Wonder

 

 

Una tendenza molto radicata porta spesso a ritenere che solo le cose tristi possano essere serie; questo non è affatto vero, ovviamente, mentre, al contrario, talvolta un messaggio arriva più profondamente con una risata o un gesto di tenerezza piuttosto che con una lacrima di dolore. Su questa idea hanno fondato il proprio successo, ad esempio, I Simpsonnegli anni d’oro della loro storia, quando con una battuta irriverente mettevano in discussione ogni singolo aspetto dell’America degli anni Novanta, ed è il miracolo che è riuscita a realizzare R. J. Palacio scrivendo il suo primo romanzo, Wonder. Pubblicato nel 2013, il libro raccontava la storia di un bambino affetto da una serie di deformità facciali che lottava per integrarsi nella sua scuola, un soggetto potenzialmente molto drammatico sviluppato però con un’estrema ironia che alleggeriva la tensione della vicenda senza banalizzarla o mancare di rispetto ai protagonisti coinvolti.

Quest’anno, il miracolo avviene per la seconda volta con l’uscita del film tratto dal romanzo, un’opera che riprende i punti di forza del libro e ne colma alcune lacune dando vita a una storia toccante e divertente allo stesso tempo, perfettamente in equilibrio tra il dramma e la commedia, il racconto di formazione e la denuncia sociale, il melodramma e la farsa. Tanti generi diversissimi tra loro che, combinati insieme, dimostrano tutto il loro potenziale per realizzare quello che, come afferma Isabel Pullman (Julia RobertsMother’s DayMoney Monster – L’Altra Faccia del Denaro) alla fine del film, è un prodigio.

Wonder – L’amor che move il Sole e l’altre stelle.

Nel suo adattamento, il regista Stephen Chboski (Noi Siamo Infinito), anche co-autore della sceneggiatura, recupera una felicissima metafora presente nel libro di Palacio: Auggie (Jacob Tremblay, RoomIl Libro di Henry) è il Sole, mentre la sua famiglia sono i pianeti che gli ruotano costantemente intorno, organizzando le proprie vite secondo i bisogni del bambino. Portando però all’estremo questa immagine si potrebbe dire che l’intero film ruota intorno al personaggio di August, unico filo conduttore che dà coesione a un’opera altrimenti frammentaria e apparentemente dispersiva. Ogni personaggio di Wonder ha la sua storia, il suo mondo e una prospettiva da cui osserva lo svolgersi della vicenda, e i diversi punti di vista si susseguono continuamente ripercorrendo più volte sentieri già visitati scoprendone sempre aspetti diversi e verità nuove.

Wonder recensione cinematographe

È proprio questa soggettività dello sguardo e dell’interpretazione a essere al centro del film grazie a una sceneggiatura che smonta e ricompone continuamente la storia e si interessa più dei rapporti che lega i personaggi tra di loro piuttosto che dei loro singoli mondi personali. Profondamente character-driven, Wonder rimette costantemente in discussione i suoi protagonisti adottando i loro punti di vista, e nel fare questo rilegge loro e la storia così da approfondire i primi articolando e ampliando la seconda. Una serie di universi che in costante espansione, in attesa che un esploratore casuale permetta loro di incontrarsi e sovrapporsi, raggiungendo infine una sintesi che, lungi dal raggiungere una deleteria oggettività, riesce a fornire il quadro più preciso e approfondito possibile.

Soprattutto, la sceneggiatura è strutturata in modo tale da trovare sempre qualcosa di positivo in tutti i personaggi coinvolti, secondo l’ideale per cui, nel profondo, l’essere umano sarebbe intrinsecamente buono. Questo assunto potenzialmente buonista viene sviluppato per tutta la durata del film in modo da perdere ogni connotazione ottusamente ottimista ma diventando, al contrario, la logica conseguenza del percorso mostrato. Come sottolineato dal professor Browne (Daveed Diggs, Unbreakable Kimmy Schmidt), ognuno dei protagonisti di Wonder si trova ad un certo punto di fronte al bivio tra l’essere gentili e l’essere incuranti di ciò che succede intorno a loro, e quasi tutti scelgono alla fine di essere gentili in momenti diversi del film, seguendo il loro personale percorso di crescita e maturazione. Il punto, infatti, non è tanto quello di comportarsi cortesemente con le altre persone, quanto scegliere volontariamente di farlo che rende la gentilezza un gesto capace di cambiare, nel suo piccolo, il mondo. Di nuovo la sceneggiatura interviene a evitare il rischio che il film prenda una piega eccessivamente melensa raccontando l’amicizia tra August e gli altri bambini, primo tra tutti Jack Will (Noah Jupe, SuburbiconL’Uomo dal Cuore di Ferro), in modo divertente e divertito, abbandonando qualsiasi intento pedagogico o morale per mostrare effettivamente solo quello che sta avvenendo: due bambini che giocano senza sentirsi limitati dai rispettivi difetti, o presunti tali. Una fotografia perfetta del messaggio del film.

