120 battiti al minuto

 

 

Prima delle battaglie per il matrimonio egualitario e per la stepchild adoption, la comunità LGBT ha dovuto sostenere una lotta ancora più rilevante e significativa: quella per la vita, letteralmente. Grand Prix Speciale della Giuria, Premio FIPRESCI e (doverosa) Queer Palm a Cannes 70, “120 battiti al minuto” fotografa con precisione storiografica e lucidità empatica l’impegno e le attività di militanza del movimento Act Up Paris, nato da una costola dell’omonima organizzazione newyorkese, per squarciare il velo ipocrita calato sull’epidemia di AIDS fin dalla sua origine, nel silenzio colpevole dell’establishment e nell’indifferenza generale della società civile. Una pagina apparentemente ormai lontana, eppure drammaticamente così vicina.

Parigi, primi anni 90. Una manciata di attivisti muniti di fischietti e gavettoni di sangue finto fa irruzione sul palco di una conferenza istituzionale sulla trasmissione dell’AIDS, rivendicando a gran voce la necessità di accelerare i tempi delle sperimentazioni e delle ricerche farmaceutiche per trovare una cura. Gli animi sono concitati, i gesti sono convulsi: qualcuno ammanetta uno dei relatori, contravvenendo ai principi di non violenza di Act Up. Subito dopo il gruppo, i vestiti ancora insozzati di liquido rosso, si riunisce all’interno della sede del movimento e discute animatamente evidenziando criticità, pregi e debolezze dell’azione dimostrativa appena compiuta.

Alla sua terza prova dietro la macchina da presa, Robin Campillo adotta un approccio registico schietto, sincero e irruento, ai limiti della brutalità, come i suoi protagonisti. Scaraventa immediatamente lo spettatore in mezzo alla scena, lo trascina entre les murs del movimento e lo costringe a prendere parte, ancora frastornato dalla velocità di azioni e parole, a un modo di fare collettivismo che (forse) non esiste più. L’impressione è sempre quella della tranche de vie, della vita colta nell’attimo stesso del suo dispiegarsi: fondendo alcuni elementi autobiografici alla lezione stilistica del sodale Laurent Cantet, assiduo collaboratore, l’autore restituisce peso corporeo e rilevanza storica alla disobbedienza civile degli attivisti di Act Up, alle loro eclatanti azioni disturbative, ai loro slogan provocatori, al loro spiccato senso identitario e comunitario. “120 battiti al minuto”, infatti, è in prima istanza un film partigiano che, ben lungi da qualsiasi tentazione agiografica, vuole rendere omaggio al fervore tenace e al coraggio caparbio di quelli definiti da Pedro Almodóvar, Presidente di Giuria sulla Croisette, “veri eroi” contemporanei.

In sapiente equilibrio tra pubblico e privato, collettività politica e individualità domestica, impegno militante e intimità familiare, il film non tace mai torti e responsabilità storiche – Mitterand è citato esplicitamente più volte, così come le colpe dell’amministrazione reaganiana – eppure si rivela capace di evitare qualsiasi sterile rigidità ideologica e semplificazione manichea. Sguardo chirurgico e compassionevole al tempo stesso, Campillo rifiuta categoricamente (e intelligentemente) la retorica del martire e della vittima sacrificale, concedendo ben poco al pietismo melodrammatico e un po’ ricattatorio à la “The Normal Heart”. Al contrario, il suo è un film percorso dalle stesse pulsioni vitali, dalle stesse emozioni obnubilanti e dalle stesse spinte contraddittorie che agitano i suoi personaggi.

“120 battiti al minuto” è dunque un film furente e fiero, mai conciliatorio, carico di rabbia, passione, orgoglio, frustrazione e umanissima pietas. Un film di sangue e di corpi. Il sangue corrotto e infetto che terrorizza i medici, i poliziotti, i politici e gli attivisti stessi, e di cui simbolicamente si tinge l’intera Senna in una sorta di minaccioso moral panic collettivo di dirompente potenza visiva. I corpi degli attivisti, piagati e logorati, sui quali viene combattuta una battaglia personale e politica al tempo stesso, che pure rigettano l’idea di farsi definire solo dalla malattia e non rinunciano mai a essere corpi erotici, carnali, amicali, accoglienti.

