Walk with me – Il potere del Mindfulness

 

Un viaggio nel microcosmo del maestro Zen di origine vietnamita il quale pratica e insegna l’arte di meditazione buddhista che è nota con il nome di Mindfulness. Girato nel corso di tre anni il documentario racconta per la prima volta dall’interno la vita di un monastero Zen del XXI secolo in cui degli occidentali dalle più diverse provenienze hanno deciso di ricominciare a vivere impostando la propria vita su valori nuovi. Per entrare nello spirito di questo documentario che irradia serenità può essere utile sapere che è stato girato al Plum Village che si trova vicino a Bordeaux ed è la prima comunità monastica fondata dal Maestro Thich Nhat Hanh (Thay) in Occidente con lo scopo di realizzare un ambiente in cui le persone possano apprendere l’arte di vivere in armonia reciproca e con il pianeta.

Nato nel 1982 in una piccola fattoria è diventato il più grande monastero buddista europeo con più di 200 monaci e monache residenti, facendo seguito alla prima comunità fondata nel 1970 dal Maestro dopo il suo esilio dal Vietnam.

Il fatto che Benedict Cumberbacht sia la voce narrante lo accosta, come attenzione al tema, a Richard Gere in una sorta di passaggio di testimone attoriale. La possibilità che ci viene offerta di assistere non solo alla vita quotidiana ma anche all’arrivo di coloro che chiedono di entrare a far parte della comunità, che se ne intuiscano le tensioni da cui sperano di liberarsi e se ne comprendano le aspettative, aumenta l’interesse per la visione. Perché in questo modo si comprende non solo la vita monastica ma anche, grazie agli incontri che i monaci possono fare con i loro parenti, quale fosse la loro vita precedente. C’è poi una pratica della comunità che, nel momento in cui la si vede attuare, offre il senso più profondo del modo di vivere di chi ha scelto come propria residenza il Plum Village. Ogni quarto d’ora si odono i rintocchi di una campana e, quando ciò accade, qualsiasi attività si stia compiendo questa viene sospesa per un po’ di secondi in modo da prendere coscienza dell’agire e non procedere meccanicamente o per inerzia. Lo spettatore si rende conto in quel momento di quanto anche la propria vita, pur senza dover compiere scelte così fondamentali, necessiti di qualche revisione.

Voto: 3 / 5

Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

 

 

 

Martedì sono andato a vedere Walk with me – Il potere del mindfullness, il documentario girato da due registi anglo-francesi sul tema della meditazione zazen. L’opera descrive le esistenze di una comunità di credenti trasferiti in un monastero vicino Bordeaux per seguire i dettami del maestro Thich Nhat Hanh, monaco attivista esiliato dal Vietnam durante i moti di resistenza degli anni ’60 in seguito sfociati nell’infausta guerra con gli Stati Uniti. Questa comunità vive in un tempio buddista dove quotidianamente si pratica l’arte della meditazione mindfullness, una corrente da non confondere con l’arte della meditazione tout court ma solo una delle possibili varianti dell’antichissima disciplina. In questo microcosmo suggestivo donne e uomini conducono vite semplici, frugali, virtuose e improntate alla pace interiore.

Walk With Me non ha un vero e proprio intreccio ma è più simile a un mosaico composto da molteplici situazioni narrative, una struttura a episodi che rappresentano tanti tranche de vie della quotidianità nel monastero. Un film corale che parte da una visione d’insieme per focalizzarsi in corso d’opera su alcuni personaggi ed accennare le loro storyline distinte ma omogenee. L’enunciazione è saltuariamente interrotta dalla voce fuori campo di Benedict Cumberbatch, il cui timbro dal magnetismo travolgente si concede gli unici momenti di lirismo dell’opera, recitando con maestria e pathos la prosa effettata di Thich Nhat Hanh. Snodi questi, in cui la voce cavernosa dell’attore inglese si contrappunta ad alcune istantanee naturalistiche, e ahimè decorative, raffiguranti nuvole, torrenti o alberi.

CORPORE SANA IN MENS SANA

Una breve digressione sul tema trattato. E’ chiaro che serve un minimo di sensibilità e familiarità con l’impianto filosofico del film per non buttare tutto in vacca ed uscire dalla sala indignati da cotanta “immondizia new age”.

Per quanto mi riguarda la meditazione è un tema oggettivamente affascinante, tuttavia, si badi, la mia è una concezione del fenomeno puramente empirica, strumentale e secolare. Se libero da ogni implicazione di carattere religioso, trascendentale o pittoresco, l’esercizio meditativo si congiunge ad un altro tema universale di grande attrazione: il potere personale dell’individuoE’ fuori discussione che meditare aiuta a sviluppare il potenziale dell’individuo, se praticata con costanza la meditazione favorisce una maggiore padronanza del respiro, del diaframma, del battito cardiaco, migliorando così l’umore, l’equilibrio e l’autocontrollo. Ergo se di questa macchina che è l’uomo, appunto inteso in senso profondamente empirico e immanente, esistesse un libretto delle istruzioni, alla voce manutenzione si troverebbe l’avviso “lubrificare con frequenti sedute di meditazione” perché la meditazione, semplicemente, funziona. E aiuta a vivere e a crescere.    