Wonder recensione cinematographe

Wonder – Una fonte di ispirazione per osservare il mondo con occhi diversi

Già autore di Noi Siamo Infinito, un altro film che tratta di adolescenze problematiche, crescita e dolorosi traumi, Steven Chboski si conferma una voce autorevole e capace nella narrazione di quel delicato e pericoloso momento della vita chiamato adolescenza, in cui inizia a prendere forma la persona che il bambino si prepara a diventare. Come nella sceneggiatura, anche nella regia Chboski si avvicina ai suoi personaggi con moltissimo affetto, raccontando la loro storia con onestà e meraviglia evitando di manipolare le emozioni del pubblico, lasciato a empatizzare naturalmente con Auggie e la sua famiglia.

Per ottenere questo risultato il cast è fondamentale, e Wonder vanta una galleria di volti eccellente, a partire dai giovani protagonisti. Jacob Tremblay si conferma ancora una volta uno dei giovani volti più promettenti del cinema Hollywoodiano, recitando questa volta sotto un pesante trucco che lascia intatti solo i suoi occhi, magnetici ed espressivi. Izabela Vidovic (HomefrontThe Fosters) dà volto a Via, un personaggio superbo e straordinariamente articolato che ha accettato di ricoprire un ruolo di secondo piano all’interno della famiglia pur soffrendone moltissimo; personaggio forte ma fragile, Via ha probabilmente offerto la sfida maggiore tra tutti i personaggi del film, e Izabela si è dimostrata più che all’altezza della situazione. Noah Jupe e Bryce Gheisar (Qua La Zampa!The 15:17 to Paris) completano il giovane cast principale nei panni di Jack Will e Julian, due personaggi rischiosamente vicini a diventare stereotipi ma immediatamente salvati dalla scrittura e dalle interpretazioni dei due bambini, che vantano già ottimi curriculum.

Wonder recensione cinematographe

Julia Roberts e Owen Wilson (Lost in London, Masterminds – I Geni della Truffa) non necessitano presentazioni, ma meritano comunque una lode per l’ottimo lavoro svolto nei ruoli dei genitori di Auggie, Isabel e Nate, una coppia perfettamente complementare e affiatata. Anche i genitori possiedono il loro piccolo arco evolutivo, soprattutto Isabel, che permettendo finalmente ad August di allontanarsi da lei può concedersi di riprendere la sua vita dove l’aveva interrotta alla nascita del figlio. Se un appunto può essere fatto, questo è da rivolgere ai discutibili costumi in cui è stata costretta Julia Roberts, che hanno fatto di lei una donna dall’aspetto sciatto e trasandato, non necessario e irrispettoso nei confronti del suo personaggio, altrimenti ricco di passione e affetto.

Maniacalmente attento ai dettagli e discreto nell’inserimento di interessanti sottotesti, che scaturiscono dall’arredamento delle location e dai diversi stili di fotografia impiegati nella narrazione, Wonder è un film pieno di coraggio e ottimismo, una storia potenzialmente in grado di funzionare come fonte di ispirazione per la generazione che sta formandosi in questi anni e che potrebbe trovare tra le sue immagini qualche ottimo spunto per forgiare la propria personalità nel migliore dei modi.

Voto: 4,2 / 5

Daniele Artioli, da “cinematographe.it”

Prima di entrare in sala per vedere Wonder munitevi di fazzoletti perché i momenti realmente commoventi non mancheranno. Ma se pensate che a farvi piangere siano i problemi e le difficoltà affrontate dal piccolo Auggie vi sbagliate. Il film diretto da Stephen Chbosky  vi riempirà l’animo di sentimenti positivi e gentilezza. All’uscita dalla sala vi sentirete come rigenerati.

Protagonista della favola moderna Wonder Auggie Pullman (Jacob Tremblay), bambino di dieci anni affetto dalla sindrome di Treacher Collins. Questa provoca una grave malformazione facciale. Con dolcezza, il film racconta il primo anno di scuola media di Auggie, interpretato dal giovanissimo Jacob Tremblay, uno trai più piccoli e promettenti attori di Hollywood.

Auggie gioca alla playstation e ama Star Wars. Il suo eroe è Chewbecca e l’unico giorno in cui si sente “normale” è Halloween, quando può uscire travestito e senza attirare sguardi impauriti. A causa  delle numerose operazioni a cui si è sottoposto, Auggie ha sempre studiato a casa grazie alle lezioni private della sua paziente mamma (Julia Roberts). Tutto quello che vuole Auggie è essere un bambino normale. Si ritrova, però, a dover affrontare gli sguardi impauriti e fissi della gente. Lui trova consolazione indossando il caso da astronauta ma non potrà nascondersi per sempre.