Ne è incarnazione filmica la folgorante scena finale, che coerentemente congeda lo spettatore in modo brusco e tranchant. La musica techno e le luci strobo fondono in un unico flusso indistinto un giocoso ballo in discoteca, una plateale manifestazione pubblica e un momento di lancinante tensione sessuale. In questa sovrapposizione intensissima, che non conosce soluzione di continuità, è condensato il senso ultimo del film e della battaglia spericolata e ardita di uomini e donne che, semplicemente, si rifiutano di morire. Di smettere di vivere, di smettere di essere vivi.

Voto: 8,5 / 10

Stefano Guerini Rocco, da “ondacinema.it”

 

 

 

All’inizio degli anni Novanta i militanti di Act Up-Paris moltiplicano le azioni e le provocazioni contro l’indifferenza generale. L’indifferenza che circonda l’epidemia e i malati di AIDS. Gay, lesbiche, madri di famiglie si adoperano con dibattiti e azioni creative, non violente ma sempre spettacolari, per informare, prevenire, risvegliare le coscienze, richiamare la società alle proprie responsabilità. In seno all’associazione, creata nel 1989 sul modello di quella americana, Nathan, neofita in cerca di redenzione, incontra e innamora Sean, istrionico attivista e marcatore della progressione del virus. Tra conflitti e strategie da adottare Nathan e Sean vivono forte il tempo che resta.

120 battiti e centotrentacinque minuti è il tempo (e il ritmo) necessario a Robin Campillo per richiamare un’epoca (gli anni Novanta) e fare esistere pienamente un gruppo, gli attivisti di Act Up-Paris accaniti e tenaci a combattere la passività dell’opinione pubblica intorno all’AIDS. Diventare sieropositivi in quegli anni equivaleva a una condanna a morte, a breve o lunga scadenza.

Per questa ragione i protagonisti di 120 battiti al minuto vivono a tutta velocità. Sono giovani, sovente troppo giovani, per la maggior parte omosessuali, e vogliono vivere e fare accelerare la ricerca, scuotere una società paralizzata dai tabù sessuali, prevenire, informare, proteggere chi non sa, fare pubblicità e diffondere l’uso del preservativo. Nathan, Sean, Sophie, Gérémie e compagni non hanno tempo da perdere e allora riversano tutta la loro energia in quella battaglia. La sera poi, vanno a ballare e fanno sesso perché il desiderio e il piacere aiutano a sentirsi vivi, a restare vivi. E una storia d’amore emerge dal gruppo allacciando l’intimità con la politica, il romanzesco con il realismo. Una storia contro il tempo che Campillo prolunga e dilata dentro le fila dell’azione collettiva, alla quale i due amanti aderiscono visceralmente.

Avvitato intorno alla parola politica, il film invita lo spettatore ai dibatti interni dell’associazione e a partecipare alle opposizioni morali e di stile (violenza, spettacolarizzazione, grevità, gaytudine), 120 battiti al minuto lotta, urla, dibatte, lancia gavettoni di vernice rossa sui responsabili dei laboratori farmaceutici che si fanno pregare per rendere pubblico lo stato della ricerca contro il virus. Fatti reali che qualcuno là fuori ha conosciuto e a cui il regista francese dona una forma che emoziona con rigore, senza scadere nell’aneddoto e lontana dalla fascinazione arty per il dolore.

Voto: 3,5 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

 

“Benvenuti ad Act up. L’associazione è stata fondata nel 1989 sul modello di Act up New York. Act up è un’associazione nata all’interno della comunità omosessuale per difendere i diritti di chiunque abbia l’aids. Attenzione però: non è un’associazione di sostegno ai malati. È un gruppo di attivisti”.

Comincia così 120 battiti al minuto, il terzo lungometraggio del francese Robin Campillo, ambientato nella Parigi dei primissimi anni novanta, durante il secondo mandato del presidente socialista François Mitterrand.

