Whitney

 

Da un lato la Whitney Houston dal sorriso contagioso e la voce irresistibile: quella di “I Will Always Love You”, dei tour internazionali che facevano sold out ovunque, dei dischi d’oro, dei record, dei film al cinema, da Guardia del corpo in avanti.
Dall’altro la Whitney Houston morta a 48 anni per droga nel peggiore dei modi: lontana dalle scene, nello squallore e nel degrado, circondata dalle voci più degradanti e dai giudizi più sprezzanti.
In mezzo, il documentario firmato dall’inglese Nick Broomfield (che ha già parlato di musica e morte raccontando di Kurt Cobain e Courtney Love, e di Biggie e Tupac): un film che ricostruisce, che fa cronaca di ciò che allora della cronaca non fece parte, e che così facendo porta avanti, implicita, una denuncia.

Di sconvolgente o sensazionale, in Whitney non c’è praticamente nulla, perché anche la parabola autodistruttiva della Houston è tristemente fatta degli stessi ingredienti di tante altre: il successo arrivato troppo presto e troppo all’improvviso; l’entourage incapace di fare i tuoi interessi e non i suoi; una famiglia che dipende da te e ti vampirizza; una fragilità congenita che il peso del successo e della fama non fa altro che portare all’eccesso.
Nulla di sconvolgente o sensazionale, ma non per questo meno tragico, specialmente considerate le specificità del caso della Houston, che Broomfield espone con una forma fin troppo tradizionale e una cronologia un po’ confusa: che però, paradossalmente, ben ritrae e rispecchia il caos che circondava la cantante e quello che aveva dentro di sé.

Stella del pop costruita a tavolino per essere giudicata potabile dal pubblico bianco (e per questo rifiutata dai fratelli neri), la Houston ha sempre fatto fatica a trovare e imporre la sua vera identità, nella musica come nella vita: non a caso, nella versione originale nel titolo di questo film compare anche la frase “Can I Be Me”, “posso essere me stessa?”.
Schiacciata dai manager che la volevano bianca, da una madre invadente e invidiosa, da un marito in competizione con lei e che ha contribuito ad aggiungere l’alcool alla droga, dal fardello di un’educazione rigidamente religiosa, la Houston non ha forse mai avuto il coraggio di cantare quello che voleva, né di amare chi voleva: la sua migliore amica e confidente Robyn Crawford, invisa a mamma Cissy e ancor di più a Bobby Brown, finendo con l’essere progressivamente e inesorabilmente allontanata.
Lei, che forse era l’unica a poter salvare Whitney da sé stessa e dai suoi parassiti.

A Broomfield va riconosciuto di essere chiaro, e di non nascondersi dietro a un dito: e per questo non ha avuto aiuti dalla famiglia e dagli eredi della cantante.
Le colpe, per lui, più che dell’inetto e infantile Bobby, sono quelle di genitori e fratelli incapaci di tutelare la loro mucca da dollari, e che anzi – come nel caso dell’amato, amatissimo padre – finirono per il farle causa per strapparle 100 milioni di dollari.
Una delle ultime, letali delusioni che la gettarono sempre di più nelle braccia della droga: non (ne) morì così anche Amy Whinehouse?

Di tutti i racconti, le testimonianze e le immagini che si alternano nei 90, dolorosi minuti di Whitney, tre sono quelli che rimangono più impressi: il primo leggero, quando viene rivelato che fu Kevin Costner a suggerire al produttore David Foster di far cantare le prime battute di “I Will Always Love You” a cappella; gli altri due l’uno tragico, l’altro scomodo e ancor più doloroso.
Perché se fa male sentire l’inglese David Robert – per anni guardia del corpo della cantante – raccontare come perfino le grida d’aiuto ufficiali da lui rivolte alle persone a lei più vicine sono rimaste inascoltate, costandogli anzi il lavoro (come nel film, un bodyguard si sacrifica per la cantante che deve proteggere, ma senza riuscire a salvarla fuori dallo schermo), fa venire i brividi una scena di repertorio nella quale la Houston in concerto fa salire sul palco la piccola Bobbi Kristina, sua figlia.

La Houston è visibilmente alterata dall’adrenalina e probabilmente da qualcos’altro, e salta e incita una bambina spaesata e spaventata, che guarda a sua mamma con occhi che chiedono aiuto e un abbraccio, ricevendo in cambio solo un’enfasi spettacolare e stupefacente.
Una scena che fa male, che ti fa venir voglia di portar via di corsa quella bambina, e di proteggerla.
Quella bambina che di cose ne vedrà di ben peggiori e che morirà come sua madre, tre anni dopo sua madre, quando di anni ne aveva solo 22 e non aveva nemmeno assaggiato quanto di buono la vita aveva offerto a Whitney.