Infatti anche per lui è arrivato il momento di frequentare la scuola pubblica. Nell’anno più difficile e bello della sua vita, Auggie si unirà a una classe di suoi coetanei e farà delle cose per la prima volta. Mangerà alla mensa, scoprirà l’amicizia vera, andrà in campeggio con i suoi compagni. Ma dovrà anche affrontere  tutti i problemi di un bambino normale, con un aspetto esteriore diverso da tutti gli altri.

In Wonder Auggie Pullman è circondato dall’affetto della sua famiglia. C’è il papà Nate (Owen Wilson), compagno di giochi di Auggie, che si tratti di palystation o battaglie con la spada laser. La mamma Isabel, che ha messo da parte gli studi, la sua carriera  e un po’ anche l’altra figlia per dedicarsi totalmente a Auggie. E la sorella Via ( Izabela Vidovic) alle prese con i problemi tipici di un’adolescente, che non ha avuto una vita facile, sempre in secondo piano rispetto al fratello che adora.

Le difficoltà che il ragazzino dovrà affrontare non saranno poche. Ma la sua forza sarà straordinaria e con la sua gentilezza e bontà d’animo riuscirà a far emergere il buono che si nasconde nei suoi compagni, trovando vere amicizie.

Adattamento cinematografico del romanzo omonimo di R.J. PalacioWonder è un film in grado di coinvolgere sia gli adulti che i ragazzi. È un inno alla diversità, alla comprensione e accettazione del diverso, inteso come altro da noi. E’ anche un invito a non fermarsi alle apparenze ma ad andare in profondità per scoprire la vera essenza delle persone. Sarà proprio il grande cuowonderre di Auggie a eliminare la paura e la diffidenza che alberga nel cuore dei suoi compagni.  Attraverso una strada tutta in salita riuscirà ad arrivare al suo obiettivo. Lui, infatti, vuole solo vivere una vita da bambino normale, con l’accettazione della sua diversità.

Sicuramente la parabola di Wonder e Auggie Pullman è quello che serve per riscoprire in questo Natale sentimenti di gentilezza e non discriminazione dei più deboli. Un film particolarmente adatto ai ragazzi, soprattutto adolescenti. Loro infatti di fronte al diverso, spesso per paura e non conoscenza, reagiscono con atti di violenza e bullismo.

Nel film è stato fatto un lavoro straordinario di trucco sul piccolo Tremblay e i momenti di commozione sono tanti. Ma il regista e lo sceneggiatore hanno saputo calibrare bene questi momenti, senza esagerazione. Hanno, infatti, introdotto scene divertenti, come i riferimenti a Star Wars e alcuni scambi di battute. Questo ha contribuito a dare credibilità alla storia, riportandola nel mondo reale.

Voto: 3,5 / 5

Krizia Ricupero, da “filmforlife.org”

La diversità fisica può essere un problema, specie quando la malattia deforma il proprio aspetto, come il cinema ha raccontato in più occasioni, a partire dalla pietra miliare Freaks, passando per un gioiello come The Elephant Man. Quando poi è un bambino a sottoporsi allo sguardo dei propri compagni, in un contesto in cui il bullismo è un rischio in ogni caso, allora la diversità diventa un rischio assoluto. Dopo essere stato rinchiuso in una stanza per anni in Room, il giovanissimo Jacob Tremblay si è sottoposto a un trattamento quotidiano per rendere il suo volto irriconoscibile, a causa di una malattia molto rara, in Wonder, adattamento del bestseller omonimo di R.J. Palacio. Auggie ha 10 anni, è cresciuto in casa, dove la madre ha curato in prima persona la sua educazione, mentre con 27 operazioni ha cercato di rendere il suo viso meno respingente. Sogna lo spazio, coltiva un amore per le scienze e quando esce di casa si nasconde in un casco da astronauta. Star Wars, come inevitabile, è la sua saga di culto, all’interno della quale è un altro prigioniero della propria diversità, Chewbecca, il suo vero eroe.

La grande sfida, arrivato all’età per frequentare la prima media, è quella di affrontare lo sguardo dei propri coetanei, capaci di perfidie da far impallidire gli adulti. Uscire dal nido domestico, protetto dall’amore della madre Julia Roberts e dall’ironia del padre Owen Wilson, oltre che dalla pazienza affettuosa della sorella, non sarà facile come vincere una gara di scienze. Wonder è un film per ragazzi, ritagliato su misura per loro, che non nasconde la propria volontà pedagogica di inno alla diversità, portato fino in fondo, con sincerità. In un momento della vita in cui si cerca di confondersi con gli altri, anche a costo dell’omologazione, racconta come ognuno di noi si distingue per qualche caratteristica, sia esteriore o interiore, invitando i ragazzi a coltivare uno sguardo analitico, curioso, che non si fermi alle apparenze.