Non un capolavoro, come potrebbero far pensare i molti giudizi positivi espressi al momento della proiezione in concorso a Cannes, ma uno splendido film del tutto inatteso per la tematica e il mix di stili e punti di vista scelti. Un film che celebra la partecipazione democratica in prima persona invece che l’arrendevolezza all’apatia. Un film per tutti al di là delle appartenenze politiche e religiose, delle differenze generazionali e di orientamento sessuale, se però si è dalla parte non solo della libertà e del laicismo dello stato ma anche delle aspirazioni di tutti gli esseri umani a una pari dignità con gli altri.

Anche se aiutato dal Grand prix che gli ha assegnato la giuria di Cannes auguriamo al film di essere visto e accolto come merita. Perché se abbraccia una causa e delle questioni importanti dappertutto, in Italia lo sono in misura ancora maggiore. E ci auguriamo anche l’uscita in sala del titolo precedente dello stesso autore, l’originale Eastern boys, premiato a Venezia nel 2013.

Al centro dell’azione
La primissima scena, il prologo che precede sia i titoli di testa sia la scena con il dialogo citato in apertura, è un’invasione di campo durante una cerimonia da parte di un gruppo di giovani, che poi scopriamo essere un gruppo di attivisti. Cesure di azioni opposte tra esterno e interno, tra dibattiti dove si mettono in gioco le idee e azioni nello spazio fisico dove si mette invece in gioco il proprio corpo.

Complementari, però, nella loro volontà di mutare la realtà proprio perché il corpo è messo al servizio delle idee. Gli attivisti sono appunto quelli di Act up. L’associazione statunitense e la sua emanazione francese ebbero grandi meriti nel sensibilizzare l’opinione pubblica, i mezzi d’informazione, le istituzioni nel momento in cui l’aids causava moltissime vittime. Soprattutto adottando una dialettica aspra, quando non uno scontro frontale, con la politica, il mondo della medicina e gli ambienti religiosi. 120 battiti al minuto ricostruisce le dinamiche delle riunioni di Act up e con esse spaccati dei processi decisionali, le difficoltà nella comunicazione o nel trovare l’equilibrio tra le varie anime del movimento (omosessuali, tossicodipendenti, emofiliaci), e offre dunque una rappresentazione dell’attivismo moderno.

E suggerisce, con la sua vivace fotografia, che la democrazia non solo è cambiata ma cambierà sempre più grazie a queste lezioni che arrivano “dal basso”, dall’attivismo e dai movimenti che, come Act up, mettono in pratica la disobbedienza civile, a volte ai limiti della legalità, ma sempre pacificamente. Così, con forza, attaccarono l’inerzia criminale della Francia socialista di Mitterrand, colpita in quegli anni dal grave scandalo del sangue contaminato. E il film offre quindi anche lo sfaccettato ritratto di un’epoca.

Una lezione di laicismo che dovrebbe far riflettere in un paese dove il concetto di laicità è spesso frainteso

Difficile non pensare anche alla chiesa per la sua politica verso gli anticoncezionali, che in paesi colpiti da povertà, guerre, intolleranze religiose ed etniche, ha generato (in particolare in Africa) una vera devastazione. Campillo, nella dolcezza e semplicità del suo parlare, è stato molto diretto anche su questo presentando il film a Roma. Non c’è dubbio che il film sia per noi anche una lezione di laicismo che dovrebbe far riflettere in un paese dove la parola laicità pare ancora troppo poco compresa nel suo significato fondamentale.

Robin Campillo, che ha fatto parte di Act up e che ha sceneggiato il film con Philippe Mangeot, un altro attivista dell’associazione, è riuscito a restituire con naturalezza i dibattiti, la passione, la vita in essi presente, per mezzo di un grande lavoro sul set. Girando al mattino c’era il caos ma poi pian piano ruoli e interventi trovavano una strutturazione. Al montaggio ha poi mescolato questi due livelli. In ciò è stata certamente fondamentale la collaborazione costante del regista con Laurent Cantet, con il quale ha collaborato alla sceneggiatura e al montaggio nel recente L’atelier, presentato all’ultimo Cannes. Ma 120 battiti al minuto fa pensare soprattutto al più noto, originale e potente film di Cantet, La classe (Palma d’oro nel 2008), dove una coralità di voci equivaleva alla pluralità della vita come alla conflittualità in democrazia. Proprio in film come La classe o come 120 battiti al minuto, strutturati sulla genuinità di una coralità di voci, il doppiaggio può essere devastante e per apprezzare pienamente l’opera ne consigliamo la visione nella versione originale francese.