UNO SGUARDO DAL RESPIRO MALICKIANO

Venendo alla messa in scena ciò che coglie nel segno è lo stile visivo della pellicola. A salire in cattedra è una diegesi che fluttua con cadenza pacata e tono reticente, che non spiega nulla, non dice neanche, ma semmai mostra, testimonia, registra. La macchina da presa è un elemento invisibile al pari di un reality e sfiora con grazia pudica le forme, i corpi, i movimenti e le figure, immergendoci in una quotidianità a tratti inedita e per questo rivelabile a uno sguardo altrettanto inedito.

Il montaggio veicola e sottolinea l’effetto giustappositivo delle vite di questi individui. Libere dall’oppressivo guinzaglio del meccanismo causa-effetto, tali esistenze e di riflesso le immagini, sono libere di spaziare, vagare, soffermarsi sui gesti più umili e all’apparenza insignificanti (le formiche rosse su una stuoia, le costanti passeggiate immersive). Il risultato è convincente non perché suggestivo o manierato o poetico, bensì’ perché necessario, opportuno, arricchito dalla bellezza laica che deriva dal perfetto adempimento della forma alla funzione. Lo sguardo cinematografico si fa quindi depositario di una responsabilità etica oltre che estetica, responsabilità di cui si fa specchio fedele nel momento in cui decide di filmare la grazia e l’essenzialità osservati, nell’unico degli approcci visivi possibili: con grazia ed essenzialità.

Walk With Me

LA SOFFERENZA COME MALE NECESSARIO

Una campana scandisce l’incedere del tempo all’interno del santuario. Allo scoccare di ogni ora, qualsiasi attività deve essere sospesa, il loop interrotto e il pilota automatico disinserito. Così facendo, la mente si può liberare da ogni affanno per sprigionare l’ebrezza dell’attimo e godere del qui e ora. E’ uno dei passaggi più ispirati e suggestivi. A chi non piacerebbe poter premere un pulsante e scrollarsi di dosso tutti i dubbi, le tensioni e i turbamenti che il tran tran quotidiano scatena. Perché uno dei temi chiave del film è il Tempo e strettamente connesso ad asso la Paura, non la paura generica e generalista che rimanda all’ansia o allo stress, ma la paura archetipica della morte. Questi personaggi sembrano aver trovato il segreto per sfuggire alla paura della morte, della caducità, del tic tac degli orologi, e di riflesso alla paura di una vita vuota o alla perenne ricerca di qualcosa. Ma per farlo hanno dovuto soffrire, compiendo delle scelte anche molto dolorose, come la rinuncia ai piaceri, agli affetti e ai beni materiali. Il vuoto come antidoto al senso di vuoto.

E qui veniamo al nucleo drammatico di Walk With Mela sofferenza come male necessario. La sofferenza come viatico per la consapevolezza. Oltre a essere verbalmente delineato dalla voce off, sono tre le scene in qui tale assioma emerge con una prepotenza visiva devastante, a mio avviso i momenti più alti del film. La prima è il rito liturgico in cui i monaci intonano canti e i nuovi proseliti assistono a quel rito di pace manifestando tutto il loro tormento interiore con più o meno platealità. Chi riflette, chi si dispera, chi osserva attonito, poche sequenze di recente visione mi hanno trasmesso l’urgenza di espiare il dolore in un modo così disarmante. Il secondo è il momento buffo e un po’ ruffiano della domanda della bambina. Perché sto male da quando il mio cane è morto? chiede l’ingenua bambina al maestro. La risposta è tanto semplice quanto matura ma, al di là di un giudizio di merito, colpisce per come la forma con cui si declama più che il contenuto sembri bastare alla bambina per placare i suoi tormenti. La terza è l’incontro tra la monaca afroamericana e suo padre. Attimi strazianti in cui l’uomo affronta la resa dei conti con il proprio passato, o subconscio, in una redenzione profana dai risvolti grotteschi ma emozionanti.

Walk With Me

VOGLIA DI RICOMINCIARE

Ad essere stronzi, perché un pizzico di cinismo non guasta, va detto che Walk With Me rischia più volte di incappare nelle inevitabili trappole del pecoreccio new age. Ma tutto sommato è bravo nel dribblare queste insidie mantenendo un tono quasi sempre neutro e asciutto, fatta eccezione per i momenti con voce off di cui si diceva e abbandonandosi solo a due, tre sequenze di inguardabile deriva hare krishna (il giro sulla giostra con annesso coro di voci celesti, il dialogo surreale sul suono supremo, la preghiera collettiva in piazza mentre il testimone di Geova inveisce in una dicotomia un po’ schematica).

Al di là di questi errori veniali, la visione dell’opera è un’esperienza immersiva che regala emozioni intense e riflessioni profonde – e di questi tempi scusate se è poco –. Solo il fatto che queste persone salgano su un autobus per recarsi al monastero di Plum e affrontare la loro crisi personale è un gesto degno di ammirazione, a prescindere dal risultato. Perché non è una cosa facile. Non è una cosa automatica. E il solo decidere di affrontare i fantasmi, il solo volerci provare e rischiare il tutto per tutto, anche il solo ammettere che qualcosa non va e il moto perpetuo dell’ipocrisia quotidiana in cui tutto è finzione e apparenza dopo un po’ stanca, soffoca e frantuma i maroni, è cosa buona e giusta.

Ed è proprio questa voglia di cambiamento, questa voglia di guardarsi dentro con onestà e coraggio, il vero miracolo che Walk With Me custodisce e si rivela prepotente ai nostri occhi.

Antonello Océ, da “telefilm-central.org”

 

 

 

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