Non è solo Auggie, poi, ad essere unico; ognuno dei personaggi lo è, e questo viene mostrato dal film con una lodevole capacità di allargare il discorso, di spostare alternativamente il punto di vista sulle persone che vivono intorno a lui, dalla sorella trascurata dall’attenzione per il fratellino, alla sua migliore amica incapace di cercare l’abbraccio di chi le vuole bene quando il matrimonio dei genitori va a rotoli.

Nella ricerca della felicità che impegna ogni personaggio, giorno dopo giorno, senza rinunciare a una belle dose di ironia, ci sembra di riconoscere il tocco dello sceneggiatore Steve Conrad, autore de I sogni segreti di Walter Mitty e della sottovalutata serie televisiva Patriot. L’inevitabile dose di melassa dell’ultimo terzo del film è più digeribile grazie al lavoro di grande sensibilità dei due adulti, la Roberts e Wilson, mentre Tremblay dimostra di essere uno dei piccoli attori più promettenti di Hollywood. Stephen Chbosky conferma la capacità di lavorare sulle linee d’ombra dei giovani alla ricerca della propria identità dimostrata con Noi siamo infinito.

Voto: 3 / 5

Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

 

 

Auggie Pullman ha dieci anni, gioca alla playstation e adora Halloween. Perché è l’unico giorno dell’anno in cui si sente normale. Affetto dalla nascita da una grave anomalia cranio-facciale, Auggie ha subito ventisette interventi e nasconde il suo segreto sotto un casco da cosmonauta. Educato dalla madre e protetto dalla sua famiglia, Auggie non è mai andato a scuola per evitare un confronto troppo doloroso con gli altri. Ma è tempo per lui di affrontare il mondo e gli sguardi sconcertati o sorpresi di allievi e professori. Gli inizi non sono facili, inutile mentirsi e Auggie fa i conti con la cattiveria dei compagni. Arrabbiato e infelice, il ragazzino fatica a integrarsi fino a quando un’amicizia si profila all’orizzonte. Un amore altro rispetto a quello materno. Tra bulli odiosi e amici veri, Auggie trova il suo posto e si merita un’ovazione.

Wonder nasce come film per bambini ma è davvero un film per tutti. Una favola gentile sulla differenza. Una differenza che non dobbiamo negare ma piuttosto abbracciare.

Un percorso emozionante e galvanizzante ma anche duro e sofferto, che coinvolge due mondi spesso conflittuali e irriducibili: quello dei bambini, eroi anomali caratterizzati da un surplus di affettività, fantasia e creatività e quello degli adulti che hanno conservato (almeno in questa occasione) un rapporto privilegiato con l’infanzia. Un film per i bambini, che devono imparare a misurarsi con la differenza, per i genitori, che non sanno sempre come salvaguardare i propri figli dal mondo e per tutti quelli che soffrono o hanno sofferto lo sguardo degli altri in quell’età ingrata in cui ti presenti agli altri senza protezione. Piccolo galateo comportamentale davanti alla diversità, Wonder nasce dal rammarico di una madre. R. J. Palacio, pseudonimo di Raquel Jaramillo, scrive il suo primo libro per rielaborare la sua mancanza, la fuga davanti a una bambina ‘diversa’ incontrata al parco.

Delusa dalla sua reazione, prova a capire sulle pagine quello che avrebbe dovuto fare. In luogo della paura, per cominciare sarebbero bastate la considerazione e la gentilezza. Ma qualche volta quei ‘riflessi’, quelle attitudini dell’anima, richiedono tempo e lavoro. Di quell’esercizio della virtù dice (bene) il romanzo della Palacio e il film di Stephen Chbosky, combinando gravità e tenerezza, lacrime e larghi sorrisi. Racconto di formazione sensibile e franco, che non fa sconti sulla violenza meschina che il protagonista subisce nel corso dell’anno scolastico, Wonder non scade mai nella compiacenza e nell’affettazione, offrendo diversi punti di vista sullo stesso soggetto. La narrazione polifonica elude la trappola del pathos e l’accanimento sul personaggio principale, donando respiro al film che sovente flirta col meraviglioso. Stabilendo per esempio che in un certo mondo, quello infantile, si può vivere in gravità zero o avere Chewbecca per amico. Chbosky asseconda la fantasia infantile introducendo la trasgressione e suscitando ammirazione. Non è mai un altro mondo quello di cui parla il regista, è il nostro e funziona come siamo abituati a vederlo funzionare ma di tanto in tanto deraglia, come un trenino per soccorrere un bambino e aiutarlo a superare la propria singolarità. Il miracolo di Wonder è la disponibilità all’accoglienza che può offrire solo chi ha avvertito su di sé il peso della solitudine.

Voto: 3 / 5

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

 

 

 

 

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