La complessità del lavoro estetico non è stata da meno. Lo stesso Campillo ha sottolineato che il digitale è molto freddo e va dunque lavorato bene per far uscire qualcosa di umano, intenso ed empatico. L’empatia è la parola che ci sembra meglio descrivere la rappresentazione della dimensione intima, la strana solitudine che permea il film. Una solitudine dolce, dove si è sempre alla ricerca della vita. Sorprende, sopra ogni altra cosa, constatare la dolcezza sensuale nel riprendere i corpi di due giovani ragazzi che si amano e desiderano anche nella malattia. Qui naturalezza ed empatia primeggiano.

Amore, vita e morte
Grazie a un fine lavoro delle inquadrature e di montaggio, il più delle volte si vede e non si vede, si suggerisce. Scene di sesso piene di umanità in cui però si vede l’amore fisico tra due persone malate. Lo stesso si può dire a proposito dei momenti fatti di sguardi tra i due ragazzi protagonisti, a cominciare da Nathan, la figura apparentemente dominante tra i due ma in realtà più incerta, che rivela il talento del suo interprete, Arnaud Valois.

Il film è chiaramente la rappresentazione di uno scontro tra vita e morte nascosto tra le pieghe di una quotidianità dal movimento incessante, impetuosa e polifonica. Ne sono il paradigma, speculare all’approccio comunicativo di Act up, l’uso di alcune simbologie, come il rosso sangue che invade la Senna, interpretabile come il sangue malato che invade il flusso della vita. La musica in generale e quella che si sente in discoteca in particolare, sono altrettanto importanti perché fanno vibrare la gioia e l’energia della vita. In fondo l’aids stesso è il simbolo della fine di una certa spensieratezza, l’avvento di un’era dove l’amore contiene la morte.

120 battiti al minuto riesce invece a trasmettere un forte desiderio di vita in questo campo di morte. Il desiderio sessuale e il desiderio di vita diventano una cosa sola. La voglia di spensieratezza, l’aspirazione alla libertà, elementi tipici della giovinezza, non sono realmente oscurati da questa dialettica binaria. E l’alternarsi delle opposizioni formali sono come altrettante respirazioni vitali. Finale compreso, visivamente quasi astratto se non pittorico, speculare rovesciato dell’inizio. L’azione pubblica e le azioni nell’intimità sono un’unica battaglia. 120 battiti al minuto respira come la vita e di conseguenza le dialettiche rappresentate al suo interno sono la vita.

Francesco Boille, da “internazionale.it”

 

 

Racconta l’Aids: è un fatto, non uno spoiler (già son molto chiacchierati gli insulti su internet, converrebbe però il silenzio stampa: il cretino è anche narciso, quando una sua sputacchiata provoca scompiglio si monta ancor di più la testa). Ma non è noioso, non procede lento, non esibisce intenti educativi, non fa proselitismo, non guarda soltanto al più immediato pubblico di riferimento. E’ cinema, premio speciale della giuria al Festival di Cannes e candidato francese agli Oscar. E’ cinema, scritto magnificamente come “La classe”, il film di Laurent Cantet che nel 2008 vinse la Palma d’oro a Cannes. Il regista Robin Campillo era tra gli sceneggiatori, in “120 battiti al minuto” ritroviamo la stessa naturalezza e concitazione nei dialoghi. La chiassosa scolaresca della banlieue scolaresca non è tanto diversa dagli attivisti di Acts Up-Paris che agli inizi degli anni 90 programmavano azioni di disturbo contro le case farmaceutiche (spaventare con sacche di sangue finto? tentare mosse meno invasive? allearsi con i politici o far da soli, mentre tutti i tuoi amici si ammalano e muoiono?). Il regista – allora lavorava come semplice montatore – faceva parte del gruppo parigino, anche a lui capitò di vestire per il funerale un amico morto di Aids. L’unico volto noto è Adéle Haenel, l’attrice che in “The Fighters – Addestramento di vita” (il titolo invita alla fuga, il film era bello) si fa un frullato con un pescetto intero, la lisca fornisce calcio più del latte. Sono tutti bravissimi, incrociamo le dita per il doppiaggio. I 120 battiti si riferiscono al cuore e al ritmo della house music nata nelle discoteche di Chicago: sembrano brani originali, sono quasi tutti composti per il film da Arnaud Rebotini (sua la collezione di strumenti necessari a riprodurre ritmo e sonorità). E’ cinema, quindi avvolge lo spettatore, gli fa scoprire atti di guerriglia mediatica intelligente, commuove i sensibili con le storie personali, seduce i cinici con l’audacia della regia e del montaggio. Conferma il talento di Robin Campillo, che nel 2004 aveva scritto e girato l’horror “Les revenants”, ispirazione per la celebre serie della tv francese.