Voto: 3 / 5

Federico Gironi, da “comingsoon.it”

 

 

 

Sono passati 5 anni dalla scioccante morte di Whitney Houston, icona pop accidentalmente affogata nella vasca da bagno del Beverly Hills Hotel in seguito a un’eccessiva assunzione di droghe e a una malattia vascolare. Tre anni dopo, destino infame, l’amata figlia Bobbi Kristina Brown, 22 anni appena, se n’è andata in ugual modo, senza più vita in un’altra vasca da bagno. Il regista Nick Broomfield, Showtime e la BBC hanno voluto ricordare la più grande cantante degli anni ’80 e forse la più clamorosa voce femminile che il pop abbia mai ammirato con un documentario ad hoc, Whitney il titolo, in arrivo nelle sale d’Italia per soli 5 giorni, dal 24 al 28 aprile, con distribuzione Eagle Pictures.

Non un documentario agiografico, perché l’esistenza della Houston è stata attraversata da demoni negli anni abbondantemente dati in pasto ai media, bensì un ritratto crudo e intimo di una donna incredibilmente fragile. La più potente, famosa, ricca e invidiata popstar degli anni ’80 e ’90, sbriciolatasi dinanzi alle proprie insicurezze, all’abbagliante solitudine, e a quelle maledette dipendenze che tra droghe ed alcool l’hanno lentamente consumata.

Broomfield, che in passato ha dato vita ad un chiacchierato documentario non autorizzato su Kurt Cobain, racconta la Houston dagli esordi, da quando nacque povera in un quartiere degradato, per poi illuminare la chiesa di quartiere con la sua pazzesca voce gospel. Filmati di Whitney dodicenne si sommano a video inediti, familiari e strettamente privati, mentre amici, parenti ed ex membri del suo immenso staff raccontano al regista chi fosse realmente. Aveva il mondo tra le dita, Whitney, quando grazie a Guardia del Corpo divenne persino una stella del cinema. 3 anni dopo, sul set di Donne di Forest Whitaker, la prima overdose. 12 mesi prima, purtroppo, il matrimonio che le rovinò l’esistenza. Bobby Brown, amore di una vita, divenne per lei una autentica dipendenza. Malsana. Fu proprio l’ingombrante presenza di Bobby a far allontanare colei che da sempre la seguiva. Come amica. L’unica amica, e forse amante segreta. Robyn Crawford. La storica assistente che Whitney voleva sempre accanto a se’. Broomfield da’ forza ai tanti rumor circolati nel corso dei decenni che parlavano di una storia d’amore tra le due, di un sentimento ‘scandalo’ per gli anni ’80, tanto da costringere la cantante a prendere le difese della Crawford negando la sua omosessualità. In televisione. Vecchie interviste riportano a galla quei momenti che oggi appaiono a dir poco folli, se non fosse che la Houston era già diversa di suo, in quanto nera (fu lei a fare da apripista alle Beyoncé di oggi). Una donna di colore che cantava pop per i bianchi. Inimmaginabile, che potesse essere anche lesbica. Non 30 anni or sono.

Particolarmente povero dal punto di vista dei materiali video (in buona parte puro e semplice archivio), tanto da poter parlare di un prodotto più televisivo che cinematografico, Whitney ricostruisce la vita della Houston partendo dal suo ultimo grande tour internazionale di successo, tenuto nel 1999, con emozionanti live e dietro le quinte. Al termine di quel tour, esausta dai continui litigi con Bobby, l’immancabile Robyn abbandonò la Houston al suo destino dopo due decenni di totale e incondizionata fedeltà. Da quel momento in poi la vita di Whitney intraprese una discesa sempre più ripida verso l’inferno. In poco meno di due ore prende forma quel mostruoso ‘clan Houston’ che arrivò ad abbracciare oltre 100 persone, tutte stipendiate dalla popstar, con mamma dichiaratamente omofoba e padre da lei adorato eppure traditore, tanto da trascinarla in tribunale con richiesta da 100 milioni di dollari. Un’anima emotivamente parlando gracilissima, dalla voce divina e dalle profonde insicurezze, persino fisiche, che non voleva far altro se non essere se’ stessa. Non una diva travolta dalla fama, bensì semplicemente una mamma premurosa, una moglie amata, una brava persona. Forse non riuscì ad essere nulla di tutto ciò, con suo enorme dispiacere.

Amori, scandali ed eccessi si susseguono, nel doc di Broomfield, ben attento a rimarcare i trionfi della popstar e le terrificanti cadute (nel 2000, a 36 ore dagli Oscar, venne ‘sostituita’ perché letteralmente incapace di stare sul palco), lasciando proprio al personaggio di Robyn Crawford, ora felicemente sposata, lesbica dichiarata e con due figlie, l’unico squarcio di luce all’interno di una stanza buia e colma di gente dove a nessuno, probabilmente, interessava realmente di Whitney, puro e semplice salvadanaio a cui aggrapparsi. Un rapporto fatto d’affetto e reciproca stima, quello tra le due, stroncato da quel Bobby Brown che tra tradimenti, botte, urla, smania di protagonismo, invidia, alcool e droga, la condusse mano nella mano fino alle soglie di un precipizio. Per poi lasciarla andare.

