ritrovando una comune fragilità e l’amore per la performance pura, quella figlia dell’urgenza di comunicare, di dire cose che si sentono nelle viscere.

Non sembra casuale, però, l’adattamento delle storia alle caratteristiche della Gaga performer, non solo cantante. Il cantautore senza fronzoli Jack inizia a vedere con sospetto l’aggiunta di orpelli estetici propugnati dal giovane manager molto in voga di Ally, che vuole lanciarla con ballerine, capelli platino, balletti e un personaggio più in linea con i gusti pop attuali. Chissà che non sia un percorso di autoanalisi anche per l’amante dell’eccessivo Lady Gaga, brutto anatroccolo che si nasconde dietro maschere e coreografie, che forse proprio grazie ad Ally potrebbe rendersi conto come sia al suo massimo senza trucco, aiutata solo dalla sua voce e dal suo indubbio carisma, quello che trasforma il talento in una formula magica per pochi eletti. Il film lo dimostra, anche grazie a una delle migliori performance di Cooper, cantante dalle insospettabili capacità.

Sono loro due che rendono A Star is Born qualcosa di più rispetto a una (ben nota) storia convenzionale di ascesa e caduta di due artisti alle prese con la celebrità, spesso poco in sintonia con il talento. 

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Esordio da protagonista sul grande schermo col botto per Lady Gaga con questo A Star is Born. E in maniera simile anche per Bradley Cooper al suo primo lungometraggio. Cooper regista riprende il film È Nata Una Stella, diretto da Wellman nel 1937 e oggetto già di due remake nel 1954 e nel 1976. Non c’è due senza tre, dunque. E questo terzo A Star is Born riprende fedelmente la storia originale modificando il contesto storico e trasportandolo ai giorni nostri. E forse la scelta di Lady Gaga come coprotagonista non è propriamente casuale. Le sue doti attoriali erano già state viste grazie ad American Horror Story, poco dopo il breve cameo in Machete 2. Proprio lei, una diva del pop contemporaneo. O forse, un progetto delle major. Chissà.

Lady Gaga però dimostra di poter reggere benissimo anche il ruolo di attrice oltre quello che di frontman (o frontwoman). Un’interpretazione davvero notevole la sua nei panni di Ally, la cameriera che per caso si trova sul palco degli Emmy a ritirare il premio come miglior artista esordiente. E il caso risponde al nome della stella affermata country Jackson Maine. Un incontro casuale tra i due li porterà ad innamorarsi, in una storia d’amore artistico e non solo come quella tra Johnny Cash e June Carter. Però il cerchio di fuoco inizia a chiudersi e rigare dritto è sempre più complicato. Maine diventa schiavo conclamato dell’alcol e della droga, Ally diventa schiava dell’immagine del pop. Di quell’industria che crea e depersonalizza.

A Star is Born

Cooper racconta una storia molto potente e corale, sfruttando uno stile registico che indaga e scruta la situazione, come un documentario. La camera a spalla ci porta dentro la storia d’amore ma anche dentro al palco dove il comparto sonoro la fa da padrone, tanto da far battere il cuore in gola nello spettatore. Sembra di assistere davvero ai concerti, sembra di far parte di quel pubblico che venera Jack e Ally. Amore e musica si intrecciano creando un legame artistico e sentimentale indissolubile. L’avvento della major però distrugge tutto e per ogni successo di Ally, Maine perde sempre un pezzo di sé. Per ogni gradino di Ally verso il successo conclamato, Maine scende in un baratro irrecuperabile.

La dicotomia tra le due carriere viene anche accompagnata dalla musica e soprattutto dai testi. Le emozioni che le parole di Ally regalavano, diventano un lontano ricordo. Non più amore ma becere sensazioni legate a provocanti fondoschiena in jeans. Svanisce dunque l’aura di poesia in favore di ciò che è più fruibile alle masse e che perde inevitabilmente di qualità. Cooper mette in risalto proprio questo parallelismo, unendo il microcosmo di Jack ed Ally al macrocosmo dell’industria musicale malsana. Il che darà vita ad un gioco di imbarazzi, un circolo vizioso ed autolesionista che non porterà a nulla di buono.

A Star is Born è un film furbo, sa quali corde toccare pur perdendosi nella banalità. Genera emozioni con la forza grazie a scene costruite ad hoc ma che comunque riescono ad impressionare. Nonostante la prevedibilità della situazione, Cooper sa come impressionare e cosa fare per suscitare qualcosa in chi vede. Con molta furbizia, come nella sequenza che accompagna il film verso la fine. Ally canta, si alternano immagini di un amore spezzato fino a quell’esatto momento finale in cui prende vita un aforisma molto toccante nella sua tristezza:”Ricordiamoci così“.