Mariarosa Mancuso, da “ilfoglio.it”

 

«Che lavoro fai? Sono sieropositivo, tutto qua».

E infatti 120 battiti al minuto è un film sul lavorare all’identità della propria malattia. Nient’altro. Riconoscerla, darle un nome, portarla in pubblico. Fare lavorare anche lei, la malattia stessa: permetterle di acquistare rilevanza politica, farle fare una differenza. Reagire ad essa, reagire all’eventualità del disinteresse, toglierle ogni pudore.

Robin Campillo indovina il tono, e rende completamente impudico ciò che poteva essere soltanto un cosiddetto “ritratto”. Finalmente, ancora, era ora!, un film fatto di sangue e di parole, sangue che riempie la Senna e parole che non trovano il loro giusto verso; fatto di sperma e di siringhe, di flebo e di corpi, corpi sessuali e corpi retorici (ma della retorica migliore, quella che crea una società e caratterizza la persona). Un film fatto di collera e di amore, di indecenza e di azione, di qualche speranza e di una realtà più pesante del dolore.

La malattia come una guerra, allora. Una guerra che si può vincere ammettendo prima di tutto, di fronte a tutti, di essere in e una minoranza. Perché si muore, si vedono gli altri morire, mentre gli altri vedono te morire. Senza soluzione di continuità. Sex war: la guerra è dichiarata a questo morbo stronzissimo che non vuole saperne di recedere.

Campillo guarda al suo fedele metteur en scène, Laurent Cantet, e gira in un’altra classe, riuscendo dal gruppo a stringere sul singolo, e poi di nuovo al gruppo, perché si parla una lingua universale. Però ciò che più entusiasma di 120 battements par minute è il suo slancio popolare: un film fatto di persone e destinato al pubblico. Un film da pubblico, ma nella maniera più intelligente, giusta e coerente con l’immaginario evocato.

Come se il New Queer Cinema più fiero, litigioso e underground potesse oggi parlare di nuovo, benché in abito da prodotto major, autoriale ma non troppo da restarne schiacciato. Un film radicale e militante (anche nelle scelte stilistiche più intrepide e perciò coraggiose, come ad esempio in certi montaggi connotativi davvero arditi) che si rivolge direttamente allo spettatore comune, lo coinvolge nella trasformazione mélo dell’ultima ora, gli mostra la morte nella forma informe di un cadavere con la stessa “indecenza” terminale di La vergine dei sicari: non è un paradosso, non è un controsenso, oggi si può e si deve parlare non solo ai convertiti (Alain Guiraudie) ma a tutti.

E questo film diretto e schietto, sdegnato e compassionevole, senza mediazioni, questo film di revenants che chiedono di essere legittimati a soffrire, di uomini e di donne senza età e di ogni età, riesce a riportare il risentimento nella sua posizione migliore, quella cioè di un patto fra il sé più idealistico e il privato meno protetto.

Voto: 4 / 5

Pier Maria Bocchi, da “cineforum.it”

 

 