Esageratamente rapido nel ‘consumare’ gli ultimi 10 anni di vita della cantante, che tornò in tour con un nuovo disco di inediti poco prima di morire (I Look to You, 2009), Broomfield ottiene forse il massimo dal non eccelso materiale e dal visibilmente limitato budget a disposizione (quello sgualcito telo nero dietro gli intervistati grida vendetta), tratteggiando i lineamenti di una vita che tutto aveva per essere solare, felice e appagata, per poi invece spegnersi malincomicamente a 48 anni appena, amaramente sola nel bagno di un hotel. Un’opera che tristemente ricorda l’immensità di una voce creata da Dio in persona, ma rovinata dagli esseri umani e dalle debolezze che l’hanno prima circondata e poi travolta.

Voto: 6 / 10

Federico Boni, da “cineblog.it”

 

 

Regista di un cinema documentario d’investigazione con un’anima da cronista di cronaca nera, Nick Broomfield ancora una volta va dritto al punto – chi ha ucciso Whitney Houston? – rivelando la sua incontrollabile morbosità per la morte (di una star). Già travolto dai colpi di arma da fuoco del suicidio di Kurt Cobain (Kurt & Courtney) e gli omicidi di Biggie Smalls e Tupac Shakur (Biggie & Tupac), morti alle quali cercò di dare un movente, il regista britannico rilancia e s’immerge in un altro capitolo oscuro della musica. Ma il caso della cantante di Newark è più complesso e Broomfield decide di affrontarlo con il collega austriaco Rudi Dolezal, autore di videoclip e documentari musicali come Freddie Mercury: The Untold Story.

I due scelgono di analizzare la storia di Whitney da varie angolature: le scelte musicali che le vennero imposte ai primordi della carriera dalla casa discografica e che ebbero un peso nella sua lenta agonia, la costante pressione sotto la quale si trovava l’artista che con il suo impero sfamava la famiglia tutta, la dipendenza dalle droghe che la distrussero pian piano privandola prima della voce e poi della vita.

È proprio all’inizio del documentario che viene rivelato chi l’ha uccisa: “Whitney Houston è morta di crepacuore” denuncia la voce che emerge tra il suono di un elicottero che vola sull’hotel dove Whitney terminò i suoi giorni e la telefonata intercorsa tra la persona che trovò il corpo senza vita della cantante e i soccorsi. Poi il nastro viene riavvolto, si ferma per qualche minuto in una scena di un concerto di tredici anni prima, in cui l’artista pare già sul punto di voler tirare la spugna durante l’esecuzione del brano che le regalò l’eternità, “I Will Always Love You”, con la testimonianza dei musicisti che confermano quello che le immagini mostrano. Qualche stralcio di interviste e Broomfield e Dolezal tornano a riavvolgere idealmente la carriera di Whitney fino all’incontro con Clive Davis, il produttore che fu artefice del suo fulminante successo.

Voto: 3 / 5

Tirza Bonifazi, da “mymovies.it”

“Whitney” è un documentario sulla vita della cantante (e attrice) di successo Whitney Houston, che ci ha lasciati nel 2011. Dopo cinque anni dalla sua morte l’autore di successo Nick Broomfield ritorna a raccontare la sua storia.

Whitney Elizabeth Houston sin dalla giovane età cantava come corista di Chaka Khan, Lou Rawls e Jermaine Jackson. Il 1983 è l’anno del suo primo contratto che prevedeva un disco che sarebbe stato distribuito in tutto il mondo con l’etichetta “Arista Records” di Clive Davis.

Da quel momento in poi solo successi ma anche l’inizio di un percorso amoroso, ricco di scandali e non solo che  la porta lentamente nell’oblio fino alla dipendenza dalle droghe.

Whitney: la volontà di esplorare

“Posso essere la mia migliore amica, ma anche la mia peggiore nemica”: autodefinizione della cantante e  annuncio del documentario (dopo il controverso film dedicato alla star, ma disapprovato dalla famiglia) sulla vita di Whitney, appunto, affidato dalla BBC al regista inglese Nick Broomfield, celebre per essere l’autore del documentario su un’altra icona della musica, Kurt Cobain, e come pochi capace di scavare nella vita delle persone in questo caso della star americana, la cantante più premiata e amata del mondo.

Tra scene di vita quotidiana, interviste a colleghi ed amici che offrono qualche parola in memoria di una delle voci più potenti mai esistite, e non mancano spezzoni dei più belli ed emozionanti concerti, “Whitney” ci rivela il percorso di crescita di una delle stelle più amate della musica mondiale e come questo stesso successo l’ha portata ad un epilogo tragico e drammatico.

Come suo solito fare Broomfield, vuole scavare nella profondità per scoprire “le forze che hanno portato alla nascita e poi alla distruzione della cantante”.

da “ecodelcinema.com”

 

 

 

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