In altre parole, sfrutta tutto il potenziale empatico del film permettendo a chi vede di immedesimarsi nella situazione e provare sentimenti in continuo contrasto. Odio, amore, compassione. Tutto si mescola in A Star is Born e si rimani lì, soggiogati dalla propria emotività e schiavi di essa. Così come lo sono Ally e Jack. Schiavi dell’apparenza, schiavi della dipendenza di alcol e droga.
Un’ultima necessaria menzione va fatta per Stefani Joanne Angelina Germanotta, alias Lady Gaga. Una vera prova superba, la sua che tocca l’apice con il litigio in cui lei si trova immersa nella vasca da bagno. E in questo caso, ci auguriamo che la stella di Gaga inizi a brillare più spesso a Hollywood.

Voto: 3,5 / 5

Lorenzo Pietroletti, da “lascimmiapensa.com”

 

 

È da un atto di fede che nasce una stella. Da chi sa dare fiducia ad un talento che ha qualcosa da dire e lo fa come nessun altro ha mai fatto. Per quanto la storia si ripeta, l’importanza dell’incontrarsi e del credere nell’arte altrui rimane attuale anche negli anni Duemila, ridividendo il contenuto del sorgere del successo, ma utilizzando gli elementi fondanti che sono chiari fin dall’inizio del business dello spettacolo. È così che A Star Is Born, attesissimo film di Bradley Cooper con protagonista Lady Gaga, pare tanto attuale pur in fondo mostrando i sacrifici che la strada per la notorietà riserva e di cui siamo oramai tutti a conoscenza. Una finestra che affaccia sul moderno mentre rivisita un classico del cinema, rendendolo il più convincente e personale possibile.

A Star Is Born: una trama che si snoda lungo il filo della generosità e delle problematiche

a star is born cinematographe

Ally (Lady Gaga) e Jack (Bradley Cooper) si incontrano nel mezzo della loro vita, esattamente nel momento in cui per uno dei due si stanno per spalancare le porte del successo, mentre per l’altro sta bussando alla porta la fine della propria carriera. Ma è proprio il cantante in declino a vedere nella ragazza una star e sarà lui a mostrarle la strada per inseguire il proprio destino. Una storia d’amore sulle note della musica dei due artisti, in cui il passato e l’alcolismo di Jack mettono a serio rischio il rapporto umano e professionale.

È la quarta volta che il racconto di È nata una stella torna a vivere al cinema e, in tutte le sue quattro variazioni, trova ogni volta la propria maniera di guardare al successo, riportandone i privilegi e i disagi, sapendoli individuare nelle diverse epoche in cui viene trasportato. E in un’aria di assoluta contemporaneità va collocandosi il primo film da regista di Bradley Cooper, che non solo si cimenta in una prova recitativa tra le più complete della sua carriera, ma dirige, scrive e produce un quadro dello star system odierno partendo da ispirazioni che pongono le radici nel passato.

C’è ancora l’amore alla base di A Star Is Born, ma nulla viene più edulcorato, il dolore diventa reale e perciò così il film va perdendo quella patina di favola romantico/tragica che sempre l’aveva accompagnata, decidendo di distaccarsi più di quanto abbia fatto qualsiasi altra pellicola e stabilendosi dunque quasi al di fuori della serie. E così, pur prendendo dalla classicità del 1937 e 1954 e dal fuoco del 1976, il film affronta tutto un nuovo processo di costruzione dell’icona musicale che crea più conflitti e viaggia in acque tormentate, dove lo scontro diventa necessario e in cui vanno ad aggiungersi argomenti che nelle opere precedenti non erano presenti.

A Star Is Born – Lady Gaga e la sua naturalezza che soddisfa le aspettative

Ally, la star del titolo, ha la speranza dalla sua parte, con una sceneggiatura che riesce a riservarle un carattere che si adatta alla forza e alla determinazione femminile di oggi, bilanciando i sentimenti più profondi per una vita insieme al partner, senza però dimenticare l’individualità per il proprio sogno e la propria carriera. Lady Gaga, nel suo primo ruolo da protagonista al cinema, è di una naturalezza che le permette di scivolare di scena in scena, di canzone in canzone, soddisfando le aspettative che aveva alzato e dimostrandosi a proprio agio, passando dall’esecuzione di brani – una playlist fantastica – all’intimità della coppia con facilità.