Evviva Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois, Adèle Haenel, Antoine Reinartz, Félix Maritaud, Ariel Borenstein, Théophile Ray! Evviva il cast intero di 120 battements par minute, visi e corpi vibranti, eccessivi, provocatori, sieropositivi. Gli attori sono solo uno degli elementi per cui questo film è potente, invadente, toccante e indimenticabile. Usciti dalla sala si fa una fatica estrema a tornare alla vita comune, a lasciare i personaggi a lottare da soli, a cambiare fuoco dall’azione necessaria di divulgazione dell’epidemia dell’Aids nei primi anni Novanta. Con una recitazione intensa e vera, i giovani attori si immedesimano a tutto tondo nei personaggi (il regista Robin Campillo dichiara che, per una ulteriore verosimiglianza e aderenza ai ruoli, la maggioranza dei protagonisti sono davvero omosessuali), vivono con loro, si amano, soffrono, si battono con loro. E lo spettatore, indossando subito una veste mimetica, si unisce alla compagnia. La regia contribuisce felicemente all’effetto coinvolgimento: se da una parte una voluta astrazione, a tratti straniante, fa virare la messa in scena verso una dimensione onirico-surreale (con le scene che mutano una nell’altra attraverso giochi di luce e di colonna sonora), la dimensione fortemente narrativa della storia, con un classico iter prologo svolgimento epilogo, attanaglia i fatti su un piano di realtà fortemente aderente e oggettivo. Con il coraggio di mostrare tutto, il bello e il brutto, senza censura e senza pietismo, il film assurge questi ragazzi malati, destinati a una vita infernale di cure e dolore se non alla morte, a dei moderni eroi dei nostri tempi, non ripiegati su se stessi e sulla terapia, piuttosto generosi e necessari spadaccini di una ricerca di giustizia, di conoscenza, di accettazione da parte del mondo dei ‘normali’. Le azioni pubbliche di Act Up (gruppo di attivisti per i diritti dei sieropositivi fondato a New York e ricalcato a Parigi) contro le case farmaceutiche che non forniscono i dati dello stato della ricerca medica, nelle scuole, ai comizi politici consistono in interventi non violenti che finiscono in arresti, lanci di palloncini pieni di sangue finto, distribuzione di preservativi, lezioni di educazione sessuale nei licei, nei die-in in migliaia tutti sdraiati per terra in strada come si fosse già morti. La storia d’amore tra Nathan (Arnaud Valois), appena arrivato all’associazione, e Sean (Nahuel Pérez Biscayart), uno dei militanti più radicali del movimento, malato terminale – una sorta di contrappasso per il primo per non aver contratto mai il male e per non aver curato il suo primo amante contaminato – commuove per dignità e sensualità. Il rigore con cui viene rappresentata la sofferenza e l’orgoglio con cui si sceglie di diventare parte attiva nella campagna di prevenzione e di sensibilizzazione all’interno della comunità gay, è meritevole nel suo mettere al centro un capitolo di storia contemporanea raramente narrato al cinema. Il titolo si riferisce ai battiti del cuore al minuto ma indica pure il ritmo della musica house, nata in quel periodo, amata dai frequentatori delle discoteche, quotidiana colonna sonora delle esistenze dei protagonisti. Magnifica reinterpretazione di Jimmy Somerville, cantante dei Bronski Beat, tra i primi personaggi celebri a fare outing di omosessualità e a schierarsi a favore della lotta all’aids, della hit “Smalltown Boy”, che a metà pezzo diventa in versione solo voce: emozionante. Pellicola necessaria, importante, da vedere.

Fabiana Sargentini, da “close-up.it”

 

 

 

Nella Parigi dei primi anni Novanta, il giovane Nathan decide di unirsi agli attivisti di Act Up, associazione pronta a tutto pur di rompere il silenzio generale sull’epidemia di AIDS che sta mietendo innumerevoli vittime. Anche grazie a spettacolari azioni di protesta, Act Up guadagna crescente visibilità, mentre Nathan inizia una relazione con Sean, uno dei militanti più radicali del movimento.

Act Up-Paris è nata il 26 giugno del 1989 in occasione dell’allora imminente parata del Gay Pride, durante la quale 15 attivisti misero in scena il primo “die-in”, restando distesi per la strada senza dire una parola. Sulle loro magliette era stampata l’equazione: Silenzio=Morte. Un triangolo rosa, marchio imposto agli omosessuali deportati nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, ma capovolto, simboleggiava la volontà di opporsi all’epidemia. Le origini di Act Up sono legate alla rabbia verso l’establishment medico, politico e religioso, la cui passività e i cui pregiudizi sono stati la base della gestione disastrosa dell’epidemia. L’obiettivo principale era quello di mostrare a tutti la malattia, smettendo di utilizzare immagini sfuocate, testimonianze anonime e rappresentazioni incorporee.

Fino ad oggi i membri di Act Up-Paris hanno combattuto la guerra all’AIDS su tutti i fronti, elaborando strategie per conquistare aree di conoscenza classicamente appannaggio dei soli medici. La società in generale andava mobilitata ed istruita, le informazioni andavano organizzate. La disobbedienza civile e le azioni dimostrative condotte ai limiti della legalità erano necessarie per far sentire la propria voce, ma Act Up ha sempre rifiutato la violenza fisica. Una delle particolarità del gruppo è appunto quella di occupare degli spazi pubblici non solo con le parole, attraverso le immagini o i cartelli, ma utilizzando i propri corpi, che diventano vere e proprie armi di “rappresentazione di massa”. L’urto simbolico di queste dimostrazioni, così come l’uso di falso sangue o di sperma, o addirittura delle ceneri dei membri uccisi dalla malattia (un vero e proprio atto politico), è stata la risposta di Act Up all’aggressività quotidiana del potere dell’establishment.

La profonda violenza del silenzio

120 battiti al minuto, film tanto lirico, quanto incantevole dal punto di vista dell’immagine, è una profonda dichiarazione d’amore alla vita. Una potente e disarmante storia d’amore, sia di coppia, che collettivo. Un racconto che fa capire quanto la comunità gay non sia diversa da quella etereo e che fa tornare alla mente cos’è l’attivismo politico, il vivere in e per la comunità, tutti legati da un unico inevitabile destino, tutti coinquilini nella stessa casa. Riemerge l’immagine sessantottina del “funerale politico”, che ci sbatte in faccia il fatto che nasciamo, viviamo e moriamo in un’inevitabile comunità.

Accolto come un capolavoro all’ultimo festival di Cannes, dove ha conquistato il Grand Prix, il Premio Fipresci e la Queer Palm120 battiti al minuto si candida a diventare uno dei grandi eventi cinematografici della stagione, ed è un film importante, indispensabile, necessario. Una storia che commuove profondamente: potente, dolcissima e violenta, valorizzata da un’incredibile recitazione in primo e primissimo piano e dalla fotografia tagliente, contemporanea, ma anche estremamente poetica, di Jeanne Lapoirie. Non si può dimenticare l’immagine della Senna insanguinata e la polvere delle ceneri che diventa quasi neve, trasportandoci continuamente tra le due dimensioni dell’essere umano: quella più alta, filosofica e morale, e quella animale, goliardica, più naturale. 120 battiti al minuto è un film profondamente lirico… intriso di poesia in ogni sillaba, in ogni fotogramma, nell’espressione dolce e convincente di ciascun attore. La recitazione e la regia sono intense, calamitanti e passionali. La colonna sonora pulsante e caratterizzante di Arnaud Rebotini ci riporta a quegli anni e crea fratture temporali nelle quali si incastrano perfettamente stati d’animo, angosce e speranze.

Philippe Mangeot, ex membro di Act Up, ha collaborato alla sceneggiatura, talmente polifonica ed intensa nelle discussioni e per le tematiche che riporta, in maniera estremamente verosimile, da far dimenticare, quasi sempre, il confine tra realtà e finzione. Gli attori, in particolare Nahuel Pérez Biscayart nella parte di Sean, Arnaud Valois nella parte di Nathan e Adèle Haelen in quella di Sophie, hanno recitato così bene e le loro parole sono così credibili, che viene il dubbio che facciano parte dell’associazione, trascinando lo spettatore continuamente verso la dimensione del documentario, ma in forma molto alta e appunto lirica.

120 battiti al minuto ci ricorda che la vita è violenta, ma di una violenza meravigliosa. Che vale la pena di essere vissuta, combattuta, sofferta e sentita, fino a quando non diventeremo tutti polvere. Ci ricorda (e lo fa con importanza, ed eleganza) che la vita è tutto ciò che abbiamo.

<<L’Aids è una vera e propria guerra che ha causato 42 milioni di morti>>, ha dichiarato Robin Campillo, regista in corsa per l’Oscar: <<Voglio che lo vedano tutti, perché la classe politica non ha fatto nulla>>.

Voto: 10 / 10

Leda Mariani, da “storiadeifilm.it”

 

 

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