Sono ovviamente quelli sul palco i momenti migliori di A Star Is Born, le vibrazioni delle performance che rendono i concerti e gli istanti musicali di una carica energica incredibile e che non solo fanno innamorare ancora di più il pubblico di Lady Gaga per la sua voce, ma scoprono in Bradley Cooper un musicista di grande portata. Una chiave moderna per un film che contiene tutta la passione di due artisti e una sofferenza che si insinua in maniera sottile, non mancando però di colpire direttamente sulle debolezze. Vedere una stella splendere a volte può far bruciare, ma assistervi è comunque sempre un grande spettacolo.

Voto: 3,3 / 5

Teresa Barone, da “cinematographe.it”

 

 

È una storia vecchia quanto Hollywood quella di A Star Is Born. Una di quelle storie che è stata raccontata un’infinità di volte, e tre versioni passate alla storia: di William Wellman nel 1937 con Janet Gaynor e Fredric March, di George Cukor nel 1954 con Judy Garland e James Mason e di Frank Pierson nel 1976 con Barbra Streisand e Kris Kristofferson. Del resto il soggetto è la quintessenza del grande romanzo popolare adattabile a ogni epoca, momento storico e tendenza cinematografica.

Bradley Cooper, al suo esordio da regista, sembra ispirarsi soprattutto al film di Pierson anche se con la precisa volontà di privilegiare la storia d’amore fra i protagonisti. Più che una parabola di affermazione, fallimento e redenzione, sullo sfondo del mondo della musica pop, il film ha un’essenza tragica che fa leva sui sentimenti più elementari e su una serie di cliché della romance cinematografica assolutamente espliciti.

Dopotutto non è certo il filtro della metafora o la sperimentazione linguistica che si richiede a una storia che, come si diceva, si racconta quasi da sola. Motivo per cui il taglio un po’ ingenuo, diretto, persino grossolano di Cooper – che scrive il film insieme a Erich Roth, non esattamente uno qualunque – calza alla perfezione. I destini intrecciati dei due protagonisti – cantanti e compositori di musica mainstream – che, innamorati l’uno dell’altra, si incrociano mentre una è in totale ascesa e l’altro in declino, sono quanto basta per costruirci un film che funziona.
Quello che cambia le carte in tavola sotto tutti gli aspetti però è la questione musicale. Bradley Cooper, che oltre ad essere attore è anche musicista e cantante, dà al suo personaggio – modulato con grande attenzione su quello di Kristofferson (che artista musicale lo era anche di più) – un côté tragico che funziona alla perfezione. Asciutto, calibrato e con un look da cantante folk che oggi, nel 2018, ha davvero un’essenza crepuscolare decisamente romantica, interpreta senza sbavature l’esecutore di un sound che è anche uno stile di vita, un’idea, una leggenda in via di sparizione e di cui ci si sta scordando in fretta. Non è un caso che nei panni del fratello-manager del protagonista ci sia un attore come Sam Elliott, a cui basta un solo sguardo per rendere la malinconia di un tempo dimenticato.

E poi, soprattutto, c’è lei: Lady Gaga. Magari non a suo agio con le dinamiche drammaturgiche che un personaggio complesso come il suo richiede (ma la Straisand lo era?) e decisamente goffa nel modo in cui tenta di calarsi in un ruolo che – forse, ma solo forse – non le appartiene completamente. Capace però di ribaltare tutto nel momento in cui si dà alla performance musicale. La presenza scenica, il grado di immersione interpretativa, la potenza e la straordinarietà vocale della cantante, sono ciò che rende questo film il contenitore emozionale e passionale che è. Uno dei grandi punti di forza della musica pop è quello di essere esplicita, capace di arrivare a chiunque, dappertutto e di spiegare in maniera semplice e orecchiabile i sentimenti e le emozioni che viviamo e di cui siamo fatti. Ed è esattamente questo che fa Lady Gaga: ci sbatte addosso le gioie, i dolori, le amarezze, i tormenti e le euforie che accompagnano tutte le storie d’amore. E i testi delle canzoni – scritte, oltre che interpretate dai due protagonisti, ma c’è anche la mano di Mark Ronson – indugiano su temi e stereotipi che agiscono sulla nostra ricezione primaria, impulsiva ed emotiva. Lasciandoci un po’ spiazzati per tutto il pathos a cui siamo sottoposti. Vedere (e piangere) per credere.

Lorenzo Rossi, da “cineforum.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog